L'AMBIENTE NEGATO
Daniele Biacchessi

VIAGGIO
"Io provai per l'asfalto quello che dovettero provare i primi mormoni davanti al Gran Lago, che non sapevano ancora salato. Ero una statuina di polvere, perchè avevo tenuto il finestrino aperto per sentirmi più sicuro, non saprei dire perché"
Cesare Fiumi
Di solito, per i lunghi viaggi, ci si alza all'alba. Nessun rumore per strada. Solo cani che ritornano, lasciandosi guidare dall'olfatto. Rimane poco alle prime luci del giorno, quando l'ultimo lampione spegne il suo spicchio di notte. Nel viaggio sai due cose: quello che abbandoni, quello che ritrovi. Il resto è lasciato al caso, compresi quei cassetti svuotati alla rinfusa e il solito vecchio libro che non hai osato finire. Il viaggio ti fa assorbire il dolore di una solitudine e fa emergere i punti deboli, i nervi scoperti della vita. Così ti ritrovi su quell'asfalto, libero dai sogni, denso di virtù. Forse perchè ogni viaggio ha uno scopo. Anche il mio. Lo avevo in testa da anni. Cinquemila chilometri, in lungo e in largo per l'Italia. Volevo dimostrare quanto fosse difficile il rapporto tra uomo e natura. Vivere in un paese dove l'ambiente potesse rappresentare una risorsa e portare le prove di un degrado consumato nel tempo: le mille contraddizioni, i conflitti, gli interessi economici, le coperture da parte di organizzazioni criminali senza scrupoli. Presi la valigia e me ne andai che era ormai giorno.
Il raccordo anulare che gira intorno a Roma, è come una frontiera: dentro c'é la città, appena fuori la periferia. Il viaggio parte dai quartieri dormitorio, quelli situati ai margini delle metropoli, terre senza spazio né tempo, dove la vita ha regole precise, rapporti di forza. Il traffico è pesante. I carabinieri vivono in un "fortino", con tanto di filo spinato che gira lungo il perimetro della caserma. Nulla possono contro gli abusi e i reati più gravi. Alle dieci del mattino, quando gli uomini se ne sono andati a lavorare in città, rimangono lungo le strade donne con le borse della spesa e giovani con i motorini che girano apparentemente senza una meta. Molti di loro sono tossicodipendenti, consumano eroina e spendono duecentomila lire al giorno che fanno la fortuna dei clan locali, di quelli nordafricani e albanesi che si danno battaglia per controllare strade e piazze. Tor Bella Monaca è il respiro affannoso di mille motorini che cercano una felicità in vendita, un torpore che appiattisce e che rende tutto più cupo e incolore. Ricordo di esserci andato quando due ragazzi dei palazzoni tentarono una rapina ad una anziana signora, scesa dal treno. Lì accanto c'era un poliziotto che aveva estratto la pistola d'ordinanza. Uno dei due giovani, pure lui armato, lo aveva freddato con una calibro 7,65. Il poliziotto cadeva a terra ma riuscì ad esplodere un colpo contro il ragazzo.
Lo uccise, nel buio di Tor Bella Monaca. Il secondo rapinatore fuggì. Iniziò così la caccia all'uomo. Di notte,in un appartamento nei palazzoni,il padre convinse il giovane rapinatore sopravissuto, a costituirsi. "Devi consegnarti ai carabinieri. Se non trovi coraggio, ti ci porto io ma devi farlo, non ci puoi distruggere così". Lo accompagnò dai carabinieri che era mattina presto. La notizia diventò pubblica e qualche giornale la mise perfino in prima pagina. Ma la gente dei palazzoni non amava i cronisti e gli inviati mandati sulla Casilina in cerca di storie. Vagai per ore,nel quartiere delle torri. Poi rintracciai il padre. Stava davanti alla caserma dei carabinieri. Non voleva parlare. Accanto a lui c'erano alcuni carabinieri,gli stessi che avevano messo a verbale il racconto lucido e spietato del figlio. Prima disse che "noi giornalisti siamo degli avvoltoi pronti a fare scoop".Poi,davanti agli investigatori che ridevano, mi chiese soldi per l'intervista. "Devo pagare l'avvocato per tirare fuori mio figlio". Pensai alla sua disperazione ma anche a quella freddezza che regna in ogni quartiere dell'abbandono. Sotto i palazzoni si aggirano strani personaggi, rifiutano il dialogo, guardano con tono minaccioso. Intanto il bar serve i caffè, si parla di calcio e di donne, dell'ultima motocicletta e di quell'auto che ha certe rifiniture. Più in là, c'è la parrocchia, un piccolo oratorio, con campi che sembrano orti e spianate di cemento trasformate in luoghi di sport. Il parroco di Tor Bella Monaca mostra con orgoglio la sua creatura, costruita in silenzio. "Il calcio sta tutto in quelle scarpe da pallone sporcate di fango, in qualche periferia urbana". Ne va fiero di quel posto sottratto alla violenza. "Sono giovani che non hanno guida, sbandati senza lavoro. Qualcuno riesce a varcare quel portone che io tengo sempre aperto, si mischia ai miei ragazzi, almeno si diverte. Ma gli altri cosa fanno ? Dove vanno ?". Qualcuno si inventa un cineforum, mostre fotografiche anche sul quartiere, concerti, iniziative culturali, forme di aggregazione nuove ma i risultati non si vedono. Quel torpore inghiotte Tor Bella Monaca che è sera, quando le piazze si popolano di spacciatori e l'onda lunga di mille motorini investe ogni cosa. Certe sere è un frastuono. Entrano a tutta velocità nei giardini, dove il verde è un optional e le panchine non hanno più assi di legno. Comprano l'eroina e poi spariscono per qualche ora. Ritornano con compact disc, autoradio, impianti di alta fedeltà presi in giro, giacconi, soldi di carta e di moneta, vecchi arnesi rubati. Scambiano sé stessi per una bustina. Di verde c'è ben poca traccia, gli alberi sono imbrigliati da contorni grigi in cemento, freddi, senza un'anima. Ma quel frastuono non mi è nuovo. A quell'ora sembra un concerto che proviene dai bordi delle città. E' lo stesso che ho ascoltato più volte nel corso del viaggio a Quarto Oggiaro, Baggio, Quartiere Zen, Mirafiori, San Salvario, via Bianchi, Pilastro, Isolotto, Secondigliano. E' il frastuono dei mille figli delle periferie d'Italia.
LE CREPE DELLA STORIA
"Quando la terra trema e si infossa, come nelle terre umbre e marchigiane che circondano Assisi, non é più precisamente terra. Non é crosta dura, con radici: non é la conquista d'un suolo fermo, dove sia possibile poggiare i piedi e costruire progetti lunghi, durevoli. Gli esseri umani si tramutano in naufraghi".
Barbara Spinelli
Non dimentico le grida, i volti scavati dalla paura e dal terrore, le labbra livide, il corpo disorientato da un equilibrio precario, la terra instabile che balla sotto i piedi. Umbria 1997. Alle 11,40 mi fermo con la macchina a Colfiorito, paese di confine tra la provincia umbra e quella marchigiana. Davanti ad un parcheggio, il ristorante sopra una collinetta a ridosso dei monti, sembra l'ultimo riparo dal terremoto che ha già colpito di notte, alle 2.33, mentre tutti dormivano. Le case intorno sono ancora intatte nelle strutture portanti: costruite in pietra, sono lì da oltre centanni, senza crepe, ristrutturate. I cellulari non funzionano: è zona appenninica, i segnali sono deboli. Devo rimediare un telefono. Nel ristorante, una signora di mezza età mi indica la cabina a schede. "Faccia presto perchè qui le scosse vanno avanti da stanotte, potrebbe essere pericoloso per lei". La signora esce dal locale e rimango solo. Mi volto verso la parete e osservo i primi segni del terremoto. Il bancone del bar é sottosopra: pacchetti di sigarette per terra, bicchieri rotti, acqua che esce dalla toilette, bottiglie di vino in frantumi. Prendo la linea. Sono collegato con Italia Radio. E' la terza corrispondenza della giornata.
Sono in quei 60 centimetri di spazio e aspetto che la regia mi colleghi in diretta. Per pochi istanti torno indietro con la mente ai miei primi servizi dal terremoto in Irpinia nel 1980, quando la cabina era l'unico mezzo per comunicare: ma ora non c'é tempo per pensare ad altro perché la terra riprende a tremare. La cabina di legno é come un frullatore. Fuggo fuori, nel parcheggio. Davanti a me, le case si sgretolano, i cornicioni vanno in mille pezzi. La gente di Colfiorito si rifugia proprio accanto alla mia macchina, al centro del grande spiazzo. Mormorano frasi incomprensibili, si stringono, si abbracciano, poi si lasciano e ancora si uniscono. Quindici, venti secondi che diventano un'eternità e il frutto di una vita di sudore e lavoro si dissolve. Le traversine della casa di fianco sembrano gruviera e da lontano si ode il suono della campana di Serravalle in Chienti che marca i suoi battiti. Finita la scossa vedo che le strutture del ristorante tengono, così entro nella cabina telefonica, la linea é ancora lì e inizio il mio racconto concitato. "Pochi secondi fa, una forte scossa ha colpito l'Umbria. Non si conosce l'entità dei danni a cose e persone. La gente è terrorizzata. Non so dire di quale grado della scala Mercalli sia questa seconda scossa". Finita la corrispondenza, il parcheggio si trasforma in un secondo paese. C'è chi entra nelle case, afferra coperte e abiti, tutto ciò che può prendere, ma i vigili del fuoco sono già pronti e intervengono con i primi sbarramenti. I poliziotti cercano di riportare a livelli di sicurezza una situazione che sta sfuggendo di mano, infatti molte persone rischiano la vita tornando nelle loro case. Il pericolo é reale, concreto, ma in quei momenti non ci si rende conto quanto sia sottile il filo che separa la disperazione dalla speranza: "Fuori, venite fuori dalle case, c'é pericolo ! " Il terremoto é così. Prima si avverte un leggero vento caldo, senti nell'aria qualcosa che non riesci subito a decifrare, uno strano presentimento, quasi un presagio. La terra scuote il tuo corpo e ti scopri impotente. Puoi soltanto ripararti dal tiro incrociato dei cornicioni. Sei solo anche in mezzo a migliaia di persone. Rimane una cosa da fare: fuggire. Aspetti con ansia che tutto finisca, rimediando rifugi in spazi aperti.
Dopo il terremoto scende un silenzio irreale, già ascoltato in Irpinia e in Friuli. "Qui la terra trema da mesi ma così forte non è mai accaduto - dice un anziano signore di Colfiorito - siamo abituati al terremoto ma nessuno di noi si sarebbe immaginato una simile distruzione". Chiese, case, capannoni, pompe di benzina, ospedali, scuole, macchine. In un pezzo di terra italiana di cento chilometri quadrati, rimane in piedi ben poco. Vengono lesionati interi centri storici: Foligno, Nocera Umbra, Gualdo Tadino, Serravalle in Chienti. Frazioni fantasma e borghi medievali spazzati via. Le immagini delle troupe televisive rendono reali le impressioni dei distratti. Dall'alto dell'elicottero della polizia, si cambia la visuale. La cartina geografica non é più un punto di riferimento e interi pezzi di vita mancano all'appello. Ora ci sono spazi vuoti, incolmabili buchi della terra, animali che girano senza una meta, persone che vagano nei campi, altri che guardano la casa crollata e piangono in silenzio. Quei paesi che avevo visto alle prime ore del mattino ancora normali, di pomeriggio sono puntellati. Le strade sono bloccate. Da Colfiorito a Foligno sono solo trenta chilometri, che diventano un lungo viaggio. I percorsi abituali vengono deviati. Casenuove é spaccata in due. Giro mezza Umbria per riprendere la via maestra, la Flaminia. A Foligno la scena é quella vista dopo ogni terremoto. L'edificio che ospita i vigili urbani, é ora una centrale operativa dove si appendono al muro foglietti con numeri telefonici scritti a matita, tracciati idrogeografici della zona, rilievi del terreno. I cellulari trillano senza sosta. Si danno ordini, si ricevono consigli. Si improvvisa sul campo le attività della Protezione Civile. Fuori c'è la fila delle persone che hanno la casa lesionata. Nei loro occhi si preannunciano notti senza sonno e la crescente consapevolezza della disperazione. Tutti si guardano e ritrovano per un attimo gli stessi volti incontrati per anni nei supermercati, nei bar, nelle discoteche. Sguardi familiari, della stessa città, con storie diverse. Ora sono in fila, con le stesse richieste e compilano un modulo per lo stesso futuro. "Vogliamo una casa - strilla a gran voce un giovane davanti al Comune - I miei genitori hanno lavorato duro, trentanni per costruire quella casa. Venga, le faccio proprio vedere come é adesso. Un cumulo di mattoni. E quel pezzo che rimane in piedi lo hanno puntellato, altrimenti sarebbe caduto provocando altri danni". Le radio locali smistano e spesso coordinanogli appelli e le informazioni verso i cittadini. Molte frazioni sono isolate, le strade interrotte. "C'é bisogno di un medico a Cesi e di quattro caterpillar a Belfiore". Voci concitate, provengono da radio che hanno stravolto il palinsesto fatto di quiz e maghi. Ora non riescono a trasmettere neanche un brano musicale. Sono un fiume di notizie di servizio. Servono anche alle amministrazioni comunali che mandano via etere ordinanze improvvisate sullo stato delle abitazioni, sulle condizioni delle falde acquifere, sulle mille frane provocate dal terremoto. La gente si attrezza per la notte che cala all'improvviso. Fa freddo. Molte macchine sono diventate accampamenti mobili, piazzate in spazi aperti, alle periferie dei paesi. Tende da campo, brandine, cucine per centinaia di persone. Molto viene smistato dalla Protezione Civile ma anche dai volontari. Dalla radio giunge la notizia del giorno. "La volta principale della Basilica di Assisi é caduta. Quattro persone sarebbero ancora sotto le macerie. E' successo alle 11,40, l'ora della seconda scossa". Un pezzo della storia dell'arte, patrimonio dell'Universo, é ridotto a un puzzle di difficile ricomposizione. La volta della Basilica Superiore di San Francesco d' Assisi era lì da secoli, custodita dai frati come una reliquia. Ha visto guerre, sfiorato bombardamenti, ascoltato voci di Papi e i peccati della gente comune. Eppure é andata giù, come quei castelli di sabbia che i bambini costruiscono di giorno e il mare li porta via all'imbrunire. Per Assisi è un disastro. Per l'Italia é una ferita incolmabile. Della caduta della volta,rimangono quelle immagini di un operatore di Umbria Tv che fanno il giro del mondo e diventano il simbolo del terremoto.
Il cameraman vuole riprendere la basilica dopo la scossa della notte, invece fotografa in pochi secondi l'attimo della disgrazia. Ci sono i tecnici delle Belle Arti con i francescani che guardano in alto, verso la volta. Ad un tratto, la telecamera traballa. E' il terremoto: Il cameraman si sposta di qualche metro indietro, rimediando l'androne verso l'uscita. L'occhio elettronico entra nei particolari. Tonnellate di intonachi, mattoni, calcestruzzi inghiottono l'interno della Basilica mentre i funzionari del Ministero e i Padri Francescani diventano dei puntini risucchiati dalla polvere . Rose di color carminio racchiuse in cerchi di un azzurro indicibile. Quadrati rossi e neri che compongono arditi giochi geometrici su fondo bianco. Foglie stilizzate verde scuro che spiccano su una campitura chiara. Rimane a terra, nel prato, quel che resta della volta della Basilica. Sono i frammenti dei costoloni e delle nervature che si slanciavano in alto. Coprivano il tempio voluto per la glorificazione di San Francesco. Travolti dal crollo, gli elementi di un mosaico di arte italiana, vengono raccolti, pezzo dopo pezzo, e deposti sopra assi di legno, in un ricovero improvvisato davanti all'entrata della chiesa. Sono le vele dei quattro evangelisti dipinti da Cimabue sopra l'altare maggiore e quelle della prima campata, con i quattro dottori della Chiesa, attribuite a Giotto in età giovanile. Dai giorni del terremoto, la terra ha tremato ottomila volte.Dice Andrea Todisco, direttore centrale della Protezione Civile. "In Umbria e nelle Marche si é registrato un terremoto anomalo. I nostri apparecchi hanno registrato almeno ottomila scosse di varia intensità. Quando sembrava svanire, il sisma tornava con una forza senza pari in Europa. Ci siamo trovati davanti ad un evento senza precedenti. Le difficoltà sono state molte, specie nei primi mesi, perché contro il terremoto non c'é nulla da fare. Si può prevenire il crollo degli edifici, utilizzando materiali anti-sismici, magari presi in prestito dalla tecnologia giapponese e americana". Scosse di assestamento che raggiungono il settimo e l'ottavo grado della scala Mercalli, per settimane, per mesi. Umbri e marchigiani, da sempre rivali, si ritrovano nelle stesse emergenze. Ci sono ritornato altre volte da quelle parti. Nei giorni delle polemiche sull'arrivo dei container, durante la visita del Papa ad Annifo, quando Assisi era una città fantasma, senza turisti, con i commercianti che aspettavano davanti ai negozi con le braccia conserte. E' il racconto del dopo terremoto. 9 del mattino. Sono a Pale, alle porte di Ponte Santa Lucia, sulla strada che da Foligno porta a Colfiorito. Vedo le roulottes, le tende blu, due capannoni allestite da alcuni abitanti con martello, chiodi, legno e sudore. Il campo sportivo ospita i container. Nel settembre '97, un capo famiglia mi strappa il microfono dalle mani. "Dica alla radio che ci hanno lasciati soli.Il paese é distrutto. Abbiamo organizzato una cucina da campo, dormiamo nelle macchine perché abbiamo paura". Da Pale vado ad Annifo. Sono pochi chilometri. E' il paese simbolo del sisma. Un signore mi ferma, vuole parlare. "Sono nato a tre chilometri da qui ma questo é il mio paese. Oggi vivo in un container. Ho avuto la casa completamente lesionata, inagibile dalle prime scosse. All'inizio non mi sembrava vero ma adesso più passa il tempo, più ci accorgiamo come siamo messi. Ridotti dentro a un container e con la casa da ricostruire. Si sta stretti, d'inverno c'é umidità. Io lavoro la terra, ho un'azienda agricola".Fuori dalle strutture della Protezione civile un pensionato si guarda intorno. "Si sta bene anche qui ma a casa tua si sta meglio. Avevo una casa piccola é rimasta bloccata su nel paese. Annifo é stata distrutta dalla scossa delle 11,42. Stavo in casa. Mi sono alzato perché ho sentito prima una leggera scossa. Usciì da casa, portandomi dietro la moglie e la figlia grande. E dalla collina davanti ad Annifo abbiamo visto la distruzione del paese". Suor Lorenza viene da Milano. E' stata chiamata dalla Diocesi nelle zone del dolore e della sofferenza." Mi sembra di essere una di loro, vivo insieme agli altri. Pensavo di venire qui per fare cose importanti invece sono stati loro a darmi la vita e tanto amore. L'accoglienza squisita, la semplicità. Sono persone che lavorano tanto. Lei é qui, ad Annifo 2 perché il paese non c'é più. Abbiamo messo i numeri civici, i sensi unici. Proprio come un vero paese. Dipingeranno i container. La vita é ripresa." Don Flavio ha settantanni, c'é nato ad Annifo. Vive nel container numero 37. "La maggior parte sono persone anziane, che vivono con la loro pensioncina, lavoretti di campagna. Alle 11,40 stavo andando verso la chiesa. Mi sono fermato un attimo, quello che mi ha salvato. Vidi la chiesa crollare davanti agli occhi. Non possiamo lamentarci sui soccorsi. Sono arrivati subito, tempestivamente. Ho la speranza di rivedere Annifo come era prima del terremoto". Da Annifo a Fort Cesi c'è una piccola stradina che va nelle Marche. L'esercito é in una spianata di fango, una palude. Il vice comandante Speranza mi accoglie. "Smontiamo le tende e le portiamo nei magazzini. Portiamo pacchi con viveri, soprattutto nei paesi sperduti dell'Appennino umbro-marchigiano". Don Cesare é il parroco di Cesi, mille anime che vivono tra i detriti della loro memoria. "Sono qui dal '55. Vengo da Camerino. Cesi era stata toccata alle 2,33. Il 60% delle case rase al suolo, il resto rimane inagibile. La gente vive di agricoltura, la maggioranza sono pensionati. Ci sono stati momenti di terrore. Noi non ci rendevamo conto, la terra tremava in continuazione da Collecurti a Valleverde, a Colfiorito." Una signora si avvicina a Don Cesare. "Per noi é la prima, la seconda e la terza casa. Viviamo qui da sempre. Ho smesso di piangere un mese fa, di notte non si dormiva. L'abbiamo costruita con tanti sacrifici, questa casa. Siamo dieci persone: occupiamo tre container. Abbiamo perso anche la nostra attività di fabbri". Lontani dall'epicentro del sisma non si sta meglio. A Sellano il terremoto arriva un mese dopo, il 14 ottobre. Nello spiazzo a valle del paese, due boys scout camminano verso il Comune. "Sentivamo la forza del terremoto ma ognuno stava a casa propria. Così abbiamo deciso di darci da fare, smontare e rimontare tende, pulire le strade con la Protezione civile, organizzare improvvisate cucine da campo. Siamo tristi e felici. In questo dramma almeno ci sentiamo utili". Il sindaco di Assisi, Giorgio Bartolini si ricorda di quel 26 settembre 1997. "Ero entrato nella Basilica con i funzionari e i frati francescani. Dovevamo fare un normale accertamento dei danni causati dalla scossa delle 2,33. E' successo di tutto, ho visto il buio e la polvere. Intorno a me c'erano soltanto le urla delle persone che oggi non ci sono più. Sono uscito. Fuori c'era la vita e il cielo sopra Assisi. Dentro c'era solo il silenzio della morte. Quel giorno non lo dimenticherò facilmente". Quei mille puntini sparsi nel verde, ora non ci sono più. Le tende della Protezione Civile sono tornate nei magazzini, per altre emergenze. Al loro posto ci sono quei container, piccole case mobili, freddi d'inverno, troppo caldi d'estate. Qui l'emergenza si chiama ricostruzione e il futuro sta dentro quella crepa solcata nella storia del mondo.
NELLA LAGUNA
"La notte di Porto Marghera mormorava sorda e profonda, respirava ringhiosa, come un animale mitologico o fantascientifico che dormisse ruminando respiri o bisbigliando con voce sommessa e cavernosa. Era la voce, il respiro delle fabbriche, ed era ovunque"
Gianfranco Bettin
Porto Marghera. 7 del mattino. Cancello 3. Una strada divide in due il Polo chimico, va dritta verso la laguna che vedi da lontano quasi fosse un miraggio. Uno, due chilometri, forse tre, dritti. Passi accanto a capannoni vuoti, ciminiere inattive, vecchi impianti bloccati dal tempo e dalle mille battaglie degli operai. Sono i simboli di una stagione della chimica che non potrà più tornare. Archeologia industriale, rancori sopiti dalle malattie, rabbia scritta nei verbali delle aule processuali. Marghera. Bisogna arrivare di mattino, dopo che la notte ha inghiottito gli ultimi vapori delle ciminiere ancora in produzione. Entrano gli operai e gli impiegati, i tecnici dei laboratori pagati da Enichem per realizzare gli studi di una chimica compatibile con la salute e con l'ambiente. Giungono da tutto il Veneto, con le macchine, i treni, i pullman. Marghera é una striscia di fumo denso tra il mare e i canali industriali, tra Mestre e Venezia, che scivola lungo il Ponte della Libertà. La laguna é un filtro, un cuscinetto d'acqua tra la chimica e la cupola di San Marco e accompagna il viaggiatore in pochi chilometri nello scenario artistico della città più bella del mondo e nello scempio della politica industriale.
Marghera é un sogno di modernità infranto anno dopo anno. Fino ai giorni della chimica, negli anni Settanta, era il più importante polo industriale italiano, il terzo in Europa. Industria di base, chimica e acciaio, realizzata con investimenti e capitali privati e pubblici. A Marghera si insediavano l'Eni, la Montedison, l'Enel, l'Ilva, aziende in crescita che davano lavoro a 42 mila persone, senza contare l'indotto formato da mille industrie che ricavavano denaro per le produzioni esterne. Ora é diverso. La crisi della chimica riduce posti di lavoro. Solo all'Enichem sono occupate 2700 persone. L'Enichem costruisce una città nella città: 600 ettari, 140 chilometri di rete stradale interna. Quando entri dal cancello 3, tutte le direzioni sono possibili. Ci vuole molto di più di una cartina, potresti perderti lungo le stradine che costeggiano i canali di scolmamento, tra i vapori che escono dagli impianti, nelle piazzette che diramano altre strade, dentro i capannoni inutilizzati e in quelli dove ancora si lavora. Con la strada arrivi allo scarico Sm15, messo sotto accusa dagli ambientalisti e dal pretore di Venezia Luca Ramacci che lo ha bloccato per alcune settimane. Incontri operai giovani, entrati a Marghera negli ultimi anni e quelli più anziani che portano in consegna i ricordi delle battaglie dei settanta, la stretta correlazione tra sviluppo industriale, tutela della salute, equilibrio ambientale. Con le vertenze sindacali di allora veniva rovesciata la teoria che "la salute non si paga", che agli imprenditori era sufficiente la corresponsione di soldi per compensare i possibili danni fisici ai dipendenti. Anni di consapevolezza. Raccontati ancora oggi. Livio Marini, operaio alle Montefibre. "Allora un operaio non sapeva cosa produceva, con quali sostanze veniva a contatto. Non conosceva le conseguenze che quei fumi colorati e puzzolenti avevano su se stesso e sull'ambiente intorno. Il sindacato non era preparato, nessuno era in grado di contestare le decisioni dell'industria. Un pò l'ignoranza e molto il ricatto del posto di lavoro avevano ritardato la comprensione di questi problemi. Tornavi a casa alla sera e tua moglie ti guardava come se fossi un mostro". Franco Baldan sta al Petrochimico dal 1970. "Avvenne tutto all'improvviso. A un certo punto in fabbrica gli operai decisero che bisognava aprire una vertenza sulla disagiata. Allora definivamo così quei lavori più pericolosi per la salute, anche se a pensarci bene erano tutti dannosi. Le lotte erano molto forti, c'era uno scontro frontale. Si decideva il blocco degli impianti,si chiedeva all'azienda di sostituire i filtri, di cambiare i pezzi che secondo noi non andavano bene, di effettuare opere di risanamento e di bonifica". Gabriele Bortolozzo, precursore delle battaglie ambientaliste a Marghera, morto in un incidente stradale, offre il suo racconto a Gianfranco Bettin, vicesindaco di Venezia e saggista, nel suo libro, Petrolkimico. "Alla notizia che il Cvm, cloruro di vinile, era cancerogeno, i lavoratori vennero presi dal panico, serpeggiava il terrore, molti lavoratori vennero presi da crisi depressive, le notizie che giungevano dall'ambiente medico internazionale parlavano di una sicura fine da cancro per gli esposti. Ai cv, c'era un'attiva Commissione Ambiente, formata da membri del Consiglio di fabbrica,che accorreva nei reparti alla chiamata dei lavoratori ogni volta che si presentava un problema di nocività. Nella lotta per la salute del '73 ai cv, con richieste di risanamento degli impianti, si confrontarono due linee di tendenza:quella operaista che chiedeva la fermata degli impianti, la ristrutturazione e il riavvio; l'altra padronale e sindacale, che voleva la ristrutturazione impiantistica a step, a settori, con parziali e brevi fermate e non riduzione della produzione. Passò la seconda linea, ma con forti prese di posizione operaie: fermate, proteste, rifiuto di esecuzione di lavori, se non in sicurezza e ottimale bonifica impiantistica". La memoria della generazione di Bortolozzo non é sopita. Basta entrare nei capannoni, dove ancora oggi si fanno lavori pericolosi. Si avverte la preoccupazione, anche tra i giovani assunti. Claudio ha 29 anni. Lavora nella zona di Porto Marghera da 7. Lo incontro nella pausa pranzo. "Si trattano materie prime che spesso sono pericolose. L'allarme però è circoscritto nella zona industriale, nelle officine e anche in alcuni capannoni limitrofi. Credo che faccia parte del nostro lavoro. Chi sta nella chimica lo deve sapere che non lavora su materiali innocui. Non c'é un controllo effettivo sulle produzioni. Questo può accadere per le grandi aziende ma a Marghera c'é di tutto, piccole realtà che occupano dieci, venti operai. Dobbiamo stare attenti che la fabbrica non si fermi, vada avanti a creare lavoro e chimica pulita, che non porti problemi alla popolazione e a chi lavora per otto, nove ore. Sappiamo come funzionano certi processi, che le materie che lavoriamo possono creare inquinamento. Quando un magistrato blocca il canale di scarico, ti arrivano i dubbi, quelli seri. Li risolvi andando in direzione, protestando, non c'é altro modo per difendersi. Li costringi a metter sistemi di sicurezza più adeguati, tecnologicamente all'avanguardia. Un giovane assunto prende in busta paga un milione seicento mila lire circa, un turnista può prendere di più. Vale poco il denaro quando ti viene il cancro". Franco, 30 anni, nuovo assunto. "C'é preoccupazione per il nostro posto di lavoro. Il magistrato blocca lo scarico e l'azienda invece di affrontare il problema ambientale chiede la riduzione degli occupati. Non mi sembra una politica moderna. Ho già vissuto l'esperienza di una chiusura. Non la vorrei ripetere anche perchè, fuori dal Petrolchimico, non vedo altre alternative. Quando lavoravo nell'azienda piccola, vedevo con piacere la possibilità di migliorare. A Enichem abbiamo imposto il turnover e l'obbligo di sostituire i prepensionati con giovanni assunti. Se chiude Porto Marghera, sparisce il lavoro in mezzo Veneto". Gianni, 34 anni, da nove a Marghera, sindacalista della Cgil. "Le notizie che provengono dalle aule processuali e dalle iniziative della magistratura hanno sortito tra gli operai effetti impressionanti. E' una fase decisiva per lo stabilimento. Siamo arrivati all'accordo con tutte le parti, con le istituzioni, dopo anni di battaglie e di polemiche. Si decide con quali modalità la fabbrica continuerà a produrre, le linee guida del futuro eco-compatibile. Un futuro certo. Vogliamo lavorare bene, con assicurazioni sulla popolazione. Ci sono leggi, basta applicarle. Quelle che giungono dall' Unione Europea sono le più ferree, stabiliscono i limiti delle emissioni che dobbiamo perfino abbassare per stare in sicurezza. La chimica compatibile con l'ambiente é possibile soltanto con forti investimenti e tecnologie. Noi abbiamo tracciato la strada per questo accordo che poi é stato firmato. Riunioni con Governo centrale e locale che vanno avanti dal '96. Non é stato facile mettere insieme esigenze diverse,tre ministri competenti. Abbiamo prima siglato tredici accordi con le realtà che lavorano nel territorio per 1500 miliardi, soldi funzionali all'ambiente e alla messa in sicurezza degli impianti." Giuseppe Scaffidi é il direttore dell'Unità Progetto e Ambiente di Enichem. "Il caso di Porto Marghera é emblematico sul piano ambientale. Enichem sta applicando normative non ancora recepite in Italia. Sono linee comunitarie che affrontano il miglioramento dell'ambiente con l'approccio integrato. Sono sistemi che guardano avanti. Si tratta la qualità degli impianti, non separatamente: acque, rifiuti, tutto insieme, come fosse un unico problema. La chimica a Marghera negli anni Trenta, Cinquanta era pericolosa. Non é stata felice l'idea di realizzare un polo chimico nella laguna, a poche centinaia di metri da luoghi abitati. E' stata pianificata su basi e concetti che oggi non hanno più senso. La nuova normativa comunitaria, la Seveso 2 sui rischi industriali, pone il problema della razionalità di programmazione sul territorio e la pianificazione urbanistica: si raccomanda di non promuovere sviluppi di questo genere, con case e scuole vicine a capannoni chimici. Stiamo percorrendo due linee: moderare l'impatto dei rischi industriali e delocalizzare gli impianti rispettando i parametri europei. "Alberto Fogli é il direttore dell'Enichem di Porto Marghera. Lo conosco da anni, quando litigammo a Mantova in un dibattito sul benzene. Anche allora c'erano, da una parte gli operai e i cittadini, dall'altra l'azienda. Anche in quel caso si doveva fare i conti con l'inquinamento. Mi accoglie dentro il laboratorio di ricerca ambientale, tra apparecchiature costose non ancora attive. Ingegneri, chimici, esperti entrano ed escono dalla struttura creata dall'azienda. "Enichem occupa a Marghera 2700 persone dirette e 700 indirette. Gran parte dei lavoratori vivono nella zona provinciale di Venezia. Lo stabilimento ha un forte impatto a Marghera. Noi abbiamo presentato un piano ambientale che va nella direzione del miglioramento delle condizioni degli operai e della popolazione. Quando si introducono tecnologie avanzate, ci possono essere aggiustamenti interni che non arriveranno mai ai licenziamenti,alla mobilità, alla cassa integrazione. Il piano ambientale vale alcune centinaia di miliardi. Non é poco". Procura della Repubblica, procedimento penale n. 3340/96. E' il processo contro Enichem, Montedison, Montefibre, promosso dal Pm Felice Casson contro Eugenio Cefis, Mario Schimberni, Lorenzo Necci e altre 35 persone. Scrive Casson. "Il punto di partenza é costituito da una serie impressionante di decessi e malattie che poniamo in correlazione con la trattazione del CVM/PVC, cloruro di vinile, da parte di lavoratori che hanno avuto a che fare con questa sostanza chimica tossica e cancerogena. "Sul Cvm si indaga dal 1969. Le ricerche scientifiche di Pier Luigi Viola della Solvay di Rosignano confermano l'esistenza del pericolo costituito dalla presenza di gas negli ambienti di lavoro. La Montedison é a conoscenza della pericolosità ma non fa nulla per evitare di istallare impianti vicini a luoghi abitati. Il cloruro provoca tumori maligni, bronchiti croniche, rarefazione di alcune ossa del polso e della mano, epatopatie, diminuisce le piastrine nel sangue. "L'accusa formulata inizialmente - sostiene Casson - nei confronti degli indagati prospettava l'ipotesi di omicidio plurimo, in quanto fin dal '69 era scientificamente emersa la potenzialità cancerogena del cloruro di vinile monomero. Man mano che procedevano le indagini preliminari, é emerso che le aziende hanno disposto ed effettuato degli interventi migliorativi degli impianti nel corso degli anni, anche se questi interventi, di fronte a un cancerogeno come il Cvm, da una parte erano sicuramente inutili per certi reparti e dall'altra si sono dimostrati insufficienti, in considerazione dell'elevato numero di morti e di malattie accertato". Un altro giorno é andato a Marghera, i cancelli si chiudono, le luci si spengono. Rimangono solo le voci e le storie di un crimine in tempo di pace.
LA DIGA
"Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto é definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c'erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa é una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto é stato fatto dalla natura che non é buona e non é cattiva, ma indifferente"
Giorgio Bocca
Nove ottobre 1963. Sono le 23. I programmi televisivi si interrompono per pochi minuti. Sullo schermo appare un giornalista concitato che detta le prime righe di agenzia. Notizie grame che vengono da Longarone, Nord-Est d'Italia. "Poco fa, il monte Toc si é sbriciolato, la terra é caduta sulla diga del Vajont provocando un'onda lunga che ha travolto alcuni paesi. Longarone, il più popolato, ora non c'é più". Basta uno sguardo e nelle case, nei bar, piomba il silenzio, lo sgomento. Si sta davanti alla tv come tutte le sere ma le immagini in bianco e nero di Rangers Glasgow-Real Madrid diventano piccole davanti a quella notizia. Ci si sente più soli, forse vulnerabili. Quella gente di mercoledì sta nei locali, insieme: assiste al vecchio rito collettivo del calcio,che la televisione trasmette sul secondo canale. Così è a Milano, così é a Longarone. Solo il giorno dopo, si ha l'esatta percezione di quello che é accaduto, lassù sulla diga del Vajont. I giornali pubblicano i contorni di una catastrofe, la prima avvenuta in Italia. Racconta Marco Paolini nel suo spettacolo dedicato alla sciagura di Longarone. "So che 260 milioni di metri cubi di roccia, coste di montagna alte 300 metri, rocciose, con i boschi sopra, con i corsi d'acqua, con lo stagno, coi campi coltivati, coi pascoli, le vallate, le colline. Le case, con le stalle e le bestie che muggiscono impazzite, con altri alla catena che si soffocano pur di scappare, con gli umani che non li hanno abbandonati. Un mondo intero intenso, immenso, fatto a emme, passa, compatto, non sbriciolato a sassi. Un mondo intero con gli alberi ancora dritti, passa tutto insieme da 60 centimetri a 100 chilometri all'ora in meno di un minuto". Passano le ore e dalle redazioni dei quotidiani giungono gli inviati di punta. Sono viaggi difficili, tra mille blocchi stradali, frane, smottamenti. Gli occhi guardano attraverso i vetri di un treno che corre verso il Nord-Est italiano. Si attraversano paesi rasi al suolo, squarci del terreno che nascondono case sventrate. La sciagura sta tutta dentro i loro pezzi che i lettori leggono solo di venerdì. Lo scrittore Dino Buzzati, di Belluno, vive quel dramma più di ogni altro. Del Vajont già conosce tutto: i boschi, i paesaggi e quella diga tra il Veneto e il Friuli, discordia di un paese nel pieno del boom economico. "Un sasso é caduto in un bicchiere, l'acqua é uscita sulla tovaglia. Tutto qua. Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri, e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi. E non é che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito perché il bicchiere era fatto bene, a regola d'arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umano. La diga del Vajont era ed é un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico". Buzzati detta il suo pezzo al Corriere della Sera, da un telefono di fortuna: dona l'immagine di un evento che si poteva evitare, forse partendo da quella diga, capolavoro ancora intatto, sfida dell'uomo e incoscenza giovanile di chi potere non ha sul destino segnato dalla natura e dalla fisica. Di Longarone, della sua vita, non c'é più traccia. Il tempo si ferma alle 22,39 del 9 ottobre 1963. E da allora, dopo che gli anni hanno fatto il resto, é una ferita insanabile, una rabbia mai sopita. Lo capisci quando entri in un bar, alla stazione, nei ristoranti. Sembra che il racconto reso celebre dall'attore e regista Marco Paolini, rimanga una memoria collettiva composta da mille storie sentite e sussurrate, urlate nelle aule processuali, in televisione e sui giornali. I ragazzi della classe '63, che oggi hanno poco più di 35 anni, non se ne sono andati. Raccontano storie dal Vajont. Parlano di cose sentite nelle sere d'estate, quando i vecchi giocano a carte nei cortili, e bevono vino e grappa fino a stordirsi. Storie di chi é rimasto in piedi dalla furia di 260 milioni di metri cubi di roccia che cadevano sul bacino della diga e che mandavano in cielo, l'onda da 50 milioni di metri cubi. Almeno quei ragazzi sanno di chi é la colpa. I nonni, i padri gli hanno raccontato ricordi che si perdono nel passato. Da quel 4 agosto 1928. Settant'anni fa,il professor Giorgio Dal Piaz stende la prima relazione sul bacino artificiale del Vajont e si convince che la struttura della conca non presenta particolari problemi. "Le condizioni non sono peggiori di quelle che si riscontrano nella maggior parte dei bacini montani del Veneto". Nel gennaio 1929, la Società Idroelettrica Veneta intende deviare il torrente Vajont per produrre successivamente l'energia elettrica. Scoppia la seconda Guerra mondiale ma il progetto non si ferma. Siamo nel 1940. La SADE, Società Adriatica di Elettricità, vuole costruire una diga alta 200 metri e un serbatoio contenente 50 milioni di metri cubi di acqua. Il 24 marzo 1948, il Presidente della Repubblica firma la concessione. Un anno dopo, il consiglio comunale di Erto-Casso vende alla Sade i terreni in Val Vajont ma per un errore catastale dona anche appezzamenti di terreno di propietà privata. Nel 1957, la Sade non ha ancora ottenuto la concessione definitiva, con tutte le varianti necessarie ai progetti, ma inizia i lavori della diga. Modifica perfino le dimensioni dell'invaso: secondo i tecnici la diga può raggiungere 266 metri di altezza e il serbatoio deve contenere almeno 150 milioni di metri cubi di acqua. Costo lordo: 15 miliardi. Un terzo dei finanziamenti proviene da contributi governativi. Il 17 aprile arriva dal Governo l'autorizzazione ma la Sade é già al lavoro da quattro mesi. I giochi sembrano fatti. Da Roma, i segnali sono contrastanti. Si offre alla Sade la possibilità di realizzare la diga e si mettono le briglie al progetto con indagini geologiche sul terreno, sulla sicurezza degli abitanti e delle opere pubbliche. Il tempo passa ma le indagini richieste dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici non vengono nemmeno prese in considerazione. Nel '59 accade il primo segnale preoccupante: 3 milioni di metri cubi di roccia cadono nella diga costruita dalla Sade, un operaio muore ma per la Sade i lavori devono continuare. Il 4 novembre 1960 c'é il secondo segnale: una frana di 700 mila metri cubi di roccia si stacca dalla parete del Monte Toc e cade nel bacino. Sul versante sinistro della valle, compare una fessura di due chilometri e mezzo a forma di emme. Proprio come il profilo del terreno appare il giorno della catastrofe. Tre anni prima della frana del Vajont, crescono le probabilità di un improvviso distacco di una massa enorme di terreno. La storia é già scritta. Per i tecnici della Enel-Sade, la mattina del 9 ottobre 1963 inizia presto. Alberico Biadene, vicedirettore generale del settore tecnico prende carta e penna scrive via telex a Mario Pancini, direttore del cantiere. "In questi giorni, la velocità della frana é decisamente aumentata. Mi spiace darle cattive notizie ma deve subito rientrare dalle ferie. Che Iddio ce la mandi buona". E' mezzogiorno. Alcuni operai dell'Enel si fermano a mangiare i panini per la pausa pranzo sul coronamento della diga e osservano, minuto dopo minuto, il movimento della montagna: avvallamenti e alberi sradicati, inghiottono lentamente la strada che corre a mezza altezza.Sulla sponda sinistra della diga, si apre una crepa lunga 5 metri, proprio dietro alle baracche degli operai. Dal bordo della diga si vedono grandi alberi sollevare impressionanti zolle di terra. Vengono avvisati i carabinieri che dispongono un blocco stradale nella zona del Massalezza. La frana lavora e come un tarlo modella la terra, la plasma e la trasforma. Viene chiusa la statale di Alemagna, prima e dopo Longarone. Il geometra Rittmeyer telefona a Biadene. "La montagna ha cominciato a cedere. Sono molto preoccupato per la frazione di Erto delle Spesse". Mentre i due parlano con voce concitata, una telefonista di Longarone si intromette nella conversazione. "Scusate se vi disturbo, ma c'é pericolo per Longarone?". Dall'altro capo del telefono scende il gelo, si interrompe la comunicazione, nessuno deve sapere cosa accade qualche chilometro più sù, verso il Monte Toc. Sono le 22,39 e la frana si stacca all'improvviso, come un unico blocco. Si scaglia sull'acqua della diga, come un corpo unico, compatto. 260 milioni di metri cubi di roccia, strade, alberi, terra, tutto. L'onda di 50 milioni di metri cubi si divide in due direzioni. Distrugge le frazioni di Patata, San Martino, Frassen, Il Cristo. Dall'altra parte supera la diga e rade al suolo Longarone e i paesi limitrofi. Affluisce a valle, nel Piave. Una strage: 1917 morti, tre quarti a Longarone. Di chi é la colpa ? 17 dicembre 1969. Si conclude il processo di primo grado. L'accusa chiede 21 anni per tutti gli imputati di disastro colposo, omicidi plurimi e aggravati. Il Tribunale affligge però condanne lievi, fino ad un massimo di sei anni, di cui due condonati. Ci sono anche assoluzioni. Non si riconosce il perno dell'accusa: quella frana era ampiamente prevedibile.
IL FAX DELLA DISCORDIA
"L'acqua non era fredda. Laggiù in mezzo al fiume, la draga rideva nel sole ... Era giunta alle icrespature a mulinelli della foce e davanti scorreva poderosa la corrente"
Cesare Pavese
Il sole taglia di traverso il finestrino della macchina che corre lungo quel pezzo di pianura tra Piemonte e Lombardia. Il verde dei pioppi confonde i colori sfumati del granoturco e si riflette negli specchi d'acqua delle risaie. Girano intorno uomini che guidano trattori nei campi. A ridosso dell'autostrada si scorgono, tra capannoni industriali e vecchi cascinali, stradine che il tempo consuma, canali d'irrigazione, argini. Un'anziana donna dai larghi fianchi pedala la sua bicicletta. Compie quel percorso da anni. Verso il Po, appare il Ticino, con il suo grande e attrezzato parco e le oasi naturali conservate. Un complesso sistema di piccoli corsi di fiume alimenta quella terra di mezzo: laghetti sperduti, minuscoli rigagnoli, spicchi d'acqua, sorgenti. Nella terra di nessuno, i salici fanno da contorno all'Italia dai mille campanili, con i tetti appuntiti. Più in là, una leggera nebbiolina nasconde i bricchi degli appennini. Il Po arriva poco dopo una curva. Senti la sua presenza da lontano, le attività si intensificano: cave per il setaccio di ghiaia e sabbia, industrie. I sapori diventano forti, gli argini che l'uomo costruisce contro le piene, più alti. Poco dopo, un fumo bianco, denso e maleodorante, esce da una ciminiera di un'industria chimica e rovina la poesia di quella campagna: così, in un cielo terso di mezza estate, rimane una strana nuvoletta rosa, proprio sopra il capannone. L'uomo organizza la propria esistenza, lungo i seicento chilometri del fiume, conquista ciò che l'acqua lascia ai suoi margini, aree fangose che bonifica nel corso del tempo. Come una sfida. Lascio il Po alle mie spalle. Entro nella zona dei fiumi piemontesi, Tanaro e Bormida, ma il paesaggio non cambia. L'autostrada che da Piacenza va a Torino scivola tra i coltivi segnati dai solchi del trattore. Terre di vigna e di sudore. Tanaro e Bormida si incontrano per pochi metri e si lasciano dietro terre incolte. Oggi é in atto la ricostruzione. Dall'alluvione del 94, nulla é come prima. I ricordi sono ancora vivi. Nel punto di congiunzione dei due corsi, l'acqua invadeva il tratto di autostrada, travolgeva ogni cosa, fino alle porte di Alessandria. Chilometri quadrati si erano trasformati in un lago di fango senza contorni: case sommerse, inutilizzabili da Ceva fino all'Oltrepò pavese. E' un bilancio che mette i brividi: 35 persone morte, decine di dispersi, migliaia di sfollati. Caddero sessanta centimetri di acqua in sessanta ore: nell'alluvione di Firenze del 4 novembre 1966, piovve per 44 ore. Durante l'alluvione in Piemonte molte persone vennero salvate grazie all'intervento di vigili del fuoco, soldati, volontari della Protezione civile, del Soccorso alpino e della Croce Rossa, al lavoro con mezzi anfibi, barche, gommoni, elicotteri. Altri,meno fortunati, dormirono sui tetti delle case, con l'acqua che toccava il quarto piano. Asti é venti chilometri verso Torino. L'alluvione l'aveva colpita che era notte, colta impreparata, incredula. Nel 94 sembrava Firenze e in piazza del Palio emergevano solo i tetti delle auto. Oggi i segni di quel disastro rimangono solo su qualche cancello di cascina. Il resto é in piedi. Tra i terrazzi ritagliati dalla collina, sono tornate le vigne del Nebbiolo, del Barbera e Moscato. L'industria del vino torna alla produzione. "Si fanno vedere anche i clienti dall'estero - dice un ragazzo che porta avanti l'arte dei suoi avi - Allora sembrava tutto finito, le cantine allagate, le botti esplose dalla pressione dell'acqua". Il sapore del mosto resta impregnato sui muri, sul selciato. Lo avverti anche se l'uva é lontana da pigiare. Ovunque. Anche nei volti delle persone, dal Roero al Monferrato, fin nelle terre di Langa. Sotto i pendiì, Alba é diversa dai tempi dell'emergenza. Allora l'acqua entrava fin nei vicoli del mercato del tartufo. Ogni evento ha un'immagine che diventa poi un simbolo. Nei giorni dell'alluvione e delle piene improvvise, le tortine di cioccolato della Ferrero galleggiavano davanti al parcheggio dello stabilimento: operai, impiegati, nuovi assunti e gente in procinto della pensione, ripulivano la fabbrica dai detriti che il Tanaro portava in pianura, dopo aver attraversato Ceva, Monchero, Cherasco, Cinzano. E la Stura di Demonte faceva il resto. Oggi alla Ferrero si lavora, la fabbrica si é ripresa dai danni subiti durante la sciagura, e quel sapore del vino si mischia con quello del cacao che i cargo portano dal Sudamerica. Le Langhe sono tagli nella terra di Appennino. Ogni collina porta il nome delle famiglie che si tramandano l'arte dell'uva. Grappoli che non hanno prezzo. Conoscono soltanto il duro freddo delle nebbie d'inverno e il respiro caldo di fine estate. Poi maturano. Il vino é dietro ad ogni cascina, dentro le vecchie botti, custodito da gente di poche parole, che parla piano, la cui vita é scandita dall'alba al tramonto, dagli arnesi di un mestiere antico. I castelli sovrastano i colli e ancora più in là, altri colli e castelli, fino al mare. Lungo le stradine assolate, i trattori frenano le macchine, lo spazio e il tempo sono rallentati dal ritmo del mosto. Ricchezza ben distribuita e delimitata da sentieri bianchi che rafforzano la proprietà. L'alluvione del '94 lascia interrogativi ancora irrisolti, sulle colpe, sulle incertezze delle autorità competenti. Come i fax della discordia. Da un esame degli atti giudiziari tratti dalle inchieste che la magistratura ha fatto fin dal '94, emerge che la sciagura era prevedibile. La Protezione Civile era stata informata in anticipo ma nessun provvedimento é stato preso. Il 3 novembre 1994, alle 16,30, l'assessorato alla Difesa del suolo della Regione Piemonte inviò via fax, una nota. Avvertiva che tra sabato e domenica si sarebbero intensificate le precipitazioni, "fino a raggiungere intensità tale da provocare possibili dissesti di carattere idrogeologico sui settori alpini centro meridionali della regione, in particolare sull'Appennino ligure-piemontese e nella valle del Tanaro". Un altro fax venne inviato la mattina successiva. "La particolare situazione metereologica richiede una sorveglianza da parte di enti e amministrazioni preposte a funzioni di protezione civile, in relazione alla possibilità che si verifichino dissesti idrogeologici". Dalle 20 di venerdì 4 novembre e per tutta la notte un funzionario regionale della Protezione Civile instaurava "collegamenti costanti con le prefetture di Cuneo, Asti ed Alessandria ma le popolazioni non vennero avvertite del pericolo. Sabato 5 novembre, alcuni responsabili della Protezione Civile vennero precettati e richiamati d'urgenza dalle ferie in previsione di piogge di eccezionale gravità. Intanto Tanaro, Belbo e Bormida rompevano gli argini in più punti. Nessuno se ne accorgeva. Nemmeno il prefetto Claudio Gelati che dichiarava: "il bollettino si trattava in sé di un avviso di routine, fatto per attivare l'allarme. Non l'abbiamo diffuso perché i comuni erano stati allertati". Sandro Peressin, funzionario della Protezione civile mi diceva: "c'é una legge dello Stato che ordina questa materia e che, ripresa dalle Regioni, indica la necessità di piani comunali d'intervento in caso di calamità, che coinvolgano i mass-media. Il sindaco ne é responsabile unico. Uno dei nostri compiti é appunto quello di calarla nel caso particolare, creando protocolli adatti. I piani, però, devono essere aggiornati e simulati. Ma questo é l'anello mancante: su 1209 comuni piemontesi, quelli pronti si contano sulle dita di una mano. Volpiano, che vive nel rischio industriale, grandi città come Torino e pochi altri. Gli organi centrali hanno parte di colpe nella disorganizzazione ma la Protezione civile comincia a livello locale. Con i comuni preparati, i danni si sarebbero dimezzati, almeno in termini di vite umane". San Stefano in Belbo, lo vedi arrivare dopo le curve ripide di Carmo. Da lontano, con il campanile e i fabbriconi, sta giù nella valle che va a Canelli. San Stefano convive con il suo Belbo. L'acqua e il paese sembrano parlare un linguaggio indissolubile, raccontato dal poeta Cesare Pavese e dai suoi versi. Oggi c'é pure un cartello che indica la presenza di un Parco letterario. Nel '94 la casa che vide i natali di Pavese venne inondata. Per giorni, settimane, lettere autografe e poesie, erano diventate fango, come un'ingiuria, un affronto alla cultura. A San Stefano, la ricostruzione é faticosa. Il lavoro va avanti, al Centro Studi Cesare Pavese e nella casa dello scrittore anche se i segni dell'alluvione ci sono tutti. Guardo attraverso i vetri: ogni cosa é accatastata, sedie rotte, scaffali vuoti e impolverati. Dietro alle siepi, scorre il Belbo, con l'alveo ripulito dai tronchi mentre scavatrici rinforzano gli argini con il cemento armato. Si lavora con fatica e con pochi soldi. Intanto un cane abbaia, la campana della chiesa suona tre rintocchi e una lapide, sepolta dal muschio e da mille edere ricorda le parole di Pavese. "E' una terra che attende e non dice parola". Recinzioni, enormi massi vengono posti sul letto del fiume, rumori di caterpillar che dragano il terreno. Un piccolo uomo, ottantanni, solo nel suo cappello, mi guarda. Sul ponte del Belbo rivive forse i ricordi della sua generazione, quella di Cesare Pavese, e se li porta accanto, senza mai voltarsi, guardando dritto, verso il paese.
LA DISCARICA
"Dovevamo aiutare l'opinione pubblica a capire che la diossina é un veleno a effetto ritardato e l'immagine della zona incendiata suggeriva invece l'idea di una pericolosità che c'era stata ma non c'era più, era finita, spenta. Quante delle difficoltà che avremmo incontrato in seguito ebbero origine proprio da questo appello che sembrava di cessato pericolo ? "
Laura Conti
Pitelli, sponda orientale del golfo di La Spezia. Da lassù si vede il mare davanti alla città e quelle navi militari e civili che entrano ed escono dal porto, ogni giorno, ad ogni ora. Dalla collina puoi osservare la bellezza del golfo dei poeti, Portovenere, l'isola di Palmaria. Le case che stanno laggiù, dall'altra parte della baia, sembrano punti rossi persi in un mare di blu intenso. E i lievi pendii che vanno dalle Cinqueterre fino all'ultima propaggine del promontorio fanno la bellezza di un posto che sa di magia. E' stato così da anni fino a quando gli scavi delle discariche abusive hanno distrutto uno spicchio d'Italia: sostanze tossico nocive ammassate una sull'altra, in un groviglio difficile da sbrogliare. Discariche illegali, costruite dall'imprenditore Orazio Duva, grazie alla compiacenza delle autorizzazioni della giunta regionale ligure. Duvia, il re di Pitelli, che elargisce fiumi di denaro a La Spezia, l'ex meccanico, l'uomo che trasforma una rivendita di moto in un impero finanziario formidabile. Sulla collina non ci sono più i pini. La terra é sezionata, tagliata e scavata dalle pale della Sistemi Ambientali, della Ipodec, della Marina Militare, della centrale Enel. Quattordici, quindici discariche che dominano il lungomare dell'Arsenale di La Spezia.
Ho visto i pini sparire dalla macchia mediterranea in meno di una stagione. Dal balcone di una vecchia casa di mare si vedevano caterpillar che troncavano alberi e la collina si trasformava in terrazze senza forma. Le stesse che una mattina deve aver visto il sostituto procuratore della Repubblica di Asti, Luciano Tarditi e che altri non hanno voluto vedere. Per anni. Perché dietro a Pitelli c'é un mistero. Quello dei fusti di Seveso e delle centrali nucleari russe, dei rifiuti ospedalieri trattati e dei veleni di mezza Europa. Tarditi é un magistrato caparbio. Lavora dodici ore al giorno coadiuvato da un manipolo di poliziotti e carabinieri specializzati in vicende ambientali. Indaga sul traffico nazionale e internazionale dei rifiuti. Lui parte dalla fase successiva all'alluvione del '94. "La mia indagine coinvolge fin da subito la responsabilità della Isa Srl, inquisita nel '97 in relazione a truffe riconducibili allo smaltimento di rifiuti alluvionali. Ho individuato contatti tra la Isa e la discarica di Pitelli. Metto sotto accusa i responsabili della Isa e acquisisco documenti che provano collegamenti tra la Ati e la Sdm di Pioltello che cura il ritiro di rifiuti ospedalieri presso diverse Usl del Piemonte e della Lombardia. Rifiuti conferiti, in parte, al forno inceneritore di Pitelli. Attraverso un lavoro di intelligence, intercetto un traffico proveniente dal consorzio per la raccolta dei rifiuti solidi urbani di La Spezia, il Conir. Emerge che una quantità di rifiuti é destinata alle discariche del Piemonte e del torinese mentre la normativa vieta l'arrivo di sostanze di questo tipo da altre regioni. Il meccanismo attuato é quello solito, del cosidetto giro bolla e delle false fatturazioni. Ma dietro ogni giro bolla falso esiste una fattura in tutto o in parte falsa riferite a lavorazioni non avvenute." Tarditi offre il racconto davanti ai volti esterefatti della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti, presieduta da Massimo Scalia. E' il 2 dicembre 1997. "Indago sulla provenienza dei rifiuti e incrocio le attività della Ipodec, che risulta essere una delle società di Orazio Duvia. Lavoro sulle utenze telefoniche della Ipodec, le stesse della società base, la Contenitori Trasporti.
Solo allora comprendo che l'impero finanziario di Duvia é costellato da scatole cinesi, da decine di società che seguono il viaggio dei rifiuti in tutte le fasi operative, comprese le bonifiche. La Contenitori Trasporti é proprietaria del sito di Pitelli, affidato in gestione attraverso un affitto di azienda, dalla Sistemi Ambientali. Avvio la fase delle intercettazioni. Ho ascoltato 11 mila conversazioni, 350 risultano significative. A Pitelli si svolgevano traffici illegali, penalmente rilevanti. Fatti che si svolgono proprio durante quelle intercettazioni. Si sviluppa il fenomeno del giro bolla,delle falsificazioni,della richiesta ai funzionari responsabili di certificazioni compiacenti. Si truccano davanti ai nostri occhi altre gare che interessano altre ditte del sistema italiano dei rifiuti. Un quadro davvero impressionante. Riesco ad ottenere la rottura dell'omertà nell'area spezzina, che contraddistingue tutte le attività inerenti al fenomeno delle discariche. Mi insospettisco perché la discarica di Pitelli si appoggia alla polveriera della marina militare. Interrogo impiegati, dipendenti e operai della Contenitori e Trasporti .Parlano di interramenti illeciti avvenuti negli anni settanta e ottanta, che durano fino al 1992, quando Orazio Duvia cede la Sistemi Ambientali, conservando una quota della società. Raccolgo quattro deposizioni che indicano i luoghi precisi in cui vengono sotterrati i corpi di reato. Qualcuno ci mostra perfino fotografie scattate sul posto." Tarditi sa che a San Macuto, dove si riunisce la Commissione parlamentare il circuito audio é aperto ma non si fa problemi nei confronti dei giornalisti che lo stanno ascoltando. Vuole far sapere dove é arrivata la sua inchiesta. Spesso chiede la seduta segreta quando mostra le intercettazioni telefoniche e ambientali. Altre volte va avanti a braccio, con brogliacci scritti nella notte. "Nella prima parte dell'indagine sequestro poche decine di metri quadrati in quattro o cinque punti precisi della discarica. Alcuni sono dentro il perimetro di Pitelli, altri stanno fuori. Il carotaggio del terreno avviene subito ma é difficile giungere ai bidoni perché nel frattempo vengono costruiti almeno quattro piani di discarica.
I rifiuti più pericolosi, terribili, stanno in fondo e in questo momento non sono raggiungibili. All'ipotesi di associazione a delinquere, aggiungo il reato di disastro ambientale. E' sufficiente recarsi sul posto, osservare alcune fotografie e quegli edifici a dieci metri dai muri di contenimento. Ci si chiede come é stato possibile concedere autorizzazioni edilizie, con quali coperture. Perquisizioni accurate negli uffici di Orazio Duvia, fanno emergere annotazioni nel libro giornale che portano a nomi della pubblica amministrazione. Dalle prime perizie risulta che la terra é impregnata di diossina, forse proveniente dal possibile interramento a Pitelli dei fusti dell'Icmesa di Seveso. L'indagine epidemiologica in relazione ai tumori non viene effettuata e nelle carte che sequestriamo sono riportati i risultati di analisi sugli eczemi. Il forno inceneritore risulta inadeguato. E' un dato sul quale tutti i testimoni sono concordi, tanto che definiscono quel forno come una stufa o poco più. Nei giorni precedenti alle misure cautelari ci appostiamo nella zona e fotografiamo lo sversamento dei camion,utilizzando macchine fotografiche con teleobiettivo: uomini di polizia giudiziaria si posizionano in un cimitero. Rileviamo le targhe degli automezzi. Così agli atti risultano foto che evidenziano il ribaltamento in discarica di confezioni che somigliano a rifiuti ospedalieri trattati.Sono prove". Da Pitelli passano i 41 fusti frutto della bonifica dell'Icmesa di Seveso. La Givaudan affida alla Mannesman l'incarico di trasportare i residui del reattore dell' Icmesa. Vengono caricati sopra un camion da Bernard Paringaux, l'autotrasportatore legato ai servizi segreti francesi e di mezzo mondo. La sua missione é chiara fin dall'inizio: portare lontano dagli occhi dei giornalisti un carico pericoloso, che potrebbe provare le produzioni militari di Seveso. Trova una discarica a Schoenberg, in Germania. Così organizza un viaggio parallelo con la complicità della Regione Lombardia, e del responsabile dell'Ufficio Speciale di Seveso, Luigi Noé, direttore dell'Enea. Ci sono le prove, le fotografie trovate dal giornalista della televisione tedesca Udo Gumpel. Paringaux fa trovare il 13 settembre '82 in un ex macello di Saint Quentin, 41 fusti che hanno peso e diametro diversi da quelli veri. Arrivano i giornalisti che raccontano il ritrovamento della polizia francese. Viene avvisata la Hoffman La Roche, proprietaria dell'Icmesa: attraverso la consociata Givaudan, se li prende in consegna e li brucia nell'inceneritore della Ciba Geigy di Basilea. I fusti falsi non ci sono più, bruciati, volatilizzati. Quelli veri vanno invece a Schoenberg, vicino a Lubecca, la discarica dei veleni radioattivi dove finiscono le scorie delle centrali nucleari russe. L'assessore regionale della Lombardia, il verde Carlo Monguzzi, trova le bolle di accompagnamento del viaggio parallelo e mentre alcuni giornalisti italiani si recano in Germania i fusti di Seveso spariscono di nuovo, tornano in Italia, nella discarica di Pitelli, a trenta metri sotto la polveriera, nel sistema intricato di tunnel situati in territorio militare. Sono ancora lì. A meno che qualcuno li abbia portati altrove. Il Secolo XIX del 25 giugno 1988 pubblica un'intervista a uno smaltitore illegale pentito. "In dieci anni ho scaricato scorie di ogni tipo in Liguria, Piemonte e in Lombardia. In queste discariche ricordo uno per uno i punti dove ho interrato contenitori colmi di residui chimici. Posso definirmi un inquinatore pentito. Ho lavorato in un certo modo ed era un'attività che rendeva bene. Ne ho viste troppe. Ho visto sparire carichi pericolosissimi. E anche quando la stampa scopriva qualcosa ecominciava a sparare a zero sugli inquinatori non c'erano problemi. Bastava saper aspettare e trovare un'altra discarica". Tarditi a Italia Radio entra nei particolari. "Le Usl del Piemonte pagavano per incenerire i rifiuti provenienti dagli ambulatori e sale operatorie. L'organizzazione invece provvedeva a metterli sotto terra con un costo notevolmente inferiore". 5 giugno 1996. Telefonata intercettata su un utenza sospetta. "Le nuove bolle, le faccio io direttamente. Comunque voi fate sparire, non fate vedere niente a nessuno: voi tenete di questo conferimento solo il tagliando di pesata". 27 Giugno 1996. Intercettazione telefonica agli atti della magistratura di La Spezia. "Strappate l'originale del verbale che avete voi, lo strappate e mettete per ricevuta una sigla sulla nostra copia". Scattano le manette. I primi arrestati sono dirigenti, amministratori, rappresentanti commerciali della ditta spezzina Sistemi Ambientali, della Contenitori trasporti, della Ipodec: Giancarlo Motta, Orazio Duvia, Daniele Paoletti, Franco Bertolla, Ettore Cozzani, Luca Galli, Marco Callegari, Pietro Bonetti ed Eros Polotti. Gli indagati nel primo troncone d'inchiesta sono 21. Poi l'inchiesta passa al sostituto procuratore della Repubblica di La Spezia, Silvio Franz. Franz viene sentito dalla Commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, lo stesso giorno dell'audizione di Luciano Tarditi. "Dall'indagine sono emersi reati che fanno ipotizzare alla Procura di Asti, l'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Asti ha provveduto a stralciare una parte dell'indagine e continua a procedere solo per un pezzo dell'inchiesta mentre ha trasmesso il resto a La Spezia. Nel luglio '97 mi é stato assegnato questo fascicolo piuttosto complesso dal procuratore capo Conte. La gestione dell'inchiesta richiede un impegno notevole da parte mia e degli organi di polizia giudiziaria, il Corpo forestale, il Gico di Genova e i carabinieri. Certi accertamenti sono troppo delicati. L'impressione che ne ho tratto é questa. In alcune regioni italiane se si vuole costruire un palazzo lo si fa senza concessione edilizia mentre in altre si ottiene la concessione, cioé il provvedimento formale, viziato in molti passaggi che rendono difficilmente accertartabile l'illegittimità dello stesso provvedimento. Lo stesso é accaduto a Pitelli. C'è la formalità, esistono i documenti relativi ai procedimenti che si sono conclusi con il rilascio di autorizzazioni. Ritengo di avere individuato ipotesi di falso ideologico: spesso sono state dichiarate esistenti condizioni che esistenti non erano. Mi riferisco a compatibilità con il piano paesaggistico, con il piano regolatore, esistenza di condizioni per l'apertura della discarica, compatibilità del forno inceneritore con la possibilità di trattare rifiuti speciali. Ma i fatti più gravi, avvenuti tra la fine degli anni settanta e l'inizio degli ottanta, potrebbero essere oggi prescritti perchè sono passati troppi anni da quei fatti". Ci sono dunque due filoni che corrono paralleli: disastro ambientale e corruzione. Franz lavora in una città difficile ma va avanti. Arresta un alto funzionario del Ministero della Difesa, Nicola Miglino con l'accusa di corruzione: somme di denaro, buoni di benzina, orologi d'oro. Destinataria di un altro provvedimento cautelare é la sorella di Miglino, Maria Pia, anche lei dipendente del ministero. Viene coinvolto Baldo Pagano, ammiraglio, responsabile della sezione amministrativa della Marina di La Spezia. C'é il sospetto che abbia ottenuto dazioni di denaro per gli appalti dello smaltimento dei rifiuti offerti successivamente a Orazio Duvia. I Tribunali accerteranno l'estraneità di Baldo Pagano dalle accuse. L'ex presidente della Provincia Sauro Baruzzo riceve un avviso di garanzia per mazzette che avrebbe ricevuto dalla Sistemi Ambientali. Insieme ai fusti spuntano altri nomi. Antonio Malatesta, geometra del Comune di La Spezia, in pensione e Ruggero Fiorello, finanziere in servizio all'ufficio registro e protocollo delle Fiamme Gialle. Viene perquisita lìabitazione di Mario Mattei, ingegnere del dipartimento ambiente della Regione Toscana. Secondo l'accusa avrebbe preso soldi e buoni benzina per favorire le autorizzazioni alla Contenitori Trasporti e alla Ipodec. Risultano sotto inchiesta Antonino Massarotto, responsabile ufficio ambiente della provincia di Rovigo, il maresciallo Orengo dell'areonautica ed altri ancora. La procura di La Spezia sequestra un mercantile in disarmo, attraccato al molo dell'ex terminal Messina. Trova tracce di radioattività. L'indagine é naturalmente legata alla discarica di Pitelli. E' sorto il sospetto che la nave potesse essere stata usata come deposito di materiale tossico, forse radioattivo. Accanto a Franz, c'é il giudice delle indagini preliminari Diana Brusacà. Decide di commissionare ad alcuni periti i rilievi tecnici su Pitelli. "La discarica per tipo di rifiuti smaltiti e per l'assenza di qualsiasi misura di salvaguardia, rappresenta un pericolo per l'ambiente e l'igiene".
Lo scenario che emerge da millecinquecento pagine di perizia é allarmante. Le colline di Pitelli sono una stratificazione di sostanze chimiche scaricate nel corso di quasi un ventennio e la natura sta già presentando il conto del disastro attraverso l'inquinamento delle acque di falda. Mercurio, piombo, cadmio, cromo e nichel sono i metalli presenti ovunque. Si potrebbe dunque pensare a interramenti che risalgono a parecchi anni fa ma gli scavi più recenti di rifiuti portano alla luce la presenza di scarti dell'industria farmaceutica, classificati tossico nocivi, fanghi, ceneri, scorie contenenti metalli pesanti, che fanno risalire l'attività illecita a poco tempo prima dell'inizio dell'indagine. Secondo i periti, tra il '93 e il '95, qualcuno ha trasferito sostanze tossiche interrate negli anni ottanta. Ripetutamente. A Pitelli l'intreccio con la criminalità organizzata é provato. Orazio Duvia vanta un sodalizio affaristico con Ferdinando Cannavale, piccolo imprenditore spezzino, arrestato dalla procura di Napoli tre anni fa in un'indagine sul giro di rifiuti tossici in Campania. Entrambi intrattengono rapporti con uomini poi arrestati per associazione camorristica. La Sistemi Anbientali ha partecipazioni della società "Di.Fra.Bi" di cui sono principali azionisti due imprenditori nel mirino degli inquirenti: Giorgio Di Francia e Francesco La Marca. Duvia e Cannavale inoltre sono iscritti alla loggia massonica coperta "Mozart" e nel corso di una perquisizione a casa di Duvia sono state trovate tracce consistenti di questa sua appartenenza. Duvia e Cannavale intendono allargare gli affari in altre regioni, in zone dove sono presenti numerose logge massoniche, come la provincia di Massa. Intanto un voluminoso dossier di circa mille pagine, redatto da Lega Ambiente e WWF, é nelle mani della Commissione presieduta da Scalia. L'inchiesta degli ambientalisti dimostra come la Liguria sia il crocevia di traffici illeciti. Una connection mafiosa che ha utilizzato gli scali mercantili di La Spezia, Genova e Savona e che ha fatto transitare veleni e armi. Sono raccontati episodi specifici, nomi di società, ricostruzioni dettagliate di società collegate con un sistema di scatole cinesi. Armi e rifiuti che portano lontano. Forse alla pista delle navi fantasma che giungono nei porti del centro Africa. La commissione del Parlamento italiano offre un quadro inquietante del connubbio criminale. "Secondo Legambiente e WWF, fino alla fine degli anni ottanta, aprofittando della vocazione marittima del territorio ligure, nella regione hanno operato soggetti imprenditoriali interessati all'esportazione illegale di rifiuti tossico nocivi, attraverso una rete di brokeraggio internazionale con armatori compiacenti verso impianti di smaltimento siti in paesi del terzo mondo, Venezuela e Nigeria, e dell'est europeo, Romania. Successivamente, sopo lo scoppio dello scandalo delle navi dei veleni Zanoobia, Jolly Rosso, l'imprenditoria illegale, organizzata per aree territoriali, si é prevalentemente rivolta ai traffici nazionali e il territorio regionale diviene progressivamente discarica del Nord Italia ed interporto per i traffici via terra e via mare di organizzazioni internazionali di stampo mafioso. Su alcuni impianti e discariche di rifiuto solidi urbani si sono verificati accordi e collusionitra imprenditori e amministratori locali. Dopo una localizzazione concordata, sarebbero state acquisite a prezzo agricolo le aree poi inserite nei piani regionali di smaltimento dei rifiuti, con conseguenti guadagni". Nella relazione della Commisione si entra nel dettaglio. "Il filone che lega tutte le inchieste sulle gestioni delle varie discariche di La Spezia sarebbe il collegamento tra società operanti in Liguria e soggetti appartenenti a gruppi camorristici campani fatti oggetto di provvedimenti giudiziari che hanno riguardato la cosiddetta rifiuti connection della zona di Caserta. La vicenda giudiziaria si inquadra nell'ambito dell'operazione Adelphi, del 1993 che vede implicato Ferdinando Cannavale, titolare della società Transfermar, il cui pacchetto azionario é per il cinquanta per cento, gestito dalla Contenitori trasporti di Orazio Duvia. Non può suscitare sorpresa che la discarica di Pitelli abbia agito per quasi un ventennio senza alcun controllo amministrativo individuasse le illegalità,come il seppellimento di rifiuti pericolosi sotto la mensa e altri locali dell'impianto.
Desta perplessità il fatto che non vi sia stato alcun intervento giudiziario, benché le prime denunce degli ambientalisti risalgono agli anni ottanta, e che sia intervenuta la magistratura di un'altra città,quella di Asti". La protesta del Comitato Difesa Ambiente coinvolge gran parte dei cittadini dei paesi di Pitelli e Ruffino. Intanto qualcuno parla. Un collaboratore di giustizia ha già fornito agli inquirenti importanti dettagli in relazione agli affari gestiti da dirigenti della Oto Melara, fabbrica di armi di La Spezia. Parla di due armatori che negli anni ottanta mettono a disposizione alcuni mercantili per il trasporto da La Spezia alla Somalia di rifiuti tossici e di altro materiale bellico. In Africa entrano poi in azione pescherecci di altura costruiti da imprenditori italiani nell'ambito della cooperazione con il governo di Mogadiscio. Le stesse navi intercettate da Ilaria Alpi, giornalista del Tg3, e dal cameraman Miran Hrovatin poco prima di essere uccisi a Mogadiscio. Coincidenze ?
SULLE RIVE DEL PO
"Basta un filo di vento, per venirci a guidare, perché siamo naviganti, senza navigare, mai."
Ivano Fossati
Per capire la gente che vive lungo le rive del Po, bisogna navigare quel fiume, ascoltare i dialetti, sentire il sapore delle caldarroste che bruciano sul fuoco di un camino. Le mille culture del Po si mischiano tra campi di granoturco, alti pioppi e vecchi barconi. E' così da sempre e il tempo sembra non tradire il senso delle tradizioni. Il Po é come un serpentone d'acqua. Nasce dal Monviso, scorre tra le risaie del Piemonte, scivola tra la terra dei ponti lombardi, entra in Emilia poco dopo Mantova e va giù, fino a che si vede il mare. Il Po é sudore e chilometri di acqua. Sul Po naviga il "Venezia", battello da crociera che lo percorre da Cremona fino a Est, verso San Marco.Agosto 1996. Diario di bordo. E' mattina e si osservano gli uccelli volare in aria, compiono strane geometrie nel cielo. La giornata sa di sole e vento. Per molti che si imbarcano sulla motonave Venezia, la discesa del Po é una mèta da raggiungere, un mito che resiste all'urto del tempo e delle trasformazioni ambientali intorno al fiume. Scorre da millenni, il Po, e da sempre viene considerato elemento importante di comunicazione. Navigare il Po. Lo hanno fatto i celti e gli etruschi, molto prima di quei professori e studenti che mi stanno intorno, là sul "Venezia". Leggono libri di avventura, fanno esercitazioni di sicurezza, indossano giubbotti salvagente, altri ancora sonnecchiano in comode sdraio. Il barcone é ben attrezzato. Ciascuno dei partecipanti al viaggio é consapevole di essere diverso da quella natura che scorre intorno. Canneti, piccole e grandi isole, ponti e ancora ponti, fatti con le barche e con il cemento armato. Quei professori sanno che la vita che si muove lungo il Po, non é facile. Da Cremona a San Marco si lavora sodo per pane e sudore. Si pesca e si traghetta. Barcaioli e pescatori, si tramandano un mestiere da molte generazioni. Sulle rive si scorgono trattorie e capanni di cacciatori, enormi reti per il pesce da frittura e terra grassa. Zolle generose che sfamano intere famiglie. "Bastano pochi semi e qui cresce di tutto". Parla così Luigi, un agricoltore del cremonese che vende al mercato della domenica, i prodotti di un anno. Vita grama, piena di sacrifici ma anche di soddisfazioni. Lungo il corso del Po, i cascinali hanno lo stesso colore. Qualcuno li ristruttura, ma non sono case di campagna, da venirci in vacanza. Si sente l'odore della terra che compie il suo miracolo di primavera e d'estate. Vita grama. Da novembre a febbraio, la nebbia é spessa, densa, spunta fuori all'improvviso e avvolge il paesaggio come una sorta di incubo bianco da saga medievale. D'estate, potrebbero esserci giorni di magra, dove la mancanza d'acqua blocca la navigazione. Si vedono minuscoli rigagnoli, coperti da sassi ovali. Ma l'acqua filtra sotto la ghiaia mentre i professori fumano il sigaro e sfogliano libri di Chatwin. D'estate il Po é tutto lì, tra quei cumuli di sassi e sabbia. Per macinare chilometri si deve aspettare che arrivi la pioggia o la draga, a smuovere quel deserto. L'Acqua ha colori impossibili. Ci entrano la Bormida e il Tanaro, l'Adda e il Ticino, il Secchia e il Panaro, fino all'Adige. Da queste parti la natura sembra umiliata e offesa. La qualità dell'acqua é tra le più inquinate d'Europa. Lo dice Lega Ambiente, nel suo rapporto annuale. Da Oncino, nel cuneese a Saluzzo, la situazione peggiora ogni anno. E' un tratto di fiume che presenta forti sbalzi di qualità, si conferma vulnerabile a causa dell'attività ortofrutticola, dai lunghi periodi di scarsità di acqua e dall'uso dei pesticidi.
Quando si arriva a Moncalieri, l'acqua é già nera. A monte di questo tratto fluviale esiste una diga dell'Enel che in certi periodi deriva almeno tre quarti della portata disponibile, con conseguenze negative sulla qualità biologica del fiume. A Brandizzo il Po riceve lo scarico del depuratore di Torino. Solo a Verrua Savoia l'acqua si trasforma, grazie all'apporto della Dora Baltea. Il serpentone va giù a Pontestura, Frassineto Po, Bassignana. All'ingresso del Tanaro la situazione peggiora: entrano così gli scarichi di Alessandria. A Spessa c'é il tracollo. Lega Ambiente commenta: "Il regime di magra idrologica mette in evidenza la fragilità del corso d'acqua che, con la bassa portata, non riesce a metabolizzare il carico inquinante che riceve". Da Gualtieri fino alla foce, l'ambiente si mantiene inquinato. Il mondo del Po ha così una sola regola: la pazienza. La stessa che spinge a vivere da quelle parti, i battellieri che da anni offrono ai cronisti, gli stessi racconti: dicono che in certi lunghi tratti il Po non é più navigabile perché le conche di accesso non superano i dieci metri di larghezza mentre le chiatte sono di poco inferiori a dodici. Naviganti con l'acqua alla gola, con mete da raggiungere che si trasformano spesso in miraggi. Ci sono punti del Po dove un'imbarcazione può perfino rischiare di fare incidenti gravi. Come a Borgoforte, vicino a Mantova, quando si passa tra due ponti, collocati a poco più di cento metri uno dall'altro. "Si deve drizzare in fretta altrimenti si va a sbattere contro i piloni di cemento armato" - così dice un anziano barcaiolo. Viaggi che diventano imprese: con barconi lunghi almeno cento metri, dove in una giornata di nebbia come passeggieri dell'imbarcazione,si può provare la sensazione di essere anime trasportate da Caronte. Lungo il Po, l'archeologia industriale, i ponti ormai in disuso, i vecchi capanni frutto della Rivoluzione industriale, sono una realtà. Le storie si perdono nel tempo. Quelle che hanno visto argini e conche che crollavano davanti agli occhi di chi li aveva costruiti, magari dopo anni di lavoro. Le storie del Polesine, sulle rive del grande Po. Ci sono paesi dove le donne, di domenica, vanno a sedersi nei cimiteri:e parlano per ore con i defunti. Li tengono sempre informati ma non hanno quasi mai novità da raccontare. Ricordano immagini in bianco e nero, di quei contadini che si disperavano davanti ai loro campi sommersi, i granai allagati, le bestie impazzite dalla paura e dalla fame. Quante volte gli abitanti del Po hanno visto allargarsi il fiume. Solo nel Polesine é accaduto sedici volte, dopo l'alluvione del '51. Certe notti incombenti, con la luna stracciata a brandelli da nuvole in corsa. L'acqua del Po che batte i pontili e strappa alberi e terra. Ricordi. Gli argini del Grande Fiume sono per centinaia di chilometri sotto la soglia di allarme sia in altezza che in larghezza. Accade dappertutto:da una sponda all'altra del Mantovano, nel Ferrarese e nelle zone del Delta. Ovunque. Per regole idrauliche si é stabilito che gli argini maestri per contenere le piene debbano essere un metro più alti del colmo della piena del '51. Sulla foce del Mincio gli argini sono più bassi di diversi centimetri. Nonostante ciò, sul Po naviga il carico di un lavoro:mangimi, granaglie, carburanti, gas, materie prime per la chimica e l'edilizia, carichi eccezionali che non passerebbero in autostrada, gli scafi che vengono assemblati nel porto di Cremona. 2500 tonnellate di merce all'anno. Li vedi passare quei barconi che vagano da Ovest verso Est,. L'Unione Europea ha imposto al governo italiano il progetto di un Po navigabile come fosse un'autostrada d'acqua. 340 chilometri di fiume che, entro il 2004, potrebbero portare persone e merci da Milano all'Adriatico. Il Po aveva chiuse secolari e porti fiorenti. Ha ospitato barche e navi di grande stazza ma oggi forse é un pò obsoleto. Lo é da almeno sessant'anni, da quel decreto di Benito Mussolini che scioglieva le organizzazioni di navigazione fluviale. Lo é dai tempi del boom economico, dell'avvento della macchina come unico e insostituibile mezzo di comunicazione nell'Italia moderna e futurista dei camion. Perché gli industriali dell'automobile e del trasporto su strada sono più potenti dei barcaioli. Eppure nella stessa Unione Europea le cose non vanno come nel nostro paese. Il Rodano, il Danubio, il Reno e i corsi d'acqua più piccoli e insignificanti, costituiscono una rete navigabile di 25 mila chilometri. In Italia non ci si é messi d'accordo per realizzare il canale Cremona-Milano. Gli agrari difendono l'indivisibilità delle loro terre, gli ambientalisti insistono sui costi e sull'impatto con la natura, l'Autorità di Bacino vuole favorire la navigazione turistica ma é scettica sul trasporto delle merci. La potente corporazione dei camionisti fa il resto. A Milano, per ora, si pensa di non arrivare. Qualcuno tenta un compromesso, a cinquanta chilometri dalla città, Bertonico. Non fa niente se Milano e dintorni rappresentino il 66% della domanda di trasporti rispetto al resto della Lombardia. Barcaioli e pescatori, naviganti e agricoltori vivono ancora il Po con i mezzi che hanno inventato gli antenati. Aspettano un riscatto, mentre là sul Venezia i professori si indossano il giubbotto di salvataggio e il capitano accende i motori. Per un'altra avventura. Non ricordano le parole di Mastro Subbia, nel romanzo di Riccardo Bacchelli, "Il Mulino del Po". "....E quanto a esperienza, é quel che rimane quando si é perso tutto il resto".
LE MANI SULL'AMBIENTE
"La mafia si caratterizza per la sua rapidità nell'adeguare valori arcaici alle esigenze del presente, per la sua abilità nel confodersi con la società civile, per l'uso dell'intimidazione e della violenza, per il numero e la statura criminale dei suoi adepti, per la sua capacità ad essere sempre diversa e sempre uguale a se stessa"
Giovanni Falcone
Periferia di Napoli. Una
strada sterrata porta fuori, verso la campagna. E' buio. Il
camion compie lo stesso percorso. Viene dalle grandi città del
Nord, due volte alla settimana, di martedì e venerdì. Parte al
mattino, giunge a Napoli a tarda sera. Apparentemente le persone
a bordo sono pulite:in caso di posto di blocco, i due camionisti
risultano dipendenti di una società senza guai con la giustizia,
con i documenti in ordine, che trasportano un carico di rifiuti
in regola con le normative. Dopo la curva, c'é un cancello che
si apre solo dall'interno. Minuscole telecamere sono piazzate
sotto alcuni piloni posti ai lati del perimetro che circonda una
vasta area di terreno. Il camion attende il segnale, il cancello
si spalanca e lo inghiotte. Nel nulla. Non é un carico pulito.
Porta in quella discarica abusiva i prodotti della chimica:
diossina, pesticidi, scarti della produzione di Pvc, ammine. Dopo
aver compiuto a buon fine la missione, il camion torna verso il
Nord, vuoto e pronto per un altro carico. Accade a Napoli e in
tutta Italia. Quei due camionisti sono soldati dell'esercito
delle mafie. Portano i rifiuti di società di modeste dimensioni,
intestate a prestanome, ai colletti bianchi che stanno negli
uffici di palazzi del centro città. L'ambiente ha una forte
proiezione economica. 33.060 miliardi di lire annui, un quarto
del giro di affari complessivo é nelle mani della criminalità
organizzata. Il mercato illegale relativo all'abusivismo
edilizio, allo smaltimento illecito dei rifiuti speciali e
altamente pericolosi é stimato in 11.850 miliardi. Ne deriva
un'evasione fiscale di 2342 miliardi mentre gli investimenti a
rischio ecomafia ammontano a 18.868 miliardi. Un centinaio di
clan si danno battaglia per portare a termine il viaggio delle
produzioni tossico-nocive, per gestire appalti e rifiuti urbani.
Le mafie sono radicate in Campania, Calabria, Puglia, Sicilia ma
anche al Nord. 10 maggio 1997. Nel corso di un convegno, il
magistrato di Torre Annunziata, Claudio Tringali descrive le
nuove frontiere delle cosche mafiose. "La criminalità
esercita un controllo monopolistico su cemento, calcestruzzo e
materiali per l'edilizia e una parte rilevante dell'abusivismo é
stata determinata dalla costruzione di opere residenziali ad
esclusivo uso turistico. Il 75% delle abitazioni abusive e l'83%
delle ville, nei comuni a vocazione turistica, non é allacciato
alla rete fognaria". Accanto alle attività illegali, come
il traffico di stupefacenti, l'ambiente ricopre un ruolo non
secondario, in netta espansione. Nelle operazioni del Noe, Nucleo
Operativo Ecologico dei Carabinieri ci sono le tracce di questi
giri finanziari. A Nola e Villa Literno sono stati sequestrati
cantieri abusivi in piena attività, con tanto di appartamenti,
esercizi pubblici. Stessa cosa accade a Pozzuoli, Torre del
Greco, l'isola di Ischia. Tracce. L'hinterland napoletano é uno
strano miscuglio di cemento e degrado. I cantieri illegali
spuntano ai margini dei centri urbani, divorano le aree ancora
intatte. Si costruisce su terreni di pubblica utilità, spesso
con la connivenza delle amministrazioni locali. Le organizzazioni
criminali si inseriscono nella necessità di case e l'abusivismo
individuale legittima le operazioni sporche, anche se
indirettamente. Il controllo degli appalti orienta le attività
della Camorra. Nella zona del Casertano i clan rivali si
spartiscono affari e proprietà private, negozi e attività
produttive. Bilanciano gli interessi e gestiscono di comune
accordo il fiume di denaro destinato ai lavori per la
realizzazione di opere pubbliche nella provincia. Applicano un
codice non scritto che da queste parti diventa legge. Nei paesi
vicini a Caserta é il clan dei Casalesi il principale artefice
di questo eco-businness. 8 Agosto 1997. Scatta l'operazione: in
silenzio lavorano da mesi carabinieri e polizia, sotto il
controllo della Direzione investigativa antimafia di Napoli. Così
lo Stato sequestra e confisca beni per 515 miliardi. Dopo la
repressione i clan si organizzano e le attività le girano a
prestanome, spesso a parenti stretti. I Casalesi acquistano tutto:
fabbricati, terreni, aziende agricole, allevamenti di bestiame,
società di servizio, imprese edili. Il 18 novembre 1997 vengono
eseguiti 47 ordini di custodia cautelare che completano il quadro
processuale che coinvolge 337 imputati. L'accusa parla di
controllo sistematico degli appalti pubblici relativi alla
bonifica dei Regi Lagni, gli antichi canali borbonici che
l'abusivismo ha cancellato sotto tonnellate di cemento armato.
Dal 1983 al 1991, i Casalesi organizzano il loro potere economico
attraverso un giro di fatturazioni false, creano fondi neri che
le imprese costruttrici pagano per ottenere la sicurezza nei
cantieri. Diventano il punto di riferimento per le famiglie
mafiose degli Alfieri, Moccia, Crimaldi. Con gli amici-rivali dei
Mariniello, impongono alle società la mazzetta del 3%
dell'importo lordo dei lavori. Le mafie mettono le mani sui
cantieri dell'Alta velocità, sull'interporto Maddaloni-Marcianise,
sul trasferimento del Polo chimico da Napoli a Caserta, sulla
costruzione del complesso logistico della Marina militare
americana di Gricignano d'Aversa. Lucio Di Pietro, sostituto
procuratore della Repubblica presso la Direzione nazionale
antimafia di Napoli, descrive il traffico illegale di sostanze
tossico nocive in Campania. Lo racconta davanti alla Commissione
parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti. "Il primo
personaggio che parlò di questo clan napoletano é Nunzio
Perrella che si espresse con la frase, ormai diventata famosa,
IL FIUME DI FANGO
".... Bisogna anche essere stati accanto ad agonizzanti, bisogna essere rimasti seduti vicino ai morti nella stanza con la finestra aperta e i rumori intermittenti. E non basta ancora avere dei ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono troppi, e avere la grande pazienza di attendere che ritornino. Perchè i ricordi in sé ancora non sono..."
Rainer Maria Rilke
Dall'alto del valico di Chiunzi,la piana dell'agro-nocerino, sembra una distesa di terra tagliata come una lama dal fiume Sarno. In mezzo ci passa l'autostrada che va a Salerno. Si vedono quelle macchine, quei camion che sfrecciano in pochi secondi. Vanno di fretta. Chi guida non guarda la montagna minacciosa che domina il paesaggio. Chiunzi è valico di frontiera. Si lascia le spalle la Costiera Amalfitana, con i limoni di Rovello e le belle spiagge di Maiori. E' estate e arrivano i turisti, con i sandali, le braghe corte e magliette colorate. Stanno in alberghi a cinque stelle, costosi, con ogni confort e televisione in camera. Da Chiunzi, quasi mille metri di altitudine, il mondo sembra costellato da puntini incolori in movimento. Case che da lassù appaiono come colate di cemento, costruite senza regole urbanistiche, spesso senza permessi. Sono il prodotto di una speculazione edilizia iniziata tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, e ultimata negli ultimi vent'anni. Le curve diventano sempre più impegnative, verso Angri. Poi arriva Nocera, nella piana, e infine il cartello di Sarno. In pochi chilometri, abbandoni l'allegria del mare e affronti un viaggio nella disperazione. Da Chiunzi, il Pizzo d'Alvano, è come una minaccia. Sta lì da sempre e convive con i suoi abitanti che lo guardano impauriti: con le sue frane di terra e fango, i dieci fronti ancora aperti è solo uno degli aspetti della vita di Sarno e delle frazioni collegate. Dal Pizzo, una massa enorme di melma seppellisce la memoria di un paese, in quella notte tra il 5 e il 6 maggio 1998. La gente scappa via dalle case, mentre un fiume color marrone, spazza via ogni cosa, le abitazioni di Episcopio, i piccoli borghi di Quindici, in provincia di Avellino, Bracigliano, Siano. Mentre le ore passano, si contano i morti, centotrentasette e sale quello dei dispersi, travolti dalla furia della natura. 6 maggio. Esco dall'autostrada e appena fuori dal casello il fango é ovunque. Le ruote dei camions lasciano sull'asfalto polvere e ghiaia. Ci sono i mezzi dell'esercito. Ragazzi di diciotto anni, sbattuti a Sarno e costretti, spesso senza adeguate attrezzature, ad affrontare una lotta impari, contro il destino. Hanno gli occhi pesanti, di chi non dorme da ore. "Abbiamo lavorato per tutta la notte con le pale, con le vanghe. Sopra è impossibile da descrivere. Impossibile...". Le autocisterne che fanno spola da Salerno a Sarno, sono ricoperte da una strana fanghiglia vulcanica:se si secca diventa cemento. Al mercato ortofrutticolo c'é confusione. Si aspettano le autorità. Si susseguono bollettini e alcuni di questi smentiscono informazioni diramate poche ore prima. Volontari giunti dalla Campania si posizionano in fondo alla grande spianata, cercano una mansione, a volte la trovano, altre volte se la inventano. Tirano corde di tende, accampamenti di fortuna. Il rombo di cento elicotteri della Protezione Civile sovrasta ogni rumore. La polvere ti entra dentro in gola e non ti fa respirare. Quando i velivoli atterrano, una folla si avvicina ai piloti, chiede notizie, vuole sapere. Esercito e volontari portano via dalla montagna persone ferite, in gravi condizioni: con la barella compiono pochi metri, fino all'ospedale improvvisato, dove medici e chirurghi operano senza sosta. "Dateci notizie. Per favore ho paura, non trovo più mio padre e mia figlia...aiutatemi...voglio sapere, devo sapere... Se vi dico i nomi mi sapete dire dove li hanno portati ? Se sono ancora vivi ?". Domande legittime che trovano risposte inadeguate, per la confusione, perché si va di fretta. Nella spianata di cemento, un vecchio bar si trasforma in un Centro Operativo Mobile della Protezione Civile. La gente di Sarno si accalca, protesta. I giornalisti diventano il loro schermo protettivo, cuscinetti tra il loro dramma e le Istituzioni. Raccontano frammenti di una vita di provincia, dove poco accade compreso il lavoro, cercato a Nord e all'estero. Storie di emigrazione. Sarno. Trentaquattromila anime che guardano verso il cielo, a quelle nuvole che portano pioggia e al Pizzo d'Alvano, una macchia di verde apenninico rigato da fiumi marroni, frane, piccoli smottamenti. Vado a Episcopio, con il caschetto di protezione, stivali neri di gomma pesante e taccuino. Sembra un paese senza storia, fantasma, senza più niente che delimiti niente: né piazze, nè strade. Squarci nelle case divelte dal fango, vigili del fuoco che ascoltano dal fondo delle cantine le voci di persone ancora vive e tentano il salvataggio. Un pilota di elicottero della Guardia Forestale mi avvicina. "Pensi che questi uomini, da lassù sembrano puntini minuscoli in un mare di terra. Il fronte é ampio, impressionante. I caterpillar quasi non si vedono". Da Episcopio, la visione della sciagura assume i contorni di una strage annunciata. Sotto i detriti di un palazzo a tre piani, una macchina carica di persone aspetta. "Non ce ne andiamo da qui. Ci devono ridare indietro la casa. Guardi. Avevamo costruito il nostro rifugio ma adesso non riesco neppure a riconoscerla. Fatta con le nostre mani, cemento, calcestruzzo, sudore". Stanno davanti a quei mattoni, piangendo, in silenzio. Accanto c'é chi spera di ritrovare un padre, un figlio, una madre. E' il dramma dei dispersi. Quando arrivo a Sarno, dopo un viaggio difficile, nell'emergenza gli addetti alla Protezione Civile contano i morti. Chiunque può entrare nella palazzina dove sono collocate le centrali operative. I controlli non esistono. Solo poliziotti e carabinieri organizzano cordoni di servizio d'ordine, filtri improvvisati, quando viene annunciato qualche ministro, sottosegretario, autorità locali. Le Istituzioni giungono dall'alto, con elicotteri di portata e capienza maggiori di quelli utilizzati per l'emergenza. Il Presidente del Senato, Nicola Mancino, arriva che é pomeriggio. "Sul piano generale la sofferenza diventa spontanea per le condizioni precarie in cui si é costretti a vivere, qui a Sarno. Le vittime sono tante. E' un mezzogiorno che ha ancora molti problemi sul piano dello sviluppo e degli insediamenti di carattere civile. Un'indagine conoscitiva diventa necessaria. Bisogna capire le ragioni del disastro. Commissioni d'inchiesta? Le possibilità di giungere alla verità su quello che é accaduto potranno emergere con l'uso della normale intelligenza umana". Un anziano signore sta davanti a Mancino. "Non ci abbandonare" - urla a gran voce. Poi l'elicottero se ne va. E mille sguardi si voltano verso il cielo. Giù, nello spiazzo, la polvere si attacca alla pelle. Antonio Rastrelli, Presidente della Regione Campania, é convinto che non ci siano colpe per la sciagura." E' stata la natura". Poi ammette. "Questa zona non era stata considerata a rischio perché la montagna era piuttosto stabile, c'é una buona alberazione, non ci sono fenomeni di abusivismo edilizio, non c'é stato saccheggio del territorio, neppure incendi. E' la natura che si ribella". Rastrelli detta parole a braccio, ai cronisti delle principali testate. Mi volto e osservo con un geologo, la nuova fisionomia del Pizzo d'Alvano. Gli alberi sono pochi, Episcopio sta proprio sotto la montagna e i canali scolmatori del fango sono imbrigliati a valle. Chi ha ragione? Gerardo Basile, sindaco di Sarno, afferma che "ci sono undici morti accertati e una cinquantina di dispersi". Poi va verso le telecamere della televisione. Nessuno a Sarno riesce a stabilire il numero esatto delle persone che mancano all'appello. Nelle mani dei volontari girano almeno quattro elenchi. Così entro nell'ufficio, insieme ad altri colleghi. C'é un tavolo e dieci persone discutono tra appunti e numeri di telefono. Una ragazza prende i fogli e si mette in disparte. Da l'invio alla fotocopiatrice. Non ha nessuna autorità ma sa che é necessario. Distribuisce l'elenco nelle nostre mani. Ci sono 204 nomi. Eppure i bollettini del sindaco di Sarno, Gerardo Basile, sono più ottimisti, così come quelli ufficiali di Roma. Diffondono numeri inferiori a quelli reali. Purtroppo, dopo cento telefonate e verifiche incrociate, scopro che l'elenco con 204 dispersi é quello che più di ogni altro si avvicina alla realtà. Una catastrofe. Basile, però, mette le mani avanti. "Non era prevedibile. Non c'entra il dissesto idrogeologico. Ci sono situazioni che emergono quando c'é una forte permeabilità della crosta superficiale e la quantità di acqua che é scesa dura alcuni giorni". Basile smentisce Rastrelli. "Anche gli incendi estivi hanno fatto la loro parte". Gerardo Riccio, il sindaco di Siano, é più agguerrito. "E' un problema di Protezione civile. E' un evento naturale, una calamità e come tale doveva essere trattato. Invece non eravamo pronti. La causa delle frane é il disboscamento .Chiediamo allo Stato una risposta programmatica di politica ambientale". Basile prosegue con i bollettini che é sera. "Le vittime accertate sono 52 a Sarno. La situazione é sotto controllo". Sotto i riflettori, si scava anche di notte. I cani lupo affondano il loro muso irrequieto tra polvere e calcinacci, lungo le traversine delle case, accanto ai piloni della luce ribaltati dalla forza della montagna. Di tanto in tanto, si odono lamenti, voci lontane, segnali di vita, dentro ai cunicoli scavati nel fango. Qualcuno con le mani tra i calcinacci, non avverte dolore: non si rassegna, rivuole indietro la speranza, un parente, un amico, un oggetto che ricordi quegli affetti intrappolati. Si lavora con pale, picconi, mezzi meccanici, pezzi di legno. Per giorni e settimane. Nei giorni di Sarno, i giornali scrivono di tragedia prevista. A pochi chilometri due esperti di geologia, i professori Paolo Calico e Francesco Guadagno avvertono che il pericolo non è finito e le piogge potrebbero perfino peggiorare la situazione nel futuro. Stilano un rapporto con il consenso del Consiglio Nazionale delle ricerche e del Commissariato di governo per l'emergenza idrogeologica della Regione Campania. "Napoli, 22 Giugno". Inizia così un racconto supportato da grafici, tabelle, termini tecnici. Va verso una sola direzione: dimostrare che il fango in Campania é un pericolo costante, da sempre. Il Vesuvio, mai spento da 2500 anni, ha invaso colline e montagne da una coltre composta da cenere, pomice, lapilli. Ha ricoperto le colline di Ischia, i monti Lattari della Costiera Amalfitana, i monti piacentini e il Pizzo d'Alvano che, con la sua altezza di millecinquecento metri, divide le province di Salerno e Avellino. Quella del Vesuvio é terra instabile, posta sopra una struttura di roccia di carbonati, assai friabile. Con le piogge estive e autunnali la situazione diventa più complessa. La melma si insinua nelle fessure. Forma crepacci di decine di metri, trattiene l'acqua, poi scivola a valle e crea sciagure. Nei tempi antichi, i paesi venivano costruiti in posizioni strategiche, a ridosso di colline, lontane dai canaloni dove il fango si convogliava. I Borboni avevano realizzato i Regi Lagni, strutture protettive che dovevano rallentare la massa franosa e contenerle in zone pianeggianti, come laghi di scolmamento. Invece la speculazione edilizia copre con il cemento armato quel sistema di protezione e le frane dal '60 al '69 portano la distruzione di migliaia di case. Le cause sono note: strade agricole tagliate su pendenze impossibili, interi abitati sorti dal nulla in piena campagna. L'abusivismo non si è mai interrotto. In un'area con una densità abitativa tra le più popolate d'Europa, le case sono state costruite senza piani regolatori e poi sanate grazie a provvidenziali condoni edilizi. Sessanta millimetri di pioggia fanno scattare il piano d'emergenza. Le prime avvisaglie sono visibili a settembre, dopo le proteste di piazza e i tumulti davanti al Comune. Basta un giorno di pioggia per creare allagamenti. Nelle strutture dell'esercito a Sarno ne sono consapevoli. Sopra un tavolo qualcuno stende la carta militare della zona. In caso di necessità, sono operative alcune via di fuga, dove la popolazione può raggiungere spazi aperti e con i pullman allontanarsi dalla minaccia della montagna. Nella frazione di Episcopio, il piano coinvolge 4280 persone. Non ci sarebbero però mezzi sufficienti: soltanto una decina di mezzi militari. Questo significa che in caso di fuga oltre la metà della piccola frazione sarebbe costretta a fuggire a piedi. Rimangono problemi per ospitare migliaia di persone. Nessuno ha pensato alle esercitazioni di sgombero.
Sulla cartina che mi mostra un funzionario della Protezione Civile, i cartelli bianchi indicano generiche vie di fuga ma le strade della città, sopratutto quelle del centro storico, sono troppo strette: la sera del 5 maggio, in molti furono intrappolati nel complesso labirinto di vicoli e sottopassaggi di Sarno. Il fiume Sarno scorre lungo ventiquattro chilometri. Nasce da più sorgenti, poste sulla montagna. L'acqua é tra le più inquinate d'Italia. Il rapporto di Lega Ambiente parla chiaro. Pagine scritte anni prima della sciagura. "Liquami provenienti da agglomerati urbani e reflui industriali totalmente non trattati, rifiuti solidi di varia natura, organica e inorganica, disseminati lungo le sponde e sul letto del fiume e dei canali. Uno studio interessante é stato condotto dal 1988 dall'Università di Napoli e dall'Istituto Nazionale dei Tumori sulle concentrazioni di alcuni agenti tossici come metalli pesanti e pesticidi e di indicatori di inquinamento urbano. I dati ottenuti manifestano una forte tossicità e contaminazione nei diversi campioni". In quei giorni di maggio l'acqua del fiume si mischia al fango vulcanico. A valle giunge una miscela esplosiva, inquinata da nitrati, ammoniaca, in un ambiente già compromesso. Storie di Sarno, raccontate lungo le strade di fango, mentre cammini nelle piazze dei mercati, tra la gente che viene da fuori e vende la frutta e la verdura. Storie. Come quelle pagine scritte da Peppe Lanzetta che di Ferragosto decide di passare un giorno tra la gente che soffre. "Aveva gli occhi blues Mario, quella sera, e non riusciva a dormire. Spettrale Sarno, Ferragosto postatomico, irreale pomeriggio fatto di niente, di calura che toglie fiato e non fa respirare. E dove sono le Maldive e Orlando, dov'é Capalbio e Arzachena e Key West? Ferragosto amaro. E nessun dolcificante può buttar via l'amaro e rendere più dolce la sera di Mario. Che ha gli occhi blues e il cuore ferito. Nel giorno dell'Assunta. Forse perché sua madre si chiamava Assunta. E ora non c'é più. Acqua, acqua, acqua. Fango fango fango. Che da queste parti si chiama lota. Che s'é portato via la mamma di Mario, la voglia, l'allegria".