Il caso Sofri
![]()
QUEL GIORNO IN VIA CHERUBINI
Mercoledì 17 maggio 1972. Ore 7, 30. Milano si alza con la sveglia puntata, alla stessa ora, quella di sempre. La radio parla di traffico intenso sulla tangenziale, di qualche incidente in città. Il terreno è scivoloso, si prevedono pioggia e grandine in mattinata. Lo speaker racconta le notizie del giorno: un operaio di Dalmine che cade da un'impalcatura, la visita di Nixon a Mosca, l'isolamento da Huè, in Vietnam, della base americana di Danang, lo sciopero di trecentomila statali. Siamo nel mezzo di una settimana come tante. I taxisti si recano alla solita fila in Stazione Centrale, portano uomini di affari negli aeroporti, borse zeppe di carte, agende, appuntamenti.
C'è la metropolitana stracarica di persone, la linea 1, quella che va da Sesto San Giovanni a Lotto. I filobus 90 e 91, che percorrono la circonvallazione esterna, sono presi d'assalto. Corrono in ogni direzione, ognuno per la propria strada. Vanno via, veloci con le mani ficcate in tasca, il bavero alzato e il giornale tra le braccia. Poi consumano le colazioni in fretta, un cappuccino, una pasta, il biglietto del tram. Alle 9 i mezzi pubblici sono già vuoti. Milano è ormai dentro alle fabbriche . Si sente il respiro affannoso degli altoforni di Sesto, i torni e le frese della Falck, il carico e lo scarico dei camion della Pirelli Bicocca, i rumori metallici della Breda. Anche i telefoni degli uffici del centro iniziano a squillare.
Sono le 9, 15. Un suono acuto: è il ricevitore della centrale operativa di via Fatebenefratelli, sede della Questura. La voce, lontana e metallica, giunge dalla radio di un equipaggio della squadra volante della polizia. "C'è un uomo ferito da colpi di pistola in via Cherubini" - dice concitato - "bisogna trasportarlo all'Ospedale San Carlo". Alla Centrale chiedono spiegazioni, fatti, nomi. "E' il commissario Luigi Calabresi, ferito da colpi di pistola, sta sanguinando dal capo, chiamate altre vetture, che arrivino subito, fate presto, non si può perdere un attimo". La Centrale Operativa da l'allarme ma ormai è troppo tardi.
I poliziotti che giungono in via Cherubini 6 trovano un uomo privo di sensi, ricurvo, col volto sporco di sangue, le punte dei piedi e le ginocchia appoggiate al suolo, il braccio sinistro piegato sotto il petto e la spalla inclinata verso terra. Il commissario Calabresi cade tra la sua 500 rossa e una Opel Kadett, parcheggiate con la parte anteriore accostata allo spartitraffico. "Mandateci un'autoambulanza, fate presto"- strilla l'agente dalla radio - "forse si riesce a salvare". Passano pochi minuti e il ferito viene trasportato al San Carlo da un auto della Croce Bianca. Dentro ci sono i lettighieri Zamproni e Bassi. Calabresi muore alle 9, 47 mentre l' infermiere Monteleone e la dottoressa Rosaria Crapis tentano la rianimazione con la bombola d'ossigeno. Lo svestono tagliando i vestiti insanguinati, lo intubano ma non c'è nulla da fare. In ospedale i medici accertano che il commissario Calabresi presenta ferite d'arma da fuoco al capo, alla base dell'emitorace destro e alla regione media polmonare sinistra posteriore.
Via Cherubini e l'Ospedale San Carlo distano poco meno di tre chilometri. A quell'ora il traffico non lascia tregua e tra le auto si affannano i cronisti che devono fare uno sforzo per non perdersi un attimo delle indagini sull'omicidio. Il giornale radio della Rai ha già trasmesso un'edizione straordinaria, ci sono gli inviati che vagano per la città, pronti a prendere una testimonianza, una dichiarazione in grado di spiegare la morte di un commissario di Polizia, addetto all'Ufficio politico della Questura di Milano. Uno dei primi giornalisti che assistono alla scena dell'omicidio è Carlo Rossella, allora inviato a Panorama. A Italia Radio, molti anni dopo, fornisce questa ricostruzione . "Stavo al giornale e un poliziotto mi ha avvertito che il commissario Luigi Calabresi era stato ammazzato da un killer. Presi la macchina, una veloce, e arrivai sul posto che il cadavere era ancora sul selciato. C'erano poliziotti arrabbiati, davano subito la colpa alla sinistra extraparlamentare, al clima di veleni. Un commissario, amico di Calabresi disse che c'era una guerra in corso. C'era un 'atmosfera molto pesante. Iniziai a raccogliere voci, testimonianze. Venne fuori che gran parte dei testimoni oculari videro un uomo sparare e una donna a bordo di una Fiat 125. Descrissero una donna dai lunghi capelli, dal volto affilato. Tutti andavano in quella direzione. In Questura dissero che bisognava indagare negli ambienti della sinistra extraparlamentare, su Potere Operaio, su Lotta Continua, sui Gap. A Milano c'era un'atmosfera plumbea. Era stato trovato morto Giangiacomo Feltrinelli sul traliccio di Segrate, cortei duri invadevano le strade, c'era tensione. Polizia e carabinieri si consideravano in guerra contro i gruppi della sinistra".
Alle 9, 15, via Cherubini è stracolma di gente, ognuno ha visto qualcosa di confuso, altri sembrano offrire spunti investigativi importanti. Sono i testimoni oculari dell'omicidio Calabresi. Emma Maffini ricorda un particolare di qualche giorno prima. E' il 9 maggio. Alle 8, 30 vede una persona passeggiare sul marciapiede sotto l'abitazione di Calabresi, si ferma spesso e porta un giornale vicino al volto. Lo vede sei volte nei giorni successivi, fino al 17 maggio. E' alto 1, 75, capelli tra il biondo e il castano, viso non molto lungo, colorito pallido, carnagione chiara, fronte normale, naso regolare, mani curate, pantaloni e giacca verdi, magro, forse straniero, di origine nordica. Paolo Ratti è amico personale di Calabresi. Ai poliziotti dice che il commissario nell'ultimo mese mostra preoccupazione, gli fa presente di temere per la sua incolumità. Ha il sospetto di essere seguito e spesso compie lunghi giri per poi tornare in Questura, evitando così di rientrare a casa. Un altro cittadino milanese, Pietro Pappini, percorre via Cherubini con la sua Alfa Romeo 2000. Si dirige in via Mario Pagano. Scorge una Fiat 125 blu targata Mi-16802 che procede lentamente. Supera Corso Vercelli e nota, a non più di venti metri, un uomo alto uscire dal portone e attraversare la strada.
Pappini passa davanti alla macchina che lo precede e racconta in questo modo la scena dell'omicidio : "Dalla Fiat 125 scende un uomo anch'egli molto alto, che raggiunge il commissario, gli punta la pistola con canna lunga, ed esplode due colpi alla tempia o alla nuca. Mentre la vittima si accascia al suolo, lo sparatore, tiene sempre la pistola in mano, indietreggia e raggiunge la Fiat 125 blu, che nel frattempo si era avviata, prendendo posto sul sedile accanto a una donna alla guida". Anche Luigi Gnatti, a diversi quotidiani, fornisce il particolare della donna al volante della 125 blu. "A fianco dello sparatore c'era una donna, mi sembrava molto giovane". Adelia Dal Piva abita poco distante dal commissario e quella mattina del 17 maggio 1972 scende da casa per imbucare le lettere. Vede una Fiat 125 blu che sale con la ruota anteriore destra sul marciapiede. "Scesero un uomo e una donna che stava al posto di guida: portava pantaloni neri, un giacchetto senza maniche e senza collo che scendeva fino alle cosce. Era nervosa come se fosse desiderosa di raggiungere al più presto una meta determinata. L'uomo aveva un'altezza di 1, 80, magro, capelli tra il biondo scuro e il castano. Camminava in modo flemmatico. Passarono davanti ad un chiosco e raggiunsero un Alfa Romeo Giulia. L'uomo salì sul sedile posteriore destro, la donna in quello anteriore destro e dentro all'Alfa c'era un altro uomo che stava alla guida". Un'altra testimone, Margherita Decio, è alla guida della sua auto, si immette in via Cimarosa, attraversa corso Vercelli e giunge in via Cherubini. Sente a quel punto un colpo secco d'arma da fuoco. Nota un individuo alto 1, 75-1, 80, magro, con una pistola in mano, canna lunga, che attraversa la strada per portarsi sul lato destro. Entra nella 125 blu. A fianco c'è un' Alfa 2000. La signora Decio è una teste importante: lei scorge il numero di targa della 125, lo annota su un taccuino e più tardi lo rivela agli inquirenti. "Ho capito che era avvenuto qualcosa di tragico e mi sono subito affrettata a rilevare il numero di targa, sulla quale si erano allontanati i due occupanti. Questa autovettura era targata Mi-16802".
In via Cherubini abita anche Luciano Gnappi. Sta da anni con la famiglia al 4 di quella strada. Il commissario non lo conosce personalmente, solo di vista. Sa chi è. Gnappi si deve recare a lavoro, e fa le identiche cose da anni ma quel giorno osserva un uomo che raggiunge il commissario: è armato di pistola a tamburo, a canna lunga. E' alto 1, 85, con giacca scura e maglione nero con collo alto. Esplode due colpi a distanza di pochi attimi: il primo al capo, il secondo con traiettoria più bassa. Il killer entra nella 125 e si dirige in via Pagano.
La Fiat 125 blu fa slittare forte le ruote e parte a razzo. Giuseppe Musicco, invalido del lavoro, è sulla sua Simca 1500. Proviene da Via Giotto e imbocca Via Cherubini. All'improvviso una macchina lo tampona, si volta e vede la 125 che ha urtato il parafango e il paraurti anteriore sinistro e si da alla fuga. Musicco si ferma in via Cherubini, esce dalla macchina e nota un via vai di persone all'altezza del numero 6. Associa l'incidente a quella persona priva di sensi sul selciato e decide di fornire il suo racconto alla polizia. I killer lasciano la 125 in via Ariosto, proprio all'angolo con via Alberto da Giussano. La polizia scientifica fa il sopraluogo e ritrova un ombrello da uomo di tipo retrattile, un pezzo di matita, un paio di occhiali da sole da donna con lenti grigio-azzurre, un apparecchio radio registratore. La vettura risulta rubata e la proprietaria Anna Maria Gabardini dichiara di non riconoscere come proprio granché di ciò che è contenuto nella 125, tranne lo stereo che si scoprirà in seguito modificato e in grado di ricevere le frequenze della polizia, i taxi e la radio assistenza al volo. Al volante c'è dunque una donna. Ne sono convinti gli inquirenti che in un rapporto successivo all'omicidio, il 10 giugno 1972, scrivono che "dall'autovettura scendono due persone, un uomo e una donna" e accertano che la 125 "parte in direzione di via Mario Pagano, svolta a destra per evitare il semaforo, percorre via Rasori e raggiunge via Ariosto, angolo via Alberto da Giussano, dove viene abbandonata davanti all'agenzia 10 della Banca Popolare di Novara". Un portavoce del Ministero dell'Interno detta il suo comunicato. "Siamo completamente esterrefatti e sgomenti. La notizia si commenta da sé. E' il frutto di una campagna terroristica da tempo in atto. Lo hanno ucciso un uomo e una donna. E' certo. Erano a bordo di una macchina rubata, come se fosse una rapina".
Si mette in moto la macchina delle indagini. I periti accertano l'entità dei due colpi che uccidono Luigi Calabresi: quello mortale viene esploso direttamente alla nuca, l'altro invece alla schiena. Il magistrato Viola riporta il referto medico: "discontinuazioni craniche meningoencefalite da proiettile da arma da fuoco". Il cadavere del commissario viene trasportato in fretta all'Istituto di Medicina legale, sempre su ordine di Viola. Il 18 maggio si effettua l'autopsia. La linea delle indagini si muove in quei tre chilometri che separano via Cherubini dall'Ospedale San Carlo. Le volanti si aggirano per la zona, setacciano ogni angolo e cercano quel proiettile che trapassa la schiena di Calabresi. Non lo trovano. Sanno che può risultare determinante per capire con quale arma il delitto si compie. Al San Carlo, intanto, il questore Allitto Bonanno ordina ai suoi uomini di portare via i vestiti tagliati e insanguinati e gli effetti personali del capo della Digos. Ciò che Calabresi ha in tasca viene consegnato alla moglie, Gemma Capra, mentre i vestiti spariscono nel nulla. Così come la macchina, lasciata per anni in un deposito fino alla definitiva rottamazione. Nessuno chiede a Bonanno un accertamento. Viola non dispone nemmeno una perizia medico-legale.
Enrico Deaglio, nel settimanale "Diario" del 12 marzo 1997, ricostruisce il dettaglio del proiettile. "Dal capo vennero estratti un grosso frammento di proiettile marca Giulio Fiocchi calibro 38, molto deformato dall'impatto con le ossa del cranio, e altri tre piccoli frammenti metallici: del secondo proiettile, che non era stato trovato, venne stabilito il tragitto, benché molto sommessamente; era entrato nella regione lombare destra ed era fuoriuscito dalla regione sottoscapolare sinistra".
FRAMMENTI
Un proiettile non possiede un'anima. Quando entra nel corpo di un uomo devasta ogni organo, lacera, frantuma. Ma lascia le sue tracce. Non ha un Dna preciso. Rimane nei frammenti un'impronta indelebile che consente gli esperti di perizie balistiche di ricostruire la provenienza dell'arma che lo ha fatto esplodere. Quei frammenti non hanno un nome, se non dell'azienda che li ha costruiti, prodotti e poi venduti. Presentano spesso polveri e grassi; lasciano alla memoria di chi li studia, le striature e i solchi delle pistole. Studiando la composizione di quei pezzi di metallo ormai in disuso, si può arrivare a risolvere casi giudiziari complicati, aprire nuove ipotesi, abbandonarne altre. Così il ruolo del perito balistico diventa fondamentale. Ogni sua deduzione e verità si trasforma in indizio che gli investigatori più preparati portano come prova ai processi. Le indagini sul delitto Calabresi accertano che due proiettili calibro 38 vengono sparati alla testa e alla schiena del commissario, da una pistola Smith&Wesson a canna lunga. Così è scritto nelle sentenze, nei verbali di polizia e carabinieri. Ma non sempre quello che appare risulta verosimile.
Nel maggio'72, poliziotti stanno ancora in via Cherubini, da ore, da giorni. Cercano quel secondo proiettile tra i vestiti del commissario, sulla lettiga che lo ha trasportato all'Ospedale San Carlo, nei locali dei pronto soccorso, sul luogo del delitto. Setacciano ogni angolo della strada, fermano i passanti, si accertano che nessuno possa averlo preso. Il 28 maggio 1972, un abitante di via Cherubini, Federico Federici, ferma un agente di pubblica sicurezza in servizio e consegna materialmente un proiettile calibro 38. Dice di averlo trovato a quaranta metri circa dal punto in cui Calabresi si accascia e muore. Indica un punto preciso, in via Belfiore angolo via Cherubini. Si scopre che il signor Federici non è il solo a portare indizi agli inquirenti.
Il 20 maggio, otto giorni prima, Emanuele Recchia scorge a terra un bossolo a dieci metri dal luogo dell'omicidio: è un calibro 7, 65, di marca Beaux. La Fiat 125 blu viene invece esaminata dalla polizia scientifica. Non vi è traccia di impronte digitali. Sembra ai più, un lavoro eseguito da professionisti. L'automobile viene portata nel cortile della Questura di Milano, in via Fatebenefratelli. Più tardi, emerge un proiettile "Fiocchi" calibro 38 e su questo si concentra l'attenzione degli inquirenti. Formalmente nessuno lo ha trovato. Nessun poliziotto e carabiniere di polizia giudiziaria ne parla. Però c'è. Di quel proiettile esiste una fotografia in bianco e nero. Il 10 giugno '72, la Questura invia alla Procura un dettagliato rapporto in cui ricostruisce la dinamica dell'attentato e informa dell'esistenza di quattro proiettili, gli unici menzionati oltre il frammento risultante dalla necroscopia. Compare agli atti del processo il 3 agosto 1972 perchè gli uomini della Questura lo depositano tra i corpi di reato. Nella busta che lo contiene qualcuno lo individua come "un proiettile repertato in ospedale". E' identico a quello consegnato dal signor Federici ?
Il proiettile su cui si concentrano le inchieste è il primo di una lunga serie di reperti. "Una busta contenente frammento metallico rinvenuto presso la lesione del cranio del cadavere del dott. Luigi Calabresi; frammenti di proiettile rinvenuto presso la parte terminale del capo;una lettera dell'Istituto di Medicina legale dell'Università degli studi di Milano; due pallottole sparate con la pistola calibro 38 sequestrate a Selene Tapia Rene; cinque pallottole di piombo sparate dal revolver Smith&Wesson, modello Airweight, calibro 38 special, dall'ingegner Salza; una bustina contenente proiettili esplosi dalle armi della banda Baader-Mainhof". Il verbale di consegna all'ufficio corpi del reato fa riferimento ad un rapporto della Questura del 2 agosto. Deve contenere, almeno in teoria, indicazioni precise sul rinvenimento del proiettile. Così non è. Non vi è traccia del documento in nessun atto processuale. Viene comparato con altre armi fornite dalla Questura. Le prove sono effettuate dall'ingegner Salza. Non lo trovano i lettighieri, gli infermieri, il responsabile di polizia dell'Ospedale San Carlo, la scientifica. L'ispettore di polizia Francesco Pedullà firma il rapporto e ammette che qualcuno porta di persona il proiettile in Questura. Il medico legale, dott. Giuseppe Donizzetti certifica. "La ricerca del proiettile in altre sedi è stata negativa".
Dal capo del commissario, i medici estraggono un grande frammento di proiettile: è un "Fiocchi" calibro 38, in gran parte deformato. Nel 1972 viene definito inutilizzabile dai periti Salza, Cerri e De Bernardi. La perizia viene chiesta dal sostituto procuratore della Repubblica Libero Riccardelli che chiede di analizzare le due pallottole rinvenute nel corpo del commissario Calabresi e di metterle in relazione con una pistola sequestrata a Christian Ring. Ma anche di questo importante reperto rimane una fotografia nitida. Passano gli anni. Il professor Antonio Ugolini realizza diverse comparazioni delle fotografie dei due proiettili. Utilizza tecnologie che nel 72 non esistevano: con l'ausilio di mezzi informatici sofisticati entra nel merito della composizione dei frammenti. Giunge ad una conclusione che espone in una relazione di centoventi pagine con diagrammi e allegati fotografici. I due proiettili dell'omicidio ritrovati provengono da pistole che hanno caratteristiche diverse: differenti sono le rigature, le striature e le microstriature. Nel grosso frammento i solchi longitudinali alla sua base hanno passi differenti dall'altro proiettile. Se si osserva la fotografia attentamente si notano microstriature longitudinali che mancano nel proiettile esaminato nelle indagini. Lo stesso bianco e nero del "Fiocchi" calibro 38 porta alla luce altre differenze: all'apice mancano le tipiche tracce dei proiettili che attraversano gli indumenti.
Nel '97, il professor Giorgio Accardo, prosegue il lavoro di Ugolini. E' il direttore del laboratorio di Fisica dell'Istituto Centrale del restauro di Roma. Utilizza un metodo recente di elaborazione informatica di fotografie, in grado di ottenere risultati che evidenziano la caratterizzazione "micromorfologica" delle superifici e consentono analisi delle improntature dei proiettili . Le fotografie dei due reperti dell'epoca vengono esaminate. Accardo accerta che "la qualità delle immagini su cui si dovevano condurre le analisi fossero confrontabili ed accertandone la compatibilità in termini di precisione della messa a fuoco delle immagini e in grado di definizione o risoluzione spaziale". Nella relazione, il perito balistico Antonio Ugolini sfrutta questa nuova elaborazione per dimostrare che "le improntature dei due reperti si dimostrano incompatibili con gli spari da una stessa pistola e con la successione di colpi(testa-schiena)".
Enrico Deaglio, direttore del Diario, ipotizza uno scenario : "La mia personale convinzione, leggendo il dettagliato parere pro veritate del professor Ugolini, è che egli provi con forti argomenti la tesi che i due proiettili non furono sparati dalla stessa arma. Per cui, o gli sparatori furono due (ipotesi surreale), o lo sparatore sparò con due pistole (teoricamente possibile), oppure il proiettile Giulio Fiocchi calibro 38 su cui si è discusso da 25 anni non c'entra nulla con il delitto Calabresi e fu messo lì forse per insipienza, forse per malizia, forse per dolo. Si può dire che il grosso frammento dichiarato subito inutilizzabile era invece ben utilizzabile, presentava rigature e striature visibili e parte dello stesso fondello con i segni della combustione. Poteva, anzi doveva essere peritato. Che tutte le comparazioni con pistole fatte a partire dal 1972 sono state compiute su un proiettile di cui nessuno ancora conosce la provenienza".
L'AGENDA DEL COMMISSARIO
L'asfalto porta ancora i segni dell'omicidio del commissario. E' una fredda sagoma, disegnata da qualcuno con il gessetto. Quel che rimane di una vita entra improvvisamente nei verbali di polizia, nelle stanze dei magistrati, nei resoconti delle volanti e in quelli dei testimoni. Tutto è annotato, schedato, catalogato, ridotto ad un linguaggio burocratico. C'è chi memorizza i ricordi. Camilla Cederna è scomparsa da qualche mese ma nel 1972 è un inviato di punta del settimanale L'Espresso. Di quel 17 maggio, in via Cherubini rimangono le sue parole al programma di Sergio Zavoli, La Notte della Repubblica. "Sono rimasta molto turbata e sono andata immediatamente sul posto. Sono arrivata talmente presto che non c'era ancora la polizia. Poi sono andata al San Carlo per sapere se era morto. Lì mi è stato subito detto da un medico, e dai giornalisti che erano presenti, che mentre il primario componeva la salma di Calabresi nella sala di rianimazione era entrato un mucchio di gente, il prefetto Mazza in testa, e dietro la polizia e i giornalisti. Libero Mazza aveva fatto un segno al primario, come per dire "C'è speranza o no ?" e il primario aveva scosso la testa. E Mazza, rivolgendosi ai giornalisti, aveva detto: "E pensare che è tutta colpa di quella carogna di Camilla Cederna che col suo libro su Pinelli e contro Calabresi, tra l'altro, ha guadagnato decine di milioni"
Quando il killer lo uccide, Luigi Calabresi ha 35 anni. E' il vicedirettore dell'Ufficio politico della Questura di Milano. Lascia una moglie, Gemma, due figli, Mario e Paolo e un terzo che deve ancora nascere, Luigi. Il lavoro di Calabresi non è tra i più facili. Controlla cioè l'attività dell'arcipelago dei gruppi della sinistra e della destra extraparlamentare. Si trova nell'inchiesta più complessa della storia dello stragismo italiano, quella della bomba del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, in Piazza Fontana, a Milano. Delle fasi iniziali dell'inchiesta, ne è anche l'artefice. Calabresi riceve indicazioni precise dai suoi superiori di Milano, Marcello Guida e Antonino Allegra, che a loro volta dipendono dall'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. La bomba provoca la morte di 16 persone, ed un numero maggiore di feriti. Un altro ordigno inesploso viene rinvenuto, a Milano, nella filiale della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala. Sempre nelle stesse ore si verificano altre tre esplosioni a Roma: in un' agenzia della Banca Nazionale del Lavoro dove rimangono feriti 14 impiegati; le altre due nei pressi dell'Altare della Patria feriscono quattro persone. Iniziano le indagini. Ufficialmente i funzionari di polizia dichiarano che sono rivolte in tutte le direzioni. In realtà i sospetti vengono indirizzati verso i gruppi della sinistra extraparlamentare e, in particolare, negli ambienti anarchici. Così ventisette militanti del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa di Milano vengono arrestati. Calabresi e la Questura di Milano indirizzano le indagini sul gruppo di Pietro Valpreda. Intanto la competenza Così invita Pino Pinelli, anarchico, a seguirlo in Questura viene trasferita a Roma dove la Questura della Capitale indaga sul gruppo anarchico 22 Marzo: uno dei suoi componenti, Mario Merlino, accusa i propri compagni di responsabilità negli attentati. Il tassista Cornelio Rolandi riconosce nella figura di Pietro Valpreda, quel passeggero che accompagna davanti alla Banca Nazionale dell'Agricoltura nel pomeriggio del 12 dicembre. Valpreda viene arrestato, insieme a gran parte dei componenti del circolo 22 Marzo. L'identificazione di Valpreda compiuta da Rolandi si rivela errata: diversi statura, accento e pettinatura. A Milano Calabresi invita l'anarchico Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Pinelli precipita dal quarto piano della Questura di Milano, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969: muore, cadendo proprio dalla finestra balcone dell'ufficio del commissario Luigi Calabresi. Assistono alla scena i sotto-ufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e il tenente dei carabinieri Lo Grano.
C'è una donna che ancora oggi non si rassegna alle verità ufficiali della morte di suo marito. E' Licia Pinelli. A PierPaolo Pasolini, nel suo film "12 Dicembre", offre la sua testimonianza. "Venerdì 14 dicembre, è mattina. Ricevo una telefonata dalla Questura. Mi dicono di avvisare le Ferrovie che Pino è ammalato. Poche ore dopo mi richiamano. Comunicano che è in stato di fermo per accertamenti. Alle 22 del 15 dicembre mi chiama il dottor Calabresi, vuole il libretto medico di Pino. Chiedo spiegazioni. Il commissario dice che Giuseppe sta meglio dove è. Poi i poliziotti suonano alla porta e ritirano il libretto. Passano le ore e i giornalisti mi avvisano che Pino è morto"
Aldo Palumbo è un cronista di nera. Lavora all'Unità da anni. E' napoletano, maestro di simpatia e bravura. Quella sera è di turno alla sala stampa della Questura di Milano. Diventa il testimone oculare del volo dell'anarchico Pinelli. "Erano le 23, 57, ricordo l'ora perché guardai l'orologio. Dovevo tornare al giornale per prendere la prima edizione. Ho salutato i colleghi delle altre testate e sono sceso dalla sala stampa. Scesi le scale, mi accesi una sigaretta e arrivai sotto l'atrio. Ho sentito prima dei rumori, qualcosa che cadeva, un grido. Sembrava uno scatolone che cadeva, urtando due volte prima dell'impatto. Erano rumori un po' sordi, due più ravvicinati e uno leggermente distanziato. Il giorno dopo dissi che il corpo aveva urtato probabilmente sui cornicioni della Questura. " Pietro Valpreda, anarchico, ballerino, amico di Pinelli, viene indiziato per la bomba di Piazza Fontana. I titoloni del quotidiano La Notte sono eloquenti. "E' lui, il mostro". Anni dopo quella morte al quarto piano della Questura, Valpreda mi concede un'intervista per Italia Radio. "Pinelli era un amico e un compagno. Il suo fermo di settantadue ore andò oltre i tempi consentiti dalla legge. Rimase nelle mani della polizia per due giorni circa ma si mosse. Telefonò alla moglie Licia. Era una libertà che un uomo sospettato di strage non poteva avere tanto che in caso di pesanti indizi, gli inquirenti si comportavano diversamente. Poi iniziò l'interrogatorio, intorno alle 22. A quel punto avvenne una discrepanza tra le settanta ore precedenti e le ultime due, prima della morte. Forse successe qualcosa che non era da collegare direttamente alla bomba di Piazza Fontana ? Non lo so. Una cosa è certa. Pinelli venne assassinato, sono convinto da anni. Io e Pino eravamo una cosa sola. Non si sarebbe mai suicidato. Voleva troppo bene alle figlie, Claudia e Silvia, alla moglie Licia. Credeva nei suoi ideali politici. Un'altra cosa certa è che il commissario Calabresi non era nella sua stanza nel momento della morte di Pino. C'erano invece un carabiniere e quattro poliziotti dei quali si conosceva tutto, nomi, cognomi, indirizzi. Calabresi sapeva chi ero. Ed era ancor più in contatto con Pinelli perché spesso si recava in Questura per i permessi delle manifestazioni. Sapeva che Pinelli era innocente. Del resto il commissario lo ferma e gli dice di seguirlo con il motorino. Ad un sospettato di strage erano cose che non si potevano permettere".
Nel maggio 1970 il magistrato Caizzi archivia l'istruttoria sulla morte dell'anarchico. Non luogo a procedere. Sull'Espresso Camilla Cederna scrive le sue considerazioni. "Nella stanza erano presenti cinque poliziotti. Il Questore di Milano, Marcello Guida, rilascia delle incaute dichiarazioni in cui sostiene che l'anarchico si è suicidato perché gravemente indiziato della strage, anzi il suicidio stesso sarebbe un evidente autoaccusa. Dagli interrogatori degli agenti presenti al momento della morte di Pinelli emergono numerosissime contraddizioni che fanno sospettare una diversa verità. Tuttavia il giudice istruttore Antonio Amati chiude l'inchiesta archiviandola come un caso di morte accidentale, d'accordo con il pubblico ministero Giovanni Caizzi". Il quotidiano Lotta Continua avvia una campagna stampa contro Calabresi, ritenuto responsabile materiale della morte di Pinelli. Il giornale specifica che il commissario avrebbe ucciso Pinelli con un colpo di karatè alla nuca e di averlo poi scaraventato dalla finestra per simulare il suicidio. Nell'ottobre 1970 si apre il processo per diffamazione intentato dal commissario contro Lotta Continua. Ma il dibattimento prende un'altra piega e i giudici intendono accertare cosa avvenne nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Camilla Cederna non si perde una seduta di quel processo. Sull'Espresso prende i suoi appunti che annota su un taccuino. "Dal collegio giudicante è stato escluso il dottor Puritanò che appartiene all'ala progressista di Magistratura Democratica. Durante il dibattimento i funzionari e gli agenti di polizia non riescono a fornire una versione univoca. Il processo intentato contro il direttore di Lotta Continua Pio Baldelli sembra rivolgersi contro di loro. Gli avvocati di Baldelli chiedono una nuova perizia necroscopica ritenendo parziale e frettolosa la pseudo perizia eseguita subito dopo la morte perché assente il consulente di parte. L'avvocato Michele Lener, legale di Calabresi, si oppone tenacemente". Passano pochi mesi e nel maggio 1971 la Corte decide la riesumazione del cadavere.
L'avvocato di Calabresi ricusa il presidente Biotti e lo accusa di aver espresso più volte in privato la propria convinzione riguardo la colpevolezza del poliziotto. Biotti viene estromesso dal processo. Il 24 luglio la vedova di Pinelli, si rivolge alla Procura Generale:viene nominato procuratore Luigi Bianchi D'Espinosa. Lei chiede che si proceda contro i responsabili della morte del marito. Il 26 agosto il capo dell'ufficio politico della Questura di Milano, Antonino Allegra, viene indiziato per il reato di arresto illegale di Pinelli mentre Luigi Calabresi per omicidio colposo in quanto non avrebbe preso le misure necessarie ad evitare il suicidio dell'anarchico. L'istruttoria va avanti fino all'ottobre 1975. Nella sentenza dell'allora Giudice Istruttore Gerardo D'Ambrosio, è scritto: "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli. Le contestazioni a carico dell'anarchico non crearono e non potevano creare in Pinelli il convincimento che la Polizia fosse in possesso di gravi elementi d'accusa nei confronti suoi o del movimento anarchico. Non è quindi verosimile che Pinelli si sia suicidato. La precipitazione non fu preceduta da alcun segno che potesse prevedere ciò che stava per accadere. La dinamica del passaggio del corpo oltre la ringhiera si esaurì nel volgere di frazioni di secondo". D'Ambrosio dichiara "possibile ma non verosimile" l'ipotesi del suicidio, "assolutamente inconsistente" la possibilità del lancio volontario del corpo inanimato e "verosimile" l'ipotesi di un malore. Resta, a parere di D'Ambrosio, "l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio". Un "malore attivo".
Gerardo D'Ambrosio oggi è procuratore aggiunto a Milano. Insieme a Saverio Borrelli conduce le inchieste sulla corruzione politica e amministrativa. Risponde così al Premio Nobel per la letteratura Dario Fo che contesta la sua sentenza sul caso Pinelli. "Dario Fo vada a rileggersi quella mia sentenza e, dato che è una persona intelligente, sono certo che cambierà idea. Diciamo subito che Calabresi quando Pinelli precipitò dalla finestra non era presente in quella stanza. Non lo dico io. Lo aveva affermato l'anarchico Valitutti, testimone interrogato all'epoca dell'inchiesta. All'epoca vi furono, è vero, ottanta professori universitari che firmarono una perizia che doveva dimostrare come Pinelli era stato lanciato nel vuoto. I professori, per stabilire quella loro verità, fecero la media matematica dei punti di caduta indicati dai testimoni. Noi facemmo invece i riscontri sul luogo del fatto e constatammo dai rami spezzati di un albero che in effetti Pinelli era caduto proprio dove i barellieri dell'ambulanza avevano indicato di averlo raccolto e non dove aveva segnalato un cronista di turno in Questura quella notte. Qualche tempo dopo bussò al mio ufficio uno di questi professori che avevano firmato la perizia. Venne per scusarsi con me. Disse di aver avuto la presunzione di stabilire la verità facendo la media matematica tra le dichiarazioni dei testimoni. Disse che io gli avevo insegnato che per stabilire la verità non basta la media matematica ma è necessario realizzare i riscontri sul luogo. Forse avrebbero avuto la dignità di riconoscere l'errore anche gli altri periti. Per quella sentenza mi hanno anche chiamato fascista e lo hanno pure scritto sui muri. Ma a me non interessa nulla perché io faccio il mio dovere e se non ci sono prove a carico di qualcuno io non rinvio a giudizio proprio nessuno".
Calabresi viene da Roma. E' cattolico convinto, alla domenica va a messa ma si interessa di tutto: legge Cesare Pavese, Maritain, Bernanos, Edgar Lee Masters, la letteratura russa. Con Gemma Capra si sposa nel 1969 e va ad abitare in un appartamento a Milano, regalo di nozze della famiglia Feltrinelli. E' laureato, si presenta come un liberal che vota per i socialdemocratici, sempre con i suoi eleganti maglioni dolcevita. In Questura è il numero due, dipende solo da Antonino Allegra che tutto vuole sapere, su ogni indizio, su ogni inchiesta. A Roma, Allegra ha due punti di riferimento: Elvio Catenacci, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno fino al 1969 e il suo successore Federico Umberto D'Amato. Sono anni importanti. E' da appena scoppiato il '68 e lunghi cortei operai scendono da Sesto San Giovanni, vanno giù per viale Monza, corso Buenos Aires, fino ad invadere piazza Duomo. Il '69 è l'anno della morte dell'agente, Antonio Annarumma, al Teatro Lirico durante una manifestazione sindacale: perde il controllo della camionetta e si schianta su un marciapiede in via Larga. Secondo la Questura l'agente è stato assassinato e gli studenti sono gli indiziati principali del crimine perché qualcuno avrebbe lanciato un sasso contro la camionetta. Lo scrivono tutti i giornali, in prima pagina. Mario Capanna, allora leader del Movimento Studentesco, decide di andare ai funerali di Annarumma. E' il 21 novembre. Nel suo libro "Formidabili quegli anni" ricorda un particolare. "Cerco lentamente di fendere la folla. Vedo qualcuno che mi indica e dà di gomito. E' un attimo. I baschi amaranto si addensano come aghi su una calamita. Mi si abbatte addosso una gragnola di calci e pugni. I colpi sono finiti. Ho dolori dappertutto. Da un occhio non ci vedo bene. Ho il viso che sanguina. Sono circondato da poliziotti che mi urlano addosso come ossessi e intravedo oltre i vetri del portone, gente accalcata che preme, impreca, mena pugni. Sono trascinato su per le scale. Si apre la porta di un appartamento. Vengo buttato su una sedia. Arriva il commissario Calabresi. Mi vengono tolte le manette. Una donna mi fa gli impacchi di acqua gelata. Poi vengo portato in Questura. E qui avviene un'altra scena significativa. Come arriviamo nell'atrio e scendiamo dalla macchina un nugolo di poliziotti mi si avventa contro. Calabresi e altri funzionari devono ingaggiare una vera e propria colluttazione per non farmi raggiungere. Vengo portato in una stanza dove resto a lungo, guardato a vista".
Il 16 dicembre Pinelli "precipita" dal quarto piano della Questura e Calabresi torna a casa che sono le quattro del mattino. E' teso, preoccupato. A Gemma, la moglie, racconta la sua personale versione che Bruno Vespa riporta nel libro, "La sfida". "Quando Gigi tornò, mi raccontò tutto. Mi disse che aveva interrogato Pinelli fino a un certo momento, poi era stato chiamato da Allegra che gli sollecitava una conclusione perché a Roma avevano fermato Valpreda e lui voleva andare giù con il verbale. Allegra rimproverava spesso a Gigi il suo modo di interrogare. Lui permetteva che i fermati fumassero, prendessero il caffè, andassero in bagno, si alzassero, interrompessero l'interrogatorio. Allegra era molto rigido. Con Pinelli erano rimaste cinque persone, tra cui un ufficiale dei carabinieri. Mentre Gigi stava da Allegra sentì che un suo collaboratore gli correva incontro gridando: si è buttato, si è buttato. Tenevano la finestra aperta perché si fumava. Gli dissero che Pinelli si era buttato e un brigadiere aveva tentato di fermarlo, gli era rimasta una scarpa di Pinelli in mano".
Nei giorni della pista anarchica arriva a Milano Silvano Russomanno, braccio destro di D'Amato. Antonino Allegra lo incontra spesso. All'Ufficio Affari Riservati riferisce ogni particolare. Oggi sappiamo che Federico Umberto D'Amato è il coordinatore di un servizio speciale del ministero dell'Interno, una sorta di polizia parallela, che tutto controlla attraverso un gruppo di uomini fidati. L'8 ottobre 1996, in un piccolo ufficio di periferia, in via Appia, spuntano fuori casse con faldoni contenenti dossier dal '48 ai giorni nostri. La comunicazione viene fatta ai parlamentari, un mese dopo, il 19 novembre, dal presidente della Commissione Stragi, Giovanni Pellegrino. L'archivio viene dimenticato in una sede periferica del Ministero dell'Interno. Quando l'Ufficio chiude le sue attività, qualcuno decide che di quelle carte è meglio non fare alcun cenno. Nessuna cessione al Sisde, nessuna distruzione. Viene semplicemente accantonato. Quattrocento fascicoli sono già nelle mani della Procura di Milano. Il giudice Guido Salvini rivendica la scoperta dei fascicoli, trovati dal professore dell'Università di Bari Aldo Giannulli. Il perito si accorge che in altri plichi del Viminale esistono riferimenti ad ulteriori atti non catalogati. Giannulli dichiara. "In quel materiale il 90% ha un mero valore storico, il restante 10 % potrebbe dare spunti per le indagini". Al quotidiano Liberazione, il giudice Guido Salvini parla dell'Ufficio. "L'Ufficio Affari Riservati rimane una struttura poco chiara, come evidenziò anche l'inchiesta di D'Ambrosio su piazza Fontana, in reazione ai vari corpi di reato trovati allora, sui quali, non fu mai fatta sufficiente luce e alla direzione univoca delle prime indagini sugli anarchici che si conclusero con l'arresto di Valpreda". La pista anarchica viene suggerita dall'Ufficio. E' la cosiddetta "Squadra 54" che gestisce una vasta rete di informatori e di infiltrati tra cui Enrico Rovelli, nome in codice"Anna Bolena".
Dalle carte di via Appia, si viene a conoscenza che Rovelli entra in scena ufficialmente il 30 dicembre 1971 con la prima informativa. Raccoglie elementi sul ruolo di Nino Sottosanti, uno dei sosia di Pietro Valpreda, chiamato in causa durante la prima fase dell'inchiesta e uscito definitivamente poco dopo. Rovelli apprende da Tito Pulsinelli che Sottosanti è implicato in alcuni attentati ai treni l'8 e il 9 agosto 69, a Pescara, ben prima della bomba in piazza Fontana. Nino Sottosanti effettua si reca a Roma, dove riceve un pacco da Serafino Di Lula, militante di Avanguardia Nazionale. D'Amato chiede a Rovelli di negare alla Questura di Milano il nome dell'accompagnatore di Sottosanti. Per queste operazioni coperte è indagato ora Carlo Ferrigno, Prefetto, capo della direzione generale di Polizia e Prevenzione. Silvano Russomanno, l'ex vice capo del Sisde e funzionario dell'Ufficio Affari Riservati è stato sentito solo come persona informata sui fatti:nei suoi confronti non è stato preso alcun provvedimento, anche perché eventuali reati sarebbero prescritti. Il giudice Mastelloni scopre un elenco con 250 spie, tutte alle dipendenze di D'Amato. E' una rete inserita nei progetti di guerra non ortodossa che dominano quegli anni di democrazia bloccata, in quel conflitto non apparente ma reale che è stato lo scontro tra due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, e due culture, Occidente e Comunismo.
Tutto viene documentato da migliaia di fogli che portano una sola scritta di riferimento: "Ministero dell'Interno, Ufficio Affari Riservati". Ci sono informazioni segrete, buste di plastica con reperti, pezzi di ordigni, frammenti di valige. Un archivio formalmente inesistente, che il giudice istruttore di Venezia Carlo Mastelloni considera "il cervello di una struttura parallela del ministero dell'Interno". Tutto è ormai nelle mani della giustizia, catalogato e schedato dal magistrato Grazia Pradella, pm del processo su piazza Fontana e dai pm romani Ormanni, Ionta, Salvi e De Crescenzo. Emerge che Il Ministero dell'Interno fa da filtro tra gli uffici politici delle varie Questure, l'equivalente dell'attuale Digos, e la magistratura. E' il Ministero che decide allora, nei primi anni settanta, quanti e quali notizie fare arrivare ai magistrati che conducono le indagini. D'Amato non c'è più. E' morto a 76 anni il 1 agosto 1996. Rimangono i suoi fascicoli, 150 mila si dice, e le sue deliziose rubriche da gourmet sulle pagine dell'Espresso. Oggi però conosciamo i nomi che hanno ispirato quelle trame perché molti protagonisti di quegli anni hanno deciso di collaborare.
Sappiamo che Delfo Zorzi, ordinovista veneto, mette la bomba in piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Un informatore della Cia, Carlo Digiglio nome in codice "Erodoto", si infiltra nei gruppi della destra veneta. Incontra Carlo Maria Maggi, anche lui ordinovista, che gli rivela i piani. Digiglio riferisce tutto al capitano dell'esercito americano, David Carret: la destra sta preparando qualcosa di grosso "nella direzione di una presa di potere da parte delle forze militari". La bomba poi scoppia per davvero e Digiglio incontra il 6 gennaio 1970 il suo superiore americano. "Raccontai tutto a Carret, compreso il nome di Zorzi e la tipologia degli ordigni che mi aveva fatto vedere". Una rete ben protetta dalla riservatezza di una palazzina all'interno della caserma Ftase di Verona, dove ha sede il comando Nato per l'Europa. Al vertice ci sono gli americani: Teddy Richards, Johnnie Bandoli e lo stesso David Carret. C'è l'informatore Marcello Soffiati. Poi ci sono i veneti di Ordine Nuovo come Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Franco Freda, Giovanni Ventura, Massimiliano Fachini, Martino Siciliano, Carlo Digiglio. Si collegano i milanesi del gruppo La Fenice come Nico Azzi e Giancarlo Rognoni e la struttura romana di Avanguardia Nazionale con Stefano Delle Chiaie e Mario Merlino. Tutti hanno come punto di riferimento italiano, l'Ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Oggi lo sappiamo.
Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi ha un'idea precisa degli anni delle bombe. "Su Piazza Fontana siamo vicinissimi alla formazione di una verità giudiziaria, ma sul piano storico già abbiamo delle certezze. Sappiamo che la strage avvenne per il perseguimento di una precisa strategia. Si mossero forze non del tutto convergenti:alcune volevano che la situazione precipitasse verso un pronunciamento militare, altre intendevano stabilizzare l'asse centrista che governava l'Italia. Con ogni probabilità, la strage fu commessa dai primi, ma i secondi gliela fecero fare per perseguire i loro obiettivi. Ecco, dunque, il gruppo ordinovista veneto, con il padrinato dei servizi segreti militari americani, muoversi per portare l'Italia in una condizione propizia al colpo di Stato come quello che c'era già stato in Grecia;e altri, come il generale Gianadelio Maletti, che certamente non fu l'autore della strage, ma operò attivamente per coprire tutte le responsabilità. C'era un mondo sotterraneo che aveva vertici istituzionali negli apparati di sicurezza militari e nell'amministrazione degli affari interni. Parlare di un'ideologia di destra che sta dietro alle stragi è un'enfatizzazione, una banalizzazione. Era un fenomeno molto più complesso. C'era una logica atlantica che contrastava l'espansione delle forze di sinistra e sindacali nel nostro paese. C'erano persone che non appartenevano alla destra, penso a Lombardo, a partigiani bianchi come Fumagalli e Sogno, a elementi di ambito pacciardiano. Successivamente questo ambiente si legò alla destra eversiva. E' storicamente provato che una serie di attentati sono stati realizzati da uomini della destra radicale. Penso alla stagione della primavera del '69 con gli attentati ai treni dove è pacifica la responsabilità di formazioni di destra".
Cosa pensano i protagonisti della destra extraparlamentare di quegli anni di stragismo?Stefano Delle Chiaie respinge ogni accusa. Lo incontro ad un convegno, organizzato da Alleanza Nazionale, sullo stragismo e gli anni di piombo. "Io non rinnego nulla del mio passato, respingo l'accusa di vicinanza ai servizi, al Ministero degli Interni, allo stragismo. Questo stillicidio di notizie false mi ha stritolato. A me e agli altri. Basterebbe guardare le carte per capire come sono nate certe illazioni, ma nessuno di voi le ha lette. Tutte le verità sono rimaste nelle verità giudiziarie. Perchè dovrei sapere chi è stato a mettere le bombe?Questo dimostra la vostra deformazione mentale. Me lo faccia capire. ". Paolo Signorelli, sempre nell'intervista, mette le mani avanti. "Non è vero che certe ideologie sono state all'origine dello stragismo. E'qualcosa che non solo deve essere ancora provato ma deve essere smontato perché alla fine dovranno venire fuori le verità. Da queste verità non potrà comparire che chi ha fatto le stragi in Italia le ha compiute in funzione del potere e per consentire la gestione affaristica di quel potere, rimasta sconosciuta fino all'operazione Mani Pulite. Mi riferisco all'attività dei servizi che non operano mai per proprio conto :le loro azioni sono finalizzate a coprire l'esecutivo. Non esistono servizi deviati perché gli apparati sono istituzionali e rispondono delle loro azioni al ministero degli Interni, della Difesa e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Sono state stragi di Stato. Si è cercato di mantenere un certo tipo di sistema in quegli anni e si è operato affinché altre forze, il Pci, potessero entrare attraverso il governo di unità nazionale nella sfera del potere. Così il ciclo si è chiuso".
I nuovi magistrati che si affacciano alle inchieste sul primo stragismo danno importanza ad un nome: Gianfranco Bertoli. Lui lancia una bomba davanti alla Questura di Milano e provoca la morte di quattro persone. E' il 17 maggio 1973, un anno dopo l'uccisione del commissario Luigi Calabresi. Bertoli, subito arrestato, si definisce un anarchico ma i magistrati accertano ben altro. Risulta stipendiato dal SIFAR, l'allora servizio segreto italiano, legato al gruppo di destra Pace e Libertà e all'organizzazione Gladio, sigla 0375. Negli archivi dei servizi, il giudice istruttore Lombardi trova tracce di pagamenti fatti a Bertoli che usufruisce di una sigla di copertura: TRO31, nome in codice "Negro".
Soldi che i servizi versano a Bertoli fin dagli anni '60. Oggi Bertoli viene accusato di essere in contatto con Carlo Maria Maggi, lo stesso ispiratore di Piazza Fontana, e di aver lanciato la bomba in Questura. L'ordine è chiaro: bisogna punire il ministro dell'Interno Mariano Rumor, che quel 17 maggio 1973, è a Milano per scoprire un busto dedicato a Luigi Calabresi. Proprio il commissario tiene nel suo ufficio, fin dal 1970, un fascicolo e una fotografia formato tessera di Gianfranco Bertoli. Con quel ritratto in bianco e nero, Bertoli si costruisce una nuova identità e prende le sembianze di un certo Magri, marxista-leninista di Bergamo, al quale viene rubato il passaporto. C'è un' informativa di Enrico Rovelli, alias Anna Bolena: riguarda quella foto di Bertoli nelle mani del commissario. Dall'archivio di via Appia, emerge un documento del novembre 1970 che il giornalista dell'Ansa, Paolo Cucchiarelli, scrive il 18 novembre dello scorso anno. "Nel rapporto l'informatore afferma che R. Z ha detto che nel luglio del 1969, e comunque prima degli attentati ai treni, incontrò Sottosanti con la persona raffigurata nella fotografia, consegnata giorni fa dai capi anarchici ad E. R per la falsificazione di un passaporto. Sarebbe elemento che gli anarchici vogliono far espatriare a Londra, via Zurigo, per sottrarlo alle ricerche della polizia italiana. Lo sconosciuto della foto -segnala la perizia- potrebbe essere Gianfranco Bertoli, la cui foto venne effettivamente trovata tra le carte del commissario Calabresi. Quanto ad E. R, il pensiero va inevitabilmente ad Enrico Rovelli, non solo per le iniziali perfettamente coincidenti, ma anche perché fu la persona che consegnò materialmente a Calabresi la foto di Bertoli". Enrico Deaglio, in un articolo sul settimanale Diario, ipotizza delle connessioni. "Che cosa significava tutto ciò? Forse che Bertoli era un uomo del commissario. Forse, invece, che il commissario lo stava perseguendo. Forse che lo stava aiutando ad infiltrarsi negli ambienti di sinistra. E' anche possibile che quel fascicolo e quelle fotografie, trovate nell'ufficio del commissario dopo la sua uccisione, siano state fatte trovare a bella posta, nei giorni in cui tante altre cose sparivano".
Bertoli e Calabresi sono uniti da due inchieste e da un unico giudice istruttore, Antonio Lombardi, ma gli atti rimangono disgiunti, nonostante un particolare già noto fin dal 1980. Sono poche righe dattiloscritte che accompagnano un rinvio a giudizio di anarchici, rei di aver favorito Gianfranco Bertoli. Qualcosa di più di un indizio. Lombardi scrive: "Nel corso delle indagini, occasionalmente, si è venuti a conoscenza dell'esistenza di un traffico d'armi di grosse dimensioni del quale si stava occupando Calabresi poco prima che fosse ucciso. Gli atti relativi a questa indagine, in fase di continuo sviluppo, sono stati stralciati dal presente procedimento per motivi di riserbo istruttorio". Poco prima di morire, Luigi Calabresi indaga proprio su un vasto traffico d'armi internazionale. La sua inchiesta parte dalla morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli e in pochi mesi si allarga con nuovi spunti investigativi. Il commissario si muove all'estero e in Italia, sempre accompagnato dal questore di Milano Marcello Guida e dall'ex partigiano "bianco" Giorgio Guarnieri. Vanno in Svizzera, poi in Germania, a Monaco di Baviera, infine a Trieste. Scoprono che le armi entrano nel nostro paese e passano da Trieste, città di frontiera, attraverso il confine tra l'Italia e l'ex Iugoslavia. Non è un'indagine come tante. La presenza del Questore di Milano è indicativa: non è normale routine. Trieste è distante una manciata di chilometri da Aurisina, dove viene scoperto un deposito dal quale erano state prelevate armi da guerra:il giudice veneziano Felice Casson ipotizza un collegamento tra il furto al deposito con la struttura di Gladio, rete Stay Behind, proprietà Nato. A Trieste il commissario ci va che sono i primi giorni di maggio. Incontra Giorgio Guarnieri. Lui è un conte che partecipa alla Resistenza nelle formazioni bianche ma negli anni '60 si lega sempre più al mondo della destra eversiva veneta.
E' sua la fideiussione a favore della tipografia di Giovanni Ventura, poi implicato nell'inchiesta su Piazza Fontana. Il giornalista Sandro Provvisionato, nel suo libro "Misteri d'Italia", mette in connessione fatti e indizi. "E' solo una coincidenza che, di recente, proprio nell'ambito dell'inchiesta su Gladio, da un appunto ad uso interno dei servizi segreti militari (Sismi) sia spuntato il nome di Gianni Nardi come persona da reclutare nell'organizzazione? Ed è solo un'altra misteriosa coincidenza che Calabresi conservasse nel suo ufficio un fascicolo intestato a Gianfranco Bertoli, il cui nome compare tra gli aderenti a Gladio. Il deposito segreto depredato di Aurisina ai confini con la Iugoslavia, il conte Guarnieri, Gianni Nardi, Gianfranco Bertoli. Tutto porta a Gladio e alle armi nascoste. E Calabresi non indagava proprio sulle armi che varcavano la frontiera italiana?".
Nel 1998, anno di uscita di questo libro, gran parte di quegli intrecci non sono più misteri. Anche perché di misterioso il nostro paese ha ben poco. Nel 1972 c'era una guerra vera, combattuta da eserciti invisibili contrapposti tra loro. L'Italia era al centro di quelle operazioni perché sinistra e sindacati minacciavano gli equilibri interni imposti da entità superiori. C'erano soldati dentro e fuori dalle istituzioni. Erano soldati senza divisa, spesso in borghese, armati. E' l'anno in cui parte a gennaio il piano della filiale romana della CIA per spostare a destra la situazione italiana. Pino Rauti viene arrestato per Piazza Fontana, muore sul traliccio di Segrate l'editore Giangiacomo Feltrinelli, D'Amato diventa capo dell'ufficio Affari Riservati del Ministero dell'Interno. Il '72 vede allontanarsi la pista anarchica. Franco Freda e Giovanni Ventura, esponenti della destra eversiva veneta, vengono formalmente indiziati per la strage di Milano. Gli agenti della CIA Sednaoui e Stone visitano la base di Gladio a Capo Marrangiu, in Sardegna, e decidono l'impiego della struttura nella lotta contro il Pci. Il 31 maggio 1972 c'è la strage di Peteano di Sagrado, dove muoiono tre carabinieri e uno rimane ferito. L'autore, Vincenzo Vinciguerra, si autoaccusa dell'attentato. "Mi assumo la responsabilità piena, completa e totale dell'ideazione, della organizzazione e della esecuzione materiale della strage che si inquadra nella logica di rottura con la strategia che veniva allora seguita da forze che ritenevo rivoluzionarie cosiddette di destra e che invece seguivano una strategia dettata da centri di potere nazionali e internazionali collocati ai vertici dello Stato". Per Peteano, il Giudice Istruttore Felice Casson richiede nel 1989 il rinvio a giudizio dell'ex direttore del Sismi, Fulvio Martini, del generale dei servizi Paolo Inzerilli, del comandante dell'arma dei Carabinieri Roberto Jucci, di Pino Rauti, dell'ex ministro dell'Interno Mariano Rumor. Poi declina la competenza e trasmette gli atti ai giudici romani. Nella sentenza del 28 ottobre 1993, vengono condannati a 3 anni e 4 mesi il perito balistico Marco Morin per il reato di favoreggiamento e peculato, 1 anno ciascuno per Manlio Del Gaudio ex comandante del Gruppo Carabinieri di Padova e per gli ex ufficiali dei servizi Renzo Monico e Manlio Rocco.
Una guerra non ortodossa che porta a spiare i telefoni delle abitazioni di Calabresi, del procuratore capo di Milano Adolfo Beria D'Argentine e del procuratore generale Luigi Bianchi D'Espinosa, della testimone oculare dell'omicidio Calabresi, Margherita Decio. Chi ordina le intercettazioni telefoniche ha un nome e un cognome: l'ex commissario di polizia Walter Beneforti, alle dipendenze dirette di Federico Umberto D'Amato. Beneforti viene arrestato, resta pochi mesi in carcere. Intanto dodici casse di bobine telefoniche e documenti vengono portate in Svizzera dall'investigatore privato Ponzi e non vengono più recuperate. L'inchiesta sulle intercettazioni viene trasportata a Roma. Il pubblico ministero Domenico Sica termina il suo lavoro nel 1979: proscioglie l'allora capo della polizia Angelo Vicari, il direttore dell'Ufficio Riservati del ministero dell'Interno e un buon numero di questori. Sono storie d'Italia.
LA PISTA NERA
L'autostrada che da Milano porta al valico di Brogeda è libera. Poche sono le macchine che la percorrono, in quel 20 settembre 1972. Fa ancora caldo. E' l'ultimo scampolo di un' estate che non vuole finire. Sulla macchina sono in tre, due uomini e una donna. Qualcuno apre il finestrino per prendere una ventata di aria fresca. Percorrono quei pochi chilometri che separano il frenetico capoluogo lombardo con la tranquilla Svizzera. In pochi minuti si arriva. Lei si accende un'altra sigaretta e ascolta la radio. Tra poco l'autostrada si restringe verso la frontiera, in quel pezzo che non è Italia ne Svizzera, dove ogni giorno si muovono pendolari e faccendieri. La Mercedes nera rallenta, frena piano fino a fermarsi proprio davanti alla guardiola del posto di frontiera. Il poliziotto guarda l'uomo al volante. Ha davanti, da maggio, l'identikit del killer del commissario Calabresi diffuso dalla Questura di Milano. Guarda la foto, osserva la fisionomia del volto di quell'uomo . Prende, solo per precauzione, i passaporti; poi lo invita ad accostare la macchina. Dentro la vettura, la donna si agita, l'uomo seduto nel sedile posteriore prende qualcosa da una borsa. Poliziotti e carabinieri si insospettiscono e in pochi secondi sono intorno alla Mercedes nera. Così aprono il bagagliaio e trovano un arsenale da guerra: 3 chilogrammi di gelatina esplosiva ad alto potenziale in candelotti da duecentocinquanta grammi ciascuno, cento metri di miccia a combustione lenta, una pistola p38 calibro 9 lungo, con calcio da applicare per trasformarla in fucile, una pistola Browning calibro 9 e 50, cartucce, un parabellum e quattro caricatori. Gli uomini di polizia giudiziaria identificano i tre della Mercedes come esponenti di spicco della destra eversiva. Sono Gianni Nardi, Bruno Stefàno e la cittadina tedesca Kiess Mardou Gudrun. Scattano le manette. Gli stessi agenti affermano di aver notato "una certa rassomiglianza tra Gianni Nardi e il killer del commissario Calabresi". Lo scrivono in un verbale che rimane ancora oggi agli atti.
Vengono trattenuti in stato di fermo per diverse ore fino al giorno del riconoscimento davanti ai testimoni oculari dell'omicidio di Calabresi. Nardi viene processato per direttissima in relazione all'esplosivo e alle armi trovate sull'auto. Intanto in uno stanzino della Questura di Como si mettono a sedere Nardi, Stefàno e la Gudrun. Al di là del vetro li osservano i testimoni Pietro Pappini, Graziella Martone. C'è anche Marion Inge Mayer che rileva una rassomiglianza impressionante con Nardi: ricorda che ha la stessa corporatura snella, l'altezza il colore e la lunghezza dei capelli sono simili. Perfino dalle mani, lunghe e affusolate, riesce a non trovare alcuna differenza. Graziella Martone individua in Gianni Nardi la persona che acquista l'ombrello pieghevole, poi ritrovato nella Fiat 125 blu, in via Ariosto. "Gli rassomiglia molto, corrisponde tutto, l'altezza, la sagoma, la fronte spaziosa, lo sguardo. Il tono corrisponde alla voce della persona con cui contrattai, ma non ha la stessa pronuncia, che allora mi sembrò proprio quella di uno straniero che parlasse bene l'italiano". Passano i giorni e i tre fascisti arrestati al valico di Brogeda vengono messi a confronto con altri testi. I tre si trovano di spalle e Adelia Dal Piva individua in Nardi l'uomo del 17 maggio, davanti all'abitazione del commissario Calabresi. Nessuno riconosce però Gudrun Kiess come la donna al volante della 125 blu. Gianni Nardi viene interrogato e mette sul piatto l'alibi. Dichiara che alle 9, 10 del 17 maggio si trova a Milano, nella sua abitazione perché di solito trascorre la mattina in casa. E in quell'appartamento milanese gli agenti ci vanno e recuperano un bossolo di cartuccia 38 special esploso. I periti Teonesto Cerri e Domenico Sanza stabiliscono che a sparare quel proiettile è un revolver dello stesso calibro, un 357 Magnum costruito dalla Smith&Wesson. Fanno la comparazione con il frammento che i medici hanno recuperato nel capo del commissario, quello che lo ha ucciso ?
La perizia risulta anche in questo caso monca, la comparazione viene eseguita con un altro proiettile che ha rigature diverse dal frammento. Cercano una placcatura ramata e non la trovano. Così scrivono. "Si accertava che i residui di polvere da sparo incombusti rinvenuti all'interno dell'incavo esistente sul fondello della pallottola repertata e quelli, semiconbusti, prelevati all'interno del suddetto bossolo erano per configurazione geometrica e colore, diversi, così non potevano provenire da una medesima produzione di cartucce calibro 38 special e conseguentemente la pallottola e il bossolo non appartenevano alla stessa munizione".
Ma chi è Gianni Nardi ? Lo descrive Camilla Cederna in un vecchio numero dell'Espresso, solo una settimana dopo il suo arresto a Brogeda. "E' un giovane di cattiva condotta esemplare, seguace di una routine di illegalità, cresciuto nel disprezzo di tutte le cose da rispettare, ex paracadutista, ex missino, per quattro mesi sotto falso nome in Spagna e appartenente alla Giovane Italia, ora collegato con le Sam (Squadre di azione Mussolini), giocatore d'azzardo, tiratore eccezionale, maniaco delle armi e della strategia militare, proprietario di un poligono privato nella sua villa vicino ad Ascoli".
Oggi siamo a conoscenza di particolari importanti sulla figura di Gianni Nardi. Nell'ambito dell'inchiesta su Gladio spunta il suo nome da un appunto ad uso interno dei servizi segreti militari, il Sismi. Viene indicata come persona da seguire, da reclutare nell'organizzazione. L'appunto viene esaminato dal professor Giuseppe De Lutiis: è contenuto in una relazione consegnata il 1 luglio 1994 al giudice istruttore di Bologna Leonardo Grassi. De Lutiis si guarda 105 mila fogli sequestrati nel dicembre 1990 negli archivi della settima divisione del Sismi che riguardano l'intera attività, in trentaquattro anni di esistenza, della struttura Gladio. Nell'archivio dei servizi Nardi ha pure lui una sigla: 0565. Risulta segnalato dal capitano Camillo Carignani, all'epoca funzionario della quinta sezione Sad dell'Ufficio R che si fa chiamare Serafino. Già dal 5 giugno 1970 vengono richieste le rituali informazioni all'Ufficio D del Servizio Informazione Difesa, Sid, comandato dal generale Vito Miceli, ma il parere è negativo, in quanto per l'informatore dei servizi Nardi ha un tenore di vita inquieto, simpatizza per il Msi e frequenta in Spagna un corso per legionari allievi paracadutisti. Per il professor De Lutiìs, "sembrerebbe che l'ipotesi di arruolamento del Nardi sia stata lasciata cadere". Nonostante questo particolare Nardi ha continuato ad essere seguito dalla direzione della struttura Gladio, per le notizie relative alle sue attività illegali e poi per il suo decesso. De Lutiìs conclude il suo ragionamento. "Le circostanze sono tali da suscitare forti perplessità e sospetti, rimanendo inspiegabile il costante interesse ad annotare vicende su un elemento che non doveva formare più oggetto di alcuna attenzione". Le inchieste vanno avanti e il 20 ottobre 1986 viene interrogato un estremista di destra, Alessandro Danieletti. Ai poliziotti riferisce del periodo di latitanza, nel 1974, quando si rifugia in una cascina di Roiano di Campli, in provincia di Teramo. Lì si trovano, oltre a Danieletti, i fascisti Vivirito, D'Intino ed Esposti. Nei venti giorni di convivenza parlano di omicidi tra cui quello del commissario Calabresi. "Secondo l'Esposti -dice Danieletti- l'assassinio non era stato commesso materialmente da Gianni Nardi ma la responsabilità politica era certamente da attribuire ad elementi di destra. Aveva una visione precisa di quegli anni. Se non si rivendicava un omicidio, quel fatto poteva essere poi attribuito dagli inquirenti ad ambienti della sinistra extraparlamentare, in modo da inquinare le prove e spostare le indagini, favorendo l'impunibilità dei colpevoli".
Aldo Tisei, depone il 30 gennaio 1982. E' un esponente di rilievo dell'estrema destra, un collaborante giudicato attendibile da molte procure. "Le circostanze che ho riferito le appresi in un colloquio intorno al gennaio 1977. Oltre a me erano presenti Paolo Signorelli, Concutelli e Calore. Quella è stata l'unica occasione in cui ho sentito parlare dell'omicidio Calabresi. Concutelli riferì di un traffico d'armi tra l'Italia e la Svizzera e disse che Nardi, lo Stefàno e la Kiess abitualmente portavano armi in Italia dalla Svizzera, attraverso il valico di ponte Chiasso, abitualmente portavano pistole Browning coi caricatori bifilari e Walter -P38, nonché esplosivo. Questo traffico è iniziato precedentemente all'omicidio Calabresi e continuò per diverso tempo. Poiché Calabresi aveva scoperto questo traffico d'armi fu eliminato da Nardi, Stefàno e Kiess. Concutelli riferì solo questo senza aggiungere alcun particolare sull'azione. Mi resi conto che Calore era all'oscuro di tutto, proprio come me. Signorelli mi disse di aver incontrato nel 1976, a Torre Molinos in Spagna, Gianni Nardi il quale gli aveva detto che era stato scagionato ma di avergli confermato che era stato lui, con Stefàno e Gudrun Kiess ad eseguire l'omicidio Calabresi. A sparare sarebbe stato appunto Nardi. Signorelli disse queste cose convinto. Voglio far presente che Ordine Nuovo era un'organizzazione rigidamente militare per cui non ritengo che Concutelli potesse riferire cose inesatte parlando di operazioni militari come l'omicidio Calabresi".
Secondo gli inquirenti l'alibi offerto da Nardi, regge. La madre conferma la versione del figlio. Dice che Gianni Nardi si trova nella sua abitazione prima di un appuntamento nello studio del signor Elefante con la figlia Alba e l'avvocato di famiglia Dean. Il 24 febbraio 1973 viene concessa la libertà provvisoria per Gianni Nardi e Bruno Stefàno. E' il 12 aprile 1973. Viene vietato per "motivi di ordine pubblico" il comizio missino di Piazza Tricolore, a Milano. Alcune persone vengono fermate per aver lanciato nell'aula del Consiglio Comunale dei volantini del Fronte della Gioventù, in cui si accusano le autorità cittadine di aver ceduto ad un "ricatto comunista". I neofascisti attaccano le forze di polizia che presidiano piazza Tricolore. Durante gli scontri duri due bombe a mano tipo Srcm vengono lanciate contro gli agenti: Antonio Marino, di professione poliziotto semplice, rimane dilaniato dall'esplosione e altri riportano serie ferite. I responsabili di quel delitto vengono arrestati:sono Vittorio Loi, figlio dell'ex pugile Duilio e Maurizio Murelli. Anche Gianni Nardi, nonostante la libertà provvisoria, fa parte degli scontri. Così viene bloccato. Bruno Stefàno risulta latitante. Pochi giorni prima degli scontri del 12 aprile Nico Azzi, neofascista, viene trovato ferito da una bomba che cerca di piazzare nella toilette del treno Torino-Roma. Vicino ad Azzi i poliziotti trovano copie del quotidiano Lotta Continua, messe lì per sviare le indagini. Nico Azzi fornisce le bombe a mano che provocano la morte dell'agente Marino. Anni dopo Azzi dichiara ai magistrati: "Dovevamo fare del casino per costringere le Forze Armate ad intervenire". Giunge la conferma di Vittorio Loi, che lancia materialmente la bomba del sabato nero. "Era previsto che militari di destra, già al corrente della situazione, approfittassero della reazione per l'omicidio che doveva essere attribuito alle sinistre grazie alle tessere di partiti di sinistra e sindacali lasciate sul luogo del delitto, al fine di far scattare l'Operazione Idra, un colpo di stato militare". Altri attentati sono in programma ma non vengono realizzati. Come quello al treno Brennero-Roma. Anche in quel caso la colpa deve ricadere sulla sinistra.
Passa un mese e il 19 maggio '73 scade il termine di detenzione preventiva e Nardi viene rilasciato, definitivamente. Il 22 febbraio 1974 viene assolto per insufficienza di prove. Il 5 marzo, Gianni Nardi, Gudrun Kiess e Bruno Stefàno sono ricercati per l'assassinio di Calabresi. Il Pm Riccardelli spicca i mandati di cattura ma i tre sono irreperibili. Nuovi elementi sono emersi nelle indagini sulla morte di Calabresi. Luigina Ginepro, infermiera, pregiudicata chiede di essere ascoltata dal pubblico ministero. Mette a verbale ciò che dice di aver sentito da Gudrun Kiess mentre è detenuta nel carcere di San Vittore. Le confida di essere la donna al volante della Fiat 125 blu. "A Milano -mi disse Gudrun Kiess- arrivammo in tre e dopo l'omicidio riparti in aereo per il Belgio" Luigina Ginepro aggiunge un particolare. "La Kiess mi disse che il commissario Calabresi venne ucciso per le indagini da lui svolte nei loro confronti per fatti avvenuti in Kenia". Dalle rivelazioni dell'infermiera gli inquirenti accertano che Gudrun Kiess e Bruno Stefàno si sono imbarcati all'aeroporto di Linate alle 10, 15 del 17 maggio '72. Secondo Luigina Ginepro, il commissario Luigi Calabresi stava indagando sull'uccisione del nobile veronese Pietro Guarnieri, avvenuta in Kenia, dove era implicato il terzetto neofascista. Viene la conferma che Calabresi sta indagando sui traffici d'armi tra l'Italia e l'estero, un'attività cui si dedicano da tempo Nardi e i suoi amici. L'accusa di Riccardelli si collega con un traffico di travellers chèque falsi in Kenia, nel quale è implicato Bruno Stefàno. Attraverso un identikit, fatto nel 1970 a Parabiago da un confidente di Calabresi, viene identificato Gianni Nardi come protagonista e organizzatore di quel traffico d'armi. Intanto due giornalisti della "Domenica del Corriere", trovano a Madrid la latitante Gudrun Kiess che nega di aver fatto rivelazioni all'infermiera e si dice completamente innocente. Riccardelli mette insieme le attività del gruppo di Nardi ed alcune inchieste condotte da Calabresi. Si parla di una bomba fatta esplodere dai neofascisti a Trieste, città di frontiera, a due passi da Aurisina, dove viene trovato il deposito di Gladio. Un pezzo di quella pista esce definitivamente di scena con la scomparsa di Nardi nell'incidente a Maiorca, in Spagna, nel settembre 1976.
UNA STELLA A CINQUE PUNTE
Non manca molto alle 19. Lui è un dirigente apprezzato alla Sit-Siemens, un "duro" dell'organizzazione del personale. Preciso, metodico, come ogni sera mette a posto i fogli sparsi, prende giacca e cappotto ed esce dall'ufficio. E' il 3 marzo 1972. Idalgo Macchiarini fa un pezzo di strada semibuia. Tre uomini in tuta blu e passamontagna lo fermano, lo colpiscono ad un occhio. Poi aprono il portellone di un furgone e lo lasciano dentro per ore. E' una delle prime azioni eclatanti delle Brigate Rosse. Le origini del gruppo sono legate all'evoluzione di due sigle politiche attive tra il '67 e il '68: "l'Università negativa" di Trento e il "Collettivo politico operai-studenti di Reggio Emilia. Due dei fondatori dell'organizzazione, Renato Curcio e Mara Cagol, partecipano al gruppo "Università negativa", nato nel 1967 a Trento nel corso di mobilitazioni contro un progetto ministeriale di trasformazione della facoltà di sociologia in facoltà di scienze politiche. Nel 1968, alcuni membri di "Università negativa" collaborano con la rivista "Lavoro Politico". Quando il periodico cambia sede e si trasferisce a Milano, avviene la fusione con un altro gruppo della sinistra radicale, il "Collettivo Politico Metropolitano, Cpm". Il "Collettivo politico operai-studenti" di Reggio Emilia si forma da studenti e operai usciti dai partiti della sinistra tradizionale, in particolare dall'esperienza della Fgci. La scelta della clandestinità si rafforza nell'agosto 1970, nel convegno di Pecorile, quando i gruppi trentini e reggiani decidono la via armata e fondano le Brigate Rosse. Altri militanti provengono dal Collettivo operai-studenti di Borgomanero, a due passi da Novara. A Milano, però, ci sono le fabbriche, gli operai. Al Cpm partecipano nuclei già organizzati alla Pirelli, Ibm e Sit-Siemens.
Macchiarini viene tenuto nascosto in un piccolo appartamento. Poi lo slegano e sul muro, appiccicata con le puntine, spunta una bandiera con la stella a cinque punte e un cartello con sopra scritto: "Mordi e fuggi, niente resterà impunito, colpirne uno per educarne cento". La foto fa il giro del paese. Nel libro "A viso aperto", Renato Curcio racconta quel fatto al giornalista Mario Scialoja. "Passammo ad un gesto nello stile dei Tupamaros: Un breve sequestro dimostrativo di un personaggio simbolo particolarmente odiato. Da immortalare in una fotografia che avrebbe riprodotto in milioni di copie, su tutti i giornali, il nostro messaggio. Macchiarini era direttore di uno stabilimento e responsabile della ristrutturazione aziendale. Come era nostra abitudine, discutemmo a lungo prima di passare all'azione. Poi decidemmo che lo avremmo catturato e interrogato sulle questioni che stavano a cuore agli operai".
Nei primi anni di vita, le Brigate Rosse praticano la strategia della doppia militanza che prevede la clandestinità dell'organizzazione e l'attività alla luce del sole dei suoi aderenti. Nascono i primi dissidi interni. Alcuni militanti delle Brigate Rosse abbandonano l'organizzazione e costituiscono il cosiddetto "Superclan" (super clandestini). Si trasferiscono in Francia. Il difficile equilibrio nella semi-legalità viene spezzato proprio nel '72, quando si verificano arresti e perquisizioni a seguito dell'infiltrazione di alcuni agenti.
11 Marzo c'è una manifestazione autorizzata del Comitato Anticomunista in Piazza Castello, a Milano. Sono radunati circa trecento missini, scortati da ingenti forze di polizia e carabinieri. Sul palco prende la parola l'allora dirigente giovanile Ignazio La Russa. Lungo via Dante, Piazza Cordusio, si concentrano migliaia di aderenti alla sinistra extraparlamentare. Passano pochi secondi e la polizia carica. Gli scontri duri si susseguono per oltre nove ore, fino a sera. All'altezza di piazza Scala muore colpito da un candelotto lacrimogeno sparato ad altezza d'uomo il pensionato Giuseppe Tavecchio. Ha sessantanni. Raggiunge la pensione dopo anni di lavoro all'Atm. Gira con il suo pacchetto sotto il braccio e attraversa la strada. Dopo il colpo, cade a terra. Quando arriva all'ospedale è clinicamente morto. Il Questore Allitto Bonanno offre alla vedova un indennizzo di 150 mila lire. Della sua morte vengono accusati il capitano di ps Dario Del Medico e l'agente Vincenzo Tavino, condannati per omicidio colposo e poi assolti dalla corte d'Appello presieduta da Piero Pajardi perché "il fatto non costituisce reato". Centinaia di militanti dei gruppi vengono arrestati e condannati.
Il 15 marzo 1972 la scena si sposta dalla sede della Sit-Siemens ad un traliccio di Segrate, alle porte di Milano. C'è un uomo alto, con i baffi. Di professione fa l'editore. Il suo cadavere viene trovato su un traliccio ad alta tensione. E' mutilato, coperto di bruciature. I poliziotti che arrivano, notano quarantatré candelotti di dinamite piazzati sul longherone centrale e tenuti insieme con del nastro adesivo. Frugano nelle tasche dell'uomo trovato sul traliccio e trovano una carta d'identità: porta il nome falso di Vincenzo Maggioni. Passano ventiquattro ore e l'uomo di Segrate viene identificato. E' Giangiacomo Feltrinelli. Dall'altra parte della città, a San Vito di Gaggiano, i poliziotti scoprono un'altro traliccio minato. Gianni Flamini nel suo libro "Il partito del golpe" racconta quella vicenda. "La scena della tragedia è piena delle battute di un copione che pare essere scritto a tavolino. L'esplosione, che secondo l'immediata tesi ufficiale è il risultato di un incidente sul lavoro del guerrigliero Feltrinelli, ha lasciato intatti alla vittima le mani e il volto. E infatti il riconoscimento non tarda, anche perché, oltre ai falsi documenti intestati a Maggioni, il morto si è portato in guerra la fotografia della moglie, Sabina Melega e del figlio Carlo (contraddizione insanabile per uno che ha deciso di cambiarsi, e lo ha fatto, nome e connotati). " Potere Operaio offre a tutti la sua versione. "Feltrinelli da vivo era un compagno dei Gap, Gruppi Armati proletari. E' stato ucciso perché era un militante di quella organizzazione. Siamo sicuri che Feltrinelli è stato ucciso perché un traliccio è un obiettivo troppo interclassista. L'uccisione di Feltrinelli appare evidentemente opera di tecnici specializzati in queste operazioni di eliminazione". Le Br vogliono sapere come sono andate le cose, quella sera a Segrate; muovono un'inchiesta che collima con la ricostruzione fatta da un compagno di Feltrinelli, "Gunther", al settimanale l'Espresso. C'è anche un nastro magnetico trovato dai poliziotti nel novembre '74, nella base brigatista di Robbiano di Mediglia. Durante il programma televisivo di Sergio Zavoli, "La notte della Repubblica", viene trasmessa una parte del testo di quella registrazione. Sono gli ultimi secondi di vita di Osvaldo, nome in codice di Feltrinelli. "All'inizio Osvaldo ha i candelotti di dinamite (della carica che serviva a far saltare il longherone centrale) in mezzo alle gambe. Si trova impacciato nella posizione, impreca. Sposta i candelotti, probabilmente sotto la gamba sinistra e, seduto con i candelotti sotto la gamba, in modo che li tiene fermi, sembra che prepari un innesco, cioé il congegno dello scoppio. E' in questo momento che quello a mezz'aria sul traliccio sente uno scoppio fortissimo. Guarda verso l'alto e non vede nulla. Guarda verso il basso e vede Osvaldo a terra, rantolante. La sua impressione immediata è che abbia perso le gambe. Va da lui e gli dice: "Osvaldo, Osvaldo". Non c'è, è scoppiato".
Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse, trova il tempo per fare un ritratto di Feltrinelli, nel libro "Mara, Renato e io", scritto con Pier Vittorio Buffa e Franco Giustolisi. "Feltrinelli continuava a proporci dei finanziamenti. Renato Curcio e io ci incontravamo con lui una volta la settimana, ai giardini di Parco Sempione. Dovevamo fingere di non sapere che era Feltrinelli; per noi doveva essere solo Osvaldo, un militante dei Gap e anche se lo conoscevamo dai tempi del movimento di Trento stare al gioco era obbligatorio. Parlava sempre lui. Seduto su una panchina, le gambe allungate, le mani in tasca, lo sguardo al cielo come se cercasse un'ispirazione. Ci sommergeva di discorsi sulla strategia rivoluzionaria, la struttura dell'esercito proletario, l'Unione Sovietica e il suo ruolo guida. Noi avevamo rinunciato a tentare di interromperlo per dire la nostra ma, anche se lo ascoltavamo pazientemente, i suoi discorsi non ci convincevano. Non volevamo costruire un esercito bensì un partito armato. Anche la sua idea di far saltare i tralicci dell'alta tensione in montagna per colpire l'Enel e Fanfani ci sembrava quantomeno stravagante. Accordi con Osvaldo-Feltrinelli erano impossibili".
L'archivio dell'Ufficio Affari Riservati, diretto da Federico Umberto D'Amato, e sequestrato nel novembre 1996 in via Appia, a Roma, fa emergere nuovi particolari sulla morte di Feltrinelli. Grazie ad una perizia di Aldo Giannuli su un terzo dei documenti, spunta qualcosa di inquietante che evidenzia il ruolo del misterioso "Club di Berna", (il coordinamento delle polizie europee), nato nel 1965 per volontà di D'Amato. Il Club si riunisce proprio pochi giorni dopo la morte di Feltrinelli e D'Amato svolge la relazione introduttiva. Rivela che nel febbraio 1972 l'Ufficio Affari Riservati fa pubblicare a sue spese un libro dal titolo "Feltrinelli:il guerrigliero impotente". Il direttore dell'Ufficio intende spingere Feltrinelli ad agire concretamente provocandolo, gli rimprovera la mancanza di coraggio. Lo colpisce nel suo punto debole. "Il libro è stato uno shock psicologico per Feltrinelli -scrive D'Amato- che giocava alla rivoluzione senza rischiare in prima persona e deve essersi deciso a dare ai suoi collaboratori la prova che pagava in prima persona, incominciando a partecipare all'azione. Il libro voleva far uscire Feltrinelli allo scoperto e farlo agire sul piano personale rivoluzionario. Suo scopo era di esercitare una vera e propria azione psicologica". Il libro esce per davvero. Lo conferma Valerio Riva, pur contestando il ritrovamento delle carte, sulle pagine del quotidiano "Il Giornale". Ha una copertina color kaki, il marchio editoriale è attribuito alle Edizioni Documenti, con sede a Roma in piazza Rondanini 29. La data di stampa è dell'aprile 1971. Esce con un po' di ritardo, proprio nel febbraio 1972. Ci sono i riscontri oggettivi. Chi firma la perizia per conto della magistratura scrive: "L'intero brano getta una luce assai sinistra sull'incidente di Segrate, già di per se non del tutto chiaro. Quando, due giorni dopo quella relazione, Lotta Continua uscì con l'infelice titolo sulla morte di Calabresi, questo parve a molti una sorta di rivendicazione dell'omicidio. Applicando lo stesso metro dovremmo osservare che la relazione di D'Amato sembra una cosa assai prossima ad una rivendicazione". Secondo le carte trovate nella dependance del Ministero, in via Appia, il "Club di Berna" è una struttura non codificata ne strutturata in maniera organica: maschera la costituzione di una cordata tra Fbi, Ufficio Affari Riservati e servizio di sicurezza francese, contrapposta a quella fra CIA, Nato e servizi militari.
Tra il '72 e il '73, si tengono i primi incontri di coordinamento dei collettivi autonomi radicati nelle realtà operaie del Nord. Enfatizzano l'autonomia della classe operaia e proclamano la propria indipendenza dai gruppi storici della Nuova Sinistra, accusata di eccessiva moderazione. Al termine del processo di aggregazione, l'area dell'autonomia si crea punti di riferimento:sono le riviste "Senza Tregua" e "Rosso", lette da alcuni vecchi militanti di Lotta Continua e Potere Operaio e attivisti dei circoli giovanili che si muovono nelle periferie delle grandi metropoli.
Nel 1988, L'Espresso pubblica un'intervista importante proprio al leader dell'Autonomia Operaia, Oreste Scalzone. Mette in relazione l'omicidio di Calabresi con le attività di Giangiacomo Feltrinelli. Lo fa al giornalista Mario Scialoja. "E' venuto il tempo di rivelare alcune cose precise. Io ero amico di Feltrinelli, anche quando era diventato clandestino e si chiamava Osvaldo. Feltrinelli aveva tre idee fisse: Junio Valerio Borghese, Edgardo Sogno, Luigi Calabresi. Dei primi due pensava che presto o tardi avrebbero fatto un golpe: di Calabresi pensava che fosse un agente della CIA. Noi eravamo su tutt'altra lunghezza d'onda, avevamo gli occhi fissi sui cancelli della Fiat. Feltrinelli ci considerava a noi di Potere Operaio, dei rivoluzionari sinceri, ma illusi e avveniristi perché non pensavamo alla controrivoluzione e non ci ponevamo adeguatamente la questione militare. Fu di ritorno da un viaggio in Uruguay, nella primavera-estate '71, che Feltrinelli cominciò seriamente a pensare ad un'azione contro Calabresi. So per certo che, con i suoi compagni dei Gap, la preparò accuratamente. Posso solo aggiungere che non si trattò dei Gap milanesi e genovesi, gli unici all'epoca inquisiti: Feltrinelli aveva una rete più larga anche al Sud, anche all'estero. Aggiungo che, qualche giorno dopo l'omicidio Calabresi, arrivò nella sede milanese di Potere Operaio, in via Maroncelli, una busta gialla contenente un comunicato di cui ricordo bene alcune frasi: "Abbiamo giustiziato il boia Calabresi. . . Mai più altri Pinelli. . . Basta con l'estremismo parolaio della sinistra rivoluzionaria. . . Passare all'azione diretta, subito". Il volantino era firmato Giustizia Proletaria. Non ho la prova che quella fosse una rivendicazione autentica ma non ho neanche nessun elemento per giudicarla un falso. Più tardi raccontai l'episodio del volantino all'onorevole Corrado Bonfantini, l'ex comandante partigiano delle Brigate Matteotti, che aveva diretto con Pertini la liberazione di Milano. "
A Ulderico Munzi del Corriere della Sera, Scalzone rivela un particolare in più. "Dell'omicidio Calabresi me ne parlò in alcuni incontri. Non mi mostrò piani strategici e di azione perché teneva molto a una rigida compartimentazione. Aveva una rete a cerchi concentrici, in cui i Gap costituivano la propaggine esterna di movimento. Preparò certamente l'uccisione di Calabresi ma servendosi di un suo circolo esclusivo, diverso dai Gap. Ho avuto alcune intuizioni in proposito perché ho conosciuto molti personaggi, non solo italiani, legati a Feltrinelli". E' una circostanza nuova per Guido Viola, il giudice che si occupa delle attività di Feltrinelli. "Non risulta da nessun documento dei Gap, ne da alcun indizio. Non c'è riscontro a questa versione". Infatti Scalzone è convinto che a uccidere Calabresi non sia l'attività seppure illegale dei Gap ma un circolo esclusivo. "Ho ancora un altro indizio sul fatto che non siano stati i Gap. Feltrinelli morì tragicamente due mesi prima di Calabresi e i gruppi di azione partigiana, dopo il fatto di Segrate, furono subito individuati e messi sotto inchiesta. Ho aiutato molti militanti a fuggire all'estero. Erano su una lunghezza d'onda molto lontana da un'operazione di quella che costò la vita a Calabresi. Alcuni erano operativi nel senso che può intuire. Penso che siano ancora vivi. Non sono mai apparsi sulla ribalta giudiziaria. Ormai sono persone lontane dal fenomeno. Possono essere intellettuali, individui rispettabili, in Italia e in Europa. Feltrinelli si muoveva tra Svizzera, Austria, Germania, Francia. Io sono convinto che, dopo la morte di Feltrinelli, siano stati quei suoi compagni a proseguire l'azione armata contro Calabresi e a portarla a termine. Parlandomi del progetto di uccidere Calabresi, Feltrinelli voleva un avallo politico della sinistra extraparlamentare. Aveva la determinazione di giustiziare Calabresi. E non era un velleitario".
Le carte sono sparse tra i vari giudici e magistrati che si occupano di stragismo, di piani golpisti, delle attività di gruppi pronti a sovvertire lo stato democratico. Il giudice Arcai di Brescia, propone nei suoi atti uno strano connubio tra i Mar, Movimento Azione Rivoluzionaria, del partigiano bianco Carlo Fumagalli e le attività di Feltrinelli. Riporta una dichiarazione resa da Francesco Piazza, vicino a Fumagalli, e riferisce le confessioni a lui fatte da Giovanni Rossi, un ricettatore morto poco tempo prima in un incidente d'auto. "A proposito di Feltrinelli, Giovanni Rossi afferma che prima della sua morte l'editore finanziava Fumagalli. Prima che morisse Feltrinelli Fumagalli non aveva problemi finanziari. Feltrinelli passò la serata prima dell'attentato di Segrate con lo stesso Fumagalli. Rossi mi disse che la sera prima della morte dell'editore, costui e Fumagalli, insieme con altre persone delle quali non mi fece il nome, si era trovato nell'albergo Arcobaleno di Vimodrone e avevano avuto una discussione su come far saltare un traliccio: Rossi mi precisò che in quei giorni Fumagalli stava andando in rotta con Feltrinelli per divergenze politiche, per cui nell'albergo Arcobaleno avevano discusso di queste divergenze e la discussione era stata molto animata. Tuttavia erano andati insieme a far saltare il traliccio o comunque quella sera Feltrinelli era morto nel tentativo di far saltare il traliccio. Rossi disse che Feltrinelli era al traliccio con una squadra di Fumagalli, ma non disse anche se ci fosse Fumagalli in persona".
In seguito alla morte del commissario, spunta da un cassetto della Questura un appunto di Calabresi su una formazione di destra, la Lega Italia Unita, e sulle attività illegali e protette di Fumagalli. Marcello Bergamaschi è uno dei cosiddetti "ragazzi del comandante". In carcere, nel giugno 1974 confessa il suo racconto, al giudice istruttore di Brescia, Giovanni Simeoni. "Fumagalli mostrava, dal modo con cui ne parlava, di saperne molto sulla morte del commissario Calabresi. Per la verità non scese mai in particolari, ma da come ne parlava io compresi che doveva saperne molto. Diceva fra l'altro che era stata una cosa ben fatta e che nessuno avrebbe mai saputo chi era stato ad ucciderlo: e tuttavia dal modo come lo diceva sembrava che lui lo sapesse benissimo". Bergamaschi parla di cose che Fumagalli gli dice, in prima persona. "Fumagalli parlò della conoscenza che lui aveva con Feltrinelli, con il quale aveva avuto relazioni, però lo stimava soltanto in quanto aveva i soldi ma non come persona capace. A suo dire Feltrinelli era stato buono soltanto a fare del casino senza costrutto. Però non scese in altri particolari".
Si scopre ora che Carlo Fumagalli organizza la cosiddetta "Operazione Valtellina", un tentativo di colpo di Stato finalizzato al sovvertimento delle istituzioni democratiche, che deve scattare in concomitanza con l'attentato di Nico Azzi sul treno Torino-Roma, il 7 aprile del 1973, agli incidenti di Milano che causano la morte dell'agente di pubblica sicurezza Antonio Marino, il 12 aprile, alla bomba lanciata dal presunto anarchico Gianfranco Bertoli, nell'anniversario della morte di Calabresi. L'esistenza del gruppo di Fumagalli, la sua pericolosità e l'attitudine all'eversione emergono in seguito a un episodio avvenuto il 30 maggio 1974, appena due giorni dopo la strage di Piazza della Loggia, a Brescia. In una località dell'Appennino, Pian del Rascino, una pattuglia dei carabinieri sorprende tre esponenti della destra eversiva. Uno di questi, Giancarlo Esposti, risponde al fuoco e ferisce due militari. Nel conflitto lo stesso Esposti rimane ucciso. Si scopre che è un aderente di Avanguardia Nazionale, vicino ai Mar di Fumagalli, già condannato a Milano per gli attentati organizzati dalle Squadre d'Azione Mussolini, (Sam). Fumagalli viene arrestato per l'inchiesta sulla strage di Brescia mentre trasporta ingenti quantità di esplosivo e di armi:un bazooka, divise militari, duecento targhe false di automobili, passaporti falsi e due tende cabine insonorizzate del tipo utilizzato per persone sequestrate. Le successive indagini giudiziarie si concludono con una sentenza di condanna e ricostruiscono in dettaglio l'attività del Mar:aveva infatti raggiunto la massima dimensione negli anni '70-'74, ma con una dislocazione nella sola Lombardia, in particolare in Valtellina.
Fumagalli è proprietario della DIA Srl (Demolizione industriale autoveicoli), azienda situata a soli trecento metri dal traliccio di Segrate. Giuseppe Baruffi, curatore fallimentare di società che fanno capo a Fumagalli, dichiara ai giudici ciò che sa. "Quando si divulgò la notizia del cadavere trovato sotto il traliccio di Segrate, mi venne la sensazione che potesse essere Carlo Fumagalli. Fatto sta che in quel periodo di tempo, Carlo Fumagalli si rese irreperibile per cinque sei giorni. Ne dedussi che magari era nascosto nella stessa cantina della Dia. Avevo notato che in quei giorni veniva acquistato cibo e introdotto nella Dia in modo diverso dal solito". C'è un rapporto del Sid, scritto nel 1974, e inviato alla magistratura. "Fumagalli partecipava al progetto di creare una situazione in Valtellina e Liguria, che aveva come premessa una guerra civile che nuclei isolati capitanati da Nardi ed Esposti, avrebbero dovuto estendere alle regioni centrali del paese. La guerra civile avrebbe dovuto imporre alle forze armate di intervenire ed assumere il potere". La conferma viene dall'interrogatorio che lo stesso Fumagalli rende al giudice istruttore di Bologna. "Fumagalli ha confermato il progetto di golpe dell'aprile 1973 che doveva essere attuato d'intesa con Carabinieri ed Esercito e di cui i suoi uomini dovevano costituire la base civile in Lombardia". Il giudice istruttore Leonardo Grassi che indaga sui depistaggi dei servizi in seguito alla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna e alle attività dei neofascisti, descrive i fatti nella sua sentenza ordinanza del 1995. "Il Mar si trasformò da Movimento Armato Rivoluzionario a Movimento d'azione rivoluzionaria. I tralicci dovevano servire per verificare la copertura . C'erano garanzie d'impunità e far saltare alcuni tralicci senza produrre vittime doveva servire a verificare tali garanzie". Un collegamento tra le attività di Feltrinelli, comunista, e quelle di Carlo Fumagalli, fascista, sembrano politicamente inspiegabili.
Il 17 maggio 1972 viene ucciso Luigi Calabresi. Nessuno rivendica l'omicidio. E nelle inchieste, anni dopo, spuntano le dichiarazioni di esponenti del Partito Armato, Br e Prima Linea, che si sono pentiti e hanno deciso di collaborare con la giustizia. La crisi delle organizzazioni clandestine viene accelerata da alcuni articoli presenti nella legge del 1979: vengono infatti introdotte misure premiali per i membri dei gruppi che decidono di collaborare con le autorità inquirenti. Per loro, c'è la non punibilità e la riduzione della pena fino alla metà con l'esclusione definitiva delle aggravanti. Per l'inchiesta sull'uccisione del commissario Calabresi, gran parte delle loro dichiarazioni sono indirette, discorsi ascoltati da terze o quarte persone e poi riferiti. Roberto Sandalo, pentito di Prima Linea, non è infatti in grado di controllare la veridicità di ciò che dice. Rende il suo racconto a braccio, al giudice istruttore di Torino. "Era il 77, poco dopo la mia uscita da Lotta Continua. Un giorno Marco Donat Catin mi mostra una foto del libro "Cinque anni a Milano". Mi indica un giovane, ritratto insieme ad altri militanti di Lotta Continua, come il responsabile dell'omicidio Calabresi. Aggiunge che questo ragazzo si era staccato dall'attività politica e aveva aperto una libreria a Milano". Sandalo cita un altro fatto. "Nel settembre '77 io e Marco Donat Cattin andammo a cena, a casa di Massimiliano Barbieri. Parlammo a lungo dei momenti d'oro del movimento. Il discorso era caduto sull'omicidio Calabresi che Barbieri aveva ricordato come l'inizio della lotta armata. Anche lui aveva il libro Cinque anni a Milano e aveva indicato in una delle fotografie riprodotte l'omicida del Dott. Calabresi". Viene interrogato Barbieri. Esclude di aver indicato in quella fotografia del libro di Uliano Lucas, l'autore dell'omicidio Calabresi. Marco Donat Cattin dichiara di non possedere nemmeno il libro. E ricorda. "Nella cena a casa di Barbieri non ho mai parlato della circostanza che era stata Lotta Continua a uccidere il commissario Calabresi, in quanto si trattava di un fatto scontato". E' la stagione dei pentimenti. Si presenta Michele Viscardi al procuratore della Repubblica di Bergamo. "Nel 1980 mi trovavo in un bar di Milano insieme a Roberto Rosso e forse a Sergio Segio. Mostrai a Rosso un articolo del Corriere della Sera nel quale si parlava della scarcerazione di Franco Gavazzeni, figlio di un noto musicista bergamasco. Roberto Rosso mi ha riferito che Gavazzeni era implicato nell'omicidio Calabresi come basista. Era noto nell'ambiente di Prima Linea che questo omicidio era stato commesso da elementi del servizio d'ordine di Lotta Continua di Milano, su indicazione della segreteria milanese. " Roberto Rosso dichiara di "non sapere nulla di un secondo livello occulto esistente in Lotta Continua, ne dell'omicidio Calabresi, di non ricordare gli episodi riferiti da Donat Cattin e da Sergio Martinelli". Sergio Segio rende dichiarazioni analoghe ed esclude le circostanze riferite da Viscardi. C'è chi ipotizza, come Sergio Martinelli, allora militante di Lotta Continua, che "dopo l'omicidio Calabresi si era creata una spaccatura all'interno del movimento tra chi come Adriano Sofri, erano contrari a rivendicare l'omicidio sul quotidiano Lotta Continua e chi invece, come Pietrostefani, Salvioli, Scaramucci e lo stesso Cassina, erano favorevoli a pubblicare sul giornale un titolo che rivendicasse sostanzialmente l'omicidio".
Martinelli cita però due ex militanti di Lotta Continua Fabio Salvioni e Giampietro Cassina. Cassina conferma che nell'incontro a casa di Salvioni, riferito da Martinelli, si è parlato dell'omicidio Calabresi ma nega che sia un episodio riferibile a militanti di Lotta Continua. Oliviero Camagni parla di "una struttura illegale all'interno di Lotta Continua che costituiva il braccio armato di questo movimento e operava in clandestinità". Riporta dichiarazioni di Sergio Segio. "Anche Segio, in un occasione che non ricordo, mi aveva riferito che a uccidere Calabresi erano stati elementi di Lotta Continua. Segio però non mi ha fornito altre indicazioni, anche perché era persona riservata e difficilmente avrebbe detto qualcosa di più sull'episodio".
Prima Linea nasce invece nell'aprile '77, da un vero e proprio congresso costitutivo a San Michele a Torre, vicino a Firenze. Al vertice c'è una "conferenza di organizzazione", alla quale il comando nazionale risponde di tutte le operazioni. Vengono costituiti un settore tecnico-logistico e uno informativo, ma quello che pesa è l'intera struttura armata che va dalle ronde proletarie ai gruppi di fuoco, alle squadre di combattimento.
Enrico Baglioni, ex di Lotta Continua, passa a Prima Linea e alla lotta armata. Sull'omicidio Calabresi offre un opinione diversa da quella espressa da alcuni suoi compagni: racconta le sue impressioni al settimanale "Il Sabato". "Ho pensato che l'omicidio Calabresi era sicuramente stato compiuto da compagni e che non si trattava di una provocazione reazionaria. Tra di noi ci fu subito un giudizio di condivisione del fatto, distribuimmo volantini e affiggemmo ai cancelli delle fabbriche manifesti che giustificavano quella che chiamavamo un'esecuzione proletaria. Ma devo anche dire che non ho mai avuto la sensazione che quell'omicidio fosse opera nostra, non ho mai avuto segnali che mi facessero pensare che fosse stata un'operazione voluta e realizzata da Lotta Continua". Anche Renato Curcio, interviene sul caso Calabresi. Lo fa sempre con l'ausilio di un libro intervista al giornalista dell'Espresso, Mario Scialoja. "La notizia ci colse di sorpresa. Negli ambienti che frequentavamo non avevamo nessun sentore che si stesse preparando qualcosa del genere. Si trattava di un'azione dirompente che ci preoccupò perché poteva avere conseguenze gravi e anche imprevedibili. Quale sarebbe stata la reazione repressiva nei confronti del movimento e dei gruppi dell'ultra-sinistra ? Ci siamo dati da fare per sapere chi c'era dietro a quell'azione. Gli accertamenti apparvero subito difficili. Cercammo di raccogliere informazioni negli ambienti di Lotta Continua, di Potere Operaio, dei gruppetti marxistileninisti e anarchici. Il tipo di atteggiamento di fronte al quale ci trovammo fu più o meno questo. "E' un'azione che viene dall'interno dei gruppi e del movimento. Sappiamo di chi si tratta ma visto che non è stata rivendicata è meglio lasciar perdere". E le parole sfumavano nel vago. Avevamo capito che l'uccisione di Calabresi era stata un gesto giustizialista occasionale, nato nel clima di mobilitazione generale di quel momento". L'ex brigatista Alfredo Bonavita entra nei particolari. "Immediatamente è stata scartata l'ipotesi che siano stati i fascisti. Però i sospetti su Lotta Continua non sono nati subito ma a partire dal '77, quando nelle carceri ci furono degli incontri tra le Br e quelli di Prima Linea. Dal '72 al '76 vennero fatte altre supposizioni. Si puntò il dito sui Gap di Feltrinelli perché in precedenza il console boliviano Quintanilla era stato ammazzato in Germania con una pistola appartenuta all'editore". Non tutti sono d'accordo all'interno delle voci del Partito Armato. Enrico Baglioni esclude però la possibilità che all'interno di Lotta Continua ci sia una sorta di secondo livello armato. "Nella mia lunga militanza in Lotta Continua non ho mai avvertito la presenza, all'interno dell'organizzazione di strutture clandestine o paramilitari. Certo come tutte le forze politiche di quell'epoca, anche noi, che tra l'altro eravamo il gruppo più numeroso, avevamo un nostro servizio d'ordine. Ma ripeto. Ne io, ne i compagni che con me hanno fondato Prima Linea abbiamo ricevuto un addestramento alla lotta armata all'interno di Lotta Continua".
Marco Boato appartiene alla dirigenza di Lotta Continua. Dice quello che sa al Corriere della Sera. Il pezzo è firmato da Giuliano Ferrara. "I servizi d'ordine del tempo erano organismi pressoché informali. Dopo, verso la metà dei Settanta, diventarono il serbatoio del terrorismo che tutti sanno, ma tutti sanno che lo diventarono contro l'opinione della direzione di Lotta Continua e fuori da essa. Non ci fu nessuna inchiesta su Calabresi. Se ci fosse stata ne sarei a conoscenza Non posso escludere niente sul piano delle iniziative individuali o di piccoli gruppi. La Milano di allora era davvero un'inferno. Ma noi, i capi di Lc, facevamo una campagna pubblica sulle responsabilità di Calabresi, non pedinamenti. Cercavamo le sue denunce per diffamazione, volevamo un processo pubblico che rendesse giustizia all'anarchico "suicidato". Certo, a rileggere ciò che abbiamo scritto poi sul nostro giornale, prima e dopo l'omicidio, penso a qualcosa di moralmente mostruoso, non solo un errore politico di cui abbiamo pagato per intero le conseguenze. Sì, da anni mi sono reso perfettamente conto che l'assassinio di Calabresi è stato l'inizio del terrorismo di sinistra. Ma non siamo stati noi a deciderlo".
Come si struttura Lotta Continua, nel '72 ? Lo rivela Luigi Bobbio, uno dei fondatori del gruppo, al settimanale L'Europeo. "Temevamo un golpe: e, come si è visto non fu solo paranoia. Sarebbe stato irresponsabile, in quel clima, che un'organizzazione che si dichiarava rivoluzionaria non si dotasse di adeguate strutture logistiche, di contatti e reti di rapporti che le garantissero la sopravvivenza. Una serie di attività non note alla maggior parte dei militanti:tutti i compagni, però, erano d'accordo sul fatto che esistessero attività non note. Niente a che fare con la lotta armata, però, lo escludo nel modo più categorico. Lc aveva piuttosto delle attività specializzate, o non legali, o di copertura. Ci attendevamo la resa dei conti generale, un colpo di Stato. Non posso escludere categoricamente che la sinistra non c'entri in questo omicidio. Se Scalzone parla avrà i suoi buoni motivi per dire ciò che dice. Quanto ai progetti dei Gap di Feltrinelli su Calabresi, posso solo dire che non mi pare inverosimile. Ma non mi pare una notizia, insomma. Se qualcuno di Lc, e io continuo a credere che non sia così, ha preso parte a quella azione, lo ha fatto in qualche modo contro i patti impliciti ma chiari che vigevano all'interno dell'organizzazione. In quel momento, Lotta Continua ha avuto forti sbandamenti, era un momento in cui si sentiva un acutizzarsi improvviso del conflitto, delle tensioni, in cui l'asse politico si stava spostando a destra. Nel congresso di Rimini, nell'aprile '72, quello che nel mio libro definisco svolta militarista: fu un serrare le fila, darsi un'organizzazione adatta alla fase dopo un periodo più spontaneista e movimentista. Ma l'idea di passare all'azione con un omicidio politico di quel peso, non venne neanche presa in considerazione".
L'UOMO DI BOCCA DI MAGRA
C'è un fiume che scorre per un breve tratto di strada, attraversa le montagne, tra la Toscana e l' Emilia Romagna, bagna Pontremoli, attraversa Aulla, lambisce Sarzana e sfocia nel mar Tirreno. In quella terra di pescatori di anguille e barche a riposo c'è Bocca di Magra, pochi abitanti, tanto lavoro. E' l'ultimo scampolo di Liguria dopo il golfo dei Poeti, ben prima delle luci e delle discoteche della Versilia. Tra Bocca di Magra e Sarzana vive e lavora, insieme alla sua compagna Antonia Bistolfi, Leonardo Marino. Non è difficile vederlo, per chi sa di barche e di pesca, dentro il suo furgone, intento a cucinare qualche crepes e a vendere bibite. Sta lì dall'agosto 1984. Marino è l'unico maschio di una famiglia di quattro figli. Il padre è un immigrato di Pastorano, in provincia di Caserta: di professione fa il casellante. Cresce tra i fischi delle sirene di Settimo Torinese. La madre, Filomena, non parla che dialetto. Leonardo viene mandato a studiare a Torino, in un collegio di salesiani ma a soli 13 anni torna a casa per l'improvvisa morte del padre. Tocca a lui lavorare per mantenere la madre e le tre sorelle che gli stanno accanto.
Passano gli anni ed entra alla Fiat Mirafiori. E' il 1966. Intorno a lui e alla sua tuta blu, si muovono migliaia di giovani, l'ottanta per cento viene dal Sud. Marino lavora in uno dei reparti più duri, verniciatura, alle carrozzerie. Scoppia il '68 e partecipa alle prime proteste operaie. Nasce l'organizzazione Lotta Continua e Marino vi aderisce. Giubbotto stretto, capelli folti ricci e neri. Nell'autunno caldo, quello del 1969, ha un momento di gloria, di relativa popolarità. Al Palazzetto dello Sport di Torino c'è un'assemblea organizzata dai sindacati dei metalmeccanici. Protestano contro la Fiat che vuole licenziare 120 operai. Marino sale sul palco, afferra il microfono, incita allo sciopero con un discorso che infiamma l'assemblea. Pochi mesi dopo viene denunciato dalla Fiat per atti di violenza : passa un anno e viene licenziato. Lotta Continua gli da una mano: deve distribuire a Milano e Torino il giornale del movimento. E' lì che conosce Antonia Bistolfi, piemontese di Aqui Terme.
Nel 1976 Lotta Continua si scioglie e Marino si inventa un nuovo lavoro. Si trasferisce a Morgex, a dieci chilometri da Courmayeur: intanto Antonia lascia il posto alla Sip. E' solo a mantenere la famiglia e tenta di tutto. Guida le ambulanze, fa la guardia agli ski-lift, impara l'arte delle crèpes. Antonia chiede aiuto ad una coppia di amici di Milano, Luisa Castiglioni e l'imprenditore Hans Deichman. A Marino e famiglia arrivano soldi in assegni bancari e contanti, fino ad un salario fisso e un appartamento gratis per fare da custodi alla loro villa di Bocca di Magra. Deichman stacca un assegno da quattro milioni e mezzo nell'agosto '82, a settembre arrivano altre 780 mila lire: ottengono un milione e mezzo nel luglio 1983, altre 920 mila lire a novembre, poi ancora tre milioni nel febbraio '84 e mille franchi nell'agosto dello stesso anno. L'impiego a villa Deichman dura meno di un anno a causa dei continui litigi. Marino cambia lavoro e diventa venditore ambulante di crèpes, bibite, panini. Lo fa dal 1986. Nel luglio 1988, però, decide di parlare del delitto Calabresi. Dice di aver partecipato a quell'omicidio. Era al volante della Fiat 125 blu. Per Marino il killer del commissario è un ex militante di Lotta Continua di Massa, Ovidio Bompressi; l'incarico viene dall'esecutivo nazionale dell'organizzazione e in particolare dal responsabile del servizio d'ordine Giorgio Pietrostefani e dal leader Adriano Sofri che gli avrebbe dato il suo personale consenso nel corso di una manifestazione a Pisa, per protestare contro la morte dell'anarchico Franco Serantini. E' una chiamata in correità senza precedenti. Grazie alle rivelazioni di Marino, Sofri viene arrestato nella sua abitazione di Impruneta, vicino a Firenze. Stessa cosa avviene per Pietrostefani e Bompressi che vengono fermati, il 28 luglio 1988. Il colonnello dei carabinieri, Luigi Nobili, dichiara. "E' un'indagine suscettibile di altri arresti".
Il racconto di Leonardo Marino, però, divide giornalisti, magistrati, avvocati, Tribunali, l'opinione pubblica. La sua chiamata in correità viene analizzata, criticata, sezionata. La presenta nei verbali dei carabinieri, nei primi interrogatori e nel libro "La verità di piombo", da lui scritto poco dopo gli arresti. "Il primo a parlarmi della possibilità di far fuori Calabresi fu Bompressi, nell'autunno del '71. Erano i giorni in cui tutti i giornali scrivevano che i giudici di Milano avevano ufficialmente incriminato Calabresi per omicidio volontario di Pinelli, ragione per cui in noi si rafforzava la convinzione che il commissario fosse colpevole. Bompressi mi disse che i compagni di Milano avevano già iniziato l'inchiesta, cioè i pedinamenti del commissario per conoscere le sue abitudini e studiare di fare il colpo con sicurezza. Avremmo dovuto rubare una macchina e io avrei dovuto guidarla. Quella era la mansione adatta a me, visto che l'avevo fatto ben altre volte durante le rapine. In seguito me ne parlò più volte Pietrostefani, durante i nostri racconti a Torino".
Nel libro, Marino va avanti con la presunta preparazione dell'attentato. "Se ci avessero fermati prima, avremmo dovuto dire che volevamo soltanto minacciare e spaventare il commissario. Se ci avessero catturati dopo, avremo dovuto dire di essere estranei a Lotta Continua e di aver voluto vendicare Pinelli. Proprio per questo Bompressi era sconosciuto ai militanti di Lotta Continua di Torino e io ormai da mesi non svolgevo più alcuna attività politica pubblica". Per sua stessa ammissione, dichiara di essere fuori dalle normali attività politiche, dalle assemblee, dalle occupazioni. Una persona in clandestinità, insomma, che vive nell'anonimato e, nonostante ciò, si reca a Pisa il 13 maggio 1972. Dice di voler incontrare il leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, alla luce del sole, davanti a tutti. "Chiesi ripetutamente a Pietrostefani di confermarmi se Sofri davvero era d'accordo, e lui mi disse che potevo accertarmene di persona andando a parlare con lui al comizio per la morte di Serantini, che si sarebbe tenuto a Pisa, sabato 13 maggio. Comizio, del resto, al quale sarebbero andati i compagni da tutto il Nord. Parlai con Sofri subito dopo il comizio. Pur confermandomi che la decisione era stata presa e che la cosa andava fatta, e tutte le altre cose che ho raccontato al processo, come la necessità di negare di far parte di Lotta Continua nel caso fossimo stati presi, l'assicurazione che l'organizzazione avrebbe pensato a noi e alle nostre famiglie, io ricavai da quel breve colloquio l'impressione abbastanza netta che Sofri, nel suo intimo, esitasse. L'impressione che mi fece fu quella di essersi lasciato trascinare da Pietrostefani in quella decisione. E mi sembrò di averne una conferma nelle parole che mi disse accomiatandomi. "Speriamo vi vada bene, sennò siamo fottuti"".
Marino ha l'impressione, non la certezza che Sofri offra il suo benestare a quell'omicidio. "Tornai a Torino quella stessa sera. L'indomani, domenica 14 maggio, ricevetti in sede la telefonata di Luigi, il compagno di Milano che aveva avuto l'incarico di ospitare me e Bompressi e di accompagnarci sul luogo dell'attentato. L'appuntamento era alla stazione centrale di Milano il giorno dopo, lunedì 15. Prima di partire passai a prelevare la mia arma al deposito di Paolo Buffo. Presi una Smith& Wesson calibro 38 special a canna corta". Marino va avanti con nuovi particolari. "La sera del 15, io e Luigi, facemmo un sopralluogo in via Cherubini, sotto casa del commissario, per studiare il colpo nei dettagli e preparare una via di fuga. Poi nella notte rubai la macchina, una 125, avendo cura di scegliere un modello privo di bloccasterzo, perché non avendo le chiavi, non potevo rischiare di restare con lo sterzo bloccato. Questo particolare, che non era mai stato reso pubblico, costituì poi, per i magistrati che mi interrogarono, dopo la mia confessione, il primo, importante riscontro del mio racconto e una prova che non mentivo. Un secondo riscontro fu quello dell'agenda della signora Calabresi che la mattina del 16, da noi fissata per l'attentato, aveva scritto che suo marito era uscito più tardi del solito. Infatti proprio il suo ritardo nell'uscire di casa, insieme al fatto che non aveva parcheggiato, come al solito, la sua 500 sulla strada, ci aveva spinto, quel martedì 16 mattina, a rinviare l'azione al giorno dopo. "
Ora Marino narra di quel 17 maggio. Lo fa a modo suo. "Il 17, invece, si svolse secondo il nostro piano. Arrivammo sul posto parecchio tempo prima dell'ora in cui sapevamo che il commissario sarebbe uscito di casa, tra le 9 e le 9, 20, con la macchina di Luigi. Prima di tutto controllammo se c'era la 500 del commissario. C'era: segno che era in casa. Luigi ci fece scendere, poi andò a piazzarsi da qualche parte, in modo da tenere d'occhio la scena e poter avvertire immediatamente i nostri capi se qualcosa fosse andata male, se i passanti avessero tentato di bloccare Bompressi dopo il fatto. Prima di separarci andai a vedere se la 125 che avevo rubato era sempre al suo posto. Anche lei c'era. Solo allora ci allontanammo. Ognuno per suo conto. Ognuno sapeva quel che doveva fare. A un tratto, ecco che esce il dottor Calabresi. Lo riconosco subito, dalle foto sui giornali. Innesto la retromarcia e lentamente procedo, per portarmi il più vicino possibile a Bompressi e favorire la sua fuga. Calabresi fa per aprire la portiera della 500, ma Bompressi estrae la Smith& Wesson e gli spara a bruciapelo un colpo alla nuca e subito dopo uno alla schiena. Bompressi riattraversa la strada in diagonale, tenendo la pistola in pugno, passando in mezzo alle macchine che si sono fermate, mi raggiunge, sale a bordo e si butta sul sedile dicendo "Che schifo", non una parola in più"
Molti sono i punti in discussione:a partire dalla data di presentazione ai carabinieri. Si saprà più tardi, nel processo di primo grado che Marino non si presenta il 19 luglio 1988, come racconta nei primi interrogatori, ma il 2 luglio alla stazione dei carabinieri di Ameglia. La conferma viene dalle testimonianze del carabiniere Emilio Rossi e dal capitano Meo in Corte d'Assise di Milano. "Marino si era presentato in stato di agitazione, -dice Rossi- presso la stazione dei cc di Ameglia, il 2 luglio '88, dichiarando di voler parlare di alcuni problemi abbastanza delicati e, dopo aver accennato al periodo in cui lavorava alla Fiat, alla sua militanza nel sindacato, in Lotta Continua e a un grave fatto commesso a Milano circa ventanni prima, manifestava il desiderio di parlare con qualche persona di grado superiore".
Chiamo Marino, attraverso il suo avvocato Gianfranco Maris. E' disponibile ad un'intervista. E la nostra chiacchierata telefonica parte proprio da questo particolare. Leonardo Marino mi sta ad ascoltare. Parte la registrazione, con la mia prima domanda "Non le sembra una contraddizione aver raccontato due date diverse ?". Da Sarzana risponde: "Io questa vicenda l'ho già chiarita, sia nel primo processo che in numerose interviste che mi hanno fatto. Il presidente Minale mi ha chiesto: "Quando si è presentato ai giudici ?". Ho detto che il giorno corrisponde a quando ho affrontato il primo interrogatorio. Poi nel processo sono arrivati i carabinieri e hanno raccontato quello che c'era stato precedentemente, i miei contatti con loro. Ciò non significa che sono stato tenuto in mano ai carabinieri, come ha detto molta gente in quei giorni. Uno prende la decisione di collaborare, prende dei contatti che lo portano a parlare con i giudici. Quei giorni di colloquio con i carabinieri sono serviti proprio per arrivare ai giudici di Milano. Non c'è nulla di misterioso, niente di strano".
Chiedo a Marino di parlare della sua militanza in Lotta Continua. "In quegli anni io lavoravo alla Fiat e nasceva Lotta Continua. Ho aderito a quell'organizzazione perché portava avanti le esigenze degli operai all'interno della fabbrica. Questa cosa aveva anche riflessi personali perché ero in contatto con tanti compagni. Mi trovavo bene con loro. Conoscevo anche persone di altre organizzazioni come Potere Operaio, Servire il Popolo. Io però ho fatto parte solo di Lotta Continua. ". Marino prosegue con il suo racconto, affrontando anche i momenti della lotta armata. "Ho conosciuto esponenti di Prima Linea che provenivano certamente da Lotta Continua. Molti di loro se ne sono andati dall'organizzazione perché erano in disaccordo con la nostra politica". Uno dei capisaldi della sua accusa è la presunta esistenza di una struttura illegale di Lotta Continua. "Quello che sapevo l'ho raccontato ai giudici. Io facevo parte di questa struttura che comprendeva un certo numero di persone. Non conoscevo quelli che stavano in altri centri. Sapevo della loro esistenza ma non avevo rapporti personali con loro. ".
Marino sa che il leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone, coinvolge Giangiacomo Feltrinelli come presunto organizzatore dell'omicidio. Scalzone muove alcune ipotesi. Al Corriere della Sera racconta le sue supposizioni. "Non posso escludere che Feltrinelli lo avesse contattato. Perché Marino accusa Lotta Continua ? Marino da degli elementi apparentemente inconfutabili della sua presenza nel commando che uccise Calabresi. Può darsi che attraverso i pentiti, i carabinieri siano arrivati a lui. Lontano dalla militanza, Marino può aver deciso una specie di "muoia Sansone con tutti i Filistei", coinvolgendo lo stesso Sofri. Comunque Marino, ammesso che sia stato contattato da Feltrinelli, non era in grado di conoscere i membri dei circolo ristretto". Marino sta ad ascoltare la testimonianza del leader di Potere Operaio, Oreste Scalzone. Poi parla. "Se Scalzone è a conoscenza di nuovi particolari vada a raccontarli ai giudici. Non so a che titolo parla. Se sa delle cose allora le dica così come ho fatto io, altrimenti stia zitto. Porti prove a sostegno di quello che dice. Io comunque non ho mai conosciuto Feltrinelli, neppure i Gap. " Ai giudici, Marino imbastisce un lungo racconto a puntate, fatto di molti particolari, tutti criticati dalla difesa e sostenuti dal pm Pomarici e dal giudice istruttore Lombardi. C'è uno spunto investigativo che considera importante ? . "Io ho detto la verità su tutto. Quello che ho detto è la verità. Nel mio racconto i giudici hanno trovato riscontri in alcune cose, in altre meno. In aula ho fatto confusione ma dopo tanti anni ricordarsi tutto è difficile. Quando mi sono presentato ai carabinieri non pensavo di essere creduto per forza. Non volevo accusare gli altri. Se non mi avessero creduto me ne sarei tornato a casa. Nei verbali io racconto di una rapina fatta da Lotta Continua all'armeria Marco Leone di Torino, in piazza Solferino. Una delle pistole rubate è servita per uccidere il commissario Calabresi. Nel processo emerge che una pistola dello stock prelevato nell'armeria viene sequestrata ad Albonetti a Roma e l'altra a Pedrazzini a Milano, tutti appartenenti a Lotta Continua. Due più due fa quattro. C'era un'organizzazione che ha rapinato queste pistole e le ha distribuite ai suoi militanti . Guarda caso la polizia le ha trovate proprio nelle mani di gente di LC nel '70, due anni prima dell'omicidio Calabresi. Le rapine venivano discusse con il responsabile di questa struttura che allora era Giorgio Pietrostefani. Se lei legge il libro di Curcio c'è un passo in cui si dice che Franceschini si incontrava con Pietrostefani". Marino vuole correggere un brano dell'intervista, da lui concessa, al giornalista Bruno Vespa, nel libro "La Sfida". "In quel periodo mi occupavo di pedinare dei fascisti di Roma. Facevo delle inchieste sulle loro attività. Vespa mi ha chiesto di fargli un nome e mi ha suggerito quello di Stefano Delle Chiaie. Io ho risposto con "può darsi". Lui nel libro l'ha presentato in quel modo. Cosa le devo dire".
All'uomo di Bocca di Magra ricordo la situazione di quegli anni, le stragi, la paura di un colpo di Stato. A chi può giovare un omicidio come quello di via Cherubini?. "Che in quegli anni succedessero cose strane lo sanno tutti. Di strutture così era piena la sinistra extraparlamentare. Anche il Pci aveva strutture pronte per intervenire in caso di colpo di Stato. Anche Lotta Continua si era posta il problema di un rovesciamento repentino del potere da parte della destra e che in tutti gli ambienti della sinistra, istituzionale e non, fosse iniziato un dibattito sulla legittimità di armarsi. Chi è poi entrato in clandestinità e ha costituito gruppi armati faceva una scelta personale. Una cosa però è prepararsi, anche con le armi, per fronteggiare un colpo di Stato; un'altra è intraprendere la strada di Prima Linea e delle Brigate Rosse che attaccavano lo Stato in prima persona. Io penso che l'omicidio Calabresi fosse il primo atto armato di quella stagione. So che in molti hanno detto che Lotta Continua non aveva nulla a che vedere con la scelta armata. Non è vero. Agli atti risultano materiali sequestrati a esponenti di Lotta Continua che parlano in modo esplicito di lotta armata. Dopo ci sono stati i ripensamenti ma allora la linea di Lotta Continua era questa. ". La telefonata va avanti per oltre un'ora e mezza. Ora sposto le mie domande sulle sue contraddizioni.
Parlo della perizia balistica realizzata pochi mesi fa, che pone seri dubbi sulla veridicità delle sue affermazioni. I proiettili analizzati presentano elementi diversi, striature e microstriature totalmente differenti. "E' un fatto già emerso in sede processuale, nell'appello. C'erano varie perizie e tutte si contraddicevano. Io non so spiegarmi l'esistenza di due proiettili. Io so che Bompressi spara due proiettili da una pistola sola. E' una Smith &Wesson 38 special, canna lunga. La presenza presunta di due proiettili uno a canna lunga, l'altro a canna corta sfugge dalla mia conoscenza. Io so come sono andate le cose. Ero lì, in via Cherubini". Marino accusa Adriano Sofri di essere il mandante di quell'omicidio ma in fase dibattimentale escono contraddizioni sulla famosa manifestazione di Pisa, nella quale il leader di Lotta Continua gli avrebbe dato il consenso di uccidere Calabresi. Inanzitutto ci sono da chiarire le condizioni climatiche. Perché la difesa dice che quel giorno piove forte e non può avvenire l'incontro che racconta Marino. Piove o non piove, quel giorno?. "Quel giorno, dice il bollettino meteorologico, pioviggina ad intermittenza. Il vero acquazzone arriva di notte, tra le undici e mezzanotte. La difesa ha mostrato le foto che ritraggono Sofri sotto l'ombrello mentre fa il comizio. Quella pioggerellina non ha impedito di fare la manifestazione, il comizio di Sofri e non ha impedito che ci vedessimo. Lì ho visto Adriano e mi ha confermato di eseguire questa azione che avevamo in programma. Non sapevo se la decisione era stata presa dall'esecutivo nazionale. Io ho sempre par