ROBERTO FRANCESCHI. PROCESSO DI POLIZIA
Daniele Biacchessi

<<Lo sdegno del mondo di fronte agli attacchi abominevoli e bestiali di Nixon contro il popolo inerme, l’eroica risposta delle genti vietnamite, non è altro che la contrapposizione del sentimento,( che vede staccarsi da sé la ragione), ad una scienza perfezionatissima , che però si basa sul più completo oblio della realtà.>>
Roberto Franceschi
Martedì 23 gennaio 1973. Sono le 20. Il conduttore del telegiornale informache aParigi, dopo una lunga e complessa trattativa, il segretario di Stato americano Henry Kissinger, e il negoziatore della Repubblica Democratica del Vietnam Le Duc To, raggiungono l’accordo per il cessate il fuoco. E’ una notizia dirompente, epocale, in grado di trasformare i rapporti tra le due superpotenze, Stati Uniti ed Unione Sovietica e gli equilibri diplomatici in Indocina e nel sud-est asiatico. Da quel giorno, il popolo vietnamita intravede una speranza per il futuro e gli americani escono a testa bassa da un conflitto inutile. Due milioni di vittime, quattordici milioni di tonnellate di bombe lanciate dagli americani in Vietnam in tredici anni.
Le idee di pace e di solidarietà di una generazione sconfiggono la guerra. Si giunge all’accordo di Parigi dopo una straordinaria mobilitazione internazionale, tra marce e sit-in, campagne di boicottaggio, imponenti manifestazioni del primo movimento di protesta globale. Quella dell’ottobre 1972 a Parigi è certamente la più importante. Tra quei giovani giunti da ogni parte del mondo c’è anche Roberto Franceschi, 20 anni. Sul conflitto in Vietnam e sulle ripercussioni economiche e politiche della guerra, lascia alcune riflessioni:
<<L’unione profonda tra razionalità e spirito eroico, tra la considerazione scientifica ed obiettiva della realtà e la forza dirompente dell’umanità che si fonde sul sentimento piùarticolato dell’amore: ecco la grande immagine che mi dà il socialismo nella sua formulazione teorica e nella pratica quotidiana delle genti che si sono incamminate lungo la strada della sua costruzione.
Quando i dirigenti militari e politici vietnamiti ci dicono che di fronte al più perfezionato esercito del mondo si contrappone la più alta forza morale e politica, null’altro significa che lo sviluppo tecnico, la scienza che si fonde su una base non scientifica è destinata a soccombere di fronte alla tecnica apparentemente minore ma fondamentalmente corretta, poiché si fonde sul reale contenuto razionale e che come tale non contrappone sentimento a ragione, bensì li unifica in un fascio inestricabile.>>
Roberto Franceschi frequenta il secondo anno della facoltà di Economia politica dell’Università Bocconi, tutti gli esami superati con ottimi risultati. Si sente portato per le materie che possono offrirgli validi strumenti di analisi della realtà contemporanea: economia politica, diritto, sociologia. E’ amato dai suoi amici e compagni perché è un ragazzo buono, generoso, brillante e serio. E’ stimato dai docenti e dal mondo accademico per la rigorosità del sapere e il forte impegno nello studio. Di quella Università, Roberto è uno dei giovani dirigenti del Movimento Studentesco. La sua è una naturale vocazione alla leadership. Possiede capacità dialettiche ma non è un dogmatico. Le sue idee sono chiare e definite, così come è tracciato il suo futuro di economista. Ovunque afferma i suoi ideali, nella vita privata e nella coerenza di una passione politica condivisa con migliaia di persone della sua età, a Milano e in tutta Italia. Il giorno prima di quel 23 gennaio 1973, è lui che compila il modulo di richiesta dell’assemblea:
<<Il sottoscritto, Roberto Franceschi, chiede l’agibilità di un’aula nella serata del giorno 23-I-1973 a scopo di dibattito con gli studenti dell’Università Bocconi. In fede, Roberto Franceschi. Milano, 22 Gennaio 1973.>>
Roberto si prepara all’appuntamento, tranquillo e sereno, come del resto è sempre accaduto nel passato. Ricorda la madre Lydia Franceschi:
<<Sento, ancora oggi, il ticchettio della vecchia macchina da scrivere che Roberto stava usando quando uscimmo la sera del 23 gennaio per andare a teatro. Non aveva voluto venire perché doveva terminare di scrivere le ultime pagine delle dispense di matematica che quella sera portava in Bocconi per essere pinzate e distribuite agli studenti che ne dovevano sostenere l’esame.
Roberto era tornato per l’ora di cena dall’università, avevamo l’abitudine di parlare degli avvenimenti del giorno da quelli di carattere personale, scolastico a quelli politici o culturali e quella sera avevamo parlato anche dell’assemblea.Se ci fossero state tensioni o se avesse avuto preoccupazioni circa l’andamento dell’assemblea mi avrebbe informato come aveva fatto in tante altre situazioni.
Sapevo che le loro assemblee erano aperte anche agli studenti delle altre università cittadine, agli studenti-lavoratori e a personalità della cultura o della politica secondo gli argomenti che venivano trattati; che gli studenti nella loro richiesta scritta per l’uso dell’aula dovevano dichiarare che si impegnavano a non far partecipare estranei; che dovevano terminare non oltre le 23.30 o giù di lì per poi aiutare il bidello a pulire l’aula; che erano responsabili dell’andamento della serata…tutto questo per un accordo con il Rettore che così salvaguardava la sua immagine nei confronti dell’opinione pubblica,e permetteva a loro di far partecipare estranei di cui gli studenti si assumevano la responsabilità. Su questa falsa riga si erano svolte tutte le assemblee da quando Roberto era entrato all’università Bocconi.>>
Dice il Rettore Giordano dell’Amore:
<<Avevo provveduto per la prima volta, in occasione dell’assemblea del 23 gennaio, a disporre un controllo dei tesserini degli studenti all’ingresso dell’Università, da parte di dipendenti dell’università stessa, perché ero stato informato che in precedenza, nonostante gli impegni assunti dagli esponenti del movimento studentesco bocconiano, e nonostante la presenza di forze di polizia all’esterno dell’Università, alle relative assemblee avevano preso parte anche studenti di altri istituti e operai.>>
Il 23 gennaio 1973, il Rettore Giordano Dell’Amore si comporta in modo anomalo. Ed è un fatto strano, perché tra lui e gli studenti resta ancora in vigore quella sorta di accordo non scritto, basato sulla parola e la reciproca fiducia, sempre rispettato nelle assemblee precedenti, fino all’ultima di quattro giorni prima. L’assunzione di responsabilità del movimento salvaguarda l’immagine del Rettore nei confronti dell’opinione pubblica e permette la partecipazione degli studenti esterni, di intellettuali e di operai delle principali fabbriche della città. Ma quella sera è diverso. Per la prima volta, il Rettore non rispetta i patti, ordina il controllo degli studenti all’ingresso della Bocconi e vieta l’ingresso ai giovani provenienti da altri istituti. Non é mai accaduto. Cento poliziotti del terzo Raggruppamento Celere al comando del tenente Addante si schierano in assetto di guerra all’esterno dell’ateneo, all’angolo tra via Sarfatti e via Bocconi. Gli studenti sono stupiti perché non c’è nessun pericolo imminente che possa giustificare la loro presenza davanti all’Università. Qualcuno ha forse richiesto l’intervento della forza pubblica? Il Questore di Milano Ferruccio Allitto Bonanno offre ai giornalisti la sua versione:
<<In mattinata gli studenti hanno chiesto un’ aula al Rettore dell’Università per un assemblea da tenersi in serata. Credo che l’aula fosse la Notari. Il Rettore Dell’Amore ha concesso l’aula a condizione che non partecipassero estranei e nel primo pomeriggio ha interessato il vice questore Paolella, dirigente del commissariato di zona, perché mandasse la forza pubblica per l’assistenza al personale. Sul posto sono intervenute cento guardie di PS, agli ordini del tenente Addante. Naturalmente c’era anche il vice questore Paolella con un altro funzionario, il vice questore Cardile.>>
Ciò che racconta il vice questore di Milano Tommaso Paolella risulta difforme dalla dinamica dei fatti fornita dal suo capo diretto:
<<Alle ore 16,30 del 23 gennaio, secondo precedenti intese, già intervenute, telefonai al Magnifico Rettore della Bocconi Prof. Dell’Amore per chiedere conferma della richiesta dell’intervento della Polizia, ai fini di proibire l’accesso alle persone estranee all’Università, in occasione dell’assemblea che doveva aver luogo alle ore 21 della stessa sera nell’aula <Notari>.>>
Ma il Rettore dell’Università Bocconi Dell’Amore smentisce il Questore Allitto Bonanno e il suo vice Paolella:
<<Per carità. Io non ho mai chiamato la polizia, nemmeno nel passato. Fanno un servizio d’ordine per conto loro. Anzi le dirò: alla polizia non ho mai dato il permesso di entrare nell’Università. Noi non c’entriamo. L’assemblea doveva rimanere tranquilla e proprio per questo motivo non ho voluto che entrassero estranei, fra i quali i soliti nomi. Sa, la maggioranza dei nostri figlioli pensa a studiare.>>
In seguito alla relazione del capo della Polizia Angelo Vicari al ministro dell’Interno Mariano Rumor, il Rettore Dell’Amore precisa in modo definitivo la sua posizione:
<<Mi limitai quel giorni ad avvertire la polizia dell’assemblea e, come era già avvenuto in precedenza, furono inviate forze di polizia all’esterno dell’Università per garantire che il mio divieto di accesso agli estranei non fosse violato. Preciso meglio: io chiamai la polizia soltanto perché eseguisse un servizio d’ordine all’esterno dell’Università. … Prendo atto di un passaggio della relazione del capo della Polizia al ministro dell’Interno, nel quale si afferma che <in precedenza io mi ero doluto col Questore di Milano in quanto il commissario di zona non avrebbe attuato con fermezza e rigore disposizioni da me emanate circa lo svolgimento delle assemblee all’università Bocconi>> e dichiaro che tale affermazione è del tutto infondata.>>
Ma allora dove sta la verità? La polizia viene chiamata dal Rettore Giordano Dell’Amore oppure si reca in modo autonomo all’Università Bocconi, la sera del 23 gennaio 1973? E l’intervento davanti all’ingresso con chi viene concordato? Con quali modalità? A queste domande risponde solo parzialmente il dott. Resti, direttore amministrativo dell’Università:
<<Il Questore Allitto Bonanno dice che fui io a telefonare al dott. Paolella? Una cosa è certa: se la telefonata fu fatta da me, io mi limitai, come era stato fatto altre volte, o da me o dal dott. Rambelli o dallo stesso rettore, ad informare che era stata concessa un’aula per lo svolgimento di un’assemblea del Movimento Studentesco. Tali informazioni venivano date al Commissariato di zona perché, in precedenza, il Dirigente del Commissariato, ancor prima della nomina di Paolella, si era lamentato con il Rettore, così come da me appreso da quest’ultimo, di non essere stato sempre informato delle varie manifestazioni studentesche che si svolgevano in Bocconi, circostanza questa che poteva determinare rimproveri da parte della Questura centrale. Tengo dunque a precisare che mai da parte del Rettore, o di qualsiasi altra autorità accademica, la polizia è stata chiamata per entrare nell’Università o per presidiarla dall’esterno.>>
A Milano l’ultimo spazio ancora agibile per le attività politiche, culturali e sociali del Movimento degli studenti è rimasta l’università Bocconi. Negli altri atenei soffia il vento di restaurazione, i Rettori chiedano l’intervento della polizia per sciogliere qualsiasi assemblea o occupazione.
Non sono ancora scattate le 21 del 23 gennaio e all’Università c’è fermento. Gruppi di studenti entrano ed escono dall’ateneo mentre cento poliziotti osservano la preparazione dell’assemblea. Roberto Franceschi ha già raggiunto l’Università e si trova all’ingresso del Pensionato Bocconi. Per due volte almeno incrocia Carlo Giannini, laureato alla Bocconi ed assistente alla cattedra di economia-corso progredito:
<<La sera del 23.1.1973, incontrai Franceschi, prima delle ore 21, nell’ingresso del Pensionato Bocconi. Franceschi mi comunicò che quella sera stessa, nell’aula Notari, si sarebbe dovuta tenere un’assemblea degli studenti. Mi precisò che l’assemblea era aperta a tutti. Qualche minuto dopo l’incontro, cioè verso le ore 21, mi recai all’Università Bocconi, per partecipare all’assemblea, incontrandovi nuovamente Franceschi. All’ingresso, ebbi una piccola discussione col dott. Rambelli, segretario dell’università, il quale sosteneva che, per disposizione del Rettore, avrebbero potuto accedere all’assemblea soltanto coloro che erano muniti del tesserino della Bocconi. A tale discussione partecipò anche Franceschi. Feci rilevare al dott. Rambelli che avevo titolo per partecipare all’assemblea perché avevo studiato per quattro anni in tale Università ed anche perché collaboratore del professore Lunghini. Alla fine, Rambelli mi consentì di entrare.
Dopo un quarto d’ora circa, cioè verso le ore 21,15-21,30, io e Franceschi ci dirigemmo verso l’uscita dell’università. Sostavano alcuni giovani che stavano litigando, anzi discutendo animatamente, col dott. Rambelli, sia per il divieto posto sia per la presenza delle forze di polizia, attestate sul marciapiede opposto. Io, i poliziotti li vidi schierati, con gli scudi, sul marciapiede opposto a quello dell’Università, ma spostati verso l’incrocio della via Sarfatti con la via Bocconi. Fra gli studenti c’era una notevole tensione per tale presenza.
Notai lo studente Cusani, che conoscevo, il quale, dopo avere discusso col Rambelli, si recò a telefonare al rettore, servendosi del telefono del custode. Sentii che Cusani, durante la conversazione telefonica, accusava il rettore di avere chiamato la polizia dinanzi all’università sostenendo che tale iniziativa costituiva una provocazione. Mi parve di capire che il rettore negasse di avere chiamata la polizia e ciò perché Cusani continuava a ripetergli: <sì, è stata lei >, o una frase del genere. Mi pare di avere sentito il Cusani dire al rettore: <a questo punto lei si deve considerare responsabile di qualsiasi cosa possa succedere.>>
Come Roberto Franceschi, anche Sergio Cusani è uno dei leader del Movimento Studentesco della Bocconi. Si trova proprio davanti al vicequestore Tommaso Paolella. Sono attimi concitati e drammatici. Dice Tommaso Paolella:
<<Alle 21 si avvicinò a me uno studente della Bocconi, certo Cusani, il quale mi chiese il motivo della presenza della polizia sul posto. Gli risposi che, a richiesta del rettore, avremmo dovuto intervenire per allontanare elementi estranei all’Università, in quanto era stata concessa l’aula per l’assemblea a condizione che partecipassero i soli studenti della Bocconi. … Al termine della telefonata fatta dal Cusani al Rettore, il primo mi raggiunse e mi riferì che il rettore aveva confermato il divieto.>>
In quel momento, all’interno dell’ateneo il controllo dei tesserini é rigoroso mentre all’esterno la tensione resta alta e le discussioni si fanno sempre più animate. Il Rettore Dell’Amore si trova invece nella sua abitazione milanese, non distante dalla sede dell’Università. Squilla il suo telefono. Dall’altra parte della cornetta c’è Sergio Cusani:
<<Verso le ore 21, uno dei responsabili del Movimento Studentesco, lo studente Sergio Cusani, mi ha telefonato a casa chiedendomi di consentire l’ingresso agli estranei, ostacolato dalla presenza all’ingresso dell’Università di un funzionario dell’Ateneo e di due bidelli che controllavano i tesserini e dalla presenza, sul marciapiede di fronte all’Università, di forze di polizia che sostavano per il servizio d’ordine. Ho risposto confermando il divieto di ammettere estranei alla riunione, secondo i patti in precedenza intercorsi, e ho esortato lo studente a dar prova di responsabilità e maturità aderendo al mio invito. La sua risposta è stata la seguente: “Lei allora si consideri sin d’ora responsabile di ciò che potrà accadere”.>>
Ricorda Sergio Cusani:
<<La sera del 23 gennaio verso le ore 21,30 circa, mi recai, da solo, all’Università Bocconi dove si sarebbe dovuta tenere un’assemblea di studenti …… Sotto il porticato dell’Università, mi vennero incontro il dott. Paolella e l’Appuntato Germani che mi conoscevano.
Chiesi la ragione della presenza in luogo delle forze di polizia. Il dott. Paolella mi disse che la polizia avrebbe dovuto garantire che all’assemblea non partecipassero estranei alla Bocconi. Gli feci presente, meravigliato, che a tutte le precedenti assemblee non c’era mai stata la presenza di forze di polizia e che inoltre il servizio di controllo e di vigilanza, sui non bocconiani e su eventuali provocatori, era stato sempre gestito da studenti della Bocconi. Sollevai le stesse rimostranze al dott. Rambelli il quale mi precisò che, per ordine del Rettore, doveva provvedere, assistito da due bidelli, a controllare che entrassero soltanto gli iscritti all'università.
Anche al dott. Rambelli feci presente che in tutte le riunioni precedenti gli stessi studenti si erano assunti la responsabilità dell'ordinato svolgimento delle iniziative serali. Il Rambelli mi rispose che aveva ricevuto ordini superiori e che avrei dovuto rivolgermi al Rettore. A questo punto chiesi di parlare col dott.Resti, direttore amministrativo della Bocconi. Il dott. Rambelli, però, non volle farmi parlare col predetto funzionario dal telefono della portineria dell'Università, e fu perciò che mi recai, insieme con altri studenti, a casa del dott. Resti. Gli citofonai dalla sua portineria facendogli le stesse domande che avevo fatte al dott. Rambelli; dovetti registrare nuovamente che venivano frapposti mille ostacoli e che anche il dott. Resti non volle assumersi alcuna responsabilità invitandomi ad esternare le mie doglianze direttamente al Rettore.
Tornai quindi all'Università, andai in portineria e da qui chiesi che mi facessero parlare col Rettore, presenti il dott. Rambelli, i due bidelli ed altri studenti, tra i quali ricordo che c'era certamente Franceschi Roberto.>>
Il racconto di Sergio Cusani fa emergere la strategia dei dirigenti amministrativi dell’Università. Il dott. Rambelli dice di aver ricevuto <<ordini superiori>>. Un comportamento analogo viene adottato dal dott. Resti. Le responsabilità competono al Rettore Dell’Amore ma lui non è presente all’Università. Sergio Cusani non si sottrae a nuove annotazioni:
<<Il dott. Rambellimi rispose che non poteva autorizzarmi a farmi telefonare al Rettore dallaportineria dell'Università. Chiesi allora al Rambelli che telefonasse lui al dott. Resti per ricevere da costui l'autorizzazione a farmi telefonare al Rettore. Rambelli telefonò al Resti, parlottarono un po', e finalmente chiamò la casa del Rettore passandomi la comunicazione telefonica.
Chiesi al Rettore che fosse allontanata immediatamente la polizia in quanto noi, da sempre, tenevamo assemblee alla sera ed avevamo garantito, sempre sotto la nostra piena responsabilità, l'ordinato svolgimento di tali riunioni. Il Rettore disse che prendeva atto del fatto che le nostre riunioni avevano provocato mai nessun danno,ma che comunque lui eraobbligato ad avvertire la Questura quando si tenevano riunioni.
Chiesi al Rettore come mai quella sera c’erano, all’ingresso dell'Università, anche un funzionario dell'Università stessa e due bidelli e come intendeva effettuare un controllo sui non iscritti alla Bocconi. Il Rettore rispose che il controllo poteva essere effettuato attraverso l'esibizione del tesserino universitario da parte degli studenti. Gli fecipresente che solitamente gli studenti, sopratutto di sera, non portavano con loro tale tesserino ed il Rettore, dopo essere rimasto un po’ perplesso, rispose che il controllo si poteva fare con l'ausilio degli schedari della Bocconi. Tentò ancora di giustificarsi, affermando che in vita sua non aveva mai chiamato la Polizia all’Università, ma ribadì, sia pure con frasi paternalistiche, che quella sera all’Università potevano entrare soltanto i “bocconiani”.
Fu allora che io di fronte alla inconsistenza delle sue risposte, gli dissi che lo ritenevo responsabile della situazione che si era creata quella sera e che a noi studenti appariva chiaramente come una provocazione. Intendo ribadire,a tale proposito, che: mai, nelle precedenti assemblee, era stata chiamata la polizia; che a tali assemblee avevano partecipato sempre persone estranee, e cioè lavoratori, personalità politiche e culturali, rappresentanti di forze del quartiere;che mai erano successi disordini, e ciò proprio per la sorveglianza esercitata dagli stessi studenti della Bocconi; che è vero che nel richiedere al Rettore l'uso delle aule, i richiedenti si impegnavano a non farpartecipare estranei, ma ciò era una pura formalità in quanto, proprio su suggerimento del Rettore, nelle richieste veniva formulato un tale impegno, ma di fatto potevano entrare anche estranei.>>
Agli studenti dell’Università Bocconi, la presenza della polizia appare come una vera provocazione. E’ normale, non é mai accaduto che le forze dell’ordine intervenissero davanti all’ateneo. Il racconto di Sergio Cusani non nasconde il senso di stupore e smarrimento per l’inedito atteggiamento del Rettore che sembra impotente davanti agli eventi e al contempo inflessibile nelle sue decisioni. Cusani rivela il contenuto della conversazione telefonica con Giordano Dell’Amore:
<<Era stato il Rettore a pretendere un tale impegno scritto dicendo che ciò serviva a giustificarlo di fronte all'opinione pubblica, ma era d'accordo che, di fatto, potessero accedere all'assemblea anche estranei, sempre che da parte degli studenti venisse garantito un ordinato svolgimento delle stesse.
Dopo la mia telefonata, il Rettore parlò con il Dott. Rambelliprobabilmente per informarlo che il controllo doveva avvenire con l'ausilio dello schedario. A questo punto, il Rambelli, nel più completo imbarazzo perché si era reso conto che il sistema del controllo attraverso lo schedario era macchinoso e forse addirittura impossibile, affermò che era in grado di riconoscere personalmente tutti gli studenti della Bocconi. In quel momento però un estraneo alla Università Bocconi tentò di entrare e proprio per dimostrare a Rambellil'inconsistenza della sua affermazione, gli dichiarammo che si trattava di uno studente della Bocconi. Il Rambelli voleva farlo entrare dicendo che constava anche a lui che era uno studente e noi gli dicemmo allora che non era sicuramente uno studente della Bocconi.
Ho ritenuto di dover riferiredettagliatamente tutto l’iter delle trattative e degli ostacoli frapposti quella sera da parte dei funzionari e delle autorità universitarie, per rappresentare non solo gli sforzi da noi fatti per trovare una soluzione alla situazione, ma anche per evidenziare quella che a noi sembrava un’iniziativa provocatoria diretta ad impedire in tutti i modi l'assemblea. In quei giorniinfatti, per il divieto posto in altre sedi cittadine, universitarie e non, il Movimento Studentesco poteva tenere assemblee soltanto nei locali della Bocconi ed appariva perciò chiaro, attraverso tutti gli ostacoli frapposti anche alla Bocconi, che si intendeva impedire a tale movimento di discutere ipropriproblemi.
Dopo aver dimostrato, attraverso l'esperimento dello studente estraneo, che il dott. Rambelli non era in grado di effettuare il controllo che aveva affermato di poter svolgere, facemmo chiaramente capire che ci saremmo potuto assumere noi, come sempre, la responsabilità della riunione ……Il Rambelli fu però irremovibile.>>
Il dott. Rambelli esegue l’ordine del Rettore Dell’Amore. Entrambi sono certi che è impossibile controllare gli studenti tramite lo schedario degli iscritti all’Università. La proposta è troppo macchinosa, priva di senso, ma la formulano ugualmente. Si dimostrano duri in un momento carico di tensione e non tengono conto della ripetuta disponibilità offerta dagli studenti per scongiurare scontri e violenze. Non intendono sentire le ragioni dei ragazzi. Accade tra le 22 e le 22.15. Conclude così il suo racconto Cusani:
<<Preso atto della situazione, ed anche perché si era. fatto tardi, mentre gli altri studenti continuavano a discutere con il Rambelli, io mi allontanai, dirigendomi al Pensionato per preparare velocemente un cartello da affiggere poi all'ingresso dell'Università stessa, nel quale denunciavo la provocazione che era stata portata al Movimento Studentescolasciando peraltro in bianco sullo stesso cartello, la data di aggiornamento dell’assemblea. Potevano essere le 22, 15.>>
Sergio Cusani raggiunge il Pensionato, meno di cento metri a piedi dall’Università. Prende il pennarello e sopra un grande fogliodenuncia la chiusura dello spazio di agibilità politica da parte dell’autorità accademica e della polizia; invita i giovani del movimento a non accettare provocazioni e aggiorna l’assemblea. Roberto è d’accordo con questa decisione, comprende che la trattativa è impraticabile: l’atteggiamento di chiusura del Rettore e la presenza della polizia in assetto di guerra all’esterno dell’Università rendono impossibile ogni forma di dialogo. Ricorda Mario Capanna, leader del Movimento Studentesco:
<<Secondo me, c'erano due possibilità: se noi entravamo, infrangendo il divieto, molto probabilmente la polizia sarebbe intervenuta, nella migliore delle ipotesi, identificando tutti i presenti: nella peggiore delle ipotesi, determinando condizioni per un eventuale scontro. Suggerii quindi di informare tutti gli studenti e compagni, che fossero sopravvenuti, del divieto in vigore e di andarsene senza dar luogo ad eventuali provocazioni.>>
Sono le 22,30. Gli studenti abbandonano l’ateneo e si dirigono a piedi verso il Pensionato. Sono circa cinquanta. Tra loro c’è anche Roberto Franceschi. Per risolvere una situazione difficile si è speso davvero fino all’ultimo, ma davanti alla chiusura delle istituzioni universitarie e dei funzionari di polizia nulla è possibile, nemmeno sfoderare intelligenza e capacità di dialogo. Il bidello Natale,dopo una ricognizione all’interno dell’ateneo, spegne le luci dell’atrio e chiude il portone. Dall'altra parte della strada, sono sempre fermi i plotoni dei poliziotti. Li comandano i brigadieri Vigliotta ed Esposito. Il tenente Addante si trova accanto ai due plotoni e il vicequestore Paolella lo rassicura: <<il servizio sta per terminare, tra poco torniamo in caserma>>
All'esterno del Pensionato si radunano almeno duecento giovani, studenti dell’Università Statale e di altri istituti cittadini, operai. Tutto accade all’improvviso, in pochi minuti. Il giudice istruttore ricostruisce così l’antefatto:
<< Anche se le risultanze istruttorie appaiono sul punto frammentarie e lacunose, non è davvero, difficile capire l'atmosfera che doveva regnare nel gruppo: sconcertata sorpresa di fronte all'imprevista "divieto di ingresso" reso ermetico dallo sbarramento amministrativo-poliziesco; sorda irritazione di fronte alla burocratiche tergiversazioni delle autorità della Bocconi; profonda ed amara delusione per la constatata insuperabile irremovibilità del Rettore.
Sull’intreccio di tali sentimenti recenti si andava innestando poi, esasperandoli fino alla drammatizzazione, la considerazione che, nei giorni immediatamente precedenti, al Movimento Studentesco era stata inibita l'"agibilità" di altre sedi cittadine (universitarie e non), circostanza questa che radicava il sospetto sull'esistenza di un sottile e ben articolato disegno, coltivato dalle autorità politiche, scolastiche e di polizia, per strangolare la vitalità del Movimento impedendogli di fatto di esercitare qualsiasi benché legittima attività. L'atmosfera collettiva era dunque carica di tensione e di rancori.
Come sempre accade in casi del genere, nel contesto dei commenti sdegnati e dei singoli comportamenti emotivi, dovettero affiorare anche proposte ed iniziative diverse per sbloccare la situazione. Tenuto conto della non omogeneità politica dei presenti (molti giovani non facevano parte del M.S. ma di altre formazioni politiche) e della diversità dei temperamenti individuali, ci dovettero essere contrasti e discussioni sulla strategia e sulla tattica da adottare. Mario Capanna si allontanò dai luoghi verso le ore 22. Sergio Cusani, evidentemente portatore dell' orientamento dei "bocconiani", aveva predisposto un "tazebao" nel quale si denunziava la "provocazione portata al Movimento Studentesco e si aggiornava l'assemblea ad altra data". Altri giovani si allontanarono alla spicciolata, disinteressandosi dell'ulteriore sviluppo della situazione.>>
Le 22,45. Alcuni se ne vannoe in molti rimangano. Si avvicinano ai poliziotti, attaccandoli con urla, sassi e qualcheimprovvisata bottiglia incendiaria, ritirandosi immediatamente. L’azione è fulminea, una manovra agile e veloce, certamente non premeditata. Raccontano gli atti giudiziari:
<<Ma certamente nel gruppo vi furono anche gli scriteriati fautori di una linea dura ed intransigente che proposero una radicale soluzione immediata; tentare di entrare in massa nell'Ateneo con un'azione di forza vanificando il divieto o sfogare alternativamente il proprio rancore assalendo le forze di polizia. L’esistenza di tale linea (frutto di evidente concertazione) è fatta chiara non soltanto della tecnica dell'azione che seguì di li a poco, ma anche della preordinazione dei mezzi che furono usati nell’attacco.
Infatti, oltre alle mazze e ai sassi trovati occasionalmente nei pressi, furono confezionati almeno 4 rudimentali ordigni incendiari, servendosi di bottiglie vuote di vino ("marca Castagna", consumato - come è stato poi accertato - alla mensa del pensionato Bocconi) riempite di benzina estratta dai serbatoi delle macchine in sosta, munite di fiammiferi antivento ed innescate con stoppini ricavati dalle cinture dei pigiami (evidentemente degli ospiti dello stesso Pensionato). Tale era la situazione quando, al folto gruppo di persone sostanti davanti al Pensionato, si unirono in tutto o in parte gli studenti che erano usciti dalla Bocconi. La situazione di stallo si sbloccò e precipitò.>>
Pochi secondi e si scatena l’inferno. La reazione della polizia è fuori da ogni ragionevole controllo. Gli agenti con caschi, scudi e manganelli rincorrono i giovani spostandosi rapidamente da via Sarfatti fin dentro a via Bocconi. I ragazzi fuggono veloci, voltando le spalle ai poliziotti. Ma ad un tratto, si sentono chiari e forti gli spari delle pistole in dotazione alle forze dell’ordine. Il rumore è assordante e riconoscibile. I colpi non sono a rapida successione. Peggio. Uno, due, tre, dieci, almeno quindici colpi di Beretta calibro 7,65, indirizzati dai poliziotti contro i giovani, alcuni ad altezza d’uomo. E nella confusione di quegli attimi, lo studente Roberto Franceschi viene centrato alla nuca e cade a terra vicino al terzo albero di via Sarfatti. Poco accanto, viene ferito alla schiena Roberto Piacentini, operaio della <<Cinmeccanica>> e militante del Movimento Studentesco. Un terzo colpo raggiunge la portiera di una 500 blu parcheggiata in via Bocconi. Roberto Franceschi è soccorso da quattro compagni e trascinatofin nell’atrio del pensionato. Perde molto sangue. Un medico e uno studente gli praticano il massaggio cardiaco e la respirazione bocca a bocca. Poi chiamano l’ambulanza ma le sue condizioni restano gravissime. Roberto Piacentini viene caricato su un auto e subito portato all’ospedale Policlinico.
Dopo gli spari, in via Bocconi scende un silenzio irreale, la polizia non lascia scampo e blocca l’intero isolato.
24 gennaio. E’ l’una di notte quando rientrano nella loro abitazione milanese il padre, la madre e la sorelladi Roberto Franceschi. Il telegiornale ha già trasmesso la notizia nell’ultima edizione ma Lydia, Mario e Cristina non sanno nulla di ciò che è successo in via Bocconi. Per loro inizia unanuova fase della vita. Racconta oggi Lydia:
<<Appena rientrati dallo spettacolo teatrale, verso l’una di notte, squillò il telefono.
Era Francesco Fenghi, amico fraterno di Roberto, che da Cosenzaci invitava a recarci immediatamente all’ospedale Policlinico perché Roberto aveva avuto un malore. Ci precipitammo io, Mario e Cristina e lungo il tragitto il mio cervello si poneva una ridda di domande: Cosa potrà essergli successo?…forse i fascisti sono ritornati alla Bocconi – in quei giorni alcuni gruppetti di fascisti sostavano all’uscita serale degli studenti e c’erano state delle scaramucce – l’avranno picchiato?..sarà ferito?
Arrivammo affannati con il cuore in golae subitoci indirizzarono al padiglione Beretta ( ignoravo che fosse quello della rianimazione). Entrammo…silenzio… non un medico… non un infermiere… non un cane a cui chiedere informazioni. Incominciai ad aprire le varie porte che davano sull’atrio e su un corridoio laterale. Finalmente dietro ad una doppia porta lo intravidi disteso su un lettino attorniato da tre o quattro medici che non si erano accorti della nostra presenza. Lo sentii tossire con insistenza e mi venne spontaneo dire che in quei giorni Roberto aveva una leggera forma bronchiale. Ci fecero uscire assicurandoci che sarebbero venuti immediatamente a darci tutte le informazioni.Trascorsi pochi minuti uscì il dottore Pagni che ci fece accomodare in uno studiolo e ci comunicò che Roberto era stato colpito al viso da un proiettile che si era fermato allo zigomo. Non ci disse che la pallottola era penetrata dalla nuca proprio nel punto in cui terminava il maglione bianco che indossava quella sera, non si soffermò sulla gravità della ferita forse perché aveva già letto sui nostri volti l’angoscia, la disperazione, probabilmente la giovanissima età di Cristina lo convinse che potevamo trascorrere ancora qualche ora di apparente tranquillità,ebbe pietà di noi. Ci avvisò solamente che al mattino ci sarebbe stato un consulto con il prof.re Maspes, direttore del reparto di rianimazione, e avrebbero valutato la possibilità di un intervento.
Poco dopo fu portato nel corridoio di un reparto dove potemmo rimanere con lui.
Aveva il viso tumefatto, quasi irriconoscibile… i suoi occhi cercavano i nostri come a chiedere: cosa sta succedendo? dove sono?… pensai che con il viso così tumefatto e deformato poteva avere difficoltà a parlare e non gli feci domande…non sapevo che nonavrei mai più riudito la sua voce. Mentre Roberto si trovava ancora sulla barella nel corridoio del reparto arrivarono duesignori ben vestiti che si soffermarono a guardarlo poi allontanandosi di alcuni metri la loro attenzione pareva rivolta esclusivamente a noi… non una parola, non un accenno di saluto, neppure il cappello si erano levati; silenziosamente come erano venuti così se ne andarono. In seguito seppi essere il prefetto di MilanoMazza e il questore Allito Bonanno. Molto più tardi capii il perché della loro visita, dovevano accertarsi delle condizioni di Roberto e soppesare quanto potevamo valere sulla bilancia dell’opinione pubblica per costruire il loro castello di menzogne.
Poi Roberto fu portato in sala rianimazione e da quel momento mio figlionon mi appartenne più. Il mattino del 24 gennaio ci fu il consulto e il professor Maspes ci informò che non era operabile e cheera entrato in coma profondo. Parole impossibili da accettare…la medicina impotente?…un ragazzo di vent’anni in coma profondo?… erano matti…non conoscevano il significato delle parole…volevo altri primari…ci sarà al mondo un neurochirurgo che operandolo me lo restituirà alla vita? Avrei supplicato in ginocchio, avrei strisciato a terra come un verme davanti a qualsiasi luminare della medicina purché mi avesse mantenuto in vita mio figlio.>>
Il tempo delle menzogne di Stato giunge proprio nelle ore in cui il giovane Roberto Franceschi lotta in ospedale tra la vita e la morte. Gravi depistaggi delle indagini avvengono in silenzio e nella totale impunità. Funzionari di pubblica sicurezza sottraggono alla magistratura inquirente prove importanti come decine di bossoli ritrovati in via Bocconi, manipolano caricatori e cartucce dei colleghi coinvolti nella sparatoria, modificano le loro testimonianze e le adattano nel corso del tempo ai risultati dell’istruttoria.Il sostituto procuratore della Repubblica di Milano di turno,viene all’inizio portato dall’altra parte della città, davanti ad un Pensionato che non é quello della Bocconi. Quando giunge finalmente all’Università si occupa delle persone fermate dalla polizia in seguito agli scontri.
I quotidiani in edicola la mattina del 24 gennaio 1973 riportano fedelmente la versione fornita dalla polizia. Così il leader del Movimento Studentesco Mario Capanna tiene una conferenza stampa sui fatti della sera precedente:
<<Alla Bocconi c'era una riunione assembleare del Movimento Studentesco e l'aulaera stata concessa dalle autorità accademiche. Alle 21,15 davanti l'Università c'era anche un plotone di polizia. Un Commissario, affiancato da un funzionario dell'Ateneo, ha reso noto che in Bocconi potevano entrare soltanto gli iscritti: era invece previsto, come solitamente avviene, l'intervento di altre università milanesi. Il Rettore, interpellato telefonicamente, ha detto: "a me tutto sommato non importa nulla, io però debbo attenermi alle disposizioni della Questura di Milano di far entrare soltanto i bocconiani.” Gli studenti erano informati della situazione. Vi era la sensazione che c'era in giro un tentativo di provocazione. I compagni si sono detti: o ci fanno entrare per poi rastrellarci e identificarci tutti, oppure cercano di attirarci in uno scontro aperto.
Alle 22,15 è stato deciso di sospendere la riunione e di andare via. Gli studenti si sono allontanati a gruppi. Un gruppo ha svoltato l'angolo di via Bocconi e si è avviato verso il vicino Pensionato. Improvvisamente si è vista una delle jeep del reparto di polizia che accendeva i fari e la polizia ha caricato. Alcuni giovani hanno allora lanciato sassi raccolti per terra; soltanto sassi, niente altro, nessunamolotov. Dal reparto di polizia sono stati invece esplosi colpi di pistola.
Il compagno Franceschi è caduto gravemente ferito. L'operaio Roberto Piacentini è stato pure ferito.>>
Passano poche ore dalle dichiarazioni di Mario Capanna e, intorno alle 13, il Questore di Milano Allitto Bonanno riceve i giornalisti nel suo studio in via Fatebenefratelli:
<<Alle 22,30-22,40, non ricordo bene l’ora esatta, sembrava che tutto fosse finito. Il dottor Paolella attendeva il ritorno di un bidello che lo tranquillizzasse. La forza pubblica in gran parte era già stata fatta risalire sui gipponi per tornare in caserma. Vi erano solo una ventina di guardie a piedi in via Sarfatti, angolo Bocconi. Anche queste stavano per disarmare. Dieci avevano l’elmetto, dieci no.
A questo punto, si presume dal Pensionato della Bocconi, un centinaio di persone,camminando a ridosso degli edifici, si è avvicinato agli agenti. A distanza ravvicinata hanno urlato e aggredito gli uomini lanciando cubetti di porfido e andando all’attacco con spranghe e chiavi inglesi e anche con tre molotov. Posso dire tre molotov perché ho visto io i cocci delle bottiglie. Gli agenti erano fermi e sono stati presi alla sprovvista. Il tenente Addante è stato raggiunto subito da un sasso che lo ha colpito all’occhio. Sulla sua auto è caduta una molotov che ha bruciato il telone e anche bruciacchiato il berretto dell’autista. Gli agenti più che altro hanno cercato di nascondersi e rifugiarsi dietro gli automezzi. Ripeto, la cosa è stata fulminea.
Sono stati sparati tre colpi di tromboncino mentre è stato lanciato a mano un quarto lacrimogeno che poi non è esploso. I venti, come ripeto, sono fuggiti.>>
Il Questore Allitto Bonanno descrive l’azione del gruppo di studenti contro la polizia in modo approssimativo. Con qualche variante è anche la versione del vicequestore Tommaso Paolella:
<<Verso le ore 22,30, gli studenti riuniti nell’aula <Notari> per l’assemblea in questione, uscivano a piccoli gruppi dirigendosi in Via Bocconi per raggiungere gli altri colleghi fermi davanti al pensionato.
Improvvisamente, saranno state le ore 22,45circa, sentii lanciare un urlo e contemporaneamente vidi un centinaio circa di persone sbucare velocemente da Via Bocconi, provenienti dal pensionato, che, giunte alla fine del marciapiede che costeggia la Via Sarfatti, lanciavano verso gli agenti numerosi cubetti di porfido e due bottiglie incendiarie, una delle quali colpiva il telone della campagnola del Tenente Addante, che prendeva fuoco. Effettuata questa azione, i dimostranti si ritirarono rapidamente e ritornarono al pensionato. L’azione durò pochi secondi.
Le guardie, prese alla sprovvista, furono costrette ad arretrare, cosa che feci anch’io con gli altri che erano con me sotto il porticato, avvicinandomi verso l’attigua biblioteca. A questo punto devo osservare che nei pochi attimi di quell’intensa confusione, io non ho sentito gli spari che sicuramente si confusero con il rumore degli artifici lacrimogeni e con quello delle due bombe molotov lanciate dagli studenti.>>
Il numero di bottiglie incendiarie lanciate dagli studenti diminuisce: le tre molotov descritte dal Questore Allitto Bonanno diventano solo due per il vicequestore Paolella. Nella parte finale della sua dichiarazione, Paolellaafferma che il rumore dei lacrimogeni e delle molotov possiede un’intensità maggiore degli spari di una rivoltella. Come è possibile? I colpi di una pistola sono udibili perfettamente ad almenocinquanta metri di distanza. Lo dice anche il meno aggiornato manuale di balistica. Ma chi ha sparato la sera del 23 gennaio 1973? Il Questore Allitto Bonanno comunica per la prima volta i nomi di alcuni agenti in servizio davanti alla Bocconi:
<<Il poliziotto autista che ha avuto il cappello bruciacchiato è sceso e ha sparato, non meno di due colpi. Successivamente sono risultati essere due i colpi. Anche un sottufficiale che gli era vicino ha sparato in aria:subito dopo, accortosi del collega, lo ha disarmato impedendogli di continuare a sparare. La guardia autista è risultata in stato confusionale ed è stata portata subito al Policlinico. Si chiama Gianni Gallo. Il vicebrigadiere è Agatino Puglisi. Gallo si trova ancora al Policlinico. Non si può sapere niente da lui. Ogni tanto grida: “Fuoco tenente, fuoco”. Sul posto sono stati raccolti quattro o cinque bossoli di calibro 7,65. >>
Alla fine, la Questura di Milano fornisce ai magistrati della Procura della Repubblica un rapporto di sole cinque pagine scarse. Porta la firma del commissario capo di PS. Marcello Giancristofaro e contiene un accenno alle armi da fuoco impiegate dai poliziotti davanti all’Università Bocconi:
“Si richiama l’attenzione sul ritrovamento, oltre di quattro colli di bottiglie molotov, anche di quattro bossoli di pistola cal. 7,65 e due bossoli di moschetto 91 per tromboncino, nonché di un berretto bruciacchiato in dotazione alla P.S.. Dai primi accertamenti è emerso che dalla pistola d’ordinanza della Guardia di P.S. Gallo Gianni, autista del predetto Tenente Addante Vincenzo, mancano due cartucce, che potrebbero essere state sparate nelle ripetute circostanze e potrebbero aver attinto il Franceschi e il Piacentini. Com’è noto, il citato militare si trova da ieri sera ricoverato al reparto neurodeliri del Policlinico in grave stato confusionale. In proposito si comunica anche che il Col. Arcangelo Scaravaglieri, comandante del locale 3° Raggruppamento Celere, ha fatto sapere che, oltre al Gallo, che avrebbe sparato contro i dimostranti, un sottufficiale, il Vicebrigadiere Puglisi Agatino, avrebbe esploso a sua volta dei colpi in aria a scopo intimidatorio, disarmando quindi il Gallo stesso, che appariva fuori di sé.
Sembra che il berretto sequestrato, di cui è cenno sopra, appartenga alla Guardia di P.S. Gallo e sia rimasto bruciacchiato in conseguenza delle fiamme divampate sull’automezzo guidato dallo stesso, raggiunto da una bottiglia molotov.”
Le due bottiglie incendiarie lanciate dagli studenti contro la polizia viste dal vicequestoreTommaso Paolella, sono tre per il Questore Ferruccio Allitto Bonanno e quattro nel rapporto del commissario capo di PS. Marcello Giancristofaro. I due colpi di Beretta calibro 7,65 esplosi dall’agente Gianni Gallo nella versione sostenuta daAllitto Bonanno passano ora ad <<alcuni colpi>> nell’inchiesta del capo della polizia Angelo Vicari per conto del ministro dell’Interno Mariano Rumor:
“A questo punto dal pensionato vennero avanti alcuni gruppi di persone che giunti alla distanza di circa 10 metri dalla testa dello schieramento del reparto, si scagliarono contro le <<forze dell’ordine>>, urlando e lanciando bottiglie molotov, cubetti di porfido, cuscinetti a sfera ed altri oggetti contundenti. L’azione fu così fulminea che il sottufficiale che si trovava in una delle camionette di testa del reparto, e precisamente all’angolo dello stabile prospiciente all’università e sito all’incrocio tra via Bocconi e via Sarfatti - in condizioni quindi di poter avvistare per primo i dimostranti -ebbe appena il tempo di dare l’allarme.
Gli assalitori, approfittando del momento di smarrimento degli uomini, continuavano la loro azione violenta, portandosi sino a qualche metro di distanza dal reparto. Lo scoppio di alcune bombe molotov provocava l’incendio del telone di una campagnola e fiammate sotto altri due automezzi, mentre il lancio dei cubetti di porfido e degli altri oggetti causava il grave ferimento all’occhio sinistro del Ten. Addante, ferite e contusioni varie ad altri militari, nonché seri danni agli automezzi. In tale frangente così critico l’autista della campagnola che prendeva fuoco, Guardia di P.S. Gianni Gallo, in stato di eccitazione, liberandosi dal copricapo in fiamme e precipitandosi a terra, sparava alcuni colpi.
Il Vicebrigadiere Agatino Puglisi, visto l’ufficiale grondante sangue, il fuoco divampante e la stretta dei dimostranti, impugnata la pistola di un collega, esplodeva due colpi in aria a scopo intimidatorio. Indi, accortosi dello stato fortemente eccitato della guardia Gallo, interveniva rapidamente disarmandolo.>>
Il comandante della Compagnia, capitano Claudio Savarese, sottoscrive il verbale di sequestro della pistola dell’agente Gianni Gallo facendo comparire anche quella che sarebbe stata utilizzata dal brigadiere Agatino Pugliesi:
<<Abbiamo repertato e contrassegnato col numero 1 (uno) la pistola automatica Beretta Cal.7,65, matricola Nr.712457 completa di Nr.2 (due) caricatori di cui uno contenente Nr.7 (sette) colpi e l’altro contenente Nr.5 (cinque) colpi. La stessa è stata usata dalla Guardia di P.S. Gallo Gianni … la sera del 23.1.1973 alle ore 22,45 circa in occasione dei noti incidenti avvenuti verso l’Università Bocconi e con la quale il militare di cui sopra ha esploso Nr.2 (due) colpi.”; e per l’altra: “… abbiamo repertato e contrassegnato col numero 2 (due) la pistola automatica Beretta Cal.7,65, matricola Nr.695006 completa di Nr.2 (due) caricatori di cui 1 (uno) contenente Nr.7 (sette) colpi e l’altro contenente Nr.5 (cinque) colpi usata dal Vicebrigadiere di P.S. Puglisi Agatino. Il medesimo ha esploso da detta arma Nr.2 (due) colpi, a suo dire, a scopo intimidatorio in occasione dei noti incidenti avvenuti presso l’Università Bocconi la sera del 23.1.1973 alle ore 22,45 circa.>>
Sesta legislatura, seduta del 24 gennaio 1973. Inizia così l’incipit della pagina 4309 degli atti parlamentari della Camera dei Deputati. Un solo titolo: <<Svolgimento di interrogazioni urgenti sugli incidenti all’Università Bocconi di Milano>>. Il racconto dei funzionari di polizia milanesi, Ferruccio Allitto Bonanno e Tommaso Paolella, che verrà suffragato dal capo della Polizia Angelo Vicari, deve essere ora confermato dal ministro dell’Interno Mariano Rumor per conto del Governo guidato da Giulio Andreotti:
<<Alle ore 21 di ieri, all’Università Bocconi di Milano, in via Sarfatti, doveva essere tenuta una assemblea che era stata regolarmente autorizzata dal Rettore, il professor Giordano Dell’Amore, a condizione che ad essa partecipassero soltanto studenti, con esclusione di qualsiasi persona estranea all’Università.>>
Ma chi ha chiamato la polizia?
<<Per il rispetto delle disposizioni impartite, il Rettore aveva incaricato il vicedirettore amministrativo dell’Università di provvedere, con l’ausilio di alcuni bidelli, al controllo degli ingressi. Era stata chiesta l’assistenza della forza pubblica, come sostenuto dal Questore. A tale scopo era stato inviato un reparto di 100 guardie alle dipendenze di un vicequestore, il quale aveva schierato gli agenti sul marciapiede di fronte all’Università.
Tra le 21 e le 22, circa 50 studenti entrati nell’Università ne uscivano recandosi nel vicino Pensionato. A questo punto la forza pubblica, essendo venuti a cessare i motivi della sua presenza, si disponeva al rientro in caserma. Già quasi tutto il reparto aveva preso posto sugli automezzi quando dal Pensionato sono uscite circa 100 persone, armate di spranghe di ferro e chiavi inglesi, le quali hanno aggredito con estrema violenza una ventina di guardie rimaste ancora appiedate insieme all’ufficiale del reparto, scagliando anche cubetti di porfido e bottiglie incendiarie. Un cubo di porfido colpiva alla testa il comandante del reparto, tenente Addante, il quale, ricoverato in gravi condizioni al policlinico perderà probabilmente l’occhio sinistro. Una bottiglia incendiaria colpiva la camionetta del tenente, il cui tetto prendeva fuoco. L’autista del veicolo rimaneva ustionato e scendeva dal mezzo con i copricapo in fiamme.
Impressionato dalle gravi ferite riportate dal suo superiore caduto a terra insanguinato, in preda a choc, sparava alcuni colpi di pistola all’indirizzo degli aggressori. Anche un sottufficiale sparava alcuni colpi in aria a scopo intimidatorio per liberarsi della stretta in cui era venuto a trovarsi: accortosi quindi che l’autista del tenente ferito era visibilmente sconvolto, provvedeva a disarmarlo. La forza pubblica lanciava anche alcuni lacrimogeni al fine di disperdere i dimostranti.>>
Analizziamo la ricostruzione del Governo. Il ministro dell’Interno Mariano Rumor si sofferma a lungo nella descrizione dell’attacco del gruppo di studenti per giustificare l’utilizzo di armi da fuoco da parte della polizia. E offre già una pista investigativa alla magistraturainquirente: legittima difesa, non omicidio. Gli indizi sono molti. Rumor evidenzia il cubo di porfido che colpisce alla testa il tenente Addante, l’autista del veicolo che rimane ustionato,Ma solo alla fine del suo racconto, Rumor si ricorda che due giovani vengono colpiti dai colpi delle rivoltelle dalla polizia:
<<Il bilancio dell’incidente è purtroppo molto grave. Secondo quanto risulta fino a questo momento, i proiettili esplosi dalla guardia autista hanno colpito uno studente, Roberto Franceschi, e un operaio meccanico, Roberto Piacentini. Il giovane Franceschi è ricoverato al policlinico e versa purtroppo in imminente pericolo di vita. Il giovane Roberto Piacentin è ricoverato nello stesso ospedale con prognosi riservata.>>
. Ma poi aggiunge:
<<E’ pure ricoverato il tenente Addante per trauma cranico ed emorragia interna all’occhio sinistro con ritenzione di corpi estranei. Sono state ricoverate due guardie dichiarate guaribili in dieci giorni, nonché la guardia autista del tenente ferito. Sul luogo degli incidente è intervenuto il sostituto procuratore delle Repubblica, che sta procedendo ad accertamenti giudiziari, per i quali da parte degli organi del ministero dell’Interno sarà data la più ampia collaborazione.>>
L’intervento del Ministro dell’Interno si conclude, come sempre con la difesa delle forze di polizia:
<<Quando una giovane vita rischia di spegnersi, in circostanze così tragiche, o ne è vulnerata, il nostro comune sentire di uomini è sopraffatto dall’angoscia. Questo sentimento avverto ed esprimo come responsabile del ministero dell’Interno, che ha propria divisa la tutela della convivenza pacifica tra cittadini. L’intervento delle forze di pubblica sicurezza è sempre stato ispirato da queste esplicite direttive e da questi precisi intendimenti. In ogni circostanza, anche nelle più difficili, il comportamento degli agenti e dei responsabili delle <<forze dell’ordine>> è stato all’altezza del loro compito.>>
Per il ministro, dunque, agenti e responsabili dell’ordine pubblico sarebbero all’altezza del loro compito. Quindi sono inamovibili e rimangono al loro posto. Rumor previene così possibili richieste di dimissioni dei vertici della Polizia e della Questura di Milano. Ma dal banco in fondo a sinistra una voce forte rimprovera il ministro Rumor. E’ Giancarlo Pajetta, esponente di punta del Partito Comunista Italiano:
<<Ma questo è il terzo studente milanese…>>
Il Ministro Rumor ribatte a Pajetta con una tesi già ascoltata in altre occasioni:
<<Quanto avvenuto a Milano esige approfondimenti puntuali, e per l’accertamento delle responsabilità sarà data, proprio perché vi è coinvolto un agente di pubblica sicurezza, la più diligente ed obbiettiva collaborazione che la magistratura ha già in corso. Intendo riferirmi a tutte le responsabilità quali emergono ed emergeranno nel quadro complessivo di tensione in cui il doloroso fatto è maturato per stabilire, prima di tutto, in che misura e in quali condizioni si sia configurata una aggressione ad un drappello di agenti che rientravano in modo pacifico dopo l’assolvimento di un servizio di istituto.
Nessuno intende sottrarsi alle proprie responsabilità. La violenza ha tuttavia una sua logica. Noi sentiamo più che mai incombente il nostro dovere di stroncarne la spirale, prima che il suo estendersi travalichi i confini della ragione e della nostra convivenza. Le <<forze dell’ordine>> garantiscono l’osservanza della legalità democratica operando nell’ambito della legge, che costituisce un severo riferimento per tutti.
Il diritto del cittadino è alla base dell’ordinamento democratico, ma le <<forze dell’ordine>> non possono essere oggetto di sistematica contestazione del loro ruolo. Lo abbiamo più volte affermato anche in quest’aula, e lo ribadiamo oggi, nel convincimento che questa è la prima garanzia dello stesso assolvimento di un compito essenziale quale è quello di prevenire, contrastare e debellare la violenza.>>
Lo dice in modo chiaro Rumor, come fosse un dogma, uno schema precostituito. Per il ministro, quella violenza va stroncata con la forza. Lui riporta il linguaggio consigliato dagli uomini degli apparati che controllano le politiche sulla sicurezza nazionale. Prevenire, contrastare, debellare ogni forma di dissenso. Rumor, insiste a giustificare l’operato della polizia e ribadisce il concetto:
<<Il diritto del cittadino è alla base dell’ordinamento democratico, ma le “forze dell’ordine”non possono essere oggetto di sistematica contestazione del loro ruolo.>>
Il dibattito parlamentare si surriscalda fin da subito. Negli interventi degli esponenti di maggioranza e opposizione già si intravedono quali saranno le linee politiche prevalenti che riflettono l’anomalia di quegli anni.
Lo spostamento a destra del paese deriva essenzialmente dal patto tra Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano che consente a Giovanni Leone la scalata al Quirinale. Il 26 giugno 1972, Giulio Andreotti vara il suo secondo Governo con l’appoggio dei socialdemocratici e liberali. I socialisti, intanto, tornano all’opposizione insieme ai comunisti. A questo Esecutivo, gli osservatori di politica italiana riservano l’appellativo di <<a centralità democratica>>. Ma Giulio Andreotti deve fare i conti con le correnti presenti nel suo partito. La sinistra democristiana di Carlo Donat Cattin non partecipa al varo del Governo e compie uno strappo senza precedenti. Il Presidente del Consiglio deve inoltre sostenere gli attacchi interni di molti influenti candidati rimasti esclusi dal valzer delle poltrone ministeriali e dalle nomine nelle commissioni parlamentari. I socialisti di Francesco De Martino sono divisi al loro interno in due fazioni: gli autonomisti stanno con il segretario e chiedono di rispondere alla svolta a destra con nuovi Governi di centrosinistra; altri invece rimangono fedeli alla storica linea di sinistra che prevede l’alleanza con i comunisti e l’alternativa progressista. Il vicesegretario del PSI è Bettino Craxi. Il PCI di Enrico Berlinguer non ha ancora compiuto la scelta del compromesso storico con la DC, di poco successiva al colpo di stato in Cile del generale Augusto Pinochet, l’11 settembre 1973. I comunisti guardano quindi con rispetto ma anche con rivalità la collaborazione con i socialisti. Il MSI resta all’opposizione e si trova nel momento più difficile dalla sua nascita: il segretario Giorgio Almirante è indagato dalla Procura della Repubblica di Milano per ricostituzione del partito fascista, il parlamentare Pino Rauti viene arrestato poi prosciolto per le attività di Ordine Nuovo e per i contatti con i neofascisti responsabili della strage di Piazza Fontana.Questa è la fotografia dell’Italia politica nel 1973.
Il primo intervento del dibattito parlamentare del 24 gennaio 1973 giunge dalla destra missina. Il deputato Franco Servello chiede maggiore incisività nell’intervento delle forze dell’ordine e scarica la colpa sulla sinistra per gli scontri della sera prima all’Università Bocconi di Milano.
<< E’ vero che si deve rompere la spirale della tensione, che non si devono surrogare i poteri e i doveri dello Stato. Ma è altrettanto vero che, pur non potendosi contestare tali compiti e tali doveri, lo Stato deve impegnarsi in maniera più precisa e decisa. L’episodio di ieri è la conseguenza dell’atteggiamento permissivo della magistratura, di una parte della magistratura di Milano, e dell’atteggiamento altrettanto permissivo delle autorità milanesi nei confronti di determinati gruppi.
L’insoddisfazione dipende dal fatto che l’onorevole ministro, pur così zelante in sede di Commissione interni in altra occasione nel tentare di individuare e indicare alla disapprovazione pubblica elementi di destra, non abbia ritenuto in questa sua risposta alle interrogazioni di individuare e denunziare alla pubblica opinione la provenienza politica di coloro che hanno determinato il gravissimo fatto di ieri sera. Si tratta di elementi di sinistra, perché il pensionato Bocconi è quasi permanentemente presidiato, se non occupato, con atti di violenza nei confronti di singoli e di gruppi, da studenti ed elementi organizzati della sinistra parlamentare ed extraparlamentare.
Si decida l’onorevole Rumor, a metter veramente mano ad un’opera di pulizia, dal punto di vista morale, politico, dell’ordine pubblico a Milano. Il rapporto del prefetto Mazza è sempre attuale e voi, signori del Governo, lo avete sottovalutato. Avete fatto qualcosa nel periodo elettorale contro le Brigate Rosse. Poi tutto è finito, le persone fermate sono ormai tutte in libertà e hanno ripreso la loro attività, hanno cominciato a creare questa tensione, questa spirale di violenza e terrorismo.>>
La tensione nell’aula di Montecitorio si avverte nel tono acceso degli interventi. Il comunista Carrà chiede di intervenire:
<< Non posso ritenermi soddisfatto delle informazioni e soprattutto delle dichiarazioni del ministro dell’Interno, perché esse sfuggono a quella che può e deve essere una seria disamina della realtà che si è venuta da troppo tempo a creare a Milano e purtroppo finisce sempre nel sangue e nella tragedia. Un giovane tra la vita e la morte, un altro seriamente ferito, alcuni agenti di pubblica sicurezza feriti: questo è il bilancio dello scontro avvenuto ieri a Milano. A questi giovani noi esprimiamo l’augurio di una pronta guarigione. Questo nuovo gravissimo fatto di sangue ha turbato profondamente la coscienza civile del paese. Alla commozione per le sofferenze di questi giovani si accompagna il ripetersi di fatti che non possono essere casuali, bensì frutto di una logica che porta a sviluppare la spirale di violenza e a mantenere un clima di tensione ed esasperazione>>
Il comunista Carrà intravede quindi una logica nel comportamento delle forze dell’ordine davanti alla Bocconi. Un concetto ribadito anche da Bettino Craxi, allora vice segretario del partito socialista:
<<Non si crei a Milano, nelle università milanesi, il clima delle università di Atene o di Madrid. Vi sono eccessi che andavano corretti. Non si pensi, per altro di istaurare un clima di repressione e di autoritarismo, e di giustificare, quando avvengono episodi di questa natura, la violenza, anche se è violenza legale. La violenza omicida, anche se è legale, va condannata da un Governo democratico. Milano non avrà comprensione per chi ha usato le armi da fuoco>>
Riccardo Lombardi, uno dei padri del socialismo italiano, entra nello specifico dei fatti milanesi:
<<Ministro Rumor, lei deve spiegare per quale ragione si trovava sul posto quell’enorme apparato di polizia, per un avvenimento in relazione al quale lo stesso Rettore della Bocconi, il professor Dell’Amore, poco prima dell’inizio dell’assemblea degli studenti, aveva dichiarato di non ritenere legittima né utile la proibizione a studenti esterni di intervenire. Il professor Dell’Amore ha dichiarato di aver dovuto proibire la presenza di questi ultimi, cedendo alle insistenti pressioni del Questore Bonanno. Mi domando se compito del Questore sia quello di persuadere ilRettore a sostituirsi a se stesso, a duplicare gli interventi della polizia>>
Replica il ministro Rumor:
<<Onorevole Lombardi, il Questore ha smentito con una dichiarazione questa circostanza>>
Ma il socialista Riccardo Lombardi, quel pomeriggio, pone altre questioni sul tavolo della discussione:
<<Disgraziatamente, onorevole ministro, la dichiarazione del professor Dell’Amore è stata ascoltata. Questa ultima può essere rinnegata ma non smentita. Assistiamo ad una dichiarazione del Questore il quale dice che un agente di pubblica sicurezza ha sparato due colpi in un momento di panico. Ha sparato due colpi: mirabile precisione intenzionale di tiro. Due colpi, tutti e due andati a segno. Le pare che sia normale? Le pare che un agente, sia pure colto da raptus, da un momento di panico, come primo istinto, non debba avere quello di sparare in aria? Ha proprio bisogno di colpire alla nuca una delle vittime a alla scapola l’altra? E cioè, presumibilmente, due manifestanti che erano in ritirata, e non stavano per compiere una aggressione, e tanto meno una aggressione frontale? Se mai si è trattato di un intervento inspiegabile e ingiustificabile, se non con la preconcetta intenzione di caccia all’uomo.>>
A queste domande legittime del deputato socialista Riccardo Lombardi, il ministro Mariano Rumor non fornisce risposte. Il dibattito si completa con gli interventi del repubblicano Buccalossi, del liberale Giomo, del socialdemocratico Reggiani e del democristiano Zamberletti. Nessuna spiegazione plausibile da parte del Governo sulla dinamica dei fatti avvenuti davanti alla Bocconi, perché la sera del 23 gennaio 1973, i poliziotti che impugnano le rivoltelle e sparano contro gli studenti sono molti di più dei due indicati in via ufficiale. La prova sta ancora nelle testimonianze e negli atti giudiziari.
L’avvocato dello Stato Marcello Della Valle abita al quarto piano di un palazzo all’angolo tra via Sarfatti e via Bocconi. Intorno alle 22,45, sente trambusto provenire dalla strada, si sporge dalla finestra del suo appartamento e vede una persona in borghese spararequattro o cinque colpi contro gli studenti. Gianni Gallo e Agatino Puglisi sono invece in divisa. Della Valle descrive la scena: l’uomo si piazza sul marciapiede, dalla parte dove sostano le camionette della polizia, indossa un cappotto grigio, il suo capo è scoperto. Chi è quell’ombra che impugna la pistola in mezzo alla strada, durante gli incidenti all’Università Bocconi? Un graduato? Un funzionario di rango? Un vicequestore?
Altra prospettiva. Italo Di Silvio, impiegato di banca, abita invece al secondo piano dello stesso palazzo dove vive Marcello Della Valle. La sera del 23 gennaio 1973 sente pure lui chiasso e urla giungere dalla strada. Si affaccia dal balcone e segue la drammatica sequenza: un uomo si trova vicino al semaforo tra via Sarfatti e via Bocconi, il braccio è teso, in avanti, ad altezza della spalla, non è l’atteggiamento di chi intende sparare solo per avvertimento. Di Silvio sente almeno un colpo, forte e chiaro, indirizzato contro gli studenti in fuga. Dopo aver utilizzato la pistola di ordinanza, la persona vista dal secondo testimone oculare si avvicina alla camionetta della polizia e si unisce agli altri suoi colleghi.
L’ultima visuale è di Roberto Piacentini. Lui nota due persone che esplodono colpi di pistola. Il primo uomo indossa la divisa grigio verde, il braccio è disteso verso gli studenti, con la rivoltella spara due colpi. Il secondo porta il cappotto blu delle guardie di pubblica sicurezza. Parte da dietro la camionetta e avanza in modo diagonale sul marciapiede di via Sarfatti, percorre un paio di metri poi esplode un colpo di pistola. E’ robusto.
Intanto per la famiglia di Roberto Franceschi il calvario è ancora all’inizio. Quella che va dal 23 al 30 gennaio 1973, è una settimana drammatica. Prima la speranza di salvare Roberto, poi l’angoscia e la disperazione. Ricorda oggi Lydia:
<< Le prime notti le passammo seduti sugli scalini della scala che portava alla sala di rianimazione, una notte con la sua professoressa di filosofia del liceo, un’altra con Francesco Fenghi; poi ci diedero un salottino dove c’erano due divani e una poltrona e questo ci permise un po’ di riposo anche se alternativamente andavamo al 2° piano per vedere come stava, temevano che durante la notte gli staccassero gli apparecchi che lo aiutavano a vivere.
Vedevamo Roberto per pochi minuti ogni cinque sei ore ma continuavamo a rimanere in quel corridoio perché dal buco della serratura riuscivamo a vedere i suoi piedi e un pezzetto di gambe, inoltre non volevamo che nessun giornalistao fotoreporter potesse riprenderlo durante la sua agonia. Tutto questo perché il 25 gennaio avevo sorpreso due giornalisti che insistevano con la caposala per entrare a fotografarlo.Credo di aver avuto una reazione violenta tanto che se ne andarono immediatamente. Mi pareva assurdo che in momenti così tragici ci fossero giornalisti che volevano carpire i nostri pensieri, i nostri sentimenti o immagini di un ragazzo morente. Per farne che cosa? Un articoletto strappa lacrime sul loro giornale?
In uno dei tanti colloqui con il prof.re Maspes, in cui insistevo per un consulto, esasperato mi rispose: ma non vede che stiamo cercando di fare l’impossibile e lo manteniamo in vita al di là delle attuali possibilità della medicina? Anche da parte del ministro all’Interno, on.le Mariano Rumor c’è un interessamento quotidiano e la richiesta di mantenerlo in vita, e fosse solamente lui.
Ero talmente presa dalla mia unica preoccupazione che non pensai che se c’erano interessamenti in così alte sfere la sua vicenda aveva risvolti pubblici e politici.>>
Martedì 30 gennaio 1973. Una settimana esatta dalla sparatoria dall’Università Bocconi di Milano, Roberto Franceschi ha il terzo arresto cardiaco. L’agenzia giornalistica Ansa alle ore 16,07 diffonde la notizia attraverso le telescriventi:<<lo studente della Bocconi Roberto Franceschi è deceduto alle ore 15,25.>>
Racconta la madre di Roberto:
<<Il mondo intero ci cadde addosso…mi ritrovai imbambolata seduta su una sedia mentre qualcuno in camice bianco mi somministrava tranquillanti per non farmi morire.
In quel marasma ricordo l’atto gentile del prof.re Pagni che mi prese sotto braccio e mi accompagnò nel sotterraneo dove Roberto su una barella veniva portato all’obitorio. Era un corridoio lunghissimo, piastrellato, illuminato daunafredda luce artificiale dove un omone in camice bianco spingeva unabarella. Gli chiese di fermarsi e mi disse: saluti suo figlio. L’omone brontolò che era una prassi non permessa…ma mi lasciò per alcuni minuticon lui…poi continuò imperturbabile il suo camino spingendo la barella.
Il corpo di mio figlio apparteneva ormai alla burocrazia.
E la burocrazia si fece viva il 2 febbraio chiamandoci presso l’obitorio davanti al sostituto procuratore della Repubblica Vaccari, il maresciallo Mignosa al riconoscimento della salma di Roberto.
Sul processo verbale che ancora conservo si legge: ”Al fine di procedere alla ricognizione del cadavere abbiamo fatto comparire alla presenza i nominati: Franceschi Mario, padre e Buticchi Lydia, madre. Ammoniti dell’importanza morale del giuramento, del vincolo religioso che con esso contraggono dinanzi a Dio e delle pene stabilite contro i colpevoli di falsità in giudizio abbiamo letto la formula: ”Consapevole della responsabilità che col giuramento assumete davanti a Dio a agli uomini giurate di dire tutta la verità e null’altro che la verità”. I testimoni stando in piedi, a capo scoperto, al nostro cospetto hanno l’uno dopo l’altro pronunciato le parole: “lo giuro”.
Fu introdotta una barella, alzarono un lenzuolo e vedemmo il corpo irrigidito e congelato di Roberto tanto che non potei fare a meno di esclamare: se volete sapere se quell’insieme di carne congelata che oggi mi ordinate di riconoscere sia mio figlio vi rispondo che ne ha solo le sembianze. L’iter burocratico era stato rispettato. A chi interessa se poi una persona porta dentro di sé, per il resto della sua vita, un ricordo così doloroso e oltraggioso tanto che muore una parte del suo essere?>>