OMBRE NERE
Daniele Biacchessi

Laula bunker di San Vittore di Milano è uno di quei palazzi che da fuori somigliano più ad una scuola che a un luogo per processi. Ma quando entri ti accorgi che non ci sono alunni, né classi, né bidelli. Ci sono due gabbie per gli imputati, strutture in ferro lunghe venti metri, arcaiche, con panche in legno, dure come il cemento. E li vedi i tavoli degli avvocati e dei giornalisti, con sedie che quelle sì sembrano fatte apposta per gli studenti. E il pubblico sta separato dal resto dellaula. In quel 30 giugno 2001 ci sono proprio tutti. Molti di loro, fumano impazienti nel minuscolo e buio corridoio tra la scala e laula, in mezzo un enorme portacenere annerito. Siedono sopra i tavoli, si rileggono i passi salienti delle deposizioni al processo, si scambiano pareri, impressioni. Cè lavvocato di parte civile Federico Sinicato, con la sua toga nera, laccusatore, quello che si è letto migliaia di pagine del processo alla storia. E lì accanto, sorride Luigi Passera, il presidente dellassociazione dei familiari delle vittime della strage di Piazza Fontana. Lui, la sua innocenza, la aveva già persa 32 anni prima, davanti alla Banca Nazionale dellAgricoltura. Magro, la barba bianca, il viso scavato dagli anni, le mani che non stanno mai ferme ma ancora combattivo come allora. Lui che non si è perso un passo della lunga e complessa inchiesta. Stare ai processi, assistere i parenti delle vittime, convincerli a non mollare, non lasciarsi indebolire, promuovere iniziative, vincere il nemico di sempre, il tempo che passa e annulla quel che resta della memoria di un paese . Non è cosa da poco. Ci sono i legali della difesa. Lavvocato Gaetano Pecorella, deputato di Forza Italia, difende Delfo Zorzi, accusato di essere lesecutore materiale di quella strage. Poi ci sono gli altri avvocati, quelli che seguono Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi, Stefano Tringali, Carlo Digilio. Anche loro, di atti se ne sono letti, pronti a smontare il castello dellaccusa rappresentata dai pubblici ministeri Massimo Meroni e Maria Grazia Pradella.
In fondo alla sala stanno i giornalisti, pochi, appassionati, che non si sono persi neanche una seduta del dibattimento. Paolo Barbieri, Saverio Ferrari, Lorenza Ghidini, Vera Consalves della televisione giapponese. Tutto si sono appuntato su block notes ormai trasformati in lunghi papiri, una sillaba, un sospiro, una contraddizione dei testimoni, un passaggio delicato. Tutto segnato con pennarelli rossi, i nomi evidenziati in giallo, i profili, le schede. Fatto in modo scrupoloso, tanto per non dimenticare.
Perché scrivere di un processo di strage non è come raccontare un fatto di cronaca come tanti, magari un omicidio importante, un caso che divide lopinione pubblica. Proprio non è così. Bisogna prestare attenzione ad ogni minimo particolare, un passaggio delle deposizioni, un anello di congiunzione. E confrontare le carte del passato, milioni di pagine, verbali, intercettazioni, spunti investigativi, mettere in connessione fatti, situazioni, personaggi. Perché è dai dettagli che si costruisce unaccusa equilibrata. E la somma di quei pezzetti di mosaico diventa poi un processo. Alla fine si trasformerà in una sentenza.
La campanella del processo alla storia suona di pomeriggio. Tutti la sentono squillare, alle 16,05 del 30 giugno 2001. E in quellattimo che precede la lettura della sentenza, è come udirle le emozioni che si rincorrono nellaula. Le speranze dei familiari delle vittime, dellaccusa e della parte civile. Le angosce e i dubbi degli avvocati della difesa. Gli imputati in quellaula, proprio non si vedono. Nessuno, nemmeno un cenno. Chiusi, lontani, nelle loro case in Giappone, a Venezia, a Milano.
Strage di Piazza Fontana, 12 dicembre 1969, 16 morti, 88 feriti. 32 anni dopo, la società italiana è cambiata. Il Sid è diventato Sismi, Sisde e Cesis. Al governo non cè più un monocolore democristiano ma una maggioranza composita, fatta di nuovi partiti, il Pci si è trasformato in Democratici di sinistra, il Movimento Sociale è Alleanza Nazionale, il giudice Gerardo DAmbrosio ora è Procuratore della Repubblica a Milano. Ci sono meno operai, più lavori legati al terziario. LUfficio Affari Riservati del Ministero dellInterno si è sciolto come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Tutto diverso.
Il Presidente della seconda Corte dAssise di Milano, Luigi Martino è un uomo con i capelli grigi, grande esperienza. Di cose ne deve aver viste e sentite prima del processo alla storia. Per mesi ascolta pazientemente neofascisti, uomini legati ai servizi segreti, soldati politici, generali, faccendieri. La corte esce, Martino legge la sentenza. Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni condannati allergastolo . Due anni a Stefano Tringali, militante di Ordine Nuovo, per favoreggiamento nei confronti di Zorzi. Non luogo a procedere per Carlo Digilio.
Delfo Zorzi, veneto, militante di Ordine Nuovo. Viene definito dallaccusa come il capo militare dellorganizzazione. Studia lingue orientali allUniversità di Napoli. Si appassiona alla cultura giapponese. Negli anni Sessanta è uno dei primi in Veneto ad aprire una palestra di karatè e arti marziali. E lui che fa scoprire al gruppo veneto il buddismo ed autori come Evola, Guénon, Steiner. In Giappone ci va negli anni Settanta. Prima è lettore di italiano alluniversità di Tokyo. Poi, con lo pseudonimo di Aldo Rossetti, scrive articoli per il quotidiano della Democrazia cristiana, Il Popolo. Chiede e ottiene la cittadinanza giapponese con il nome di Roi Hagen. Possiede un passaporto diplomatico. A Tokyo, oggi dirige società specializzate in import- export nel settore della moda. Un vero impero finanziario. Controlla aziende in Giappone, Russia, Corea. Ha interessi in Svizzera, Gran Bretagna, Estremo Oriente.
Giancarlo Rognoni leader politico e organizzativo del gruppo La Fenice di Milano. Per laccusa è di fatto il capo della sede distaccata di Ordine Nuovo a Milano, vicino sul piano strategico alle cellule del Triveneto. Nel 69, viene denunciato a piede libero per unaggressione avvenuta a Rimini. Nel 70 partecipa allassalto della sede del Pci di Brescia. Nel novembre di quellanno viene arrestato per manifestazione non autorizzata a Milano. Nel luglio del 71 gli arriva un mandato di comparizione per lassalto al circolo Perini di Milano. Nel 73 la polizia svizzera lo rintraccia a Berna e ottiene la libertà provvisoria dalla magistratura elvetica. E coinvolto nelle indagini sul fallito attentato al treno Torino-Roma del 7 aprile 1973. Si scoprirà anni dopo che la colpa dellattentato doveva essere addossata alla sinistra. Una bomba che doveva rappresentare lanello di congiunzione di unoperazione più estesa: gli scontri del 12 aprile a Milano tra neofascisti e forze dellordine, dove rimane ucciso lagente Antonio Marino; la strage del 12 maggio alla Questura di Milano di via Fatebenefratelli compiuta da Gianfranco Bertoli che uccide quattro persone. Queste operazioni dovevano sfociare in un colpo di stato di tipo militare. Il 25 giugno 1974, Rognoni viene condannato a 23 anni di reclusione, insieme a Nico Azzi, Mauro Marzorati e Francesco De Min. Resta per anni latitante in Spagna.
Carlo Maria Maggi, medico veneziano, reggente di Ordine Nuovo per il Triveneto, referente politico del segretario dellorganizzazione, Pino Rauti. Fonda nel 57 e nel 61 le cellule di Ordine Nuovo a Venezia e Verona. E uno dei precursori dellordinovismo veneto. La sua figura attraversa tutti quegli anni. Per laccusa, Maggi è il teorico delle stragi come metodo dintervento politico e uno degli organizzatori dellattentato in Piazza Fontana.
Carlo Digilio inizia nel 1967 la sua attività di fiduciario dei servizi americani. Subentra nello stesso ruolo del padre Michelangelo. Con il nome in codice di Erodoto, Digilio lavora soprattutto nel Triveneto ma ottiene svariate missioni anche allestero, ad esempio in Spagna. Digilio è anche inserito nella struttura di Ordine Nuovo. Esperto di armi e di esplosivi, viene soprannominato Zio Otto per la passione per la pistola di marca francese Otto Lebel. Il suo referente nei servizi americani è Sergio Minetto, ex marinaio della Repubblica Sociale Italiana. I suoi superiori americani, di stanza allinterno delle basi Nato, sono il capitano David Carret, (dal 1966 al 1974 presso la base FTASE di Verona), e il capitano Theodore Richard, (dal 1974 al 1978 presso la base SETAF di Vicenza). Diventa segretario del poligono di tiro di Venezia. Sul finire degli anni Settanta è coinvolto nellistruttoria sulla riorganizzazione di Ordine Nuovo. Viene arrestato nel 1982 su mandato di cattura del Giudice istruttore di Venezia per reati minori. Subito scarcerato, Digilio prevede un nuovo arresto per motivi più gravi e inizia una lunga latitanza in Italia e allestero. Raggiunge Milano, poi fugge nel 1985 a Santo Domingo. I processi celebrati a Venezia e Milano gli infliggono pene per un totale di 10 anni di reclusione.
Un lungo applauso. Un minuto. Tra il pubblico, si scorgono persone anziane e giovani. Restano lì, in piedi, con accanto i carabinieri, vicino alle transenne, a urlare e applaudire. I riflettori delle televisioni sono già accesi, i microfoni delle radio iniziano a volteggiare, i taccuini dei cronisti si riempiono di dichiarazioni, righe, frasi, pensieri.
Carlo Maria Maggi non ci sta. Dalla sua casa di Venezia si dichiara innocente e parla di un complotto. Io non centro assolutamente niente con questa strage. E una sentenza politica, si basa soltanto sulle menzogne di un pentito foraggiato abbondantemente. Carlo Digilio si è affidato mani e piedi alla magistratura e ai carabinieri del Ros. Nel 68-69, la responsabilità politica e organizzativa di Ordine Nuovo in Veneto era molto limitata. Io mi preoccupavo degli abbonamenti al giornale, delle tessere, della conferma dei responsabili dei vari gruppi che operavano nel Triveneto. La mia era dunque una responsabilità limitata. Tra laltro in quel periodo io ero studente e non avevo i soldi per spostarmi. Dallestate del 1969 erano in corso trattative con il Movimento Sociale Italiano per il nostro rientro, poi formalizzato a novembre. In quel periodo lì, parlo di dicembre, insieme ad altri stavo conducendo una trattativa con i responsabili del Msi: ci dovevamo mettere daccordo su chi avrebbe fatto il segretario e sulla giunta politica provinciale. Per quella strage mi dichiaro innocente, estraneo a tutto quello che mi si accusa. Io sono sicuro di una cosa sola:sono un cattolico praticante e sono convinto che otterrò giustizia solo allaltro mondo, tanto non manca molto perché sono malato in modo grave. (da due interviste rilasciate allautore)
E lui, il giudice Guido Salvini, uno di quelli che le nuove inchieste sulle attività di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale le ha avviate davvero, non è in aula. Aspetta fuori dal carcere di San Vittore, dove è impegnato nel lavoro di tutto i giorni, nellinterrogatorio di uno sbandato, un ricettatore. Entra nella scena del processo in punta di piedi, alla fine, in modo informale, come da unico vero protagonista. E contento Salvini, e lo si legge su quel volto da eterno ragazzo. Lui che per anni, in silenzio, gira lItalia e ascolta le testimonianze dei neofascisti, vecchi e nuovi. Gente che le stragi le ha ammesse e personaggi che negano ogni cosa. Fatti, nientaltro che fatti, messi a verbale, verificati attraverso il lavoro di Massimo Giraudo dei Ros dei Carabinieri. Tutto secondo le regole, come vuole la legge . La sua memoria ci ricorda ciò che resta dei molti fili neri che compongono la storia.
Guido Salvini, 47 anni, giudice istruttore del Tribunale di Milano. Realizza inchieste sugli anni Sessanta e Settanta. Specializzato in terrorismo di destra e di sinistra. Le sue indagini svelano i retroscena dellomicidio del giovane studente di destra Sergio Ramelli, 19 anni, ucciso da componenti del servizio dordine di Avanguardia Operaia a Milano. Indaga inoltre sul duplice omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, sempre a Milano nel 1978. E il depositario delle più importanti piste investigative sulle attività terroristiche di Ordine Nuovo, Avanguardia nazionale e Nuclei Armati Rivoluzionari che si sono protratte dal 1989 al 1997.Racconta a Sergio Zavoli, Guido Salvini. Non vi e stato nella storia dItalia altro singolo episodio delittuoso che abbia tanto condizionato la vita politica del Paese e il rapporto tra cittadini e istituzioni. La percezione immediata del fatto che una parte dello Stato non solo non aveva protetto la collettività, ma era coinvolto nelle manovre per occultarne la verità, ha creato per molti anni una profonda incrinatura nel rapporto di fiducia tra molti cittadini e le istituzioni e dando un impulso non secondario allesplosione del terrorismo di estrema sinistra. In questo senso la sentenza ha un profondo valore riparatorio: contribuisce a ricostruire una memoria condivisa sulla nostra storia.
Mancano 13 giorni a Natale. E quasi sera ma Milano è illuminata a giorno. I grandi magazzini sono sfavillanti. Le compere e gli acquisti. Le luminarie addobbano il centro che sembra un carnevale. Migliaia di persone stipate in pochi metri tra Corso Vittorio Emanuele, Piazza Duomo e Piazza San Babila vanno su e giù, osservano le vetrine. Ci sono gli zampognari e i venditori di caldarroste, le vendite di beneficenza e quelle private. Ai bar del Barba e Haiti servono espressi in continuazione, cinquanta lire a tazza. La gente transita nei pressi del Teatro alla Scala. Quella sera rappresentano Il barbiere di Siviglia. E che ressa davanti al Rivoli per Un uomo da marciapiede e allExcelsior per Nellanno del signore. E il freddo che entra nelle ossa, con il bavero alzato e i guanti presi da Crippa, e quel morbido pullover di cachemire comprato da Schettini, quella cravatta acquistata poco prima da Avolio. Magari un cappello, un Barbisio, un Borsalino. I giovani stanno tutti in Galleria Passerella da Fiorucci per gli ultimi arrivi alla moda. E quel viaggio verso Sud, con i biglietti acquistati in Stazione Centrale, si farà tra poco. Ci si sentiva così: felici, immortali, allegri, innocenti. Ad un tratto,un forte e dirompente boato rompe quella strana ubriacatura invernale. Alle 16,37, eravamo già vecchi, colpiti alla schiena, feriti nel nostro stesso orgoglio. E per la prima volta scoprivamo di essere dei bersagli.
Il 1969 è lanno degli scioperi, dei cortei di operai e studenti in tutto il paese. Le rivendicazioni del salario garantito e di un lavoro per tutti degli operai, il diritto allo studio chiesto da milioni di giovani delle scuole medie superiori e delle università. Torino, Milano, Genova, il triangolo industriale. E lì che le lotte diventano più calde. 7.507.000 persone coinvolte in conflitti di lavoro per 302.597.000 ore di produzione perdute a causa di scioperi. E lanno delle bombe. Dal 3 gennaio al 12 dicembre se ne conteranno 145, una ogni tre giorni. Per 96 la responsabilità accertata è dellestrema destra. Il 15 aprile ne scoppia una nellufficio del Rettore dellUniversità di Padova. Il 9 aprile a Battipaglia vengono uccisi 2 lavoratori e 119 persone sono arrestati. Il giorno dopo ci saranno manifestazioni in tutta Italia, accompagnate da violenti scontri con la polizia. Il commissariato di Battipaglia viene dato alle fiamme. Il 25 aprile, alla Fiera di Milano,un ordigno ad alto potenziale provoca il ferimento di venti persone. In agosto vengono piazzati dieci ordigni sui treni:otto esplodono e colpiscono dodici passeggeri. A Pisa, il 27 ottobre, durante una manifestazione contro i colonnelli greci, uno studente rimane ucciso da un candelotto lacrimogeno lanciato dalla polizia. Il 19 novembre, a Milano, nel corso di una manifestazione per la casa, due camionette si scontrano; nellincidente muore il poliziotto Antonio Annaruma. Un clima incandescente sul piano politico. Si è appena insediato il secondo governo a guida Mariano Rumor. Il suo vice è Paolo Emilio Taviani. Ministro degli Esteri Aldo Moro,agli Interni Franco Restivo. Un monocolore Dc. Capo del Sid è lammiraglio Eugenio Henke. Al vertice della polizia cè Angelo Vicari.Presidente della Repubblica è Giuseppe Saragat. Il Pci è il più forte partito comunista occidentale. La Cgil è il sindacato meglio organizzato.
Milano, venerdì 12 dicembre 1969, ore 16.37. Piazza Fontana, numero 4.Una bomba, è stata una bomba. Tutto avviene in meno di un secondo e il salone centrale della Banca Nazionale dell'Agricoltura diventa un mattatoio. Chi organizza quellattentato ha ben presente il risultato finale. A quellora cè il mercato del venerdì, il momento giusto per lazione. E un appuntamento conosciuto quello dei fittavoli, coltivatori diretti e imprenditori agricoltori che provengono da ogni parte della Lombardia e del Piemonte, gente semplice, che vive da sempre con lunica cosa che possiede. Zolle di terra, ettari di lavoro.
Sette chilogrammi di esplosivo vengono compressi in una cassetta metallica, chiusa ermeticamente, poi inseriti dentro a una valigetta nera, tipo ventiquattro ore, azionati da un timer, piazzati proprio sotto il tavolo al centro del salone dove gli agricoltori chiudono in quegli attimi gli affari. Un luogo strategico, un orario scelto con cura, per fare uno scempio di vittime innocenti e creare tensione nel paese. L'attentato provoca la morte di sedici persone, quattordici sul colpo, e ottantotto feriti. Resta un grande, enorme foro nel mezzo della banca. Uno squarcio nel pavimento. Un profondo buco nero. E lì intorno sono ben visibili centinaia di piccoli frammenti metallici dacciaio, quelli della cassetta dellesplosivo. Un attentato tecnicamente perfetto. La resistenza opposta dal piano di cemento armato del pavimento scaraventa londa durto contro le pareti del salone, distrugge le vetrate. La potenza dellordigno si sviluppa tra il cemento e la parte sinistra del salone e provoca il crollo del rivestimento in mattoni forati sulla parete della banca.
1969. Piazza Fontana. Pietro Dendena, 55 anni, commerciante, stava proprio al centro del salone. Sparito, volatilizzato. Sua figlia, Francesca oggi racconta. In quella strage, ho perso mio padre. Ricordo il 12 dicembre come il giorno che ha segnato per sempre la mia vita e quella della mia famiglia. Un ricordo indelebile, lucido che nessuna sentenza e nessuna giustizia potrà mai cancellare. (dallo speciale di Radio 24, Piazza Fontana, il giorno dellinnocenza perduta, realizzato dallautore in collaborazione con gli allievi dellIstituto Formazione Giornalismo di Milano)
Chi é dentro la Banca vede l'inferno, la guerra in tempo di pace. Gente che urla da tutte le parti,feriti che escono dal portone principale e un forte odore di esplosivo. Il 12 dicembre 1969 sarà quello della gelignite.Fortunato Zinni era impiegato alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. Questo è il suo racconto. Mi sono reso conto che cera gente che correva fuori, colleghi che fuggivano con il volto insanguinato. Istintivamente attacco la cornetta e vado verso il salone dove vengo fermato da un ferito che mi chiede aiuto. Lo scenario era di un acre odore di fumo, per terra cadaveri, pezzi di suppellettili, un buco sulla mia sinistra dove chiaramente era stato depositato lordigno. (da unintervista rilasciata allautore)
Mentre Fortunato Zinni vive questi attimi drammatici, c'è chi invece sta per entrare nel portone della Banca. E' Don Corrado Fioravanti,parroco, uno dei primi testimoni oculari. Unesplosione tremenda, un boato vero e proprio. Cera un forte odore di miccia, di polvere. Sono rimasto fuori, per un attimo, nascosto dietro ad alcune macchine. Poi ho visto una ragazza ferita e sono entrato dentro al salone della banca. Lo spettacolo era tremendo. Cerano almeno trenta,quaranta persone che mi chiedevano di aiutarli. Io diedi lassoluzione a tutti quanti. Molti morirono poco dopo.
Il 12 dicembre i terroristi non colpiscono solo Piazza Fontana. Nel loro mirino ci sono istituti bancari, edifici, simboli dello Stato. Un piano concentrico e coordinato, studiato nei minimi particolari per seminare panico e per promulgare leggi speciali. Pochi minuti dopo la strage di Piazza Fontana, un ordigno viene scoperto dagli artificieri nella sede milanese della Banca Commerciale Italiana, in piazza della Scala 6. Non esplode. Anche in questo caso, la polvere da sparo è contenuta in una cassetta metallica portavalori, posta in una borsa nera e azionata da un timer. Alle 16.55, una bomba esplode nel passaggio sotterraneo della Banca Nazionale del Lavoro a Roma, quello che collega l'entrata di via Veneto con quella di via San Basilio. Tredici feriti. Alle 17.22 e alle 17.30, sempre a Roma, scoppiano altri due ordigni di elevata potenza all'Altare della Patria e sull'ingresso del museo del Risorgimento, in piazza Venezia. Quattro feriti.
Nella banca dilaniata dallattentato entra Achille Serra, il primo funzionario della Questura di Milano. Già commissario, poco più che trentenne, romano. Mi dissero di andare a vedere, perché dicevano che era saltata una caldaia e forse cerano un paio di feriti. Entrai, vidi quello che era successo, mi attaccai al telefono, gridai che servivano centinaia di ambulanze. In questura pensarono che il solito pivello avesse perso la bussola. Alla fine di ambulanze ne servirono novantotto.
In Piazza Fontana arrivano i primi giornalisti. Hanno taccuini e scarpe grosse, di chi camminando cerca notizie. Giampaolo Pansa. Mi sono trovato di fronte allinferno, a qualcosa che, sembra perfino banale dirlo oggi, non mi dimenticherò più. Cera questo grande cratere, corpi sventrati, maciullati, resti umani dappertutto. Ho visto portare via un ragazzino, Pizzamiglio, con una gamba quasi staccata. Un carnaio indescrivibile. Una bomba potentissima aveva fatto una strage pazzesca. Siamo andati avanti a lavorare per tutta la sera e la notte mentre Milano bolliva, i fascisti aggredivano varie persone. Fuori dalla banca era diventato un vero campo di battaglia, con la polizia che pestava tutti. (da unintervista allautore)
Il paese è attonito, martoriato. Nessuno crede a quelle immagini che la televisione trasmette. Frammenti di guerra, scene che sembrano venire da lontano, da un altro paese. Cosa contengono i minuti dopo una strage ? Esistono silenzi che spesso sono fin troppo densi di rumori che si annullano a vicenda. Silenzi, attimi, tempo che sembra non passare mai. Frasi, azioni, gesti, sguardi, la vita degli agricoltori di Piazza Fontana si è fermata, ibernata. Statue di sangue e dolore che non hanno più unanima, impietrite ti guardano come per chiedere un aiuto, come vite sospese che non sono più carne e parole. Quelle statue che paiono di gesso non sono più vive ma parlano. E raccontano una storia che parte da lontano, proprio da quella banca, a Milano. Gli ultimi gesti di Pietro Dendena, Eugenio Corsini, Giulio China, Carlo Gaiani, Carlo Garavaglia, Paolo Gerli, Luigi Meloni. Gli sguardi di Gerolamo Papetti, Mario Pasi, Carlo Luigi Perego, Oreste Sangalli, Carlo Silva. Le parole di Attilio Valé, Angelo Scaglia, Calogero Galarioti. Il dolore dei feriti, di quelli mutilati, di quanti si sono poi lasciati morire e non hanno più trovato un identità. Frasi che risuonano nel cervello, chiare e rotonde, pizzicano in gola, rintoccano sul fondo della lingua, e premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, più volte, nel corso del tempo, contro il palato. Silenzi fatti di rumori che si trasformano in urla ingoiate di traverso. Quelle urla lontane, strazianti e indifese, giungono dalla Banca Nazionale dellAgricoltura e toccano negli anni Gioia Tauro, Peteano di Salgado, Piazza della Loggia a Brescia, il treno Italicus, la stazione di Bologna, il rapido 904, via Palestro a Milano e via dei Georgofili a Firenze. E compiono il giro del mondo. In molti le percepiscono, forti e chiare, acute e potenti come bombe.
Gli inquirenti compiono perquisizioni nelle sedi delle principali organizzazioni della sinistra extraparlamentare. A molti, il fine è già chiaro: per le Questure di Milano e Roma i colpevoli vanno cercati in quella direzione. Le indagini sfiorano qualche elemento di estrema destra, ma risparmiano Ordine Nuovo e Avanguardia nazionale, i gruppi più importanti in attività in quegli anni. Ma è a sinistra che si guarda e lo si dichiara apertamente. Come il commissario Luigi Calabresi: Certo è in questo settore che noi dobbiamo puntare: estremismo ma di sinistra. Sono dissidenti di sinistra: anarchici, cinesi, operaisti. Stupisce la rapidità del primo lavoro di poliziotti, carabinieri e magistrati. Oltre ottanta fermati e arrestati. Su una decina di persone gravano pesanti indizi. Sono tutti anarchici dei circoli Bakunin e 22 Marzo: Giovanni Aricò, Annelise Borth, Angelo Casile, Roberto Mander, Emilio Borghese, Mario Merlino, Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda. I periti balistici sono già al lavoro. Uno di loro, Teonesto Cerri, fa brillare lordigno contenuto nella valigetta piazzata nella Banca Commerciale di Milano. Viene così eliminata una prova schiacciante che riguarda la composizione e la probabile relazione tra le due bombe.
Milano,15 dicembre. Un cielo grigio, nebbioso. In Piazza Duomo hanno acceso perfino i lampioni. Milano si stringe attorno a quelle bare allineate. La vista della piazza dallalto è impressionante. Dentro non cè posto per tutti, si distribuiscono nelle vie laterali, senza un ordine prestabilito. Una città si ferma e con lei tutto il paese. Sono lì da ore,hanno facce stanche, sono giovani, vecchi, bambini, operai e imprenditori,ricchi e poveri,tutti in silenzio,quasi a cercare una risposta alle mille domande. Perché, perché questa strage. A chi giova, a chi giova tutto questo, si domanda un operaio della Pirelli dentro la basilica mentre in sottofondo si sentono i canti dellomelia funebre. Quando passano le bare, calano i cappelli dei pensionati, i baschi blu degli operai usciti dalle fabbriche, i segni della croce degli uomini e delle donne. Non è ancora mezzogiorno e si sente la voce dellArcivescovo di Milano. La mano proditoria e furtiva di Caino ha sorpreso fratelli inermi e ignari e ne ha fatto strage ancora una volta il sangue innocente di Abele.
Il commissario di Milano, Luigi Calabresi invita Giuseppe Pinelli per una breve testimonianza nei locali della Questura. Lo vuole sentire, interrogare.
Quando entra nelle stanze fumose della Questura di Milano, Giuseppe Pinelli ha 41 anni. E sposato con Licia e ha due figlie. Lavora come frenatore delle Ferrovie dello Stato nella stazione di Porta Garibaldi. Lanarchico precipita dal quarto piano di via Fatebenefratelli, nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969. Cade proprio dalla finestra dell'ufficio di Calabresi. Assistono alla scena i sotto-ufficiali Panessa, Caracuta, Mucilli e il tenente dei carabinieri Lo Grano.
Luigi Calabresi viene da Roma. E' cattolico convinto, alla domenica va a messa ma si interessa di tutto: legge Cesare Pavese, Maritain, Bernanos, Edgar Lee Masters, la letteratura russa. Con Gemma Capra si sposa nel 1969 e va ad abitare in un appartamento a Milano, regalo di nozze della famiglia Feltrinelli. E' laureato, si presenta come un liberal che vota per i socialdemocratici, sempre con i suoi eleganti maglioni dolcevita. In Questura dipende solo da Antonino Allegra e Marcello Guida. A Roma, Allegra ha due punti di riferimento: Elvio Catenacci, direttore dell'Ufficio Affari Riservati del ministero dell'Interno fino al 1969 e il suo successore Federico Umberto D'Amato. Quando il killer lo uccide il 17 maggio 1972, Luigi Calabresi ha 35 anni. Lascia la moglie, Gemma, due figli, Mario e Paolo e un terzo che deve ancora nascere, Luigi. In quegli anni controlla a Milano l'attività dell'arcipelago dei gruppi della sinistra e della destra extraparlamentare.
Racconta Licia Pinelli. "Venerdì 14 dicembre, è mattina. Ricevo una telefonata dalla Questura. Mi dicono di avvisare le Ferrovie che Pino è ammalato. Poche ore dopo mi richiamano. Comunicano che è in stato di fermo per accertamenti. Alle 22 del 15 dicembre mi chiama il dottor Calabresi, vuole il libretto medico di Pino. Chiedo spiegazioni. Il commissario afferma che Giuseppe sta meglio dove è. Poi i poliziotti suonano alla porta e ritirano il libretto. Passano le ore e i giornalisti mi avvisano che Pino è morto".
Aldo Palumbo é il cronista di nera dell'Unità. Napoletano, maestro di simpatia e bravura. Quella sera è di turno alla sala stampa della Questura di Milano. Diventa così, senza volerlo, il testimone oculare del volo dell'anarchico Pinelli. "Erano le 23, 57, ricordo l'ora perché guardai l'orologio. Dovevo tornare al giornale per prendere la prima edizione. Ho salutato i colleghi delle altre testate e sono sceso dalla sala stampa. Scesi le scale, mi accesi una sigaretta e arrivai sotto l'atrio. Ho sentito prima dei rumori, qualcosa che cadeva, un grido. Sembrava uno scatolone che cadeva, urtando due volte prima dell'impatto. Erano rumori un po' sordi, due più ravvicinati e uno leggermente distanziato. Il giorno dopo dissi che il corpo aveva urtato probabilmente sui cornicioni della Questura."
Offre la sua versione Gemma Capra, vedova di Luigi Calabresi. Quando Gigi tornò, mi raccontò tutto. Mi disse che aveva interrogato Pinelli fino a un certo momento, poi era stato chiamato da Allegra che gli sollecitava una conclusione perché a Roma avevano fermato Valpreda e lui voleva andare giù con il verbale. Allegra rimproverava spesso a Gigi, il suo modo di interrogare. Lui permetteva che i fermati fumassero, prendessero il caffè, andassero in bagno, si alzassero, interrompessero linterrogatorio. Allegra era molto rigido. Con Pinelli erano rimaste cinque persone, tra cui un ufficiale dei carabinieri. Mentre Gigi stava da Allegra sentì che un suo collaboratore gli rincorreva incontro gridando:si è buttato, si è buttato. Tenevano la finestra aperta perché si fumava. Gli dissero che Pinelli si era buttato e un brigadiere aveva tentato di fermarlo, gli era rimasta una scarpa di Pinelli in mano.
Degli anarchici fermati in quei giorni, il commissario Luigi Calabresi si interessa a Pietro Valpreda. E lui grida con tutta la forza la propria innocenza ma per gli investigatori è lui lautore materiale della strage. Il tassista Cornelio Rolandi riconosce nella figura di Valpreda, quel passeggero che accompagna davanti alla banca Nazionale dellAgricoltura.
Pietro Valpreda è milanese, figlio di piccoli commercianti. Lavora come artigiano ma coltiva da sempre la passione per la danza. Diventa ballerino di fila in una compagnia di avanspettacolo. E anarchico. Frequenta i circoli libertari di Milano. E grande amico di Giuseppe Pinelli. Ha precedenti per rapina e tentata rapina. A 37 anni è il più vecchio del gruppo 22 marzo.
Quelle ore, Valpreda, se le ricorda bene. Resteranno per sempre nella sua memoria. "Pinelli era un amico e un compagno. Il suo fermo di settantadue ore andò oltre i tempi consentiti dalla legge. Rimase nelle mani della polizia per due giorni circa ma si mosse. Telefonò alla moglie Licia. Era una libertà che un uomo sospettato di strage non poteva avere tanto che in caso di pesanti indizi, gli inquirenti si comportavano diversamente. Poi iniziò l'interrogatorio, intorno alle 22. A quel punto avvenne una discrepanza tra le settanta ore precedenti e le ultime due, prima della morte. Forse successe qualcosa che non era da collegare direttamente alla bomba di Piazza Fontana ? Non lo so. Una cosa è certa. Pinelli venne assassinato, sono convinto da anni. Io e Pino eravamo una cosa sola. Non si sarebbe mai suicidato. Voleva troppo bene alle figlie, Claudia e Silvia, alla moglie Licia. Credeva nei suoi ideali politici. Un'altra cosa certa è che il commissario Calabresi non era nella sua stanza nel momento della morte di Pino. C'erano invece un carabiniere e quattro poliziotti dei quali si conosceva tutto, nomi, cognomi, indirizzi. Calabresi sapeva chi ero. Ed era ancor più in contatto con Pinelli perché spesso si recava in Questura per i permessi delle manifestazioni. Sapeva che Pinelli era innocente. Del resto il commissario lo ferma e gli dice di seguirlo con il motorino. Ad un sospettato di strage erano cose che non si potevano permettere". (da unintervista allautore)
Sulla morte di Giuseppe Pinelli, l'istruttoria andrà avanti fino all'ottobre 1975. Nella sentenza dell'allora Giudice Istruttore Gerardo D'Ambrosio, è scritto: "L'istruttoria lascia tranquillamente ritenere che il commissario Calabresi non era nel suo ufficio al momento della morte di Pinelli. Le contestazioni a carico dell'anarchico non crearono e non potevano creare in Pinelli il convincimento che la Polizia fosse in possesso di gravi elementi d'accusa nei confronti suoi o del movimento anarchico. Non è quindi verosimile che Pinelli si sia suicidato. La precipitazione non fu preceduta da alcun segno che potesse prevedere ciò che stava per accadere. La dinamica del passaggio del corpo oltre la ringhiera si esaurì nel volgere di frazioni di secondo". D'Ambrosio dichiara "possibile ma non verosimile" l'ipotesi del suicidio, "assolutamente inconsistente" la possibilità del lancio volontario del corpo inanimato e "verosimile" l'ipotesi di un malore. Resta, a parere di D'Ambrosio, "l'improvvisa alterazione del centro di equilibrio". Un "malore attivo".
Sono ore concitate ma non tutte le piste vengono seguite subito. Stessa ora, scena diversa, altro luogo. Guido Lorenzon è il segretario di una sezione della Democrazia cristiana di Treviso. La sera in cui Pino Pinelli vola dal quarto piano della Questura di Milano si trova nello studio dell avvocato Alberto Steccanella. Si morde le unghie, è nervoso, teso, scuro in volto, la tensione è alle stelle. Lui lo sa che quelle dichiarazioni potrebbero incastrare l'editore Giovanni Ventura che conosce da anni. E a conoscenza di fatti relativi agli attentati di Milano e Roma. Racconta che il 10 dicembre, ha parlato con Ventura. Informazioni precise e troppo circostanziate su quelle bombe. Per Lorenzon, Giovanni Ventura sa troppe cose. Settimane prima del colloquio, Ventura gli descrive dieci attentati ai treni compiuti nel Nord Italia nella notte tra l'8 e il 9 agosto 1969. Rivendica lappartenenza a un'organizzazione clandestina. Parla di un progetto di colpo di stato imminente. Lorenzon chiede consigli al suo avvocato, produce un memoriale alla magistratura e in pochi giorni si trova faccia a faccia al procuratore Pietro Calogero, I fatti narrati, le conversazioni con Ventura diventano così oggetto di istruttoria. Ha inizio la caccia che durerà mesi. Tutto avverrà in silenzio, mentre Valpreda e gli anarchici arrestati continueranno a stare in carcere. Lorenzon cerca Ventura, lo incontra più volte, i colloqui sono registrati dagli uomini di polizia giudiziaria. In meno di un mese, Calogero raccoglie indizi e prove contro leditore e il suo amico, Franco Freda.
Giovanni Ventura entra così nellinchiesta a 27 anni. Trevigiano. prima la militanza nellAzione Cattolica, poi nel Msi. Per vivere insegna ginnastica, apre una libreria e diventa un piccolo editore. Attratto dalla figura di Franco Freda, Ventura pubblica una rivista ciclostilata, Reazione, dai tratti neonazisti e un libro di Freda, La giustizia è come il timone:dove la si gira,va, un violento attacco alla magistratura e alle istituzioni democratiche. La sua evoluzione ideologica passa dallesperienza di editore:pubblicazioni neonaziste ed opere e riviste di tendenze filocinesi.
Franco Freda ha 30 anni. Nasce ad Avellino ma vive da sempre a Padova.E procuratore legale. Appartiene dai tempi del liceo alla gioventù missina. Diventa poi presidente del Fuan- Caravella di Padova. La militanza nel partito di Giorgio Almirante dura poco. Freda sostiene teorie nazionalsocialiste. La sua piccola casa editrice, Ar, pubblica Mein Kampft di Adolf Hitler. Si proclama pubblicamente ammiratore di Himmler, il primo comandante delle Ss.
Già nellaprile 1969, qualcuno si accorge delle attività del gruppo di Freda e Ventura. Pochi giorni dopo lattentato al rettorato di Padova, il capo della mobile Pasquale Iuliano ordina perquisizioni nelle abitazioni dei neofascisti.
Il poliziotto è abile, dispone di una rete di informatori e intravede le trame nere che si intrecciano nella città veneta. Francesco Tomasoni, una fonte di Iuliano riferisce che lautore di altri attentati non a Padova ma a Roma, era unorganizzazione che faceva capo ad un certo avvocato Franco Freda, a certo Ventura, un libraio di Treviso e a un bidello del Configliachi di Padova. Notizie dettagliate, esatte, fornite a un poliziotto, ben prima della bomba di Piazza Fontana. Iuliano è un investigatore allantica, non conosce i compromessi politici, le alchimie. Si convince che Massimiliano Fachini sia uno degli armieri del gruppo. Lo fa pedinare. Un giorno, dalla sua abitazione esce Giancarlo Patrese, un neofascista. Viene fermato. Porta una Beretta calibro 9 e un ordigno esplosivo. E la prova. Arresta Fachini e i suoi camerati. Per Juliano inizieranno momenti difficili. Alcuni degli arrestati e i confidenti scagionano Patrese e parlano di una macchinazione orchestrata da Iuliano per incastrare gente innocente. Freda scatena contro il commissario una violenta campagna. Il 24 luglio del 69 Pasquale Iuliano è sospeso dalla sua attività. Lunico testimone intervenuto a difesa di Iuliano, lex carabiniere Alberto Muraro viene trovato morto nel vano dellascensore dopo un volo di 15 metri. Iuliano é trasferito a Matera. Dovranno passare dieci anni perché una sentenza del Tribunale di Padova offra giustizia al commissario. Troppo tardi, per la verità.
La prima svolta dellinchiesta avviene nel novembre del 71. Castelfranco Veneto. Un muratore sta riparando il tetto di una casa. E un professionista, uno di quelli di cui ci si può fidare ma quel giorno commette però un errore. Sfonda il tramezzo divisorio di un'abitazione. Lì ci vive Giancarlo Marchesin, consigliere comunale socialista. Il buco del tramezzo si allarga, i mattoni sono vecchi. Viene scoperta una santabarbara: armi ed esplosivi ovunque, tante, troppe casse di munizioni Nato. Le manette scattano per Marchesin. Lui si defila, poi parla. Le armi sono state nascoste da Giovanni Ventura, dopo gli attentati del 12 dicembre. Prima si trovavano nellabitazione di Ruggero Pan. La polizia interroga Ruggero Pan. Rivela particolari che diventano già uninchiesta. Durante l'estate del 1969, dopo gli attentati ai treni, Ventura mi aveva chiesto di comprare delle casse metalliche tedesche di marca Jewell. Quelle di legno usate per collocarvi gli esplosivi negli attentati, diceva Ventura, non avevano prodotto l'effetto sperato: quello di compressione esplosiva del metallo. Mi sono rifiutato di acquistarle. Il giorno dopo, notai da Ventura una cassetta di metallo. Ho presto compreso che altri erano andati a comprarla al posto mio.
Pan dimentica ciò che è accaduto. Ma il 13 dicembre 1969, il telegiornale mostra al paese la riproduzione di una delle cassette utilizzate negli attentati alle banche. Nientaltro che una Jewell, proprio uguale a quelle acquistate da Franco Freda e Giovanni Ventura. Intanto cè chi a Padova si ricorda di aver venduto delle borse in pelle, identiche a quelle della strage. E' Fausto Giurato titolare valigeria Al Duomo Padova. Ero in negozio. Stavo guardando giusto il telegiornale. Mostrano la fotografia di una borsa. E una commessa dice:Signor Fausto, ma queste valigie le vendiamo anche noi. Il 10 dicembre ho fatto una vendita strana. E entrato un giovanotto, gli ho fatto vedere la borsa, il prezzo gli andava bene. Gli gradiva il fatto che la borsa era capace, senza tramezzi e scomparti ma ne voleva quattro. Io ci ho pensato diversi giorni, dopo gli attentati. Poi ho telefonato in Questura, ho chiesto del commissario, ho raccontato il fatto. Non è successo niente. Dopo due anni circa, entra in negozio un carabiniere, mi mostra il tesserino. Mi fa vedere la fotografia delle valigie e io lo precedo e gli dico: Gli interessano quelle lì? Era ora che qualcuno mi chiedesse qualche particolare in più.
I magistrati di Treviso non mollano. Ora sanno che il gruppo si riunisce nella sala di un istituto universitario di Padova. Marco Pozzan, il custode, offre a tutti la possibilità di incontrarsi. Pozzan è il braccio destro di Franco Freda. Viene interrogato. Spiega di quella riunione notturna a Padova il 18 aprile 1969 con Pino Rauti, dove si da via libera allintero piano e agli attentati. Il racconto è preciso, denso di particolari. Giorni dopo Pozzan ritratterà: la visita di Rauti è in realtà frutto della sua immaginazione.
Giuseppe Rauti, detto Pino, nasce nel 1926, in provincia di Catanzaro. A 17 anni è volontario nella Repubblica Sociale Italiana. Nel 1944, gli inglesi lo fanno prigioniero. Resta internato fino al 1946. Dalla fusione di vari movimenti come i Far, le Sam, il Fai,il 26 dicembre 1946 prende forma il Movimento Sociale Italiano. Il primo congresso sarà nel 1948. Rauti entra nel partito e diventa dirigente dei giovani missini. E a capo della corrente spiritualista evoliana. Viene arrestato nel 1951 per alcuni attentati. Nel 1953 entra nella redazione romana del Tempo. E il 1954, lanno della fondazione del Centro studi che prende le mosse dal gruppo Far Imperium Legione nera. E già una corrente allinterno dellMsi. Dopo un periodo di contrasti e tensioni, in occasione del quinto congresso di Milano nel dicembre del 56, il Centro studi decide la rottura con il partito e si rende autonomo anche sul piano finanziario. Rauti lascia il Msi e organizza il Centro Studi Ordine Nuovo. Oltre a lui, se ne vanno Clemente Graziani, Paolo Signorelli, Stefano Serpieri e Stefano Delle Chiaie. Il gruppo nasce come contrappunto di una cosiddetta corrente giovanile ai vertici missini . Pino Rauti è il diretto discepolo del pittore, poeta e filosofo dadaista Julius Evola che considera il maggior pensatore tradizionalista contemporaneo. Dopo la svolta del 56, il Centro Studi Ordine Nuovo, secondo Rauti, intraprende unopera di approfondimento culturale e dottrinario e nel 60 prende corpo una embrionale struttura organizzativa . I Centri Studi di Ordine Nuovo sono ispirati alle teorie evoliane, al mito dellEuropa, alla rielaborazione di concezioni naziste. Si radicano nellItalia settentrionale, in particolar modo nel Veneto. Dal 3 al 5 maggio 1965, Pino Rauti partecipa al convegno dellIstituto Luigi Pollio per gli Affari strategici, creato dallo Stato Maggiore della difesa dove si discute di guerra rivoluzionaria. Rauti stende la sua relazione sulla Tattica della penetrazione comunista in Italia. Oltre a Rauti, al Convegno parlano Guido Giannettini, lagente zeta del Sid, Enrico De Boccard, Eggardo Beltrametti, Ivan Matteo Lombardo, Vittorio De Biase, il generale dei paracadutisti Alceste Nulli- Augusti, il colonnello di artiglieria Adriano Magi Braschi, il consigliere della Corte dAppello di Milano Salvatore Alagna, Giorgio Pisanò, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino ,il fascista infiltrato tra gli anarchici e Pio Filippani Ronconi, professore di sanscrito allOrientale di Napoli. Nellestate del 65, si tiene il raduno politico che porta avanti una critica dura a quella che viene definito il tatticismo intollerabile del Msi. Il Centro studi Ordine Nuovo ha sede a Roma, in via degli Scipioni 268. Principale animatore è sempre Pino Rauti, segretario generale è Clemente Graziani. Ordine Nuovo è una struttura con almeno diecimila militanti. A livello provinciale i gruppi sono guidati da reggenti, mentre sul piano regionale da ispettori. Le basi più organizzate sono presenti in 25 città, con roccaforti in Sicilia, Lazio e Veneto. Il gruppo che fa capo a Rauti, confluisce il 15 novembre 1969 nel Movimento Sociale Italiano. Lala dura di Clemente Graziani vota contro, rivendica il carattere rivoluzionario del gruppo e non aderisce alloperazione politica. Darà vita al Movimento Politico Ordine Nuovo, unesistenza semilegale fino al 1973, quando viene sciolto dalla sentenza del Tribunale di Roma. Intanto Rauti è eletto deputato nel 72 e nel 76. I suoi ex camerati entrano in clandestinità, molti si orientano verso pratiche terroristiche e di lotta armata. A partire dagli anni Ottanta e fino alla morte di Giorgio Almirante, Pino Rauti ricopre il ruolo di vicepresidente dellMsi. Al congresso del 1988, Rauti viene sconfitto da Gianfranco Fini. Rauti vince la battaglia nel 1990 e strappa a Fini la carica di segretario. Solo quindici mesi dopo, un nuovo avvicendamento riporta Fini al vertice.Dopo la svolta di Fiuggi, del gennaio 1995 e la costituzione di Alleanza Nazionale, Rauti realizza una formazione propria che intende mantenere il nome e i caratteri originari del partito. Oggi Rauti resta alla guida del Msi-Fiamma Tricolore. Su Ordine Nuovo e sui servizi segreti Rauti offre la sua versione. Il fatto che io dirigessi Ordine Nuovo non vuole dire niente. In quei Centri Studi da me fondati, sono passati negli anni credo 15, 20 mila tra giovani e attivisti, alcuni ,pochi percentualmente, hanno avuto percorsi politici vari e drammatici. E logico che chi era in quei tempi al vertice dellorganizzazione sia stato coinvolto. Sempre assolto comunque. Non era facile accorgersi della presenza di infiltrati dei servizi segreti. Poi un agente segreto, se è segreto, chi lo conosce. (da unintervista rilasciata allautore)
Il sostituto procuratore Pietro Calogero non crede a una parola di Marco Pozzan. Quando è definitivamente in libertà, Pozzan fugge e scompare nel nulla. Racconta Pietro Calogero. Gli apparati dello stato cominciano a lavorare non a favore delle indagini ma contro di esse. Non per collaborare con i giudici ma per intralciare e depistare il loro lavoro. Marco Pozzan, un uomo di fiducia di Franco Freda, colpito da mandato di cattura nel 1972 per concorso nella strage di Piazza Fontana. Pozzan aveva dato segni di cedimento in un interrogatorio e aveva rivelato fatti di notevole rilievo sulla strategia della tensione e sulla sua matrice di destra. Era così importante avere la disponibilità fisica di Pozzan. E risultato dalle indagini che, verso la fine di quellanno, uomini del Sid avevano intercettato Pozzan durante la sua latitanza, lo avevano condotto a Roma, in via Sicilia, dove il Sid aveva gli uffici di copertura, lo avevano sottoposto ad un vero e proprio interrogatorio, per saggiarne la tenuta e lo avevano fatto espatriare in Spagna con un passaporto falso.
3 marzo 1972. E il giorno degli arresti. Cadono nella trappola dei magistrati veneti, Franco Freda, Giovanni Ventura e Pino Rauti. Sono accusati di essere gli organizzatori degli attentati del 25 aprile 1969, Fiera e Stazione Centrale di Milano, di quelli dell'8 e 9 agosto dello stesso anno, tutti sui treni.
Ricorda ancora il magistrato Pietro Calogero. Giovanni Ventura, colpito da mandato di cattura per complicità nella strage, dava segni di inquietudine e mostrava di voler fare rivelazioni sulla strategia della tensione. Il Sid interviene non per collaborare. Attraverso un proprio emissario propone a Ventura un piano di fuga e gli mette a disposizione una chiave idonea ad aprire le celle del carcere di Monza, dove è detenuto e due bombolette narcotizzanti per stordire gli agenti di custodia durante loperazione.
Il 21 marzo 1972, il giudice Giancarlo Stiz trasmette il fascicolo su Freda e Ventura, per competenza territoriale, alla procura della Repubblica di Milano.
Ora sono in tre a proseguire le indagini. In quel tempo lontano, sono i migliori investigatori di Milano, gente esperta. Sono il giudice Gerardo D'Ambrosio, (attuale Procuratore della repubblica di Milano) e i sostituti Luigi Rocco Fiasconaro ed Emilio Alessandrini (ucciso anni dopo da un commando di Prima Linea). Pino Rauti viene rilasciato. Le indagini partono da zero anche se la mole di indizi e prove trovate dai magistrati veneti resta comunque un punto fermo irrinunciabile. Giudici e magistrati milanesi raccolgono in poco tempo prove decisive contro il gruppo Freda-Ventura. Dimostrano che la pista anarchica intrapresa allinizio dagli inquirenti porta ad un vicolo cieco.
Si scoprirà anni dopo che la pista anarchica è uninvenzione dellUfficio Affari Riservati diretto da Federico Umberto DAmato. E una sorta di polizia parallela che tutto controlla attraverso uomini fidati, messi nei punti chiave delle Istituzioni. DAmato nasce a Marsiglia nel 1919. Nel 1945 gestisce i contatti con i servizi dinformazione della repubblica di Salò. Lobiettivo è recuperare gli archivi dellOvra, la polizia segreta fascista. Nel 57 entra al Viminale come semplice funzionario e allUfficio Affari Riservati sale fino al comando. Scoppia il 68. DAmato stampa migliaia di manifesti filocinesi che distribuisce attraverso i militanti di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo. Si specializza così in operazioni coperte per incolpare militanti di sinistra. Sarà il filo conduttore dellattività dellUfficio. Nelle ore successive alla strage di piazza Fontana, giunge a Milano Silvano Russomanno, braccio destro di DAmato. Antonino Allegra lo incontra spesso e allUfficio riferisce ogni particolare. La pista anarchica viene suggerita da DAmato ed organizzata sul campo dalla cosiddetta Squadra 54 che gestisce una vasta rete di informatori e di infiltrati tra cui Enrico Rovelli, nome in codice Anna Bolena.Rovelli entra in scena ufficialmente il 30 dicembre 1971 con la prima informativa. Raccoglie elementi sul ruolo di Nino Sottosanti, uno dei sosia di Pietro Valpreda, chiamato in causa durante la prima fase dellinchiesta e uscito definitivamente poco dopo. Sottosanti frequenta gli ambienti anarchici ma è fascista. Rovelli apprende da Tito Pulcinelli che Sottosanti è implicato in alcuni attentati ai treni l8 e il 9 agosto, in particolare quello a Pescara. Sottosanti si reca a Roma, dove riceve un pacco da Serafino Di Luia, militante di Avanguardia nazionale. DAmato chiede a Rovelli di negare alla Questura di Milano il nome dellaccompagnatore di Sottosanti. Le attività dellUfficio Affari Riservati emergeranno solo l8 ottobre 1996, in un piccolo ufficio di periferia, in via Appia a Roma. Spuntano fuori casse con faldoni contenenti dossier dal 48 ai giorni nostri. Ci sono informazioni segrete, buste di plastica con reperti come i frammenti del congegno ad orologeria dellordigno esploso l8 agosto 1969 sul treno 771 in sosta a Pescara, valige di ogni tipo,alcune simili a quelle degli attentati. Un archivio formalmente inesistente viene trovato dal consulente del giudice Salvini, Aldo Giannuli. Dalle carte emerge che il Ministero dellInterno attraverso lUfficio fa da filtro tra gli uffici politici delle varie Questure e la magistratura. E il ministero che decide quante e quali notizie fare arrivare agli inquirenti.
Tra il 72 e il 73 la magistratura milanese è dunque ad un passo dalla verità. Non solo le attività dei neofascisti veneti, emergono anche le coperture dei servizi segreti, dei potenti apparati dello stato, dellUfficio Affari Riservati del Ministero dellInterno, di uomini in bilico tra i servizi e i neofascisti come Guido Giannettini.
Guido Giannettini, romano, studioso di tecniche militari, è in contatto con tutti gli ambienti dei servizi segreti occidentali. Nel 62 gli americani lo invitano alla Scuola della marina militare ad Annapolis. Per tre giorni tiene un corso sul tema, Tecniche e possibilità di un colpo di Stato in Europa. E uno specialista dei principali metodi di controguerriglia per fronteggiare invasioni, insurrezioni e guerre rivoluzionarie. E uno dei maggiori relatori del convegno dellIstituto Pollio che si tiene a Roma, allhotel Parco dei Principi, su La guerra rivoluzionaria. Giannettini, in quegli anni, stende piani militari segreti, organizza gruppi di studio, dirige agenzie di stampa.
Guido Giannettini è sospettato di complicità nella strage. E puntuale scatta lopera di depistaggio da parte dei servizi segreti. Ne è convinto Pietro Calogero. Giannettini subisce una perquisizione e verso la fine del 1972 è colpito da mandato di cattura. Il Sid interviene ancora una volta, non per collaborare, ma per indurlo a sottrarsi alle investigazioni dellautorità inquirente. Viene fatto espatriare in Francia dove sarà tenuto sotto controllo del servizio che, invece di troncare ogni rapporto di collaborazione, continuerà addirittura a stipendiarlo.
Dalle indagini della magistratura milanese emerge il ruolo determinante dellAginter- presse, agenzia di copertura con sede prima in Portogallo, poi in Spagna, vero punto di partenza della strategia della tensione. Il responsabile é Yves Guerin Serac.
Yves Guerin Serac nasce a Plouzbere in Bretagna nel 1926. la sua famiglia è cattolica e tradizionalista. Nel 47 entra nellesercito francese. Tre anni dopo viene spedito in missione in Corea. Nel 53 combatte con i Berretti neri in Indocina. Viene nominato capitano il 1 aprile 1959 e va in Algeria: 11 esimo Choc , un corpo di paracadutisti impegnato in operazioni coperte,diretta emanazione dei servizi segreti francesi. Febbraio 1962. Guerin Serac diventa disertore, abbandona il suo posto di comando e si arruola nellOas, lesercito clandestino. Nel giugno del 62, dopo la dichiarazione dindipendenza dellAlgeria, si rifugia a San Sebastian , nei paesi baschi. E già esperto nella guerra non ortodossa. Ora serve il Portogallo. Ottiene un ingaggio come istruttore della legione portoghese, organizzazione paramilitare creata nel 36. Lavora al servizio della dittatura di Lisbona come istruttore delle unità antiguerriglia dellesercito. Lo raggiungono in Portogallo Jean Marie Laurent, Guy DAvezac de Castera, Jean Vallentin, Guy Mathieu, Jean Marie Giullou, Pierre Jean Sugeon, Jean Brune. Nella metà degli anni Sessanta, realizza la Aginter- presse e Ordre et Tradition. Nel 67, in particolare, si tengono due convegni internazionali a Lisbona alle quali partecipano rappresentanti di movimenti di destra estrema di tutto il mondo. Guerin Serac coltiva rapporti politici e organizzativi con gli italiani di Ordine Nuovo, gli inglesi del British National Party, gli svizzeri di Nouvel Ordre Européen e di Jeune Europe- Suisse, i tedeschi del partito neonazista Npd, gli spagnoli del Circolo espanol de amigos de Europa, gli americani del National Review. Sono molte le attività di Guerin Serac alla guida di Aginter-presse. Nei suoi corsi di addestramento si insegna di tutto: tecniche di sorveglianza e pedinamento, contatto tra gli agenti, tecniche di interrogatorio, lalibi in caso di arresto. Azione, propaganda, informazione e sicurezza. I suoi allievi vengono preparati a missioni da commando: spionaggio, missioni di intossicazione, attentati, assassini. Una centrale operativa del terrore, dunque, al servizio della guerra clandestina e psicologica.
Nel 1973, la caccia agli attentatori di Piazza Fontana è in fase avanzata. Ora nelle mani del giudice DAmbrosio, viene consegnato un appunto del Sid del 16 dicembre 1969. Notizie di fonte qualificata, interna allambiente neofascista. Gli attentati hanno certamente un certo collegamento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente e lorganizzatore di essi dovrebbe essere certo Y. Guerin Serac. Risiede a Lisbona dove dirige lagenzia Ager- Interpress, viaggia in aereo e viene in Italia attraverso la Svizzera,è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia. Inoltre ha come aiutante Robert Leroy, a Roma ha contatti con Stefano Delle Chiaie. A parte alcuni errori, le informazioni risultano vere. E la pista intrapresa da Gerardo DAmbrosio, ben prima che la sua istruttoria venga fermata. Nel 1974, la Corte di Cassazione gli sottrae le indagini.
I risultati istruttori di Milano e di Roma vengono poi inviati a Catanzaro. Lì già convivono tre tronconi: quello romano orientato verso gli anarchici (Valpreda, Merlino), quello milanese verso la destra (Freda e Ventura), quello calabrese (la strage di Stato con Gianettini, Gian Adelio Maletti del Sid). Lunificazione avviene nel luglio 1976 con il rinvio a giudizio di trentatré imputati. Il risultato? Una gran confusione e la presenza di anarchici, fascisti, uomini dello Stato, tutti imputati nello stesso processo.
23 febbraio 1979, sentenza di primo grado della Corte dAssise di Catanzaro. Ergastolo per Freda, Ventura, Giannettini e Pozzan. Due e quattro anni rispettivamente a Antonio La Bruna e Gian Adelio Maletti. Andreotti, Tanassi e Rumor rinviati a giudizio per reati ministeriali. 4 anni e 6 mesi di reclusione per Valpreda e Merlino, assolti invece dallaccusa di strage per insufficienza di prove.
20 marzo 1981. Corte dAssise di Appello di Catanzaro. Assoluzioni per Giannettini, Freda e Ventura, per Maletti e La Bruna per il reato di falsità ideologica, insufficienza di prove per Merlino. 15 anni a Freda e Ventura per associazione sovversiva. Proscioglimento per Pozzan.
10 giugno 1982. Corte di Cassazione. La sentenza di appello è annullata, il processo rinviato a Bari.
1 agosto 1985. La Corte di Assisi di Appello di Bari conferma le sentenze di assoluzione per insufficienza di prove per strage nei confronti di Valpreda, Merlino, Freda e Ventura. Riduce ulteriormente le pene contro La Bruna e Maletti.
Gennaio 1987. La Corte di Cassazione conferma la sentenza emanata dalla Corte di Assise di Appello di Bari.
Mentre il processo va avanti nel suo iter, prosegue la quarta istruttoria sulla strage di piazza Fontana. Dura dal 1981 al 1986. Al centro delle inchieste ci sono Stefano Delle Chiaie e Massimiliano Fachini.
25 luglio 1989. Corte di Assise di Catanzaro. Assoluzione per Delle Chiaie e Fachini dallimputazione del delitto di strage per non aver commesso il fatto.
5 luglio 1991. La Corte di Assise di Appello di Catanzaro conferma la sentenza di primo grado. La sentenza di Appello diventa definitiva per decorso del termine utile al ricorso per Cassazione.
Giunge il tempo della quinta istruttoria. Nel 1984, il giudice di Roma, Roberto Napoletano trasmette ai magistrati milanesi gli atti che riguardano le attività eversive di Ordine Nuovo. Nel 1985, è in corso lindagine sullomicidio di Sergio Ramelli, giovane esponente del Fronte della Gioventù. La polizia giudiziaria sequestra in viale Bligny, lintero archivio di Avanguardia Operaia. Tra quei fogli, viene a galla un documento trasmesso da Renzo Rossellini al responsabile del settore contro-informazione dellorganizzazione.
Il documento è di cinque pagine dattiloscritte. E un verbale di polizia giudiziaria in cui il neofascista Nico Azzi racconta tutte le attività del gruppo La Fenice che fa capo a Giancarlo Rognoni. Nico Azzi, militante di Ordine Nuovo e del gruppo la Fenice è lautore del fallito attentato al treno Torino- Roma del 7 aprile 1973. Lui mira alla strage ma il detonatore della bomba gli scoppia tra le gambe. Nel documento, Nico Azzi rivela cose non conosciute dagli inquirenti. Il gruppo La Fenice di Milano è in contatto con Ordine Nuovo del Veneto.Dispone dei timer residuati dopo gli attentati del 12 dicembre 1969. Lattentato sul treno Torino- Roma viene ideato per creare un diversivo rispetto alle piste investigative che portano alla destra veneta. Il gruppo La Fenice è in stretto collegamento con ufficiali dellEsercito, nel quadro della collaborazione tra militari e civili per leffettuazione di un colpo di Stato.
Il 15 luglio 1988, il sostituto procuratore della Repubblica di Milano Maria Luisa Dameno formalizza listruttoria poco prima di passare ad altro ufficio. Una settimana dopo, nel fascicolo, giungono anche gli atti dellattentato contro il Comune di Milano del 30 luglio 1980. I procedimenti passano ora nelle mani del giudice di Milano Guido Salvini.
721/88F. Inizia da questo numero di protocollo la nuova storia dellinchiesta per la strage di Piazza Fontana e le attività dei gruppi di Ordine Nuovo e La Fenice.
Scrive Guido Salvini. Dopo la sottrazione, nel dicembre 1974, al Giudice D'Ambrosio della prosecuzione dell'istruttoria concernente la strage di Piazza Fontana e le responsabilità del S.i.d., non sono più state condotte a Milano indagini significative sui gruppi della destra stragista e sui suoi rapporti con settori istituzionali deviati.
Dal 1988 al 1991, Salvini approfondisce la struttura logistica di Ordine Nuovo. Nel 91 nasce una collaborazione tra giudici e magistrati che tengono ancora aperte piste consistenti sulle attività della destra eversiva in Italia. Non è un pool ma poco ci manca. Oltre a Salvini ci sono Leonardo Grassi di Bologna, Giampaolo Zorzi di Brescia, Giovanni Salvi di Roma, Antonio Lombardi di Milano. Così il giudice Grassi trasmette a Salvini il procedimento 2/92F relativo a Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, definite bande armate finalizzate a commettere stragi.
Tra il 91 e il 92, Vincenzo Vinciguerra riprende il dialogo con la magistratura. Riempie 150 pagine di verbali, fornisce testimonianze dirette e parla di La Fenice, dei contatti di questo gruppo con Ordine Nuovo del Veneto. I primi elementi indiziari sulle stragi di piazza Fontana e di Piazza della Loggia a Brescia sono già in possesso degli inquirenti.
Vincenzo Vinciguerra è un militante di Ordine Nuovo. Nel 1982 confessa di essere lorganizzatore dellattentato di Peteano di Salgado, poco lontano da Gorizia. Il 31 maggio 1972, viene segnalata una Fiat 500 bianca. Una telefonata anonima porta i carabinieri davanti alla vettura. La macchina, imbottita di esplosivo, salta in aria. 3 morti e 1 ferito. Vinciguerra non è un pentito e nemmeno un collaboratore di giustizia. Non ha mai chiesto alcun beneficio di legge per le sue deposizioni. Non ha mai abbandonato le sue posizioni ideologiche e continua ancor oggi a definirsi fascista.
Vinciguerra svela così la struttura di Ordine Nuovo.Intendo fin dora affermare che tutte le stragi che hanno insanguinato lItalia a partire dal 1969, appartengono ad ununica matrice organizzativa. Tale struttura obbedisce ad una logica secondo cui le direttive partono da Apparati inseriti nelle Istituzioni e per lesattezza in una struttura parallela e segreta del ministero dellInterno più che dei Carabinieri. Posso oggi indicare i nominativi delle persone che dal 1960 o da ancora prima sono rimasti in collegamento tra loro, provenendo da uno stesso ceppo ed essendo un gruppo politicamente ed umanamente omogeneo. Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al Centro Studi Ordine Nuovo di Pino Rauti. Tale gruppo ha il suo baricentro nel Veneto, ma naturalmente ha agito anche a Roma e a Milano. E composto, fra gli altri da queste persone: a Trieste da Francesco Neami, Claudio Bressan e Manlio Portolan;a Venezia e Mestre da Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi e Giancarlo Vinello; a Verona da Marcello Soffiati e Amos Spiazzi; a Treviso da Roberto Raho; A Padova cè lintero gruppo di Franco Freda con Massimiliano Fachini e Aldo Trinco; a Trento è attivo Cristiano De Eccher; a Milano Giancarlo Rognoni; a Udine Cesare Turco dal 1973 in poi; a Roma Enzo Maria Dantini e il gruppo di Tivoli di Paolo Signorelli.
Vinciguerra rivela inoltre particolari significativi sulla manifestazione organizzata dal Msi a Roma, il 14 dicembre 1969.In merito all'adunata di Roma, posso specificare che io partii da Udine con Cesare Turco, proprio la sera del 12 dicembre 1969, in treno per Roma per recarci appunto alla manifestazione. Vi era già, ovviamente, la notizia degli attentati e ricordo che alla stazione fummo fermati da un Commissario di Polizia di Udine che ci interpellò pensando che fossimo diretti a Milano. Ritengo significativo ricordare che era giunta per quella manifestazione una convocazione a parteciparvi anche con i simboli di Ordine Nuovo, ed infatti avevamo un cartellone con l'ascia bipenne che noi stessi avevamo preparato per quell'occasione. La convocazione era avvenuta tramite Maggi e non escludo che mi fosse giunta anche da Roma. In sostanza, la convocazione per la manifestazione era avvenuta come se il rientro di Ordine Nuovo nel M.S.I. non ci fosse stato e in quel momento Ordine Nuovo si presentava ancora come un'entità autonoma rispetto al M.S.I. con i propri dirigenti ed i propri simboli. Giunti a Roma restammo tutto il giorno di sabato 13 dicembre in attesa di notizie in quanto non vi era più la certezza che l'adunata si sarebbe svolta ugualmente. Sino a tarda notte le notizie erano ancora incerte. La domenica mattina, e cioè il 14, si seppe che l'adunata non si sarebbe svolta, in quanto sospesa dal Governo, e in serata ripartimmo per Udine. Nel mio libro io cito la confidenza di Angelo Ventura a Franco Comacchio, riferita da questi all'Autorità Giudiziaria, per sottolineare quello che anche per mia conoscenza era un collegamento tra i due episodi, cioè gli attentati del 12 dicembre e l'adunata di Roma, come inseriti in un'unica operazione politica. Indico negli attentati del 12 dicembre 1969 non l'inizio della strategia della tensione, bensì il detonatore che, facendo esplodere una situazione, avrebbe consentito a determinate Autorità politiche e militari la proclamazione dello stato di emergenza.
1992. Il Sismi, il servizio segreto militare, individua nel suo rifugio allestero Martino Siciliano. Tenta di farlo allontanare dai suoi camerati. Nel 1993 Carlo Digilio viene estradato da Santo Domingo. Collabora con il giudice Guido Salvini. Fatti e indizi sulla struttura associativa e sulle attività di Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi, Franco Freda e Giovanni Ventura. Fine del93. Le testimonianze acquisite da Guido Salvini e dal giudice Leonardo Grassi di Bologna portano alla luce i Nuclei di Difesa dello Stato, struttura diversa da Gladio, realizzata con fini dichiaratamente eversivi.
Nel 1966, ufficiali dellesercito italiano ricevono una lettera che li invita a reagire alla offensiva comunista. Il centro di controspionaggio di Padova, diretto dal colonnello Giorgio Slataper, invia allUfficio D del Sid una nota informativa in cui si segnala la possibilità che gli ispiratori di quella lettera siano Pino Rauti e Giulio Maceratini. La vicenda dei Nuclei di Difesa dello Stato torna alla ribalta con le inchieste del giudice DAmbrosio e di Tamburino. Prima Slataper minimizza la sua nota. Poi ritiene di aver identificato gli autori in Franco Freda e Giovanni Ventura. Le notizie sui Nuclei sono inizialmente frammentarie. Si trasformano in indizi e in prove. Le deposizioni di Spiazzi, Ferro, Stimamiglio portano alla luce intricati rapporti tra Istituzioni ed estrema destra. Oggi si può affermare che i Nuclei non sono sovrapponibili a Gladio. Le strutture restano distinte, non prive di significativi punti di contatto come lutilizzo di alcuni centri di addestramento. Per Carlo Digilio, gli Nds e il gruppo Sigfried fanno riferimento a strutture dellesercito italiano, composte da gruppi di civili destinati ad affiancare, in caso di necessità, i militari. Piccole unità, indipendenti una dallaltra, secondo le tecniche della difesa. Il fine, secondo il racconto di Digilio, è la difesa del territorio in caso di invasione e di antiguerriglia nel caso di sommosse della sinistra. I Nuclei sono presenti in Veneto, Alto Adige, in Valtellina. A Verona il responsabile è Amos Spiazzi. Secondo Enzo Ferro, la struttura dei Nuclei è divisa in 36 legioni e lobiettivo è realizzare un colpo di stato, con attentati dimostrativi, preferibilmente senza vittime, per spingere la popolazione ad accettare un governo forte.
Nel 1994, Martino Siciliano si distacca dal sodalizio con gli ordinovisti che intendono trasferirlo in Giappone. Accetta quindi la collaborazione con Salvini, il rientro in Italia, le lunghe e dettagliate testimonianze. Il 18 ottobre 1994 si trova davanti a Salvini. Sono i giorni della vera svolta. Digilio e Siciliano diventano i pezzi forti dellaccusa.
Martino Siciliano è militante di Ordine Nuovo. A 14 anni entra nella sezione giovanile missina di Mestre. E grande amico di Delfo Zorzi. Una delle sue prime imprese è laffissione di volantini nazisti. Frequenta una palestra di karatè al Lido di Venezia . Secondo il suo racconto,insieme a Zorzi, piazza due bombe che restano inesplose a Trieste e al confine jugoslavo a Gorizia. Ordigni identici a quello scoppiato in Piazza Fontana. Siciliano esce dal gruppo nel 1972. Invia una lettera a Pino Rauti in cui si denuncia i presunti metodi sbrigativi del capo di La Fenice Giancarlo Rognoni, eliminazione fisica di avversari e contatti con la criminalità comune. Per questa missiva, viene espulso. Dal 1979 vive nella zona di Tolosa in Francia. Trova un impiego in una discoteca gestita da italiani, poi si trasforma in rappresentante di commercio per conto di due imprese tedesche. E sposato con una donna francese e acquisisce la cittadinanza del suo paese dadozione.
Nel95, cè la sentenza ordinanza di Salvini sulle attività dei neofascisti. Rinviati a giudizio Giancarlo Rognoni, Paolo Signorelli, Sergio Calore, Ettore Malcangi per reati minori. Trasmessi gli atti relativi a Gian Adelio Maletti, Sandro Romagnoli e Licio Gelli, questultimo per il reato di cospirazione politica. Il fascicolo sui Nuclei per la difesa dello Stato viene portato a Roma, così come quello su Avanguardia nazionale in Calabria alla Procura di Reggio Calabria.
Contemporaneamente, le indagini su Piazza Fontana coinvolgono Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Giancarlo Rognoni. I ricordi di Martino Siciliano diventano più nitidi.Pochi giorni dopo la strage di Piazza Fontana, mi trovavo nella Galleria Matteotti di Mestre in compagnia di camerati del Msi, fra cui lex senatore Piergiorgio Gradari. Parlando di quanto era avvenuto a Milano, ad un certo punto ebbi una crisi di pianto. Nel corso di questa crisi, confidai a Granari la mia convinzione che la strage non fosse opera degli anarchici, ma che fosse da attribuirsi ad elementi di Ordine Nuovo di Venezia e Padova. Gradari mi consigliò di calmarmi e mi disse che, anche se ciò che pensavo fosse stato vero, avrei dovuto tenermelo per me. Cera lassoluta somiglianza fra gli ordigni che avevo visto e materialmente deposto a Trieste e Gorizia con la descrizione che era stata fatta dai giornali della bomba esplosa alla Banca Nazionale dellAgricoltura. Intendo riferirmi al contenitore dellesplosivo che era costituito in tutti e tre i casi da una cassetta metallica. I giornali, inoltre, avevano riportato la notizia che lesplosivo impiegato era costituito da candelotti di gelignite perfettamente analoghi a quello che avevo visto, manipolato e innescato insieme a Delfo Zorzi nei due falliti attentati di Trieste e Gorizia. Mi è quindi venuta in mente laffermazione di Delfo Zorzi nel corso del viaggio a Trieste. Disse che vi erano molte altre cassette metalliche e molto altro materiale, cioè candelotti di gelignite come quelli che stavamo trasportando in quel momento.
Anche la memoria di Carlo Digilio si apre ai dettagli.Delfo Zorzi mi chiamò per telefono dicendomi che aveva bisogno di una "consulenza", espressione che io capii benissimo cosa voleva dire. Arrivai a Piazza Barche, dove mi aveva dato l'appuntamento, nel tardo pomeriggio e Zorzi mi accompagnò in quella zona un po' isolata vicino al canale dove c'eravamo incontrati altre volte e dove in particolare avevamo esaminato il materiale proveniente da Vittorio Veneto. Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la Fiat1100 di Maggi. Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c'erano tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po' più grande. Aprì tutte e tre le cassette e all'interno di ciascuna c'era dell'esplosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che avevo visto nel deposito in località Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro recuperate dai laghetti. In ogni cassetta, affondato nell'esplosivo c'era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato preparato, come lui mi disse, da un elettricista. Effettivamente quello che vidi era una scatoletta di cartone a forma di parallelepipedo che nella parte superiore aveva una cupoletta completamente avvolta con del nastro isolante lasciato un po' molle e questa specie di cappellotto impediva di vedere come fosse fatto esattamente il congegno. Zorzi mi disse di essere perfettamente sicuro di questo congegno, ma la cosa che lo preoccupava era la sicurezza generale dell'esplosivo che doveva trasportare e cioè se poteva esplodere a seguito di scossoni, anche molto probabili in quanto la macchina di Maggi era vecchia. Mi disse che di lì a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appunto per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno. Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell'esplosivo che non mostrava segni di essudazione che ne alterassero la stabilità. Piuttosto avrebbe dovuto fare molta attenzione all'innesco che mi sembrava la parte più delicata.
Milioni di pagine, interrogatori, stipati in faldoni. Testimonianze raccontate quasi sempre in prima persona. Non pentimenti ma un quadro accusatorio piuttosto cospicuo e imponente. Digilio rivela le attività di controllo da parte dei servizi segreti americani sul gruppo di Ordine Nuovo in Veneto.
Nel 1995 viene arrestato Sergio Minetto, con laccusa di spionaggio politico militare.
Dalle accuse sarà assolto dai tribunali in via definitiva.
Gli atti sullinchiesta di Piazza Fontana passano ora alla Procura della Repubblica di Milano, listruttoria assegnata al sostituto procuratore Maria Grazia Pradella. Nel 96 le viene affiancato il magistrato Massimo Meroni. Interrogatori, verifiche, controlli, intercettazioni ambientali e telefoniche. Digilio viene colpito da ictus ma continua la collaborazione con i magistrati. Siciliano torna in Italia nel 96 e viene sottoposto ad un programma di protezione. Quattro fiancheggiatori di Mestre, indicati da Siciliano e sottoposti a controlli, vengono arrestati per favoreggiamento aggravato con finalità di terrorismo ma ad ottobre escono per decorrenza dei termini di custodia. Al termine del lavoro della Procura di Milano cè il rinvio a giudizio per Delfo Zorzi, Giancarlo Rognoni, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio. Fino allultimo processo.
Ne è convinto Guido Salvini: Dalle istruttorie sono emersi non solo i nomi degli autori materiali degli attentati, tutti militanti di Ordine Nuovo, ma anche quelli delle entità che hanno consentito che gli autori degli attentati non fossero scoperti. Come il Sid, il servizio segreto di allora e lUfficio Affari Riservati del Ministero dellInterno che preparò, prima che questi attentati avvenissero, la pista anarchica sulla quale vennero condotti i magistrati che dovevano indagare. Come terza entità, i servizi segreti interni alle basi Nato di stanza in Veneto. Cerano personaggi come Carlo Digilio. Avevano un doppio ruolo, militanti ordinovisti e fiduciari della rete americana. Addestravano gli esponenti di Ordine Nuovo a preparare gli ordigni e riferivano alle basi americane. (dallo speciale di Radio 24, Piazza Fontana, il giorno dellinnocenza perduta, realizzato dallautore in collaborazione con gli allievi dellIstituto Formazione Giornalismo di Milano).
Federico Sinicato è lavvocato delle parti civili. Del processo che inizia il 16 febbraio 2000, è senza dubbio uno dei grandi protagonisti. Disponibile, preparato, scrive lintera memoria, i collegamenti con i personaggi, le testimonianze, le connessioni, minuscoli dettagli.
Cè il cosiddetto gruppo di fuoco, almeno così lo chiamo io. Il suo ruolo operativo è emerso pienamente dalle risultanze del nuovo processo sulla strage di Piazza Fontana e per quello sulla strage alla Questura di Milano, in via Fatebenefratelli. E sta emergendo dalle nuove inchieste sulla strage di piazza della Loggia a Brescia. E composto da Carlo Maria Maggi, dottore, responsabile politico di Ordine Nuovo nel Triveneto e referente di Pino Rauti. Il capo delle operazioni militari è Delfo Zorzi, uomo intelligente e di spessore culturale, appassionato di armi ed esplosivi, di arti marziali. Nessuno in realtà lo nomina capo militare ma il suo ruolo sta già nelle cose. Cè Carlo Digilio nella doppia veste di ordinovista, esperto di esplosivi, e di fiduciario o fonte dei servizi militari delle basi Nato. Per Piazza Fontana cè Giancarlo Rognoni, leader del gruppo La Fenice, praticamente la filiale di Ordine Nuovo a Milano. Rognoni non è toccato dalle inchieste sulla strage di Brescia. Il gruppo è comunque attivo dallestate del 1969 fino al 1974 ed è responsabile di attentati, stragi e atti gravissimi soprattutto nel Nord del paese. Le attività del gruppo veneto di Ordine Nuovo, in realtà proseguono con varie vicissitudini anche sul finire degli anni Settanta. Il gruppo era sicuramente conosciuto dai servizi segreti italiani e da quelli americani inseriti nelle basi militari Nato in Veneto. Qui cè da fare una profonda distinzione tra agenti e fonti, e tra Cia e servizi militari di stanza nelle basi. Ognuno agiva in modo autonomo dai servizi italiani. Ce lo ha spiegato chiaramente nel processo Gian Adelio Maletti. Il processo ha sostanzialmente confermato lintera istruttoria. La testimonianza di Carlo Digilio è risultata determinante come fondamentale è apparso il passaggio delle deposizioni di Martino Siciliano negli atti del processo, nonostante la sua assenza. ( da unintervista rilasciata allautore)
Salvini scrive il passaggio chiave che aiuta a comprendere lorganigramma di Ordine Nuovo. Sul piano organizzativo, Ordine Nuovo si struttura in circoli e in più ristrette cellule in ogni città è possibile, sotto la responsabilità di un reggente che deve rispondere sul piano gerarchico alle istanze superiori. Nel Triveneto, ad esempio, cioè Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia, esiste un reggente quasi per ciascuna città e Carlo Maria Maggi di Venezia svolgeva, negli anni Settanta, la funzione di reggente per lintero Triveneto, rispondendo direttamente per il proprio operato alla direzione di Rauti e Signorelli a Roma. Lintera struttura è ispirata a principi di rigida compartimentazione e di rapporti di reciproca affidabilità fra pochi militanti in modo tale che fossero garantite la riservatezza e il livello qualitativo dei militanti più che lestensione quantitativa del Movimento.
16 febbraio 2000.Laula bunker di San Vittore di processi ne ha già visti. Quello per lomicidio del giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi e per la bancarotta del Banco Ambrosiano. Tra il pubblico si notano Dario Fo e Franca Rame, intellettuali come Mario Capanna, giovani delle scuole superiori, consiglieri comunali, provinciali e regionali, militanti di partiti della sinistra. E fuori, in piazza Filangeri, vengono esposti striscioni e cartelli. Lo sciopero degli avvocati impone una seduta di poco più di venti minuti. Giusto il tempo per adempiere a procedure tecniche, l'annuncio della costituzione di parte civile, la riunificazione di un procedimento a carico di Carlo Digilio, al filone principale, che ha come imputati gli estremisti di destra Delfo Zorzi (latitante in Giappone), Carlo Maria Maggi, Giancarlo Rognoni e Stefano Tringali, accusato di favoreggiamento.
Nei giorni in cui si apre il processo sull eccidio di Piazza Fontana arriva la sentenza per la strage alla Questura di Milano. E l11 marzo 2000. Carcere a vita per Carlo Maria Maggi, Francesco Neami, Amos Spiazzi e Giorgio Boffelli. 15 anni di reclusione inflitti a Gian Adelio Maletti. Dice Guido Salvini: ''L'affermazione di responsabilità di ex-militanti di Ordine Nuovo quali organizzatori della strage dinanzi alla Questura di Milano e del gen. Maletti per l' occultamento delle prove riconosce il valore di anni di lavoro dell'Ufficio Istruzione di Milano che ha raccolto tutte le testimonianze, fra cui quelle di Digilio, Siciliano, Vinciguerra e del capitano Labruna, che hanno reso possibili indagini condotte in regime di proroga con scarsi mezzi e fra moltissime difficoltà. La ricostruzione verosimilmente fatta propria dalla Corte e cioè che l'obiettivo mancato dell' attentato di via Fatebenefratelli era l'onorevole Mariano Rumor che si era rifiutato di decretare dopo gli arresti del 12.12.1969 lo stato di emergenza e di offrire quindi agli stessi un obiettivo sbocco politico, apre inoltre ulteriori squarci di verità sulla strage di Piazza Fontana''.
E così accade. Gli avvocati della difesa chiedono il trasferimento del processo a Catanzaro ma il 17 marzo il presidente della Corte Luigi Martino legge un dispositivo lungo un ora e mezza. Tutto resta a Milano. Risultano infondate le motivazioni portate dalla difesa e favorevoli al trasferimento. Nelle prime udienze, l'avv. Gaetano Pecorella solleva l'eccezione relativa alla incapacità da parte di Carlo Digilio di sottoporsi a processo. Il motivo? Gravi condizioni di salute . I giudici della Corte d'Assise di Milano rivelano lesistenza di una perizia che ritiene Digilio in grado di difendersi e di assistere al dibattimento. Infondate , per i giudici, sono anche le eccezioni sul ritardo nell'iscrizione nel registro degli indagati di Delfo Zorzi.
Il 22 marzo è il giorno di Zorzi. Sceglie di parlare al quotidiano La Stampa, fuori dalle aule giudiziarie. Detta le sue dichiarazioni,al telefono, dal Giappone. ''Sono un capro espiatorio. La vicenda che mi vede protagonista è come un cancro. Il processo si dovrebbe chiudere con un'assoluzione piena. Il 12 dicembre 1969 io ero a Napoli. La prima volta che ho visto Piazza Fontana e' stato nel 1993. Non e' possibile che un innocente venga condannato. In Italia sono andati a cercare i colpevoli di serie A, di serie B, le giovanili e ora siamo arrivati ai pulcini. D'altra parte, se la destra avesse commesso l'attentato, si sarebbe suicidata e non rafforzata. Non ho messo io la bomba e penso nessuno degli imputati in questo processo. La strage e' servita a disegni politici diversi. Gran parte delle persone che hanno militato a destra nel Triveneto fuori dall'Msi, a causa del magnete di Franco Freda, sono state indagate. Potevo pensare di essere sentito come testimone, mai d'essere accusato come il mostro. E' stata un'escalation iniziata nel '94 e che in questi giorni sta trovando il suo culmine ''.
Il 13 aprile giungono le prime ammissioni. Sono quelle di Edgardo Bonazzi. Bonazzi viene condannato a 14 anni e 8 mesi per lomicidio del militante di Lotta Continua, loperaio Mariano Lupo, a Parma il 25 agosto 1972. Caporedattore della rivista Quex. E coinvolto nelle indagini dellomicidio di Ermanno Buzzi, ucciso da Pier Luigi Concutelli e Mario Tuti nel carcere di Novara. Per quel fatto viene assolto.
Le sue sono frasi dirette, circostanziate. ''Nel carcere di Nuoro Nico Azzi mi disse che a collocare la valigetta con la bomba nella Banca Nazionale dell'Agricoltura fu Delfo Zorzi. Ho appreso questa notizia nei primi anni '80, quando nelle carceri italiane era aperto un dibattito tra molti di noi sul ruolo avuto dai servizi segreti nelle stragi. Noi sapevamo che quelli di Ordine nuovo erano stati strumentalizzati dai servizi. Io se avessi potuto coloro che avevano partecipato alle stragi li avrei eliminati. Sapevo che volevano uccidere Franco Freda per il suo coinvolgimento nella strage di piazza Fontana. Cercai di evitare che lo ammazzassero. Non me ne fregava niente se lo pestavano. Importante era che questi personaggi, compromessi con i servizi segreti e le stragi, fossero allontanati dalle sezioni del carcere dove eravamo detenuti noi. Sergio Calore mi disse che Franco Freda gli aveva detto che la strage era stata fatta da Massimiliano Fachini. Interpretai questa versione come il tentativo di trasformare Fachini in capro espiatorio. Giannettini disse invece che dalle modalità con cui era stata eseguita la strage di piazza Fontana gli sembrava strano che fosse stata fatta per non provocare vittime''.
Del dibattito tra giovani e vecchi neofascisti in carcere, parla in quel giorno di aprile anche Valerio Fioravanti.
Valerio Fioravanti è uno dei leader dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Nasce a Rovereto il 28 marzo 1958. La famiglia è medio borghese, il padre fa lannunciatore alla Rai. A quattro anni, è già un bambino singolare. E protagonista di alcuni caroselli. A dieci anni interpreta la famiglia Benvenuti, fortunata serie televisiva. Studente del liceo Federigo Tozzi di Roma, diventa un capo del gruppo di neofascisti romani protagonisti di zuffe e pestaggi davanti alle scuole. Si porta il fardello di una vita criminale con molti omicidi, rapine di autofinanziamento, ferimenti, agguati. Viene condannato in via definitiva per la strage di Bologna, insieme alla moglie Francesca Mambro. 85 morti, 200 feriti.
Rivela Valerio Fioravanti, nellaula bunker di San Vittore. ''Mi spiegarono che la strage di piazza Fontana fu un errore tecnico, che forse non aveva funzionato il timer. Ero molto interessato a questo processo, soprattutto alla vera identità di Zio Otto perché poteva essere un alibi per me e mia moglie per la strage di Bologna. Il 2 agosto del 1980, infatti, ci trovavamo a Padova con Gilberto Cavallini, il quale doveva incontrare questo Zio Otto per fare modificare delle pistole. L'incontro non ci fu e io e mia moglie ritornammo a Treviso. Durante il processo per la strage di Bologna il capitano dei carabinieri Garzer mi disse che Zio Otto era stato arrestato. Riferii la notizia a Gilberto Cavallini il quale mi disse che la persona arrestata non era il vero Zio Otto. Carlo Digilio, io lho conosciuto in carcere quando venne estradato ma ho avuto subito dei sospetti sul suo ruolo. Alla fine ho evitato ogni rapporto.
Nel processo, molti neofascisti come Valerio Fioravanti sostengono dunque che il timer della bomba in Piazza Fontana viene regolato su unora sbagliata. Si avvalora la tesi che quellattentato, in realtà non doveva provocare morti. Uninterpretazione dei fatti fornita anche da illustri personaggi dello Stato e delle Istituzioni.
Lex ministro dellInterno e partigiano bianco Paolo Emilio Taviani alla Commissione Stragi sostiene che la strage di Piazza Fontana è organizzata da gente seria che sicuramente non intende uccidere deliberatamente sedici italiani. La bomba, secondo Taviani, non deve esplodere fino a quando la banca rimane aperta. Poi viene interrogato il 7 settembre 2000 dal capitano del Ros dei Carabinieri Massimo Giraudo. Paolo Emilio Taviani rende pubbliche notizie importanti e riservate.'' .La chiave di lettura della storia italiana, dalla primavera del 1947 al 1989, sta nella doppia politica estera, non mi soffermo a spiegare questo concetto. In un quadro di tale gravità, perché la politica estera è lessenza prioritaria della vita di uno Stato, sono esplose tre drammatiche crisi: 1964, 1969/70, 1973/75. Sulle vicende della primavera del 1964 parlai nella testimonianza del luglio del 1997. Dissi allora e ripeto oggi che io conservo una grande stima di Antonio Segni, non intendo insistere su questo punto dato che ho già insistito tre anni fa.I miei contrasti ero Ministro dellInterno con il presidente della Repubblica Segni, hanno avuto una data precisa di inizio: 22 febbraio 1964, suo ritorno da un viaggio in Francia. Era rimasto fortemente impressionato dallorganizzazione anti stalinista dei francesi. Il Presidente Segni mi chiese più volte che cosa avessimo previsto in caso di insurrezione armata comunista. Gli ho sempre risposto che dopo la sconfitta interna dei secchiani, né io né Vicari, capo della Polizia, né lArma dei Carabinieri, avevamo preoccupazioni di tal genere. Segni mi disse più di una volta: andando avanti di questo passo tra un anno sarò costretto a dare il mandato ad un comunista . Qui si inseriscono cose non dette, e ora le dico con dispiacere perché devo fare nomi di persone che stimo, alcune moltissimo. So con certezza, e me lo confidava lo stesso Segni, che alimentavano quelle preoccupazioni, il Presidente del Senato Merzagora, il Presidente della Camera Bucciarelli Ducci, il Segretario del Consiglio Supremo della Difesa Edoardo Martino, Randolfo Pacciardi, Eugenio Reale, Renato Angiolillo. Non ho fatto che alcuni nomi, quelli dei quali so con certezza incontravano il Presidente. Accanto e attorno ai nomi citati, stava un cospicuo mondo politico trasversale, non legato da interessi né da sigle associative. Erano parlamentari, alti funzionari, Magistrati, alti Ufficiali, che in buona fede vedevano un pericolo nella nostra apertura a sinistra iniziata negli anni Sessanta. Cerano dei democristiani, ma non tutti erano democristiani; dei massoni, ma non erano tutti massoni. Erano sobillati dalla CIA ? A dire il vero era accaduto il contrario: qualcuno dei personaggi citati, chiacchierando con personaggi di paesi a noi alleati, aveva espresso, lui, le sue preoccupazioni. Era un movimento di opinione di gente in gran parte in buona fede, in parte destinato a mantenere lo status quo ante, sul piano sociale. Non mi risulta che ci sia stata alcuna iniziativa, neanche ideologica, di servizi segreti stranieri. Vengo così a parlare dei servizi segreti. Ho riferito nella riunione del primo luglio 1997 sui servizi segreti stranieri: sulla grande efficienza dellIntelligence Service, del Servizio israeliano Mossad e del KGB e su di una frequente inefficienza della CIA. Non ho detto alcune cose sul servizio segreto italiano che si chiamava SIFAR e successivamente SID. Premetto che il mondo dei servizi segreti non è affatto un amalgama disciplinato, ordinato e obbediente. Il mondo dei servizi segreti è un mondo come quello dei partiti e della politica: composto duomini che dovrebbero avere, e spesso li hanno, sentimenti fortemente patriottici, ma linterpretano con indirizzo unitario soltanto quando sono diretti con prudente attenzione dal potere politico.Il SID ebbe un difetto di nascita: era lerede del SIFAR. Il SIFAR fu distrutto in un modo al tempo stesso ingenuo e inintelligente nel 1966. Si sarebbe dovuto fare quello che fecero gli inglesi in un caso analogo. E cioè, senza troppo fracasso, collocare in qualche incarico il Generale De Lorenzo, che da giovane aveva conseguito la laurea in ingegneria, non era cioè soltanto Honoris Causa, senza distruggere il servizio segreto da lui diretto. Invece si diede vita a una serie di pasticci e di errori sui quali non desidero insistere, perché ne ho già parlato e scritto più volte. Penso che sia opportuno ripetere che il SIFAR veniva considerato uno dei migliori servizi, non solo dagli alleati, ma anche dagli israeliani; che De Lorenzo morì praticamente povero. Ciò che conta è che in due anni, 1964 e 1966, lItalia rimase scoperta in questo settore. Qualcuno sostenne allora che fosse meglio fare a meno dei servizi segreti. Avrebbe fatto bene a lasciare la vita politica e a chiudersi in convento. Il SID nacque debole, senza una mano ferma che lo dirigesse. Allavena, Henke e Miceli erano dei militari, onesti e anche capaci, ma non adatti ai compiti dei cosiddetti 007. Erano anche insidiati da gelosie interne, in qualche caso da uomini più astuti e disinvolti. Il Ministro della Difesa Tanassi non aveva né competenza, né prestigio adeguato per affrontare una situazione che si era molto aggravata per i problemi di ordine pubblico e per la seconda invasione della Cecoslovacchia. Si generò nel mondo dei servizi segreti qualcosa di simile a quello che ho esposto pocanzi a proposito del mondo politico. Fu in quel clima che i gruppuscoli di estrema destra, che vivacchiavano agli inizi degli anni Sessanta, si gonfiarono fino a costituire una galassia distaccata dal Movimento sociale italiano Per capire la strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura é necessario tenere presente un punto fondamentale e cioè che la bomba, nell'intenzione degli attentatori, non avrebbe dovuto provocare alcun morto ma avrebbe dovuto essere un atto intimidatorio come lo furono quelli contemporanei di Roma. Se non si accetta questa interpretazione, molto resta lontano dai fatti. La sera del 12 dicembre 1969 il dottor Matteo Fusco, defunto negli anni '80, stava per partire da Fiumicino per Milano, era un agente di tutto rispetto del Sid con un ufficio in corso Rinascimento a Roma. Doveva partire per Milano recando l'ordine di impedire attentati terroristici. A Fiumicino seppe dalla radio che una bomba era tragicamente scoppiata e rientrò a Roma. La notizia sui movimenti dell'agente Fusco la appresi da ambienti religiosi. Un ufficiale del Sid, il tenente colonnello Del Gaudio, si mosse poi da Padova a Milano per depistare le colpe verso la sinistra. Questi due dati sono indizi, se non prove, di atteggiamenti del tutto contrastanti all'interno dello stesso Sid. In alcuni sett