FAUSTO E IAIO

Live Campogalliano Chiesa San Rocco 22/04/2006(audio)
Live Milano Sala Provincia 14/05/2005(audio-video)
Film "12 dicembre 1969. Aldo Aniasi"(audio-video)
QUELLA SERA IN VIA MANCINELLI
La strada e' buia.Un
vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare
come un'altalena.Nel silenzio si
ascolta solo la voce del telegiornale da poco iniziato.Una voce metallica che
viene da qualche casa con le finestre aperte.Il conduttore parla del rapimento
Moro,dell'uccisione della scorta avvenuta due giorni prima a Roma,delle
inchieste iniziate in fretta e furia.Il silenzio maschera il rumore sordo di
passi veloci.Loro sono due ragazzi che vestono come una volta:jeans scampanati,camicione a quadretti,giubbotti con le
frange,capelli lunghi.Di sabato,a quell'ora, percorrono la strada che divide in
due il quartiere Casoretto,via Mancinelli.Trecento metri senza luce,un luogo
poco frequentato,di sera come di giorno,buio,scuro.Fausto Tinelli e Lorenzo
Iannucci,parlano di Moro e di viaggi,di quei sogni che ogni ragazzo ha in testa
a diciotto anni.Il risotto di Danila,la madre di Fausto,li attende
fumante.Fausto non sopporta quando Jaio arriva
in ritardo agli appuntamenti."La prossima volta me ne vado,non ti
aspetto più- dice all'amico ."Cerca di essere più elastico-risponde
Lorenzo.I passi si fanno più intensi e i pensieri corrono veloci come razzi.Un
pezzo di vita scorre come la trama di un film e i ricordi prendono il
sopravvento.Quei sabati al Parco Lambro con le chitarre,sognando un po' di
California,ad ascoltare chi tornava da mete lontane ognuno con la sua piccola verità.Ricordi che si rincorrono come
le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young.Le voci degli amici ,delle
ragazze,delle lunghe discussioni politiche.Le prime esperienze con le donne
consumate in poche ore,la fretta di correre lontano e di fuggire via da
Milano.Il suono della chitarra di
Jaio,ricevuta in regalo dallo zio solo due anni prima. E quei progressi fatti
dai primi timidi accordi alle canzoni vere e proprie imparate su manuali di contrabbando.Le
feste al Leoncavallo,i concerti di jazz ,il bar,spettacoli teatrali di
compagnie che vengono da lontano.Il blues di Jaio e i Rolling Stones che Fausto
ama tanto ascoltare. All'altezza del portone dell'Anderson School i passi
d'improvviso si fermano.Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano intorno
per chiedere aiuto.Intorno a loro c'è il vuoto, la solitudine. Così due giovani
dall'accento romano si avvicinano con fare sbrigativo.Li bloccano.Ora i quattro
si trovano faccia a faccia.Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il
bavero alzato,avrà diciotto,vent'anni."Siete del Centro Sociale
Leoncavallo?-dice con voce squillante.
Lorenzo e Fausto si guardano,sono increduli.Non rispondono.Il senso di due vite
si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester,7,65,sparati da un
professionista. Un'esecuzione. I corpi si accasciano a terra.Il primo a cadere
è Fausto .Il proiettile lo colpisce all'addome; gli altri tre in rapida
successione all'emitorace sinistro,al braccio destro e alla regione lombare
sinistra..Lui compie una torsione su sé stesso .Un quinto proiettile lo
raggiunge di striscio bucando gli indumenti.Poi tocca a Lorenzo,Jaio per gli
amici.Tre colpi lo fanno crollare sul marciapiede:Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio è a breve distanza,centrato più
volte mentre tenta una fuga impossibile.Dopo quei colpi che sembrano petardi
scende un silenzio irreale.La strada si fa ancora più scura e nel buio scappano
gli assassini.Polizia e carabinieri ammetteranno che si tratta
professionisti,che nulla è stato lasciato al caso. Killer che avevano già
sparato altre volte:conoscevano le armi,come utilizzarle senza silenziatori.Due
ragazze appena entrate dall'oratorio,si affacciano dalla finestra e notano tre
persone fuggire e due corpi riversi in
una pozza di sangue.Alla polizia diranno che avevano sentito come dei
petardi.Anche la perpetua della chiesa,
che in quel momento si trova nell'abitazione che dà su via
Mancinelli,intuisce che qualcosa non va e avvisa il parroco,Don Carlo
Perego,uno di quei preti di quartiere che ha visto crescere tutti i ragazzi in
un'unica strada.Si avvicina,riconosce Jaio e Fausto.Si china come in un atto di
pietà e raccoglie il corpo mancante di Lorenzo Iannucci che gli spira tra le
braccia:Poi in un momento di lucidità torna a casa e avvisa il 113.Don Perego
piange come un bimbo,si dispera.Pensa a quanto sia ingrata la vita."Perché
proprio loro?-continua a chiedersi."Erano così giovani,non avevano mai
fatto di male a nessuno.Fausto veniva ancora
sul campetto dell'oratorio
insieme con Lorenzo e io li facevo entrare purché si limitassero a giocare al
pallone e non parlassero con i nostri ragazzi di politica".Detta queste
parole mentre la via inizia a brulicare di persone.Ragazzi come loro,di quel
quartiere nella periferia est di Milano che frequentano il Centro Sociale
Leoncavallo.Nel quartiere c'è chi offre la sua versione."Quella via era un
pericolo-grida un conducente dell'autobus appena rientrato nella vicina rimessa
dell'Atm di via Teodosio.Una ragazzina si scansa dal gruppo e piange.Il corpo
di Lorenzo e' ancora coperto da un lenzuolo bianco mentre quello di Fausto
viene trasportato all'Ospedale Bassini
in un disperato tentativo di salvarlo. C'e' un via e vai di gente di ogni
tipo.Ragazzi del Centro Sociale si mischiano ai tanti abitanti del Casoretto
che vengono a rendere omaggio a due giovani delle loro strade.Giornalisti
armati di taccuini cercano una verità credibile ma le fonti istituzionali
percorrono disordinatamente piste di ogni tipo. C'è chi mette le mani avanti.Il capo di Gabinetto
della Questura Bessone si lascia andare,parla a braccio con alcuni cronisti
."E' chiaro.Si tratta di un regolamento di conti,una faida fra gruppi
della nuova sinistra o inerente al traffico di stupefacenti":Nessuno gli
crede.Ci guardiamo stupiti.Traffico di stupefacenti?Faide tra gruppi?La matrice
di destra di quell'omicidio e' ben
chiara ,viene sussurrata da molti quella sera ma non ci sono prove.Gli
assassini agiscono con la massima
sicurezza. Così come altrettanto certa risulta la loro provenienza. I
tre scappano verso il Centro Sociale Leoncavallo anziché fuggire verso la più
vicina Piazza San Materno.Forse perché non conoscono la città.Molti assistono
alla dinamica dell'agguato.Lo si saprà più tardi analizzando le varie
controinchieste che Lotta Continua,Avanguardia Operaia e il Movimento
Lavoratori per il Socialismo.Vicina ai killer si trova una testimone
oculare,Marisa Biffi.Mette a verbale ciò che ha visto.(Agli atti delle
inchieste dei giudici Spataro,Barazzetta ,Mascarello e Salvini).
"Tre ragazzi sono
in piedi sul marciapiede e si trovano a
5-6 metri da me.Contemporaneamente un altro giovane e' leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le
mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi tanto che penso che
quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma
da fuoco. I tre giovani sul marciapiede
scappano velocemente mentre quello che e' piegato su se stesso cade in
terra.Solo allora comprendo che e' successa una cosa pazzesca
e mi avvicino al giovane caduto anziché entrare subito nella parrocchia.Scorgo
la fisionomia di un ragazzo steso per
terra in una pozza di sangue.Subito oltre il suo corpo e quindi più vicino alla
via Leoncavallo,c'è davanti a me, ad un paio di metri, il corpo di questo
ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra.Posso senz'altro
affermare che quello che cade per primo e' Lorenzo Jannucci mentre quello già
steso a terra e' Fausto Tinelli.Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna
parola,neppure un'invocazione di aiuto.Altrettanto fanno gli assassini che
fuggono nel silenzio,avviandosi verso
via Leoncavallo.Escludo di aver visto mettersi in moto una macchina verso via Mancinelli, subito dopo gli spari.Noto
che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane
bianco in mano.Mi pare che lo abbia diretto verso il killer che si contorce e
che entrambe le mani stanno dentro il
sacchetto.Il giovane sta sparando verso Jannucci .Non ho visto altri sacchetti
nelle mani dei due giovani e non ho neppure visto alcuno di loro assumere un
atteggiamento quale quello che può assumere uno sparatore.Secondo me allo
Jannucci spara una sola persona.Forse i
colpi sono attutiti da un arma dotata
di silenziatore .Ripeto :ho la netta impressione che il sacchetto bianco sia di
plastica e che l'assassino vi tenga le
mani dentro".
Il pomeriggio per Fausto
e Jaio inizia tardi,come ogni
sabato.Fausto esce dal portone della sua casa in via Montenevoso 9 alle 16,3O.Molti
testimoni interrogati dal magistrato Armando Spataro lo vedono intorno alle 17
al Parco Lambro.Poi dopo aver scambiato qualche battuta con amici si alza
dall'erba e se ne va.Sono le 18,3O.Anche Jaio quel pomeriggio si trova nel
"pratone" del Parco ma non insieme a Fausto:Lorenzo si dilegua alle
17 mentre Fausto arriva.Si reca in Piazza Duomo dove lo attende Celina
Hernadez,la sua ragazza.Vanno a spasso
insieme,mano nella mano come due innamorati;osservano le vetrine del
centro,entrano in un bar, poi alle 19 prendono la metropolitana.Da Duomo a
Pasteur il tratto è breve,solo una manciata di minuti. Jaio ha un
appuntamento,proprio con il suo amico Fausto.Di sabato si usa andare da Danila
che cucina bene ed e' felice di vederli insieme.Si trovano in trattoria,quella
che sta davanti al Centro Sociale Leoncavallo,La Creuta Piemonteisa.Celina
torna a casa.E' l'ultima volta che bacia il suo Jaio.Fausto arriva un pò in
anticipo.Alle 19 si siede vicino all'entrata con Maurizio.Si ride,si parla.Si tira mezz’ora poi dalla porta
spunta Jaio,sorride,si scusa."Capitemi anche voi-dice mentre guarda verso
Fausto."Capisco,capisco ma ora c'è il risotto,altrimenti Danila si
arrabbia e ha tutte le ragioni di questo mondo".Sono le 19,35.Passano
pochi minuti e Fausto e Jaio escono dal locale.Una ragazza del Centro dichiara
che fuori dalla trattoria,che ha dei teli sulle vetrine,si vedono come delle
ombre cinesi che si allontanano.Nel
locale gli avventori notano la presenza di tre individui mai visti prima di allora.Hanno circa
vent'anni, alti un metro e settanta.La descrizione combacia perfettamente con
quella degli assassini.Secondo la ricostruzione di due giornalisti di Radio
Popolare,Umberto Gay e Fabio Poletti,i due ragazzi non entrano subito da via
Mancinelli ma per un motivo ancora inspiegabile" si incamminano lungo via
Lambrate in direzione di Piazza San Materno per poi risalire lungo via
Casoretto".La circostanza smentisce almeno tre controinchieste del
Quotidiano dei Lavoratori,Lotta Continua e La Sinistra.Lc di venerdì 24 Marzo
1978 scrive che "gli assassini li attendevano fuori dalla trattoria e dopo
aver visto Fausto e Jaio uscire e imboccare via Mancinelli sono saliti su una
moto e una macchina che ha girato intorno all'isolato del deposito ATM Teodosio che si percorre a piedi in cinque
minuti mentre dalla trattoria al luogo dell'agguato,due persone che parlano tra
loro ci impiegano lo stesso tempo".Anche il quotidiano dell'MLS, La
Sinistra, si cimenta in una ricostruzione analoga."Dopo essersi accertati
della presenza dei giovani del centro sociale nella trattoria,magari
appostandosi nella stessa via Leoncavallo con le vetture,gli assassini
avrebbero aspettato che qualcuno di questi imboccasse via Mancinelli per far
scattare la trappola:con i mezzi il commando si sarebbe fatto trasportare in
via Casoretto-Piazza San Materno percorrendo via Teodosio o via Lambrate in
tempo per scendere dalle vetture e incrociare Fausto e Jaio in via
Mancinelli".Gay e Poletti portano nuove prove alla loro tesi. C'è la
testimonianza dell'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli.Li
sente parlottare."Commentavano i titoli delle edizioni straordinarie dei
giornali sul caso Moro"-dice con assoluta certezza."Si sono fermati
per pochi secondi poi sono andati verso il deposito dell'Atm".Sono le
19,55, qualcosa li attira dentro via Mancinelli.Ad attenderli ci sono i killer.
Sono in tre.Due hanno l'impermeabile bianco con il bavero alzato.L'altro
indossa un giubbotto marroncino chiaro,di finto cammello.Formano un capannello
davanti al portone dell'Anderson Scholl. Gay e Poletti sostengono che almeno uno degli attentatori
e' conosciuto ai ragazzi.Ma Ornella
Rota della Stampa ,il 22 marzo 1978 dice che Marisa Biffi,la testimone
oculare,vede i cinque fronteggiarsi per pochissimi istanti .
"Potrebbe
confermare che prima di sparare gli
assassini hanno voluto assicurarsi che Lorenzo e Fausto fossero del centro
sociale".Ci sarebbe un altro teste,un certo Tiziano.Abita in via Casoretto
8.Esce di casa poco prima delle 20,riconosce Fausto e Jaio che imboccano via
Mancinelli.Li saluta.Bastano pochi secondi per capire ciò che sta per
accadere.Vede due giovani che corrono in direzione di via Casoretto,come se
fossero appostati nella piccola rientranza tra l'edicola e l'angolo della via. I
due corrono velocemente.Uno prende al volo l'autobus 55,porta un giubbotto
marroncino,capelli ricci,castano chiaro. L'altro si guarda intorno,lo accoglie
un attimo di indecisione.Poi si allontana in via Accademia.Verso le 20 un
anziano passante scorge un movimento strano.All'angolo tra via Casoretto e
Piazza San Materno giungono una macchina e una moto che si fermano solo il
tempo necessario per far scendere tre giovani,due con l'impermeabile chiaro e
il bavero alzato,uno con il giubbotto.Il commando era dunque formato da cinque
persone.Due coprivano i tre killer dentro via Mancinelli.Dovevano per forza
conoscere la zona,forse ci abitavano pure.Avevano condotto i killers venuti da
fuori nel luogo del delitto poi,a lavoro finito,si sono dileguati nel nulla.Gay
e Poletti,nel loro dossier del marzo 1988,ricordano che" i due giovani
visti da Tiziano non sono stati notati da Marisa Biffi,la cui attenzione era
attratta dal gruppo dentro a via Mancinelli."
In quella via Fausto e
Jaio trovano la morte.I tre assassini sono armati ma solo uno,il più grande del
gruppo,quello più esperto estrae una
Beretta 8O ed esplode otto colpi calibro 7,65 con proiettili mantellati di tipo
Winchester.I ragazzi del Casoretto sono proprio davanti all'assassino,lo
guardano in faccia.Lui spara a freddo,prendendo accuratamente la mira,incurante
del tempo che passa e dei testimoni che possono riconoscerlo mentre i due
complici lo proteggono a breve distanza.Uno di loro ha in mano una calibro
9.L'arma che uccide è automatica e il
sacchetto di cellophane o di tela visto da Marisa Biffi è senza dubbio uno
stratagemma per evitare l'espulsione dei bossoli.Un sistema diffuso negli
ambienti della malavita romana .Così si spiegherebbe la contraddizione tra il
rumore prodotto dalla pistola,descritto da quasi tutti i testi come attutito o
scambiato per mortaretti e petardi,con l'impossibilità di utilizzare un
silenziatore su una pistola a tamburo,cosa invece possibile per
un'automatica.Qualche ora dopo l'omicidio viene rinvenuto,come scrive il giovane
cronista dell'Unità Mauro Brutto,un proiettile schiacciato che era accanto al
corpo di Jaio.Nessuno lo ha notato,e' posto in una rientranza del marciapiede.
Mauro sa che quella è una prova in grado di indirizzare gli inquirenti sulla
pista giusta."Riconoscere a prima vista il calibro di un proiettile
schiacciato non è cosa facile neppure per un esperto".
Anche sulla dinamica
dell'omicidio Brutto prova a tracciare
un suo identikit del killer.Lo fa da esperto giornalista di nera preso da una
forte emozione : quella storia di ragazzini di quartiere ammazzati in modo
barbaro lo ferisce."E' stato possibile compiere una prima analisi sui due
corpi che riconferma la ferocia degli assassini e la chiara volontà di
uccidere.Iannucci è stato raggiunto da due colpi alla gola,sparati dal basso
verso l'alto,come se il killer avesse estratto la pistola
improvvisamente,mentre era a lui vicino.Sul corpo di Tinelli sono stati contati
7 fori di entrata:due al torace,uno nella regione ascellare destra,uno
all'inguine dalla parte destra,uno al braccio destro,uno al gluteo destro e
l'ultimo al fianco destro.E' evidente che
ha continuato a sparare al giovane anche dopo che era caduto a
terra".Mauro parte di prima
mattina,controlla le sue fonti,passa più tempo a verificare i fatti che a
scriverli.Fuma sessanta Golois senza filtro al giorno.Era un cronista di
strada.Di sera torna in redazione.Me lo ricordo.Toglie il suo impermeabile
rigorosamente bianco,mette sul tavolo le lattine di birra e i pacchetti di
sigarette.Rimane lì fino a tardi,con la sua luce fissa e migliaia di carte che
incolla.Sono appunti ,brogliacci,fogli."Poi quando penso di essere alla
fine della mia inchiesta li srotolo e tutto mi sembra più chiaro".Mauro e'
arrivato molto vicino alla verità.Quel caso lo appassiona più di ogni altro.Dal
18 marzo 1978 lavora giorno e notte,come un infaticabile macchina
cerca-notizie.Lo dirà anni dopo a Danila,la mamma di Fausto:"Ebbi
l'impressione che fosse giunto al termine della sua inchiesta"-ricorda con
tanta commozione."Mauro venne a casa mia come un amico di lunga data.Stava lavorando sul connubbio tra
trafficanti di eroina,fascisti milanesi e romani,apparati dello Stato,me lo
aveva confidato".Disse che "la verità di Fausto e Jaio non era così
chiara come qualcuno voleva farla apparire".Ora Mauro non c'è più ma le
sue intuizioni rimangono stampate nero su bianco.Una auto bianca lo investe in
circostanze misteriose in via Murat ,alle 20,45 del 25 novembre 1978,pochi mesi dopo l'omicidio del Casoretto mentre
,pochi minuti prima ,si era recato in un bar ad incontrare una persona rimasta
senza volto,probabilmente una
fonte.Quel giorno che morì, secondo l'amico e collega Beppe Ceretti
,"doveva recarsi a Lambrate e in
Piazza Maciachini".Esce dalla sua
macchina,una Cytroen Pallas rosso amaranto ed entra nel bar tabacchi in via
Murat all'altezza del numero 36.Rimane il tempo per comprare due pacchetti di
sigarette,le sue Golois,beve un aperitivo poi schizza fuori.Supera la prima
metà della strada,proprio sulla striscia bianca che divide le
carreggiate.Guarda da una parte,c'è una Fiat 127 rossa,attende il passaggio ma
nella direzione opposta appare una Simca 1100 bianca che viaggia a 70
chilometri all'ora.
La macchina punta su
Mauro,lo coglie di striscio,quanto basta per farlo finire sotto le ruote del
127 che lo travolgono schiacciandogli cranio e torace.Questa almeno rimane la
versione ufficiale.Molti non credono alla tesi dell'incidente.Dario Brutto,il
fratello di Mauro,non si è dato pace fino a poco prima di morire d’infartoi."E'un
omicidio,la tipica dinamica di un falso
incidente.Solo mafia o uomini dei servizi possono colpire in quel
modo".Dario fa l'avvocato.Spende parte della sua vita per trovare una
verità sul caso di suo fratello che ,per molti versi,si interseca con quello di
via Mancinelli.Mauro indaga su Fausto e Jaio da diversi mesi.E' un caso diverso
da quelli che abitualmente gli toccano in cronaca:le bische clandestine di
Francis Turatello,i traffici di Epaminonda,il rapimento di Cristina Mazzocchi.E ancora droga,racket ma anche
inchieste di straordinaria lucidità sul terrorismo e sulla delinquenza
politica.Lui aveva capito che per afferrare brandelli di verità bisognava
lavorare senza tregua componendo assieme infiniti dettagli.Nella sua casa si
ritrovano giovani cronisti che tentano di
accostare pezzo dopo pezzo quell'intricato puzzle fatto di
indizi.Umberto Gay parla di quel
lavoro."La controinformazione era rischiosa perchè dovevi andare spesso a
cercare le fonti nel campo avverso ed eri comunque un soggetto facilmente
identificabile.Questo lavoro mi ha fatto conoscere Mauro Brutto,fu lui che
influenzò in modo decisivo la mia decisione di fare il giornalista d'inchiesta.
Mauro fu il primo ad occuparsi del caso di Fausto e Jaio,cercando di capire il
motivo di quell'agguato e i risvolti oscuri della vicenda.Se ne occupava in
tutti gli spazi liberi di tempo.Aveva lavorato in precedenza per una rivista
francese della sinistra,Maquisard,il partigiano.Il suo lavoro iniziale è
risultato fondamentale per la riuscita del nostro dossier.Io vorrei ricordare
che Mauro Brutto morì investito da un'automobile,una Simca 1100 di cui non si è
saputo più nulla.Malgrado fosse molto stimato e conosciuto negli ambienti della
Questura milanese,furono svolte poche indagini per accertare le circostanze che
determinarono la sua morte.Se dovessimo redigere un documento ufficiale diremmo
che Mauro Brutto è stato ucciso da un'auto pirata,ma ci sono molte cose che non
convincono,sulla dinamica dell'incidente".Quella sera in via Murat il corpo
di Mauro finisce sotto la 127.Alla guida c'era Aldo Barbieri,lì accanto sua
moglie Daniela.Il racconto del signor Barbieri è fin troppo preciso."Stavo
percorrendo via Murat in direzione di via Marche,quando all'altezza del numero
civico 38 ho visto il pedone che attraversava la carreggiata proveniente da
sinistra.Ho lampeggiato ripetutamente e lui si è fermato sulla linea di
mezzeria.Nel senso opposto giungeva ad almeno 70 chilometri orari una Simca
bianca che invadeva anche la mia corsia
e che non ha affatto rallentato,sembrava puntare sul pedone".
In pochi minuti via
Murat è piena di volanti della polizia,carabinieri,magistrati.Uno spiegamento
esagerato per un semplice incidente. A provocarlo è una misteriosa telefonata
al 113,fatta da uno sconosciuto:"Accorrete in via Murat perché c'è stata
una sparatoria ".Mauro porta inoltre con sé un grande borsello con la tracolla che,in seguito all'urto,è caduto
al centro della corsia opposta a dove giace il corpo.Molti testimoni dicono di
aver visto una mini minor rossa passarci sopra e trascinarlo via.In particolare
Agostino Ribolla segnala agli agenti di avere sentito il rumore del
trascinamento del borsello.Lì dentro ci sono documenti importanti,un vero e
proprio dossier : viene ritrovato in via Populonia,a pochi passi da via Murat
ma del contenuto scottante non vi e'
più traccia.Brutto Un giorno mentre e' in via Arquà,nei pressi di via
Mancinelli deve sfuggire a tre colpi di
pistola.Prende al volo un taxi che lo porta lontano dagli attentatori.E' andato
al Casoretto per l'inchiesta su Fausto e Jaio,forse per incontrare una persona
in grado di passargli importanti informazioni.Ciò accade dieci giorni prima di
morire.Ma c'è un'altra pista .Mi è stata raccontata da Gerry che per quindici anni ha lavorato alla
rivista Maquis,specializzata in terrorismo e servizi segreti
internazionali."Mauro Brutto si stava inoltre occupando delle
infiltrazioni nelle Brigate Rosse da parte dei servizi italiani.Avrebbe scritto
un lungo articolo per la rivista
Maquis.Poco prima dell'incidente di via Murat venne avvertito dal giornale che
l'inchiesta si faceva un pò troppo pericolosa.Tre giorni dopo una Simca bianca
stroncò la sua giovane vita.Strane coincidenze".Due giorni prima di morire
,Mauro si presenta al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Milano e cerca il
colonnello Gerolamo Cucchetti.Vuole consegnare un dossier su Fausto e
Jaio.Rimangono le sue intuizioni sul
caso di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."C'era un vuoto di dieci minuti
nella ricostruzione di ciò che è avvenuto sabato 18 marzo in via Mancinelli al
Casoretto.Un vuoto che era già apparso come l'elemento risolutivo del
caso." -scrive sulle pagine dell'Unità.Qualcuno in Questura aveva fatto
circolare la voce che la pistola
fosse a tamburo,tipo calibro 32 ma
Mauro smonta il tentativo di depistare
l'indagine ."E' un'ipotesi tirata per i capelli come del resto quasi tutte
quelle formulate.Non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero
aver modificato la pistola le cui munizioni,le 7,65,sono normalmente in commercio
e facilmente reperibili".Il cronista non è avaro di particolari."C'è almeno un elemento certo nelle
indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.I killer
per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di
plastica.Per questo motivo sul luogo dell'omicidio non sono stati trovati i
bossoli ed i testimoni hanno sentito colpi ovattati.Un particolare che conferma
il livello di professionalità:gli assassini non hanno voluto rinunciare al
vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però
correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia che in
qualche modo poteva portare a loro.La necessità da parte degli assassini di
sfruttare la rapidità di tiro delle automatiche indica che intendevano essere
certi di uccidere nel minor tempo possibile per non dare ai testimoni la
possibilità di descrivere,anche in modo approssimativo,i loro volti".Un
racconto minuzioso. E loro,i killer,dove corrono? Seguiamo i tre in via Mancinelli.Potrebbero
tornare verso via Casoretto ma scelgono di percorrere l'intera via,lunga
trecento metri,con il rischio di imbattersi in qualche macchina di polizia e
carabinieri.Con le armi in mano iniziano la lunga corsa.Si voltano
intorno.Scorgono le sagome dei corpi senza vita di Fausto e Jaio,gli voltano le
spalle.Uno di loro,quello più alto,lo sparatore si accorge che una donna li ha
visti ma è certo che il buio di quella via non avrebbe mai potuto permettere la
completa identificazione .Nel silenzio di quella sera si sente il rumore delle
scarpe sull'asfalto. I due giovani con l'accento romano , l'impermeabile bianco
e il bavero alzato percorrono il marciapiede di sinistra mentre quello con il
giubbotto marroncino prosegue a destra. E'una fuga che dimostra
la sicurezza di non essere riconosciuti ed eventualmente la decisione di
sparare anche su chiunque li volesse fermare.Se fossero scappati verso Piazza
San Materno avrebbero trovato bar e trattorie aperte:inoltre davanti al
ristorante" Il Faro" staziona una macchina dei carabinieri; via
Mancinelli e' buia e deserta,così come il centro sociale Leoncavallo e'
chiuso,dato che il concerto inizia più tardi.
I killer corrono fin
quasi all'angolo con via Leoncavallo. Lì,a pochi metri,c'è l'ingresso a un
garage pubblico che conduce anche al retro del Centro.Esce Natale di
Francesco,un uomo claudicante, che incrocia i due: dirà poi che avevano tra i
18 e i 2O anni , che erano alti un metro e settanta e indossavano impermeabili
chiari. L'altro del commando prosegue sul marciapiede di destra e
all'altezza del deposito incrocia una
macchina dei carabinieri che procede in senso opposto.Il fatto,decisamente
inquietante,viene reso noto da Lotta
Continua.Il quotidiano scrive che "mentre i tre,due su un marciapiede e il
terzo sull'altro,arrivano quasi in fondo a via Mancinelli,sta entrando in
contromano proveniente da via Leoncavallo la prima gazzella dei carabinieri:i
tre si mettono a camminare,due entrano mentre passa la gazzella,in un cortile
che dà anche sul retro del Centro Sociale:l'altro entra in via Chavez".Se
fosse confermata questa versione ,una macchina dei carabinieri avrebbe
incrociato per pochi secondi uno degli assassini di Fausto e Jaio senza però
fermarlo,chiedergli almeno i documenti.
"Era una voce che avevamo
raccolto nella zona da un testimone ma non so dire se corrisponda al
vero"-dice il compianto Angelo Brambilla Pisoni,alias Cespuglio, che per
il giornale condusse inchieste approfondite.Secondo altre testimonianze mai
ufficializzate dalla polizia quello con il giubbotto marroncino avrebbe
attraversato via Leoncavallo a piedi e raggiunta via Chavez si sarebbe
dileguato con una moto di grossa cilindrata guidata da un complice verso via
Padova.
La scena si sposta a
pochi metri dal luogo dell'agguato.Sono le 20,05.Una moto sfreccia in Piazza Durante proveniente
proprio da viale Padova,incrocia volanti e gazzelle che stanno andando in via
Mancinelli.In una cabina telefonica una ragazza capisce che la moto è in difficoltà
,procede a zig zag tra il traffico e un
ragazzo con un giubbotto marroncino lancia
in una siepe dei giardinetti pubblici una pistola Beretta calibro 9 con
il numero di matricola limato,il colpo in canna e sei proiettili nel
caricatore.Il fatto viene descritto anche da Angelo Palomba,abitante in via
Garofalo 46.Non e' l'arma che uccide Fausto e Jaio ma e' pronta a fare fuoco in
caso di bisogno.La moto sembra dileguarsi
nel nulla.Passano pochi secondi e un'altra ragazza che si trova in
Piazza Aspromonte la vede passare,ci
sono due giovani a bordo,quello dietro scende ,armeggia sulla targa e toglie
una specie di mascherina .Si fa coraggio e si presenta ai carabinieri: mette a
verbale la sua descrizione dell'uomo del commando."Era alto un metro e
Settanta,capelli scuri mossi,ha circa 25 anni,indossa un giubbotto marrone
chiaro".Gli assassini scappano in direzione via Leoncavallo e non si
capisce la ragione.Un particolare che
lascia perplesso anche Carmine Scotti,poliziotto della narcotici e della Digos
di Milano,ora alla Questura di Cremona.E' il primo ad indagare inquadrato nella polizia giudiziaria,per
conto del magistrato Armando Spataro.Un caso che gli sta a cuore.Ancor
oggi."Mi resi conto che era gente che veniva da fuori Milano.Gran parte di
loro erano professionisti ,avevano già sparato ma provenivano da un giro
diverso da quello della criminalità
comune.Lo capiì da come si vestivano.Appartenevano ad un ceto diverso da
quello di Fausto e Jaio.Usavano gli impermeabili chiari come una sorta di divisa.Qualcuno
anche per nascondere armi lunghe.Nel gruppo uno dei tre era scafato,per
modalità di esecuzione,per scelte logistiche.Venne scelto con cura il
luogo:buio,isolato,vicino alla stazione Centrale e la tangenziale est".
Sono pochi i buchi neri
sulla meccanica dell'agguato.In molti pensano che Fausto e Jaio possano aver
conosciuto i loro aggressori.Lo scrivono su alcuni giornali.Insinuazioni
pesanti,messe in giro ad arte per spostare le inchieste che seguono in altre
direzioni.Esattamente come per tutte le stragi. Mauro Brutto dell'Unità non
lascia dubbi."L'unico dato certo che polizia e magistrato hanno confermato
alla stampa è che Lorenzo e Fausto sono caduti in un vero e proprio agguato e
non sono state vittime di una lite o di un diverbio scoppiato
all'improvviso.Anche se i due ragazzi sono stati visti da alcuni testimoni
parlare con gli assassini,costoro li avevano attesi lungo la strada che portava
a casa di Tinelli,con in tasca pistole avvolte in sacchetti di plastica per
impedire ai bossoli di cadere in terra e cancellare un importante traccia
".Qualcuno decide la morte dei ragazzi del Leoncavallo ma un fatto,una
circostanza li induce ad accelerare l'agguato.Quale?Fausto e Jaio erano seguiti
da giorni,così come Danila,la madre di Fausto."Mi seguivano macchine
targate Roma e una moto di grossa cilindrata targata Milano- dice Danila -Il
padrone della moto era uno di Vimercate .L'avvocato Mariani (parte civile per
la famiglia Tinelli) ne possiede perfino il numero di targa.Tra dicembre 1977 e
Gennaio 1978 c'era una mini rossa che mi pedinava.Anche Fausto veniva seguito
da almeno quattro settimane prima di essere ucciso".Nel Gennaio 1978 Fausto manifesta apertamente timori e paure
che confida alla fidanzata ."Silvana sono preoccupato-dice- quando è sera
mi guardo intorno e penso sempre che qualcuno mi segua.Non voglio passare più
da Piazza Udine".Il padre di Silvana accompagnerà spesso il ragazzo a
casa,in via Montenevoso 9.
Sono quasi le 17 del 18
Marzo 1978.Jaio e' già fuori casa e si incammina verso il Parco Lambro.Uno
squillo di campanello rompe la routine di un tranquillo sabato pomeriggio a
casa Iannucci."C'è qualcuno alla porta"dice Jaia,sorella di
Lorenzo,rivolgendosi alla madre indaffarata nei mestieri di casa."Vado io
ad aprire".E Jaia apre la porta.Vede un uomo di colore sui trent'anni
,probabilmente un africano che parla solo inglese e che sembra molto
spaventato."Eight o'clock,eight o'clock,Danger,danger"-continua a
ripetere meccanicamente mentre mostra un orologio al polso.La signora Iannucci
e Iaia rimangono allibite."Cosa vuol dire?Pericolo alle otto".Si
guardano senza capire. Perché quell'africano
suona proprio il loro campanello?Che cosa lo agita tanto?L'uomo non
conosce l'italiano non riesce a spiegarsi meglio.Mentre corre giù nelle scale
ripete quasi meccanicamente il suo messaggio.Chi era ?Che cosa aveva
sentito?Non c'è risposta ma nel quartiere Casoretto in molti sanno che si
prepara qualcosa di grosso.Dovevano saperlo in tanti perché le modalità
fin qui descritte portano ad una conclusione certa:solo una vasta rete di complicità
può consentire ai killer di colpire e sparire."Non capì il senso della
frase ma alla luce dell'omicidio avvenuto poco prima delle 20 l'uomo di colore
forse voleva avvertirci che qualcosa sarebbe accaduto proprio a
quell'ora".Di misteri l'omicidio del Casoretto è fin troppo intriso.Il
padre di Jaio,Mario Iannucci,operaio della Nuova Innocenti, è alla
finestra della sua abitazione al
Casoretto.Vede un gran passare di macchine di polizia e carabinieri e di autoambulanze.Fin
qui tutto è regolare.La sorella di Lorenzo sostiene che il fatto accadeva due
minuti prima del duplice omicidio."La prova sta nell'orologio del
campanile della chiesa di Piazza San Materno che suona due volte,tre minuti
prima e tre minuti dopo l'ora,da sempre.Quella sera i rintocchi battono esattamente alle 19,57 e alle 2O,O3"mi
dice Jaia con una sicurezza matematica.Da che parte provengono quelle macchine?Dove sono dirette?Chi le ha
chiamate?Danila Tinelli racconta un particolare che conferma la tesi
dell'omicidio premeditato e l'agguato in piena regola che sarebbe dovuto
scattare da lì a pochi
giorni."Quattro giorni prima che Fausto morisse arrivò una telefonata.Era
una ragazza .Si presentava come amica di
mio figlio.Mi chiedeva però che scuola faceva,a che ora ritornava a casa.Due
giorni dopo,tornando dal lavoro ,mi scontrai sulle scale con una ragazza sui
21-22 anni.Vestiva elegantemente,all'ultima moda:stivali in
pelle,soprabito,capelli castani con una riga da una parte.Una vecchietta che
abitava nel mio palazzo mi disse che le si era presentata poco prima una
ragazza .La descrizione combaciava perfettamente con quella che incrociai sulle
scale. L'anziana signora cadde nella trappola.La ragazza le chiese vita,morte e
miracoli di Fausto:notizie di ogni
tipo,comportamenti,abitudini.Gli assassini erano in possesso di dati utili per
far scattare il piano.Quando tornò a casa Fausto gli spiegai ciò che era
accaduto.Mi disse che non conosceva nessuna persona con quelle caratteristiche
.Sono convinta che la donna faceva
parte del commando che uccise mio figlio".Il sabato che precede
l'omicidio Danila ha come un presentimento."Sentivo l'angoscia
crescere.Era sera e Fausto,Jaio e Ivano Valtesi uscivano da casa mia,credo
fossero diretti al Leoncavallo per un concerto.Dissi loro di non passare da via
Mancinelli,era troppo buia,perché qualcuno avrebbe potuto sparargli alle
spalle.Quelle telefonate,la ragazza con l'impermeabile mi avevano fatto pensare
che qualcosa di brutto potesse accadere a quei ragazzi,ne ero certa.Poi c'è un
altro particolare.Fausto aveva abitudini regolari.Andava a scuola alla stessa
ora.Alle 14,30 tornava a casa,mangiava,alle 16 prendeva il te con i
biscottini,alle 17 andava al Leoncavallo,alle 20 circa era nuovamente a
casa.Era facile colpirlo.Bastava seguirlo,controllarlo per poche ore ,come è
stato fatto dai suoi assassini"..Danila racconta mentre le scende una
lacrima sul volto."Fausto e Jaio sono stati trattati come fossero dei
fantasmi.Invece erano persone in carne e ossa.Non facevano del male a nessuno.Sono
stati anni duri,diciotto lunghi anni di silenzio.Noi chiedevamo giustizia,uno
straccio di prova che potesse aprire il processo.Solo pochi ci hanno dato una
mano.Oltre a te ci sono quelli del Centro,Brutto,Gay,Poletti.
E' lo stesso silenzio
che anticipa la volontà di insabbiare,di dimenticare,come per tutte le stragi
che hanno insanguinato il nostro paese.Noi lì a chiedere giustizia.Gli
altri,polizia e magistratura,a tacere.Si è fatto poco sul caso di Fausto e
Jaio,si sono persi momenti preziosi,attimi che avrebbero potuto far emergere le
trame nascoste che li portarono alla morte.Forse perché avevano diciotto
anni,frequentavano il Centro Sociale,portavano i capelli lunghi.Forse perché
non erano uomini potenti,magari dei ministri ".
UN INDIO DAI CAPELLI NERI
Lorenzo Iannucci,detto
Iaio,e' un ragazzo di quartiere.Conosce
anche gli angoli più nascosti del Casoretto,di quel complesso sistema di viuzze
e piazzette che fa di quella parte di Milano
un enorme paesone,dove tutti si conoscono ieri come oggi.Un quartiere
popolare,dove la sinistra ha la
maggioranza:il Pci ottiene negli anni Settanta in questa zona risultati sorprendenti.Figlio di
operai,immigrati cresciuti nella zona più popolosa della grande
Metropoli.Jaio viene a Milano che è
piccino,solo nove anni.Il padre Mario vuole cambiare aria e spostarsi dal
Meridione in Lombardia:il lavoro sicuro,un avvenire per i figli,una vita
migliore.Un anno dopo,nel 1970,Lorenzo si ammala per una malattia nervosa
causata dal trauma del cambiamento di vita,dal clima .La famiglia Iannucci si
trova alle prese imbatte con la sanità milanese, con le lungaggini
burocratiche,proprio come nel loro Sud.Poi arriva la scuola media e dai
fiocchetti azzurri si inizia a studiare per davvero.Va bene,intendiamoci, anche
se per i professori e' un po' svogliato. I pomeriggi li passa
all'oratorio.Riesce a starci nonostante il carattere ribelle,lega con gli
amichetti,scambia con loro le figurine,gioca a pallone,senza soste.Sono gli
anni della spensieratezza. A quattordici anni ,però,iniziano i primi scontri
con la famiglia,le scuole superiori creano le prime fratture,i genitori
scelgono gli indirizzi per i figli e così Jaio si iscrive al professionale come
disegnatore meccanico. Lorenzo abbandona
i biliardini della parrocchia.Gli stavano stretti. C'e' un mondo fuori
che sta cambiando e sente che bisogna fare qualcosa. Jaio ha fretta,come
tutti del resto.Ascolta musica,quella
di allora,trasmessa dalle prime radio libere come Canale 96,Radio Regione , Radio
Popolare e Radio Specchio Rosso,quella del Loencavallo.Molla i biliardini di
Don Perego per abbandonarsi alla politica,aderendo attivamente al Centro
Sociale Leoncavallo,occupato nel 1975.E' una ex fabbrica di medicinali
trasformata in luogo di incontro e di spettacoli musicali."Ero contrario a
chi frequentasse il centro-dice il padre al settimanale Panorama-Ma mio figlio
mi aveva assicurato che lì non facevano nulla di male.Del resto mi fidavo di
lui:era un ragazzo maturo e ancora rispettoso dei genitori,al punto che se
voleva fumare una sigaretta lo faceva ancora di nascosto da me".
Lorenzo viene bocciato
nel 1977 all'Istituto professionale Settembrini(frequenta il terzo anno)ma non
demorde e torna ancora a scuola. A febbraio 1978,poco prima di morire,la
abbandona.Sarà l'ultima volta che vedrà i suoi compagni di classe.E' in cerca
di un lavoro,come tutti i diciottenni di allora.Cerca un'indipendenza per poter
metter su casa un giorno o fare qualche viaggio.Si iscrive alle liste di
collocamento del Comune.Spesso si mette in fila per firmare il cartellino rosa
della disoccupazione. "Da qualche mese aveva trovato da lavorare presso un
restauratore,un impiego senza libretto che però gli risparmiava l'umiliazione
di chiedermi le cinquecento o le mille lire per il cinema"-dirà anni dopo
la madre di Jaio.Si scopre stanco ,sfibrato,lo sfruttano fino
all'inverosimile,spesso dodici ore di lavoro al giorno per una manciata di
lire.Intende mollare il lavoro ma prima,deve finire una sala da pranzo:il
padrone gli potrebbe dare trecentomila lire.Da due anni suona la chitarra.Lo
zio,un magazziniere della scuola elementare,gli regala una sei corde.La ricordo perché un pomeriggio al
Parco Lambro suonammo per alcune ore,senza fermarci.Amava il blues.Quando si
iniziava con il giro di mi era contento perché capiva che poteva
improvvisare.E' portato per la musica.Ha un orecchio particolare.Lui abita in
due locali al terzo piano di un vecchio stabile in piazza San Materno.Qualcosa
come ventimila lire al mese d'affitto.In casa ci sta poco perché non possiede
una sua stanza, neppure un angolo per le cose personali.Dorme in una brandina
nella stanza da letto dei genitori. Così e' sempre in movimento.Adora i
bambini.Una volta sulla 62 chiede a una
giovane signora che non conosce:"Mi presta il bambino che ci gioco un po’?".La
signora avvicina suo figlio a Jaio.E giù boccacce e risate a crepapelle.E'
fatto così. Allegro,sempre sorridente,di un sorriso imbarazzante.Sa essere
spontaneo anche quando torna a casa dal suo lavoro:dal falegname decoratore lo
sfrutta ma poco prima di morire intende lavorare in artigianato con
altri.Sempre preso a far progetti di vita,con il suo amico Antonio sogna di
comprare una fattoria o aprire una comune.Ama viaggiare:se avesse tirato su
qualche soldo sarebbe andato certamente in India.Veste come va di moda negli
anni Settanta ma lui e' libero anche da quegli schemi:si cuce perfino i
pantaloni larghi addosso.Quando e' al Leoncavallo si sente un re.Gli piace
mettersi la bombetta,comprata da un amico nei mercatini di Londra.
La porta sempre. E balla
per ore,senza fermarsi.E' buffo con quella faccia da giovane indiano.Uno
splendido indio dai capelli neri.
Jaia lo ricorda ancora
oggi."Quando aveva 14 anni lo chiamavano Pollicino,perché era piccolo,poi
quando andò alle superiori divenne alto,magro,coi capelli lunghi a caschetto:il
suo modo di fare affascinava le ragazze con le quali aveva un rapporto
bello,era amato dalle persone e si era costruito un gruppo intorno a
lui".Jaia nota che nei giorni prima di essere ucciso è cupo,triste."
Non mi raccontò nulla a proposito di ciò che lo assillava:solo dopo la sua
morte collegai questo suo atteggiamento a qualcosa di più grave,inerente alle
indagini che stava svolgendo insieme ad altri sul mondo dello spaccio della
droga nel quartiere,qualcosa che lo angosciava in modo
profondo".Politicamente e' un "cane sciolto",nel senso che non
fa parte di un'organizzazione politica.Va al Leoncavallo,vive anche i momenti
delle case occupate.Ce n'e' una in via Pasteur dove andava spesso.Si avvicina all'area dell'Autonomia operaia
milanese pur con qualche distinguo.Rifiuta però le etichette.Di lui rimangono i
ricordi degli amici e tante poesie,scritte da anonimi ragazzi milanesi che
posano i loro pezzi di carta in via
Mancinelli,nel luogo del delitto."Sai Jaio,quando mi sei tornato davanti agli occhi?Sentendo
un pezzo dei Rolling Stones.Ti ho visto ballare al Leoncavallo.Si erano accese
le luci,ma tu continuavi, scuotendo la testa,i capelli,con la camicia marrone
fuori dai pantaloni,sulla maglietta.Poi eri venuto in radio,al di là del
vetro,col naso schiacciato.Ridevi sorridevi. E sceglievamo la musica in
silenzio,frugando per trovare quella giusta.E' buffo,no,con i Rolling Stones?E'
l'imperialismo,musica decadente.Quando c' è stato il convegno sull'arte
dell'arrangiarsi eri un po' scazzato ma non l'avevi presa male.Il Leoncavallo
ti piaceva di più.Un po' più disadorno,ma si ballava e poi c'era bel
blues.Altra musica.Ma non abbiamo mai cantato l'Internazionale insieme.Non mi
sembra ci sia mai stato bisogno o l'occasione.Non era musica che ti stava bene
addosso.Avevi ancora una crosta sul naso stamane, sai?Ti hanno messo proprio in
un brutto posto,freddo,c'era troppo raso bianco.Neppure il raso ti andava bene.
I fiori,sì.La crosta sul naso,una crosticina e i capelli tirati indietro sulla
fronte.Ma io la fronte non l'avevo mai vista.Un indio.Un bellissimo indio con
le labbra grosse ,proteso in avanti.Un indio dai capelli neri e con gli occhi
gentili".
Con Fausto si conoscono da bimbi,mentre giocano con i
calzoni ancora corti alla parrocchia di Santa Maria Bianca,nel cuore del
Casoretto.Frequentano i corsi di catechismo e in preparazione della Prima
Comunione.Da allora sono diventati inseparabili,amici per la pelle.Giocano per
ore,senza stancarsi con quelle scarpette sempre sporche di terra e le magliette
che stanno sempre più strette.Sempre insieme alle feste con gli amici,al
Lambro,al Leoncavallo.Angelo,vicino di casa e compagno di giochi ai tempi in
cui si divertiva nella squadretta dell'oratorio,offre un ricordo incontaminato."Erano
gentili con tutti,legati da un affetto fraterno".Di Jaio diranno alcuni
amici."Non era un arrabbiato,nemmeno un filosofo:alle dotte analisi
politiche preferiva la discussione sui problemi
concreti,quotidiani".Rimangono le parole di Paolo che in una lettera a
Lotta Continua dona l'esatta percezione di Lorenzo.Una sera gli chiese cosa
stesse pensando e lui rispose con una
battuta ."Niente, sogno".
IL RAGAZZO DAGLI OCCHI GENTILI
Fausto ha un carattere
più chiuso e introverso di Jaio ma insieme sono un'unica cosa.Li tiene uniti
una passione per la vita fuori dal
comune. Francesca Fratini,sua insegnante di storia dell'arte, ama dire:"E'
un ragazzo intelligente che a scuola si impegna e riesce a dare il massimo se
gli argomenti che affronta lo interessano:pur non avendo particolari motivi per
essere contento,gli piace vivere,guardarsi intorno,rimettere in discussione
quello che,appena il giorno prima, lo convinceva".Veniva dalla fredda e
riservata Trento dove aveva vissuto fino alla quarta elementare. A Milano
si sente spaesato,la città e' troppo
grande per un bimbo dagli occhioni gentili e dallo sguardo timido.Gioca con
pochi amici. Ivano e' uno di questi."A Milano ci siamo trovati nella
stessa scuola,non avevamo altri amici;Lui era da solo e veniva da un'altra
città,anch'io ero solo,ci siamo trovati subito.Alle elementari eravamo ancora
insieme ma non nella stessa classe".Poi le medie inferiori in una scuola
al Casoretto.Tre anni passati,come Jaio del resto,nella massima tranquillità.Il
passo verso le superiori è breve e nello spazio di un'estate Fausto si trova iscritto alle
professionali:vuole fare il disegnatore meccanico ma non c'e' posto e l'hanno
iscritto a congegnatore meccanico.L'indirizzo,un po' forzato non gli piace
proprio,gli sta stretto.Ha resistito due mesi ed è passato al liceo artistico.I
pomeriggi dei primi anni Settanta li trascorre all'oratorio di Don
Perego,proprio come il suo amico Jaio.Ma nei campetti è durato poco.Preferiva
fare altro.Spesso si porta i libri in metropolitana,di mattina,quando le
vetture sono stracariche di gente che non ti degna di uno sguardo e tira
dritto. Lì,in quel caos urbano,mette a fuoco le sue idee. Ivano,suo compagno
d'infanzia,dice che "leggeva tutto,avidamente:i pomeriggi li passava
spesso sdraiato sull'erba al parco con gli amici e un buon libro da
leggere".
Con Jaio ha molte cose
in comune ; la passione per la musica era una di queste.Fausto e' impazzito per
i Rolling Stones:si fa mandare i dischi in anteprima da suo zio di
Trento,grande collezionista di rock.Conosce le loro canzoni a memoria .Secondo
Monica,una compagna di scuola di Fausto,"Ultimamente stava tutto il giorno
ad ascoltare la musica:a volte perché venisse con noi al parco,dovevamo
portarlo con la forza".Ma non c'erano solo artisti stranieri tra i suoi
preferiti. Giorgio,suo amico da diversi anni ricorda che" gli piacevano anche pezzi che parlavano di protesta,che
ti lasciano lì a pensare,un po' arrabbiati".
Politicamente e' un
libertario ma simpatizza per Lotta Continua.Non e' un militante,non accetta le
gerarchie.Per questo e' simile al suo amico Jaio."Tutto ciò che Fausto
decideva di fare doveva avere un senso-ricorda a Panorama Davide ,compagno di
classe,poco dopo l'omicidio-Quando insieme si commentava la morte di un amico diceva
che se fosse toccato a lui avrebbe voluto un funerale con le bandiere
rosse"perché anche con la morte ci si possa rendere
utili".Osvaldo,compagno di scuola,sostiene che "Fausto era un
anarchico ;andavamo a prendere i manifesti di Ulrike Meinhof(la terrorista
della Raf uccisa nel carcere di Stamheim),i bollettini,in una libreria di
sinistra:voleva un mondo pacifico ma non voleva arrivare con i fiori in mano
perché era convinto che ci voleva una rivoluzione;ultimamente faceva qualcosa a
scuola,ma molto meno di anni fa,l'anno scorso era in un collettivo di quartiere
autonomo;quando è uscito ha lasciato andare un po' tutto pur rimanendo sempre
un compagno"
Con Danila ha un
rapporto speciale, un profondo legame che li porta a parlare per ore.Fausto le
confida tutti i problemi, anche quelli piccoli."Era un libro aperto-dice
la madre.Gli amici di scuola raccontano che "era rammaricato che la madre
non avesse potuto studiare,perché la riteneva donna di grande
intelligenza".E lei non ha mai disperato di ritrovare il suo Fausto,
magari per strada o tra I discorsi dei giovani d'oggi,in un gesto di bontà
verso gli altri,lottando per una società più giusta,umana."Fausto mi
parlava spesso di quei ragazzi di zona che iniziavano a bucarsi-dice la
madre-Li vedeva intontiti e se ne dispiaceva.Non sapevo che in realtà stava
portando avanti un lavoro pericoloso, un'indagine sullo spaccio d’eroina nel
quartiere e a Milano.Se lo avessi appreso glielo avrei impedito, con tutte le
mie forze perché non sono i giovani che devono occuparsi di questi
lavori.Dovrebbero essere le autorità e le istituzioni ad indagare. I genitori,
invece, potrebbero svolgere un ruolo di prevenzione,senza aspettare che i figli
entrino nel giro dell'eroina.Fausto è un ragazzo che ha sacrificato la propria
vita per salvare quella degli altri".
Fausto è un
timido.Spesso ti guarda con quegli occhi rivolti verso il basso.E' fatto
così.Non che avesse paura degli altri ma la sua provenienza nordica,
riservata,lo portava ad ascoltare gli altri.Le ragazze lo imbarazzano. Così lui
ripete la solita frase: "Io non le so prenderle".Ce n'e' una
pazzamente innamorata di lui e mentre Fausto sale le scale della
scuola,vedendolo ,è svenuta:lui si e' messo a ridere come un matto.Sempre
pettinato, vestito con garbo,mai una piega fuori posto. I genitori degli amici
lo vedono come un ragazzo per bene,per la sua pettinatura e per il modo di
fare.Mi vengono in mente le parole di Danila."Ogni volta che la porta si
apre penso che Fausto ritorni,con con quello sguardo stralunato,un po’ timido e
sognatore,che accarezza i cagnolini e si sdraia per ore a leggere nel suo
divano letto".
IL PIANTO DI UNA CITTA'
Due ragazzi di diciotto
anni si guardano per pochi secondi,chiudono gli occhi e scoppiano a piangere.
Loro,Fausto e Jaio,non li conoscono nemmeno ma la notizia dell'omicidio di via
Mancinelli fa in breve tempo il giro della città.Le radio d'informazione
diffondono la notizia in tutta Milano. Così il Casoretto è stracarico di
persone:militanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare,giovani del
Leoncavallo,i ragazzi dell'oratorio,quelli che avevano giocato a pallone nei
campetti fangosi,pensionati,lavoratori.Un vecchietto che avrà settant'anni ricorda."Ho fatto il
partigiano sulle montagne della Val D'Ossola,pensavo di aver lottato per
cambiare il futuro dei miei figli e della nuove generazioni ma quando vedo
queste cose penso che il nemico è ancora qui con noi solo che ora non sappiamo
come combatterlo". Lo sgomento è forte.Alle 21,17 Radio Popolare
interrompe bruscamente un brano musicale per dare la prima versione dei
fatti."Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci- dirà lo speaker-due giovani di
diciotto anni sono stati ammazzati questa sera in via Mancinelli a Milano,tre
individui li hanno uccisi a colpi di pistola.Per ora non abbiamo notizie ma vi
terremo aggiornati man mano che se ne aggiungeranno altre".La manopola
della radio si sposta sulle frequenze di
Canale 96."Due ragazzi del Leoncavallo sono stati ammazzati con
vari colpi di pistola.E' certa la matrice di destra dell'agguato".L'emittente continua nel racconto."Due compagni del
Leoncavallo sono stati uccisi in via Mancinelli,quasi all'angolo di via
Casoretto. A pistolettate.Uno è morto sul colpo,l'altro sull'ambulanza.Non
sappiamo ancora i loro nomi".Radio Regione,allora del Pci,è sulla stessa lunghezza d'onda ma
si spinge in là:lo speaker si chiede "come mai un omicidio a due giorni
dal rapimento Moro".
Alle 21,30 di sabato 18
marzo 1978 via Mancinelli è un fiume in
piena.La strada è ricolma,i marciapiedi strabordano, la metropolitana di
Pasteur porta gente dai quartieri più periferici della metropoli.Vengono da
tutta la città,hanno sguardi tristi,increduli."Lo abbiamo saputo dalle
radio-mi diranno.Un giovane del Leoncavallo sussurra parole che pesano come
pugni nello stomaco."Capisci? Poteva capitare a chiunque di noi".Dice
che al centro sociale è entrato un
ragazzo."Hanno ammazzato due giovani proprio qui,dietro
all'angolo".Sono usciti e hanno invaso le strade e le piazze.Si organizza
una manifestazione spontanea.Nessuno vuole etichette di gruppo.Le
organizzazioni politiche della Nuova Sinistra danno il loro appoggio ma
promettono che nessuno striscione sarà esposto.La rabbia e la tensione fanno la
loro parte.Il corteo è scomposto,non ha una testa neppure una coda.Giovani entrano
nei locali,nelle pizzerie e trattorie,gridano:"Hanno ammazzato Fausto e
Iaio,hanno ammazzato due compagni,due come noi".Agli ingressi dei cinema
della zona lo urlano di nuovo.Lasciano lì la pizza,i risotti di Ada,una delle
trattorie del quartiere.Quelli del Centro serrano le file."Giù dai
marciapiedi,iniziamo la manifestazione"-gridano da un vecchio gracchiante
megafono.Vengono lanciati slogan duri."Uccidere i fascisti non è
reato","Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero".C'è chi
punta il dito sulla Democrazia Cristiana."Governo monocolore si apre la
strada con il terrore".Vetrine,macchine,lampioni:tutto viene distrutto in
un disordine assordante.Piazzale Loreto,Corso Buenos Aires,corso Venezia,Piazza
San Babila.Poi Piazza Duomo.Sale sulla sedia un insegnante del liceo
Settembrini. Jaio era un suo alunno.Alle persone che rimangono lì,nonostante il
freddo,traccia la prima timida pista."Stava facendo,mi ha
detto,un'indagine sui rapporti tra droga e fascisti.Gli ho chiesto se avesse
avvertito magistrati e polizia.Ha sorriso,ha detto che lui e gli altri compagni
impegnati non volevano che tutto fosse insabbiato.Gli ho chiesto se non avesse
paura e mi ha detto che ne aveva tanta".La polizia non si fa vedere anzi
sembra lasciare il campo,senza neanche un intervento.Un testimone di quella
manifestazione racconta,diciotto anni dopo, quello che aveva notato."Capì
subito che c'era qualcosa che non andava- dice Angelo Brambilla Pisoni,detto
Cespuglio,uno dei responsabili milanesi di Lotta Continua,ora scomparso."Penso
che volevano colpire una certa area politica,l'autonomia operaia,lanciando una
sorta di messaggio trasversale ai settori legati al terrorismo ma anche ai
gruppi della sinistra extraparlamentare,ai militanti di base del Pci.Quello era
un quartiere storicamente rosso,c'è un humus culturale di sinistra.Volevano
colpire l'immaginario collettivo perché se ammazzi due ragazzi,così,a sangue
freddo,due giorni dopo il rapimento Moro ottieni un effetto devastante,in una
città già provata e nervosa come Milano.Infatti nelle prime file del corteo di
sabato 18 marzo notai una decina di militanti di Prima Linea.Presero la testa
.Non so se erano armati.Di certo chi ha ucciso Fausto Tinelli e Lorenzo
Iannucci sapeva bene cosa faceva,quale meccanismo perverso avrebbe prodotto.Era come lanciare benzina
su un incendio che già c'era".Chi voleva colpire una certa area politica
per scatenare la tensione a Milano?E' lecito pensare che il piano sia scattato
proprio in coincidenza con il rapimento Moro?
Anche nel mondo del traffico
degli stupefacenti qualcosa accade poche ore prima dell'omicidio del Casoretto.
Enzo Nava faceva parte del gruppo di lavoro sulla droga della federazione
milanese di Democrazia Proletaria.Conosceva alla perfezione il mercato
milanese,i suoi protagonisti e le alleanze."C'è il rapimento Moro. I
distributori all'ingrosso di eroina sono per lo più concentrati al Parco delle
Basiliche,Parco Lambro,Giambellino.E' il quarto sabato consecutivo che la droga
sparisce globalmente dal mercato come se si stesse assistendo ad un operazione
economica mossa però da altre spinte,magari di tipo politico.La stessa cosa era
accaduta nel novembre 1974.Quel sabato 18 marzo 1978 erano previsti almeno
quattro concerti che avrebbero potuto movimentare un numero consistente di
ragazzi.Ricordo che c'era Angelo Branduardi al Teatro Lirico e il blues al
Leoncavallo.Verso le 19,30,a pochi minuti dall'agguato,entrano in scena
spacciatori con Lsd fortissimi.Era un potentissimo eccitante.Due giorni dopo
l'omicidio di Fausto e Jaio torna a circolare eroina.Nel 1978 c'erano 15 piazze
che funzionavano 24 ore su 24.Era anche l'anno dove si stabilisce il forte
legame tra malavita organizzata e neofascismo".
La manifestazione termina
quando Milano dorme da un bel pezzo.Le facce sono stanche,il nervosismo è alle
stelle.Molti si danno appuntamento a qualche ora dopo, davanti alle scuole.Si
stenderanno solo per rimediare qualche ora di riposo.Nessuno dormirà fino in
fondo.Quei due corpi sul selciato diventeranno incubi ricorrenti,visioni
notturne che turberanno tutti.Ma di notte prosegue il filo diretto delle radio.
Danila,madre di Fausto Tinelli,telefona a Radio Popolare.E'
l'1,51."Pronto?sono la mamma di Fausto.Volevo smentire che mio figlio era
nel mondo della droga.Sono tutte calunnie.Basta che sia povera gente che subito
gli buttano calunnie addosso.Se una donna muore per strada è una puttana.Se un
giovane muore è un drogato.Non voglio che ci vadano di mezzo altri giovani.Voi
dovete aiutarmi a trovare i killer di mio figlio.Quelli li voglio,li voglio far
fuori con le mie mani.Ero sola a casa questa sera.Me lo ha detto la polizia che
è stato ucciso.Fausto ha sempre odiato la droga,non mangiava neanche la carne
perché voleva bene alle bestie."Danila piange,si dispera."Fausto ha
un fratello di 18 mesi,Bruno,erano molto attaccati,non voglio che vadano di
mezzo altri ragazzi come mio figlio,voglio solo indagare per scoprire i
responsabili".
Una viuzza stretta con
poche case,costeggiata da un lungo muro grigiastro.In mezzo quattro transenne
delimitano da alcune ore il luogo dove Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli sono
caduti.Via Mancinelli vede arrivare fino al giorno del funerale,mercoledì 22
marzo,ragazzi e ragazze sconvolti dal dolore,dal pianto,dalla commozione.E' il
pianto di una città.Immensi cortei di studenti e operai lasciano spazio ad un
grande senso di impotenza.Nelle prime ore di Domenica 19 marzo si ammucchiano
sul selciato mazzi di fiori,quasi tutti anonimi.Con l'arrivo delle prime
luci,agli amici che hanno passato la notte al freddo si aggiunge una piccola
folla che si ingrossa in continuazione .Alle 10 al centro sociale Leoncavallo
prende forma un'assemblea:parlano gli amici di Fausto e Jaio."Bisogna
rispondere all'agguato teso da killer fascisti".Ma la gente che c'è lì
attorno non ha una gran voglia di discutere.Piange e sta zitta.Poi inizia la
manifestazione.Sono tanti.Tremila sono di Avanguardia Operaia e Mls,duemila
quelli di Lotta Continua e Autonomia.Sfilano incattiviti in una città più
deserta del solito.Là davanti c'è un solo striscione,"Fuori i fascisti dal
quartiere".La gente si affaccia dalle finestre,stringe il pugno ,saluta.Un
vecchietto si toglie il cappello e si avvicina al corrispondente di Radio Popolare.E' in diretta."Bisogna dire basta .Basta
dì de si ai padrun e alura te 'masen no;sì,sì,signorsì,alzare il cappello e
andare. E già,adess dighen tucc sì.No,minga tucc. Varda lì,ghreren du compagn,e
adess qui davanti a noi ci sono le bandiere rosse."Il responsabile del
servizio d'ordine di Lotta Continua si reca a parlare con Il Comitato
permanente antifascista che si è convocato d'urgenza alla sede dell'Anpi di via
Mascagni."Abbiamo scioperato contro la strage di Roma,dove uomini della
scorta di Moro sono stati uccisi,scioperiamo anche per l'uccisione di questi
due compagni.Sono vittime o no della stessa strategia?".E' un'attività
febbrile,si tessono nuovi rapporti politici con i partiti e con i sindacati.
Arriva la sera e molti
vanno a casa.Non dormono da ventiquattro ore e li aspettano altre giornate
cariche di passione.In via Mancinelli c'è sempre chi presidia. Lunedì 20 marzo
tocca alle scuole:cortei improvvisati formano una marea di giovani.Sono
ventimila.La parte più dura del corteo esprime la volontà di andare in via
Mancini,sede milanese del Movimento Sociale Italiano, ma nelle discussioni e
negli alterchi c'è chi ricorda cosa
accadde dopo la morte di Claudio Varalli,ucciso dal fascista Antonio Braggion e
il corteo del 17 aprile 1975 quando un
gippone dei carabinieri investì,uccidendolo,il militante dell'MLS Giannino
Zibecchi."Bisogna bruciare le sedi"-urlano gli autonomi. I gruppi
tentano di riportare la calma.Si va avanti per ore poi la tensione si è stempera.
Gli slogan
s'interrompono soltanto quando entra in piazza il corteo della scuola di Fausto
Tinelli:l'artistico Brera di via Hajeck.Fragili ragazzini portano uno
striscione che sarà grande cento volte più di loro:è una tela bianca con i nomi
e i volti di Fausto e Jaio.Un grido rabbioso echeggia di colpo in Piazza
Duomo."Fausto,Lorenzo non siete morti invano".Da un altoparlante si chiede lo sciopero generale per giovedì
23.Il sindaco Tognoli s'impegna a portare in consiglio comunale la proposta di
un funerale in forma pubblica.Sono migliaia,giovanissimi,vecchi,bambini
tenuti in spalla dai genitori.Urlano la loro rabbia sotto un cielo
livido.Assomigliano a tanti Fausto nel modo di parlare e di vestire che era
quello di tutti noi,allora.Accanto agli studenti più politicizzati si mischiano
nella folla quelli delle prime e seconde superiori con i libri da disegno sotto
braccio e le cartelle in spalla.
Nel quadrato di asfalto
lasciato dalle transenne si ammucchiano centinaia,migliaia di bigliettini
,scritti di getto dai giovani che popolano via Mancinelli.Li hanno tracciati su
fogli di quaderno, carta da lettere,su pagine strappate di agende e diari,sul
retro di volantini.Versi ,poesie,rime.Accanto alle parole hanno lasciato
fiori,regali,ricordi,cioccolatini.Le poesie vengono raccolte in un prezioso e ormai
introvabile volume,"Che idea morire di marzo",stampato dal
Leoncavallo e da un gruppo di giovani del quartiere Casoretto.Quello della
corrispondenza a Fausto e Jaio è un
vero fenomeno di massa che ha coinvolto tutti.Ci sono accenti
minacciosi,rabbia,slogan duri ma la maggior parte delle lettere sono intrise di
malinconia,impotenza,amore.Chi scrive non aveva dimestichezza con la penna ma
lo sforzo è grande.Buttate giù in
fretta,sull'onda dell'emozione,le poesie sono spesso ingenue,sprovvedute,prive
di tecnica,infarcite di frasi copiate da canzoni di cantautori.Quello che
colpisce è la spontaneità che ognuno esprime liberamente.Sono frammenti di
memoria.Come le parole scritte da Grazia Pado Movia ,che lascia ciò che ha da
dire."Che senso ha vivere a 19 anni e poi morire così:è stata una morte
inutile".E' una montagna fatta di carta .Qualche foglietto è
spiegazzato,lo trovo sparso in mezzo a tanti altri."Ho preso i giornali
delle menzogne per fare un gran falò dove la strega dagli occhi di antracite ha
messo un pentolone a bollire.Dentro ci ha messo le lacrime dei compagni,il
calore del sole,la voce dei giovani che fanno all'amore,gli occhi dei vecchi,le
mani delle casalinghe,il sudore degli operai,i riccioli degli studenti,le gonne
a fiori delle donne,la musica delle nostre canzoni e un po' di polvere
d'oro".Sono sogni colorati,speranze mai sopite,riflessioni.
"Uno,due,tre. I rintocchi del pendolo,è notte,fantasmi si aggirano per la
stanza:i miei pensieri. Orrore,paura e rabbia,tanta rabbia,che esplode improvvisa.Accendo
la radio,musica,comunicato,frasi di circostanza,tutto è finito,su un
marciapiede bagnato di sangue,coperto dai fiori ho lasciato una parte di
me."Sono ragazzi giovani ,come Fausto e Jaio,accomunati dal dolore,dalla
rabbia ma soprattutto da un senso
d'impotenza.In molti c'è pure la consapevolezza che i cambiamenti della società
non possono essere bruschi e repentini. C'è
la solitudine in ognuno di loro. "Non ce la faremo mai a cambiare
perché le macchine continuano a passare,rallentano un poco e vanno,perché siamo
in pochi e la gente è senza cuore".Si scrive che è notte,mentre le auto
nella città scivolano via veloci e la notte inghiotte le emozioni.Come quelle
di Luca,diciassette anni,studente di Cormano."Potevo essere io uno di quei
due ma per un attimo sono morto insieme a loro,per un attimo nel buio della mia
camera sono morto anch'io".Il senso di libertà c'è tutto .Si vuole andare
più in là con la scrittura,nell'intento di donare ai due ragazzi uccisi
qualcosa che possa rimanere intatto e vivo."Bruciati ora,su queste piazze
fra queste strade,affermazione negata dall'uomo rinchiuso che fugge dalle tue
parole,come un cane a cui vuoi togliere la museruola,per lasciargli abbaiare la
sua rabbia e mordere chi lo vuole tenere alla catena".Silvana,la ragazza
di Fausto,lascia il suo amore,profondo
e ancora giovane.Il suo sconforto è grande,il dolore impetuoso,il tormento
troppo forte."Penso che ti raggiungerò presto.Chi è morto dentro non può
continuare a vegetare.Ed io sono morta dentro.Ti vorrei dire tantissime
cose.Non sbatte niente a nessuno:te lo assicuro,solo a pochi.Ti amo
tantissimo".Celina Hernandez riporta una lettera che aveva letto un giorno
al Parco Lambro a Lorenzo.E' il ricordo che ha
di Jaio."Sono qua,seduta su un foglio dove scorre questo inchiostro
e mi appare il tuo viso,dolce,allegro.Sono fra mille persone,ognuna è diversa
ma ognuna sei tu.Ti vedo in ogni corpo,ti sento in ogni voce,ti cerco in ogni
strada. E poi,nell'allegria dell'inchiostro ti ritrovo e ti bacio.Adesso il tuo
viso non è più trasparente,adesso ti posso accarezzare,il tuo sorriso è caldo e
vicino,i tuoi occhi chiusi sono davanti ai miei.Ti ho con me e domani ti
porterò,ti rivedrò in ogni viso,ti cercherò altre volte,nell'allegria di un
sorriso:per poi tornare ad avvolgermi nella felicità di ritrovarti ancora con
me".Tornano in mente le cose passate tra amici,le mille risate,la
costruzione dei rapporti,certe timidezze nascoste nel cuore .I biglietti
portano mille nomi ma è come se ogni riga appartenesse ad un unico pensiero
collettivo.Chiunque avrebbe potuto scriverle,allora,in quel marzo
1978."Non ti dimenticherò mai e sono sicura che una mattina,prendendo la
filovia che ti porta a scuola ti ritroverò seduto,come lo eri sempre,al posto
del bigliettaio con i tuoi grandi occhi azzurri e il tuo dolce
sorriso".Fausto e Jaio vengono trattati come due vecchi amici partiti per
un lungo viaggio.Qualcuno li attende.Come Marina .
"Ci sono cose che
vorresti dire da sempre e quando arriva il momento non trovi le parole adatte.Sai
Jaio,io ti ho sempre ammirato,anche se forse non l'ho mai fatto capire.Forse è
ora di parlare di vendetta ma è l'unica cosa a cui riesco a pensare con
freddezza e lucidità.Se cerco di ricordare i vostri volti scoppio in lacrime e
non concludo più niente.Dovevamo festeggiare il diciottesimo compleanno,il
mio,per mercoledì.Doveva essere una cosa da niente,due pasticcini e via,molto
semplicemente come del resto siamo.Ma non mi aspettavo per nessun motivo che
finisse così.Ho trascorso i miei diciotto anni ai tuoi funerali,passando tre
volte in via Mancinelli e poi la manifestazione.Non potevo fare altro.Ma ho
deciso,dovessi rimetterci la pelle se non lo farò.Lo sai sono testarda.La via
Mancinelli la ripercorrerò da sola ogni volta che di sera andrò al centro.Ora
sto piangendo Jaio,piango sempre quando ti penso e tremo,non mangio da tre
giorni,mi sto ammalando .Avevo sempre detto che i miei diciotto anni non li
avrei mai scordati.Ma non volevo che questo accadesse così.Io non so fare altro
che questo.Piango e basta. E guardare tutti quei fiori.Fra poco fotograferò
questo posto".Si pensa ai cambiamenti,alla politica,ai rapporti
personali.Tutto si mischia,lì,tra quei pezzetti di vita
scritta."Orrore,paura,schifo.Schifo quando sento arrivare della gente
intruppata che lancia slogan che parlano di righe rosse tra i capelli e chiavi
inglesi e altro.Passano davanti alla macchia di sangue violentando tutti i
compagni che sono raccolti lì in silenzio,piangendo.Comprendo che è una falsa
rabbia esterna.Mi chiedo come si possa avere la forza e il coraggio,a poco più
di un'ora e mezzo dall'accaduto di urlare slogan.Mi domando se c'è umanità in
tutto questo.Stavolta non piango.Non voglio fare cortei
immediati,belli,duri,militanti,controinformativi.Ho solo un gran bisogno di parlare
e di capire".Le fotografie stampano su carta frammenti di vita. C'è chi le
guarda serenamente e mette su un foglio ciò che prova."E questa foto
tua,che guardi lontano,un po’ serio.Se te la facessi vedere ora,ti metteresti
pure a ridere dicendo che non era venuta bene,che in fondo non eri proprio tu.
E Tu,Jaio,dov'eri?Mi tornano in mente tutte le leggende antiche dei
greci,quando i vivi si mettono a parlare con i morti.Poi non è più successo.La
gente ha iniziato a dire che erano dei pazzi,che era meglio lasciare perdere.
Perché bisogna dire che la tua è una morte politica dimenticando chi era Jaio?O
dire solo che eri Jaio e dimenticare tutta quella gente sotto il sole e il
vento di Milano con le montagne dietro?Ti ho portato in spalla,dentro tutto quel
legno.Pensavo che eri tutto sballonzolato,sbattuto di qui e di là.Ora non
possiamo più fare progetti insieme.Quando ti ho visto con i capelli tirati
indietro,ho capito che non appartenevi più a te stesso. E mi sono messo il
cuore in pace.Facevi parte di un rito.Lì all'obitorio.
Poi,nel corteo,mentre ti
portavo in spalla,eri cambiato.Eri dentro,dentro e dietro agli occhi.Quando ti
hanno messo davanti alla chiesa ero un po’ geloso di consegnarti alla gente.Poi
ho visto che ti trattavano bene.Non c'era nessuno che fingeva.Ti sono passati
tutti davanti,i fiori,i pugni tesi,si vedevano i tendini,le mani serrate.Li ho
visti,non fingevano,Jaio,fidati,ti hanno trattato bene".C'è spazio anche
per i rimpianti,il pensiero di quelle cose che avresti potuto o dovuto fare con
un amico che ora non c'è più."Non ho fatto in tempo a darvi l'ultimo
saluto,molta gente aveva bisogno di piangere sulla mia spalla.Non ce la
facevo,sentivo il vento venirmi incontro dicendomi che era ora di
ricominciare,di muovermi per evitare che altri ci facessero crescere in questo
modo.Vi hanno ammazzati e forse siamo stati anche noi ad avergli dato una
mano.Col nostro egoismo abbiamo permesso che molti compagni cadessero in questo
modo".C'è un biglietto scritto alle due di notte."Ciao amore ciò che
ti scrivo non è una lettera ma una storia.Stanotte hanno ucciso Fausto,il
biondino che quando eravamo in prima non interveniva mai perché si
vergognava,Fausto che chiamavamo Faust perché di origine trentina,Fausto con
cui andavamo a fumare in segreteria,che diventava rosso quando andava a parlare
con le ragazze,quando facevano i gavettoni o andavano a tirare le uova alla scuola privata .Mi ricordo che è andato
avanti due mesi dicendo che gli faceva male l'appendice ma aveva paura ad
andare all'ospedale.Per me Fausto è vivo e vivo perché tutte queste cose e
tante altre le abbiamo vissute e non spariranno mai.Oggi è morta una
mosca."Ce ne sono migliaia e migliaia di fogliettini spiegazzati e ognuno
porta un segno."Di te conoscevo solo i sogni,il tuo sorriso,i tuoi
libri,avevo visto solo i tuoi grandi occhi e la musica che avevi dentro,non
ricordo le tue mani,non so chi amavi,di me non conoscevi niente,non volevo
scoprirmi.Solo falsità e come vorrei avere i tuoi pensieri verso un cielo
stellato e una luna che ha visto e sentito o verso un selciato sporco e una
strada buia.Puoi sentire quello che non ti ho mai detto?".
Si prepara il giorno dei
funerali,il più triste. L'addio a Fausto e Jaio è previsto mercoledì 22 marzo
alle 11,in Piazzale Loreto.Nelle prime ore del mattino il mondo del lavoro si
scuote:consigli di fabbrica,delegati sindacali,singoli operai decidono di
aderire alla manifestazione."Noi dell'Innocenti faremo tre ore di
sciopero,al di là di quello che
comunicheranno i sindacati".Telefonate alle radio,comunicati,volantini.Le
adesioni sono molte,articolate e poi ce
ne sono altre sei in arrivo:Sip,Pirelli,Montedison,Honeywell,Cge,interi
consigli di zona,i sindacati delle scuole e dei telefonici.Alle 22 di martedì
21 marzo giunge l'annuncio dei sindacati unitari."La federazione Cgil Cisl
Uil ha deciso che tutti i lavoratori di Milano e provincia sospenderanno il
lavoro nella giornata di domani riunendosi in assemblee,dalle 11 alle 12 verrà
discusso il documento confederale sulla violenza e sul terrorismo. I consigli
di fabbrica della città potranno organizzare una fermata dal lavoro tale da
consentire la partecipazione dei lavoratori ai funerali".Il giorno inizia
presto. Milano si sveglia con il frastuono dei camion che entrano nelle
tangenziali,con l'odore acre dei fumi di scarico,con le colazioni consumate in
pochi minuti nei bar della metropolitana.Gli autobus vengono presi di corsa,la
gente guarda basso e tira dritto.E' un giorno diverso per Danila Tinelli.E'
stata alzata tutta la notte,a guardare le fotografie.Apre quella camera e vede
le cose di Fausto,il letto vicino alla finestra dove dorme da sempre,il piccolo
Bruno che piange.La finestra da su via Montenevoso,e' deserta,nessuna macchina
passa per interrompere quello strano silenzio di morte."Quel mercoledì 22
marzo non finirò mai di dimenticarlo.Stetti lì senza piangere,tenevo tutto
dentro.Mi venivano in mente gli anni vissuti con Fausto,le discussioni,le
litigate,lui che mi confidava tutto.Le estati a Trento,guardando le montagne e
correndo felici per i prati.Era tutto nascosto dentro me,lo conservavo
gelosamente,non volevo che nessuno entrasse.Vedevo i volti scuri delle
persone,amici di Fausto e Jaio,ragazzini come loro che giocavano per ore da
piccoli.La mia vita scorreva davanti.Poi le immagini belle scomparivano e tutto
mi sembrava più difficile.Guardavo al futuro con angoscia,il mio piccolo Bruno
che si staccava così bruscamente dal rapporto con Fausto,la vita,il lavoro,le
difficoltà di farlo crescere bene,la casa troppo piccola,i sogni di cambiamento.Quello
che ricordo era tanta gente,bella,triste,con le bandiere rosse che sventolavano
e quel vento di marzo che mi portava via tutto,anche la vita"Per Fausto e
Jaio e' stata allestita una camera ardente,in una stanzetta spoglia.là in mezzo
ci sono le due bare,aperte a metà. Danila se ne sta lì,in disparte,appoggiata
al muro,come tutti gli altri parenti.Dalla porta principale entrano ed escono migliaia di ragazzi,in silenzio,i
compagni di scuola,gli amici,i vicini di casa,quelli del Casoretto.Non sono
condoglianze prestate con noia ma abbracci
sinceri."Prima i compagni del Leoncavallo,un migliaio-riferiva il
cronista di Canale 96-Poi due bandiere della Federazione Lavoratori
Metalmeccanici.Le due bare vengono portate a braccia,prima quella di Fausto e
poi quella di Jaio.Poi dietro ancora,un mare di gente".Si cambia lunghezza
d'onda .Il corrispondente chiede la linea a Radio Popolare."Sono arrivate
le bare-dice in diretta.Subito dopo si ascolta un grande silenzio che forse
comunica più di tante parole.Nel lontano 78 non esistono i telefonini,i
cronisti registrano sui Geloso,sui Grundig,come se fossero in diretta.Poi
schizzano lungo le scalette della metropolitana,si attaccano al telefono,danno
la radiocronaca differita di soli pochi minuti.
Chi racconta quel
funerale ha la voce rotta dai singhiozzi,i registratori si inceppavano,la linea
era sporca ma la resa era
straordinaria.Quella moltitudine di persone,centomila dirà la
polizia,tutte insieme e in silenzio.Gli operai dell'officina di riparazione
dell'Atm sono tutti sui cancelli,qualcuno ha messo pure la bandiera
rossa,salutano le bare con il pugno alzato.In Piazza San Materno,di fronte a
casa di Jaio,si diffondono le note dell'Internazionale.Un gruppo di donne che
avranno cinquant’anni ha deciso di portare una corona di fiori. C'è una frase
."Le madri dei compagni del Leoncavallo".Adriana era una di
loro."Ascoltavo la radio.Ad un certo punto interviene Carmen,fa un
appello.Ci siamo trovate ai funerali,eravamo tante ma ci sentivamo troppo
sole".Intorno alle 10,30 giungono i furgoni funebri con le corone già
pronte.Servono a poco perché i ragazzi vogliono portare le casse a spalla. E lo
fanno per un chilometro e mezzo fino a piazza San Materno,il cuore del
quartiere,a pochi passi dalla chiesa di Don Perego,Santa Maria Bianca del
Casoretto.Poi la bara di Jaio sfiora per un attimo il portone di casa sua,nella piazza:la madre gli da
l'ultimo saluto,piange,si dispera.
Il corteo arriva da
Piazzale Loreto e comincia a sfilare con il pugno chiuso.Questo continuo via e
vai proseguirà per almeno un'ora e mezza.In chiesa Don Perego inizia la
messa.Un ragazzo che avrà vent'anni si avvicina,mi guarda e giura che " se
Jaio fosse ancora vivo tirerebbe le
palline al parroco".Poi le bare vengono portate via. Jaio va al cimitero
di Lambrate,Fausto torna nella sua Trento.Le persone si accalcano in via
Mancinelli dove i mazzi di fiori sono diventati un grande ammasso colorato.Si
fischietta l'Internazionale e la canzone che ricorda i morti di Reggio
Emilia.Passano con gli striscioni,gli operai della Fiat Mirafiori,i gonfaloni
del Comune,della Provincia,della Regione.Finito di sfilare se ne
vanno.Rimangono i ragazzini e i militanti dei gruppi che si infilano in corso
Buenos Aires,poi percorrono corso Venezia e arrivano a piazza San
Babila.Duemila persone si trovano improvvisamente davanti alla sede della
Camera del Lavoro,in Corso di Porta Vittoria.Una ventina i giovani corre avanti
e sale gli scalini.Esce il servizio d'ordine del sindacato,volano
pugni,spintoni.La Cgil chiude il cancellone di ferro.I ragazzi
gridano:"Ieri per Moro eravate qui,oggi dove siete buffoni del
Pci".Cresce la tensione ma all'improvviso i dirigenti dei gruppi riescono
ad allontanare il corteo.La manifestazione finisce mentre le radio di movimento
continuano il tam tam fatto di notiziari e musica sinfonica.Passano pochi
giorni e le Brigate Rosse emettono il loro comunicato numero 2."I
proletari hanno dimostrato anche a Milano di saper scegliere i propri amici dai
propri nemici,i propri interessi da quelli dei padroni.
La manifestazione dei 40
mila dello sciopero per Moro,organizzata intorno alle forze reazionarie come la
Dc,ha avuto giusta risposta da 100 mila proletari in piazza per la morte dei
compagni Fausto e Iaio,assassinati dai sicari del regime".Ma i giovani del
Leoncavallo non ci stanno.Da un comunicato del Centro Sociale."Respingiamo
l'uso strumentale dei due compagni da parte di un gruppo che ha scelto di
inserirsi organicamente nella strategia della tensione".Franco Bonisoli
faceva parte della direzione delle
Brigate Rosse.Il fatto se lo ricorda bene."Noi eravamo in via Montenevoso
8 da diversi mesi.Facevamo una vita naturalmente riservata.Avevamo l'appartamento da molto prima del rapimento
Moro.Era il nostro quartiere generale. L'omicidio di Fausto e Iaio ci scosse
non poco.Mi aveva sorpreso la potenza di fuoco di chi sparò in via
Mancinelli.Pensai subito che fossero fascisti".Lo chiamo al telefono che è
sera.Una domanda mi viene spontanea."Lei sapeva che Fausto Tinelli abitava
in via Montenevoso 9,al primo piano,esattamente davanti alle tre finestre
dell'appartamento covo delle Brigate Rosse?".Dall'altra parte della
cornetta c'è un attimo di silenzio."Proprio non lo sapevo.Noi facevamo una
vita ritirata,non sapevamo niente di quello che accadeva in quel
quartiere".
ALL'OMBRA DELLA MADONNINA
Il Casoretto assomiglia
più a un grande paesone che a un quartiere di una città.Gli abitanti si
conoscono,si trovano al mercato mentre vanno a far compere,con i sacchetti
della spesa.Le donne chiaccherano nei negozi vicini a Piazza San Materno,gli
uomini nei bar a giocare le carte per ore,dopo il lavoro,i ragazzi si divertono
come possono.Convivono case di ringhiera e palazzoni costruiti nel
dopoguerra.E' facile vedere,in quelle sere d'estate,vecchietti parlottare con
la sedia fuori dall'uscio di casa.E' un pezzo di vita popolare di Milano.La
sinistra ha sempre ritrovato le proprie origini ma negli anni Settanta avviene
la lacerazione.Mentre molti offrono le proprie speranze elettorali al Pci, tra i
giovani nasce il malcontento e inizia la rottura.Prendono forma in breve tempo
decine di luoghi frequentati da militanti della sinistra non
convenzionale:Centro Sociale Leoncavallo,Collettivo Casoretto,casa occupata di
via Pasteur. Un eruzione sociale. C'è un clima che favorisce l'insediamento di
sei appartamenti utilizzati da militanti delle Brigate Rosse e Prima Linea.La
cartina che verrà pubblicata nel libro del generale Vincenzo Morelli,"Anni
di Piombo",è' l'esatta fotografia di cosa accadeva in quella zona tra il
Casoretto,Porta Venezia e Lambrate.Il covo di via Montenevoso 8 e' lì da un bel
pezzo.Almeno se si deve dar retta ai brigatisti nelle deposizioni davanti alla
Commissione Parlamentare Moro.Vi trovarono il 1 ottobre di quell'anno le carte di Aldo Moro.Vengono arrestati Nadia
Mantovani,Lauro Azzolini,Antonio Savino,Biancamelia Sivieri,Paolo Sivieri,Maria
Russo,Flavio Amico,Domenico Gioia .C'è anche Franco Bonisoli.Lo chiamo,voglio
sapere qualcosa di più. Così prende fiato e mi racconta che "l'appartamento
venne comprato alcuni mesi prima del rapimento Moro anche se non sentivamo la
morsa degli inquirenti che indagavano su di noi".L'intestatario
dell'appartamento è il ragioniere Domenico Gioia.E' lui,almeno formalmente,il
proprietario:in realtà aveva firmato solo il compromesso e pagato solo il 70%
del prezzo stabilito con il precedente inquilino, Rocco Lotumolo("La tela
del ragno,Sergio Flamigni,edizioni Kaos).Secondo il generale Morelli che
condusse le operazioni in via Montenevoso,"il covo era situato in una zona
di Milano molto abitata(oltre 100 mila abitanti),popolare ed operaia,a due
passi dalla stazione di Lambrate,confinante con l'aeroporto di Linate ed a
brevissima distanza dalla trangenziale ovest e quindi dall'imbocco delle
autostrade per Genova,Bologna,Torino,Venezia;una zona ricca di fabbriche e
pullulante di collettivi dell'Autonomia,allora veri serbatoi del
terrorismo".
Sul ritrovamento del
covo brigatista esistono almeno tre versioni.Quella ufficiale dice che "è
un borsello smarrito a Firenze dal br Lauro Azzolini nel luglio 1978,la traccia
che porta i carabinieri della sezione speciale anticrimine di Milano ad
individuare via Montenevoso 8".Secondo il tenente colonnello Nicolò
Bozzo(uno dei più importanti collaboratori del generale Dalla
Chiesa)"l'operazione prende il via nel luglio 1978,l'input arrivò a Milano
con un rapporto dei carabinieri di Firenze,i quali su un mezzo pubblico avevano
trovato un borsellino di cui un terrorista si era liberato alla vista dei
militari"(testimonianza tratta dalla Repubblica del 21 ottobre 1990).Il
generale Dalla Chiesa afferma che"tutto era nato da un lavoro svolto sul
borsello di Azzolini".Una vecchietta lo ritrova e lo consegna al
conducente di un tram.Apre e vede dentro una pistola così si affretta a
portarlo alla stazione dei carabinieri di Castello di Firenze.Si mette in moto
la sezione anticrimine di Firenze che invia il brigadiere Negroni a Milano per
stabilire,attraverso i documenti sequestrati ,qualcosa che potesse condurre al
proprietario del borsello.Secondo Dalla Chiesa"una serie di appostamenti
condussero verso l'agosto 1978 a stabilire che Azzolini entrava e usciva da via
Montenevoso8"(Commissione Parlamentare Moro,volume 9,pagina 226).La
seconda versione è del generale Morelli."Le investigazioni presero l'avvio
da un mazzo di chiavi trovate occasionalmente a Firenze verso i primi di luglio
1978 su un autobus,erano state perdute da un rapinatore di una banca che aveva
terrorizzato i passeggeri ed era scomparso a bordo di una vespa rossa:La sezione
anticrimine della città toscana inviò le chiavi alla Legione di Milano che
condusse le indagini.Una vespa rossa venne trovata in zona Lambrate mentre una
delle chiavi rinvenute a Firenze entrava perfettamente nella toppa
dell'edificio di via Montenevoso 8".La terza e ultima versione la fornisce
il maggiore Valentino Fortunato,comandante del Reparto Operativo dei
carabinieri di Milano.La sua testimonianza è differente da quella offerta da Dalla Chiesa e Morelli."Durante
il servizio di vigilanza all'interno della stazione della Metropolitana di
Lambrate,il personale aveva notato un giovane non solo per il borsello rigonfio
portato a tracolla ma anche perché aveva lasciato transitare senza salirvi
almeno tre convogli diretti verso il centro città.Il 23 settembre 1978 Azzolini
veniva notato provenire da via Monte Nevoso.(Commissione Parlamentare Moro
volume 34,pagine 466/467).
Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9,al
primo piano.Proprio davanti al balcone dell'appartamento dei brigatisti.Salgo
le scale dell'appartamento dove vive Danila Angeli,in Tinelli,la madre.Mi
accompagna in sala,dove Fausto dormiva in un divano letto.Apro la porticina ,in
fondo c'è la finestra ,la spalanco e noto che la vicinanza con l'appartamento è
minima,meno di dieci metri.Stando seduto riesco a vedere perfettamente cosa
accade nell'ex covo brigatista ora messo all'asta dall'Autorità
Giudiziaria.Scorgo le sagome delle persone.Via Montenevoso è una strada
stretta. D'agosto la città è vuota.Riesco perfino ad ascoltare le voci che provengono dalla casa di fronte. Danila
mi indica il punto dove era messo il
letto,a quel tempo."Fausto dormiva qui,il letto era per il largo della
stanza ,la testa era rivolta verso la finestra.Passava delle ore a leggere
libri,sempre con le ante aperte.Poteva aver visto qualcosa?"La madre
Danila mi fa sedere.Sento che deve dirmi una cosa importante che non ha mai
raccontato a nessuno.Lo capisco da come mi guarda e mi osserva ,come se stesse
cercando le mie intenzioni.Si deve
fidare,gli do tempo. Così inizia un racconto.Sono cose accadute tra gennaio e
febbraio 1978."Ben prima del rapimento Moro,il 16 marzo 1978 e
dell'omicidio di mio figlio notai che all'ultimo piano del mio edificio c'era
uno strano movimento di
persone.Salivano anche con pacchi voluminosi.Accadeva sempre di sera e di
notte. C'era gente che andava anche sull'antana a ridosso del tetto.Seppi più
tardi che carabinieri e servizi presero l'appartamento per controllare via
Montenevoso 8.Lo seppi naturalmente dalle cronache giornalistiche dopo il
ritrovamento del covo delle Br .Era un monolocale,ci abitava una famiglia da
molti anni.Gli diedero uno sfratto d'urgenza e in tre mesi se ne andarono.Di
quella famiglia non seppi più niente,sparita,volatilizzata".L'appartamento
"osservatorio" in via Montenevoso 9 esiste davvero . Sergio
Flamigni,ex senatore comunista,scrive
nel suo libro "La Tela del ragno" che"da un monolocale in affitto situato nell'edificio davanti il
numero 8 di via Monte Nevoso,un sotto ufficiale controlla i movimenti".Il
generale Morelli conferma il
particolare.Sempre in "Anni di
piombo" mette nero su bianco la sua testimonianza."Venne deciso di
prendere in affitto un monolocale nell'edificio prospiciente quello sospetto.Il contratto di locazione semestrale
venne sottoscritto da un sottufficiale dei carabinieri che si qualificò come
impiegato privato.Da tale appartamento egli iniziò un attento lavoro di
osservazione,usando con molta circospezione,intelligenza e bravura,sofisticati
apparati fotografici,muniti di moderni teleobiettivi".
Danila Tinelli va avanti
con il suo racconto mozzafiato."Fausto è stato ammazzato perché aveva
visto qualcosa che non doveva vedere,un fatto,un particolare anche banale.Le
sue paure me le aveva confessate pochi giorni prima di morire.Negli ultimi
giorni registrava decine di bobine con un vecchio Grundig.Dopo l'omicidio
portammo la bara di Fausto nel cimitero di Trento.Al ritorno trovammo la nostra
casa messa sotto sopra.Erano entrati senza scasso".Il fatto viene
descritto minuziosamente nel dossier di Umberto Gay e Fabio Poletti del marzo
1988."Mentre i familiari di Fausto si trovano a Trento dove hanno
seppellito il giovane,si verifica un fatto inquietante.La vicina del
pianerottolo, un tardo pomeriggio, sente dei rumori.Sa che nell'appartamento di
Tinelli non c'è nessuno e ,incuriosita,si mette a sbirciare dallo
spioncino.Nota sul pianerottolo degli uomini che aprono la porta ed entrano
nell'appartamento.In un primo tempo racconterà che erano persone in divisa:in
seguito si sentirà di confermare che erano muniti di torce.Sta di fatto che
quando Danila Tinelli rientra a Milano scopre che sono scomparsi proprio i
nastri su cui Fausto registrava i risultati di un'indagine sullo spaccio di
eroina nel quartiere.Non manca nient'altro,solo i nastri,la porta d'ingresso
non risulterà essere stata forzata. All'epoca a Danila Tinelli non erano stati
restituiti gli effetti personali di Fausto,fra cui le chiavi di casa".
Danila descrive un altro
particolare."Mi sono ricordata che
la vicina di casa disse inizialmente
che gli uomini che entrarono nel mio
appartamento portavano un giaccone come quello dei carabinieri ma davanti al
magistrato ritrattò tutto.Una mattina vado al mercato.Mi avvicina una signora
sui cinquant’anni,mai vista in quel quartiere.Racconta che nei giorni
precedenti alla morte di Fausto e Iaio via Montenevoso era piena di uomini dei
servizi segreti,forse del Sismi,che vedeva strani movimenti di appostamento,che
voleva parlarmi ma non aveva mai trovato il coraggio.Anche questa donna poi è sparita
,sarei in grado comunque di riconoscerla".
Il ritrovamento di
quell'appartamento avviene
ufficialmente tra luglio e agosto 1978 ma Danila sostiene che ciò accade
prima del rapimento Moro,intorno a gennaio e febbraio. Forse è bene chiedere
lumi a chi ha indagato sul caso Fausto e Jaio."La pista che porta al covo
di via Montenevoso è inesistente- mi dice il sostituto procuratore Armando
Spataro che per primo iniziò le indagini sulla morte dei ragazzi del Casoretto-
I dati ufficiali corrispondono a quelli reali.E' impensabile che carabinieri o
servizi avessero scoperto il covo prima del rapimento.Credo invece che il
duplice omicidio sia un fatto voluto dalla destra romana e da ambienti legati
alla criminalità organizzata".Franco Bonisoli della Direzione Strategica
delle Brigate Rosse è convinto che la
versione ufficiale sia quella vera."Non
risulta che ci avessero individuati prima del rapimento Moro.Notai
invece movimenti strani a partire dall'agosto 1978. Luigi Cipriani era un
parlamentare di Democrazia Proletaria.Si è battuto in Commissione Stragi perché
venisse a galla tutta la verità sul rapimento Moro.Ora è morto ma le sue carte
sono tutte conservate . Michela Cipriani sua moglie,mi dice:”Mio marito non era
convinto da nessuna delle versioni circolanti sull’affare Moro.La sua ipotesi
era che il sequestro ebbe due fasi,la seconda delle quali giocata dalla Banda
della Magliana,mossa dal potere politico che,per motivi internazionali e
interni,voleva impedire la liberazione dell’ostaggio e la divulgazione del
memoriale.Lui non credeva alla firma dei brigatisti,pensava fossero stati,di
fatto,estromessi”.Luigi Cipriani si era fatto anche un’idea sull’omicidio di
Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Dice Michela:”Subito dopo la morte di Fausto
e Jaio,Luigi disse ai compagni che questo evento poteva avere un significato
politico,che occorreva chiarire.Tempo dopo,mi disse di ritenere che i due
compagni del Leoncavallo,impegnati nella controinformazione sullo spaccio di
droga,si fossero imbattuti in qualcosa di molto più grosso di loro e senz’altro
più grosso del piccolo spaccio.Pensava a un mix di trafficanti,fascisti e al
sottobosco dei servizi segreti”.Umberto Gay
ricorda che sul caso del
Casoretto,il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani era andato
molto vicino alla soluzione."Dopo lunghe indagini non sapevamo dove
sbattere la testa.Un giorno mi sono incontrato con Luigi,Cip per gli amici.Lui
mi ha fermato.Si è chiesto se mi pareva possibile che quell'omicidio poteva
essere un problema di fascistelli di Milano.Se fosse stato così li avrebbero
presi in ventiquattro ore,disse.E' vero .il fatto era clamoroso e per polizia e
magistratura sarebbe stato un bel colpo,si era alla fine degli anni Settanta e
gli opposti estremismi erano finiti. Perché non ragionate,mi disse,perché non
capite che sulla pelle di quei due,che probabilmente sono stati ammazzati come
simbolo o per un fatto marginale, si sono catalizzate altre cose che con Milano
c'entravano poco o nulla.Ebbene il fatto è andato proprio così,riguardava
quella parte della città ma non tanto i fascisti in sé,quanto il mercato di
spaccio dell'eroina che in quel momento era in mano a ex fascisti e malavitosi
dichiaratamente colorati di destra;era un rapporto che riguardava una fetta
impazzita dei Nar di Roma con cui questi erano in contatto per traffici
e azione politica. Cipriani aveva ragione.Non si era occupato a fondo
dell'omicidio ma sapeva perché la chiave di lettura era vincente".(Tratto
da "Quel Marx di San Macuto,Autori vari,Fondazione Luigi Cipriani")
Il 1978 è un anno caldo
per Milano.Solo nella zona Lambrate sono presenti sei appartamenti di uomini
delle Br e Prima Linea:via Montenevoso8,via Buschi27(una tipografia scoperta il
1 ottobre ),via Negroli 30/2(il primo indirizzo di Corrado Alunni e della sua
compagna Marina Zani),via Melzo 10(il secondo appartamentodi Alunni)via Olivari
9 e via Pallanza 6(scoperte il 1 ottobre).Durante il rapimento Moro quel quartiere viene sorvegliato a
vista dagli apparati dello stato,ogni angolo è blindato,si contano decine di
posti di blocco,soprattutto alle entrate delle tangenziali di Lambrate e
Rubattino. Aldo Granuli realizza una perizia per il sostituto procuratore di
Milano Stefano Dambruoso. Scrive:nel 1998”Si esclude che Fausto Tinelli possa
aver visto qualcosa ma la doppia coincidenza (via Montenevoso e l’omicidio a
due giorni dal rapimento Moro) resta un inquietante punto irrisolto. Il
comportamento delle Br è inusuale come quel documento in cui si rende onore a
Fausto e Jaio.”
Anche sull'altro fronte
qualcosa si muove. L'ambiente della destra extraparlamentare è in
subbuglio.Nella città i fascisti hanno un peso organizzativo e politico scarso ma non per questo
insignificante:neppure le posizioni dei duri fedeli a Pino Rauti,in larga
maggioranza nell'allora Movimento Sociale e Fronte della Giovenù,riescono ad
ampliare il consenso.Nonostante ciò si
verificano fatti nuovi:il Msi organizza dopo anni di silenzio alcune
iniziative contro la giunta di sinistra, moltiplicando i tentativi di
propaganda: lancia con Rauti la parola d'ordine dell'"opposizione al
regime Dc-Pci".Il partito cambia strategia e si rivolge ai giovani,alle
donne,alle fasce socialmente più emarginate,soprattutto nel centro-sud.Crea i
"Movimenti di giovani disoccupati",scimmiotta i festival di Re
Nudo attraverso le esperienze dei campi
Hobbit,riprende i testi di Jiulius Evola.Convive una doppia anima:quella
politica,alla luce del sole,quella che propugna la rivoluzione armata contro lo
stato.Nei quartieri popolari di Milano gruppi di fascisti cercano appoggi nella
malavita comune e nella criminalità organizzata.La zona di Lambrate è
senz'altro uno dei punti di maggior
radicamento degli elementi di destra a Milano.Sono presenti in diverse scuole come
il Gonzaga,l'Openheimer,lo Studium e dispongono di gruppetti organizzati in via
Negroli e Piazza Adigrat.Quelle strade
tra via Padova e via Porpora vedono allacciare i rapporti tra fascisti e malavita organizzata.Nel
quartiere del Leoncavallo ci sono bar,locali pubblici dove il connubbio si
esprime fino al paradosso." E' il caso del bar Adriana,riferimento per
Rodolfo Crovace detto Mammarosa e del Mokito bar di via Porpora,frequentato da
Samuele Judica,trafficante di eroina nelle zone Lambrate e Venezia,dove agisce
il suo braccio destro,uno spacciatore meticcio soprannominato
Barry"(tratto dallo speciale della Sinistra del 10/3/1979).
La malavita
milanese e' una fonte di finanziamento
e di rifornimento di armi per le organizzazioni terroristiche di destra.Non c'è
settore della delinquenza che non veda in qualche modo coinvolti elementi
vicini a quegli ambienti. C'è inoltre un interscambio nella gestione
dell'organizzazione dei sequestri,rapine,prostituzione,traffico delle armi e
della droga.Spesso personaggi della criminalità milanese sono usati come fonte
di manovalanza per azioni violente.Gli esempi non mancano:i rapporti tra
Vallanzasca e Concutelli(nell'omicidio del giudice Vittorio Occorsio),il
sequestro organizzato in Puglia dal deputato di Democrazia Nazionale,Manco;la
tentata rapina in cui perse la vita Umberto Vivirito,presente a Pian del
Rascino prima della sparatoria con i carabinieri in cui perse la vita Giancarlo
Esposti;il caso di Sergio Frittoli,esponente di primo piano della Giovane
Italia e del Fronte della Gioventù,arrestato nel 76 per rapina a mano armata in
alcune gioiellerie di San Remo;il movente dell'omicidio di Olga Julia
Calzoni,uccisa da Invernizzi e De Michelis nel corso di un fallito tentativo di
sequestro."Si può affermare che la forte conpenetrazione tra squadrismo
fascista e malavita è uno dei dati caratteristici della città di Milano:in
alcune zone in particolare questo legame è talmente forte da fungere di
supporto valido per l'attività del Msi e dei suoi gruppi collaterali.La metropolitana
che esce da Milano in zona Lambrate e prosegue verso l'Adda è diventata una
delle linee di sviluppo dello spaccio di droga in provincia.Quasi tutte le
stazioni sono frequentate da piccoli o medi rivenditori,soprattutto di eroina i
cui clienti provengono in genere da Cernusco,Cologno,Pioltello e
Gorgonzola"(La Sinistra 1979).La Questura di Milano accerta che fascisti
come Rodolfo Crovace,detto Mammarosa,Adriano e Lucio Petroni,Samuele Judica e
Riccardo Manfredi hanno a che fare con lo spaccio di eroina medio,grande.In particolare nella zona
circostante il Centro Sociale Leoncavallo,i fascisti del quartiere sono
riusciti a istallarsi in alcuni locali pubblici come il bar tabacchi di Piazza
Udine .C'è un doppio livello. I gruppi della destra terroristica hanno bisogno
di denaro contante per finanziare le attività illecite,la malavita offre
supporti,armi.
Il clima delle settimane
che precedono l'omicidio dei ragazzi del Casoretto sul fronte della droga è
surriscaldato.Si organizzano iniziative
contro il grande spaccio di eroina:piovono denunce,dossier,libri bianchi.
Nell'area dell'Autonomia e nei principali Centri Sociali nasce l'idea di un
grande dossier che proponga la mappa dello spaccio a Milano,i bar,le
alleanze,nomi e cognomi.Nei quartieri ragazzi in incognita raccolgono dati
preziosi.E' una straordinaria rete sotterranea composta prevalentemente da
ragazzini coordinati a livello centrale da una redazione di sei persone.Fausto
e Iaio ne fanno parte ma forse non
conoscono neppure i committenti .Il Centro Sociale Leoncavallo assume
l'iniziativa."Fausto Tinelli raccoglieva notizie tra i farmacisti-ricorda
Umberto Gay-Contando le siringhe vendute si poteva risalire alla quantità di
tossicodipendenti presenti in zona,alle loro abitudini,ai grammi di eroina venduta
e infine al business degli spacciatori".Fausto infatti registra attraverso
il suo Grundig notizie che riguardano lo spaccio ma anche altri fatti .Il loro
lavoro prosegue da settimane.Alcuni testimoni li scorgono impegnati a
raccogliere informazioni nella zona del Parco Lambro dove i Nar hanno un punto
d'appoggio certo:la carrozzeria Luki di via Ofanto.Cosa potevano aver
scoperto?Forse qualcosa di grosso.E' il quotidiano Lotta Continua di venerdì 9
marzo 1979 a ricordare che" Fausto e Jaio avevano casualmente scoperto che
lo spaccio di eroina in zona Lambrate era in mano ad una sacra alleanza tra la
banda di Francis Turatello e i fascisti direttamente legati a Servello".
Il dossier del Centro
Sociale Leoncavallo e dei Collettivi Autonomi esce davvero. E' un volume di un
centinaio di pagine."Dossier Eroina,nomi e indirizzi,a cura dei collettivi
comunisti autonomi,Centro di lotta e informazione contro l'eroina."E'
dedicato a Carletto Sponta ,un ragazzo
ucciso dagli spacciatori .Lo sfoglio."L'eroina è vicina,il
movimento,quello ufficiale se ne è accorto in ritardo.Le analisi sulla crisi
economica,i dibattiti sull'organizzazione,sulla classe non hanno lasciato
vedere che giorno dopo giorno una larga fascia di giovani scompariva dalle
assemblee,dalle piazze,dai sacri templi del culto dell'ideologia".Le
pagine riportano a quegli anni.Alcune parti di quel dossier sono state scritte
anche attraverso le fonti e le informazioni di Fausto e Jaio.Si parla
dell'eroina,della diffusione degli oppiacei nel mondo occidentale.Ci sono
tabelle dettagliate sulla produzione del mercato legale e clandestino e la
descrizione del viaggio degli stupefacenti in Italia,tramite Tir,tra l'Iran e
l'Europa.Chi muove le fila di tutto ciò ?.L'inchiesta invita alla
riflessione."A nostra disposizione sono solo sospetti sull'attività di
rispettabili personaggi ben coperti da regolari traffici commerciali tipo
import export,di cui si può dall'esterno osservare l'aumento vertiginoso ed
inspiegabile del tenore di vita e qualche agente delle tasse trasferito perché
troppo curioso.Nella perquisizione eseguita nel novembre scorso presso la sede
del centro di lotta contro l'eroina,i poliziotti trovarono una lista di nomi di
spacciatori su cui si stavano svolgendo delle indagini accurate,si misero a
ridere affermando di conoscere gente più potente".Ha inizio una lunga
sequela di nomi e cognomi,indirizzi ordinati in modo alfabetico.Contiene un
gran numero di fotografie e didascalie
dei principali bar dove si vende
eroina e tuttavia è incompleto.La sensazione che qualcosa
manchi è evidente. Così scopro che il
libro bianco è uscito con sei pagine in meno.Dovevano esserci nomi di
spacciatori con forti legami internazionali,bande grosse in contatto con narco
trafficanti sudamericani ed europei.Sarebbe stato difficile sostenere le
eventuali ritorsioni di tipo strettamente militare.Il giro era quello di Piazza
Aspromonte.Il controllo e 'dei sudamericani.Intanto Francis Turatello e'
diventato il vero boss di Milano,era subentrato nella gestione del territorio a
Renato Vallanzasca".Il settimanale Avvenimenti del 3 novembre 1993
sostiene la tesi che a uccidere Fausto
e Jaio fu " il più vasto intreccio tra eversione di destra,mercato
dell'eroina e delle armi,servizi".Ne è consapevole Carmine Scotti,ora alla
Digos di Cremona,tra i primi ad indagare sul caso di Fausto e Jaio."Gli
spacciatori non li avrebbero mai uccisi nel luogo più pericoloso,vicino al
centro sociale Leoncavallo -dice- Anche chi spaccia non poteva uccidere in quel modo". Armando Spataro,membro
del Consiglio Superiore della magistratura,ne è convinto."Non potevano
essere solo spacciatori di eroina. C'era dell'altro.Le prime indagini si erano
mosse proprio in questa direzione ma ben presto mi accorsi che era un omicidio
politico,dove la costruzione del libro bianco del Leoncavallo c'entrava poco o
nulla".
INDAGINI PARALLELE
La strada è ancora
ricolma di gente che si guarda stupita,con gli occhi intrisi di lacrime,rabbia
e disperazione. Lì,tra i fiori e i bigliettini, si aggirano i cronisti che
tutto vogliono sapere ,i curiosi del quartiere,gli uomini di polizia
giudiziaria,il magistrato che condurrà le prime indagini,Armando Spataro,e
probabilmente i complici degli assassini. A Spataro bastano poche ore per
capire che la pista sostenuta dall'allora capo di Gabinetto Bessone("una
faida tra spacciatori")non è credibile."Bisognava seguire la pista
dell'omicidio politico-dice il magistrato ora impegnato nei grandi processi
contro la mafia nel Nord Italia- Per me era chiaro fin dall'inizio ma non
avevamo prove sufficienti per mandare in carcere qualcuno.Abbiamo prestato
attenzione a decine di cose,migliaia di particolari,alle contro inchieste di
Lotta Continua,della Sinistra,del Quotidiano dei lavoratori.Avevamo
inizialmente battuto il sottobosco dello spaccio di eroina ma mi convinsi che
l'omicidio maturava altrove,a Roma,negli ambienti dei fascisti
militarizzati".Le cose non vanno così perché pochi minuti dopo l'omicidio
del Casoretto la polizia si indirizza in tutt'altra direzione.Per gli uomini di
via Fatebenefratelli,sede della Questura, Fausto e Jaio potrebbero aver
partecipato attivamente alla stesura del libro bianco sul mercato dell'eroina a
Milano,composto da alcune forze dell'Autonomia Operaia:per questo sarebbero
stati individuati e uccisi da chi controlla il racket. Un'altra voce diffusa
all'interno della polizia sussurra che
i due ragazzi sarebbero coinvolti nello spaccio della droga e sarebbero stati
uccisi da rivali e concorrenti provenienti da quell'ambiente.Ipotesi che si
rivelano,anche agli occhi degli inquirenti,del tutto infondate.Certo,il loro è
un ruolo pericoloso che li fa uscire più volte allo scoperto ma non fanno parte
alla realizzazione pratica del dossier,né erano conosciuti come i promotori
ufficiali dell'iniziativa.Non è neppure credibile che i due siano stati colpiti
dal racket perché rappresentanti del Centro Sociale Leoncavallo in quanto era
estraneo al libro,promosso invece solo da alcuni settori dell'Autonomia
Operaia,i Collettivi Comunisti autonomi e il Centro lotta all'eroina.In molti
si domandano perché organizzare a Milano una ritorsione così efferata e
crudele,contro due ragazzini,in risposta a un dossier che in realtà è composto
per metà da notizie note,come gli elenchi degli spacciatori fermati e
arrestati, e per l'altra da dati non completi. Umberto Gay mi racconta che
"il vero libro sul mercato dell'eroina doveva essere un'altro".Angelo
Brambilla Pisoni,ex responsabile di Lotta Continua conferma
l'intuizione."Mancava tutto il tracciato sul grande spaccio con legami
internazionali e coperture politiche.Di quelle sei pagine che potevano offrire
uno scenario più inquietante non se ne sa più nulla".
La Digos predilige la
pista del legame fra le due
vittime e il mondo della droga ; interroga gli amici di Fausto e
Jaio,tentando una ricostruzione degli ambienti frequentati dai ragazzi e le
persone incontrate il giorno dell'omicidio.Si cerca lo scandalo a tutti i
costi:circola la voce che Fausto e Jaio usassero di tanto in tanto droghe
leggere,fumassero spinelli ma l'autopsia sul corpo delle giovani vittime
smentisce che facessero uso di eroina e altre droghe,anche leggere.La tesi del
delitto provocato da diatribe tra piccoli spacciatori è a dir poco fuori
luogo.Infatti tutte le testimonianze raccolte dagli inquirenti escludono che
Fausto e Jaio stessero parlando agli
assassini prima di essere uccisi,che la sparatoria fosse avvenuta in
seguito ad una violenta discussione.Il breve scambio di frasi che precedono la
sparatoria fa pensare ad una provocazione,ad uno stratagemma per accertarsi di
non aver sbagliato obiettivo.Inizia l'inchiesta dell'autorità giudiziaria ma
accanto a quelle ufficiali nascono tante piccole controinchieste di giornalisti
come Umberto Gay e Mauro Brutto,delle redazioni delle principali testate della
sinistra extraparlamentare.Sono indagini parallele,non sempre coincidenti.
Gli agenti di Ps si
recano pochi giorni dopo il 18 marzo al liceo artistico di via Hajech,la scuola
frequentata da Fausto Tinelli,scardinano l'armadietto e non trovando nulla sequestrano
alcuni disegni,forse scambiati erroneamente per utili indizi alle indagini.Ma
la Questura batte anche altre strade:la
faida nelle forze della Nuova Sinistra.La tesi viene accennata timidamente il
19 marzo,poi ripresa da alcuni quotidiani come Il Giornale allora diretto da
>Indro Montanelli e Il Secolo d'Italia,organo del Msi.L'ipotesi viene
sostenuta con forza."I due killer fuggono nel Centro Sociale attraverso la
porta secondaria di via Mancinelli all'altezza del numero 21".In realtà,come
si è dimostrato,la direzione scelta per la fuga,via Leoncavallo,è la più logica
visto che in Piazza San Materno molti locali pubblici sono aperti a
quell'ora.Inoltre gli assassini sapevano che il Centro Sociale e' chiuso:apre
solitamente poco prima delle nove e anche quella sera il portone si spalanca
per il concerto di blues intorno alle 20,50. Umberto Gay e Fabio Poletti
nel loro dossier danno un giudizio duro sullo svolgimento delle indagini."
Furono condotte per poco tempo e in modo contraddittorio.Poco tempo perché,in
quel periodo,gli interessi e le forze degli inquirenti erano investite sul
fronte della lotta armata;in modo contraddittorio perché,come sempre accade,non
vi fu alcun coordinamento fra polizia e carabinieri.Di conseguenza sul tavolo
dei magistrati arrivavano pochi dati che a volte si annodavano tra
loro".Il funzionario Carmine Scotti."Il mio lavoro l'ho dato tutto a
Spataro.Lì c'erano fatti,nomi,cognomi,intuizioni.Lui emise due avvisi di
garanzia nei confronti di militanti del neofascismo romano".Ventiquattro
ore dopo gli spari di via Mancinelli giungono le prime rivendicazioni di chiara
marca fascista.Alle 21,30 l'Ansa riceve una telefonata da una cabina di Piazza
Oberdan;porta la firma del "gruppo armato Ramelli".Il messaggio è
breve,secco,fulmineo."Sergio Ramelli gridava vendetta,ieri è stato
vendicato".Il 22 marzo,di mattina,ore 8,25 squilla di nuovo il telefono
dell'Ansa di Roma.Telefonano i "Gruppi Nazionali
Rivoluzionari".Dicono che "mentre si celebrano i funerali rivendicano
l'eliminazione dei due giovani di Lotta Continua avvenuta per vendicare
l'uccisione dei nostri camerati".Il 23 marzo alle 21,30,in una cabina
telefonica di via Leone IV a Roma,la polizia rinviene un volantino in triplice
copia dell'Esercito Nazional Rivoluzionario,Brigata Combattente Franco
Anselmi" che rivendica il duplice omicidio.E' scritto con una macchina
elettrica,porta un simbolo nuovo come intestazione una runa celtica in un
cerchio con le iniziali ENR."Sabato 18 marzo una nostra brigata armata di Milano ha giustiziato i servi del
sistema Tinelli Fausto e Iannucci Lorenzo.Con questo gesto vogliamo vendicare
la morte di tutti i camerati assassinati dagli strumenti della reazione e della
sovversione.Noi non crediamo nella lotta comunista contro lo Stato,perché,avendo
tutte le forze di sinistra la medesima mentalità di questo sistema,esse sono
solamente i servi di questo regime.E' quindi per questa ragione che l'unica
forza veramente rivoluzionaria è rappresentata dall'estrema destra.Sappiano i
sovversivi che non riusciranno ad eliminarci:da questo momento cominceremo ad
agire,nulla ci potrà fermare;siamo stanchi di piangere i
nostricamerati.Falvella,Ramelli,Zicchieri,Mantakas,Ciavatta,Bigonzetti,Recchioni
marciano nelle nostre file e gridano vendetta.Viva la rivoluzione
fascista,morte al sistema e ai suoi servi,onore ai camerati assassinati dal
Fronte Rosso e dalla reazione".E' la prima volta che l'Esercito Nazionale
Rivoluzionario,Brigata Combattente Franco Anselmi rivendica un'azione armata.Ma
non sarà l’ultima. Il nome di Franco Anselmi ricorre sovente:lui è un militante dei primi Nar ucciso lunedì 6
marzo 1978 dall'armiere romano Danilo Centofanti mentre tentata di
effettuare una rapina in compagnia di
Giusva Fioravanti,Cristiano Fioravanti,Alessandro Alibrandi.I terroristi tornano
a colpire qualche anno dopo con una rivendicazione analoga. I Nuclei
Armati Rivoluzionari -Gruppo di fuoco Franco Anselmi uccidono la mattina del 21
ottobre 1981 il capitano di polizia Francesco Straullu,in servizio alla Digos
di Roma e del suo autista,la guardia scelta Ciriaco Di Roma.Le indagini
accertano che a compiere l'azione sono Francesca Mambro,Gilberto
Cavallini,Giorgio Vale,Stefano Soderini ,Alessandro Alibrandi e Walter Sordi.Il
comunicato con cui la Brigata Franco Anselmi rivendica l'omicidio di Fausto e
Jaio viene analizzato dagli inquirenti.Nelle prime righe c’è un primo tentativo
di depistare le indagini.Si parla di "brigata armata di Milano" anche
se terroristi di destra e di sinistra, nelle rivendicazioni scritte non
evidenziano mai la città da cui
provengono le azioni.Si scrive Milano,
così i magistrati pensano che l'omicidio nasca lì mentre invece i mandanti e
gli esecutori sono altrove.
Inoltre si sottolinea di
"non credere nella lotta contro lo Stato",accettando una logica di
spontaneismo armato proprio in antitesi con quella parte del l'ambiente neofascista che sviluppa in quegli anni una teoria opposta ,di lotta
armata contro giudici,magistrati,poliziotti,carabinieri.Sembrerebbe un
messaggio interno all'allora nascente Movimento Rivoluzionario di chiaro stampo
fascista.Infine si scrive a chiare lettere che "L'unica forza veramente
rivoluzionaria è rappresentata dall'estrema destra". Un avvertimento
a Brigate Rosse e Prima Linea che
proprio nel quartiere Casoretto avevano basi strategiche e gruppi di supporto
logistico e politico.Il documento è interessante soprattutto nella parte
finale."Da questo momento cominceremo ad agire e nulla potrà
fermarci".Dal 18 marzo 1978 inizia infatti l'escalation dei Nuclei Armati
Rivoluzionari,con centinaia di omicidi,ferimenti,azzoppamenti,attentati.Queste
intuizioni saranno confermate da Aldo Gianuli,consulente incaricato di compiere
una perizia nel 1998 per conto del sostituto procuratore di Milano Stefano
Dambruoso. Scrive Granuli:”Chi ha scritto quella rivendicazione era un gruppo
minoritario di estrema destra che intendeva contrastare la linea di apertura
con la sinistra. La motivazione della rappresaglia regge poco. Il volantino
sembra sconvolgere quell’avvicinamento con la sinistra.Si è considerato che il
volantino sia autentico ma non veritiero,che sia stato scritto da
un’organizzazione per farsi pubblicità. Chi scrisse quel documento lo fece per
scopi diversi da quelli dichiarati. Ha inteso depistare chi indagava fornendogli
elementi falsi. Per quanto riguarda il simbolo c’è da ricordare che i Nar
firmavano con la folgore frecciata mentre qui c’è quello para-runico,già
utilizzato nel ’69 da Antonio Fiore del gruppo barese di Avanguardia
Rivoluzionaria,amico di Massimo Carminati che aveva già militato in Avanguardia
Nazionale.” Il nome di Franco Anselmi compare a fianco dei Nar per almeno
quattro anni. A Roma in due rapine in armerie tra il ’79 e l’80. A Napoli,il 5
aprile 1980 con l’attentato al direttore del manicomio giudiziario di
Sant’Eframo. A Venezia,pochi giorni dopo la strage di Bologna,per scagionare
Marco Affatigato. A Roma,con le esecuzioni di Luca Peducci e Marco
Pizzari,militanti di Terza posizione sospettati di infamia e tradimento. A
Milano,Padova e Roma tra l’80 e l’81 con l’uccisione in scontri a fuoco di due
carabinieri,un poliziotto e due agenti. Nell’uccisione del capitano Straullu.Un
livello militare alto,inserito all’interno della destra eversiva.
Le indagini sono incalzanti.Ognuno continua una propria
investigazione.Lotta Continua pubblica a puntate la ricostruzione e il movente
del duplice omicidio.Stessa cosa viene realizzata dal giornale La Sinistra che
va in edicola con un grande speciale.Il Quotidiano del Lavoratori si convince
che l'assassinio è politico.Parallelamente la Questura imbocca la pista
fascista.Lo fa a tappeto.Il 19 marzo perquisisce le abitazioni di Andrea
Calvi,Giorgio Franco,Angelo Angeli,Paolo Cattania.Il 23 Marzo tocca a Massimo
Turci,dirigente provinciale del Fronte della Gioventù,Umberto
Monterosso,Riccardo Berticca e di altri militanti della destra del quartiere
come i fratelli Giuseppe e Mario
Bortoluzzi,Alfonso Pasquale e Luigi Brusaferri.Il 24 sono perquisite le
abitazioni di altri fascisti come i fratelli Giovanni e Pasquale Alfieri,uno di
loro sarà arrestato per detenzione abusiva di arma da fuoco,di Calogero
Bongiovanni,Sergio Bertazzi,Nicolò Di Primo,Claudio Cereda,Franco
Mariani,Andrea Ferrazzi.Lo speciale del quotidiano La Sinistra descrive
minuziosamente alcuni particolari agli atti delle inchieste."I fratelli
Mario e Giovanni Bortoluzzi,rispettivamente di 19 e 21 anni,sono fascisti
legati con la malavita e il traffico della droga nel quartiere. La sera dopo il
ritrovamento dei cadaveri di Fausto e Jaio, Mario Bortoluzzi viene notato in
compagnia di Marco Barisio.Quando il 23 marzo la Digos si presenta nella sua
abitazione con un mandato che porta la firma del sostituto Spataro,gli agenti
apprendono con stupore che i fratelli Bortoluzzi sono già stati arrestati dai carabinieri.".Il
giorno prima Mario Bortoluzzi e il suo amico Antonio Mingolla cadono con una
moto di grossa cilindrata mentre sfrecciano in prossimità di Inzago.Vengono
trasportati all'ospedale e viene scoperto ,infilato nella cintura di Mario, un
revolver 44 Magnum. Così intervengono i carabinieri di Cassano D'Adda che
arrestano i due ragazzi per porto abusivo di arma da fuoco e ordinano la
perquisizione nelle loro abitazioni. A casa di Mario rinvengono altre due pistole calibro 7,65 e 6,35,oltre a
munizioni,coltelli,armi improprie e una bandiera della Germania nazista.Viene
arrestato anche il fratello maggiore Giuseppe. Mario Brutto dell'Unità commenta
così gli arresti."Risulta abbastanza chiaro quali siano le due branche
dell'inchiesta che operano simultaneamente ma in modo autonomo:da una parte si
indaga negli ambienti della criminalità comune e dall'altra in quelli
dell'estremismo fascista.Nelle ultime ore il primo tipo di indagine è sembrato
quello più probabilmente destinato a raggiungere l'obiettivo ma non si esclude
che proprio nelle ultime battute,possa andare a congiungersi con la
seconda".Nel frattempo indagini parallele vengono effettuate da un
gruppetto di giornalisti che si trovano proprio a casa di Brutto.Cresce la
convinzione che l'omicidio di Fausto e Jaio rappresenti qualcosa di più
complesso.
Subito interrogati da
Armando Spataro,Giuseppe Bortoluzzi e Antonio Mingolla si dichiarano innocenti
ed estranei ai fatti contestati mentre Mario rifiuta di rispondere alle domande
del magistrato.Gli inquirenti trovano nel Bar Pirata di via Pordenone un
impermeabile chiaro di proprietà di Mario Bortoluzzi che secondo le
dichiarazioni della titolare del bar sarebbe stato abbandonato nel locale la
sera del 20 marzo:Mario dice a Spataro di aver lasciato l'impermeabile nel bar
venerdì 17 marzo,il giorno prima dell'omicidio del Casoretto. Gli inquirenti
esaminano altre posizioni di militanti
dell'estrema destra milanese come Luigi Pasquale Brusaferri,19 anni,a
cui il 23 marzo 78 la Digos perquisisce l'abitazione.E' un attivista del
Msi,frequenta via Mancini,la sede storica del partito e si impegna nella
diffusione del Secolo d'Italia. Nell'aprile del 77 è coinvolto nell'inchiesta
sull'omicidio di Gaetano Amoroso e arrestato perché trovato con un coltello a serramanico.La polizia
sequestra nella sua casa un giubbotto color nocciola ma Brusaferri afferma di
averne indossato uno di color blu di proprietà dell'amico Alfonso
Pasquale,scambiato con quello nocciola una settimana prima dell'omicidio di
Fausto e Jaio.Viene interrogato Pasquale che conferma la versione di Luigi
Brusaferri.Tutti frequentano il Bar Pirata di via Pordenone,un luogo
chiaccherato nel quartiere. Sull'utenza del bar il magistrato Armando Spataro
ordina le intercettazioni telefoniche.Il lavoro viene affidato agli uomini di
polizia giudiziaria dietro regolare richiesta.Per quindici giorni il telefono
viene tenuto sotto controllo. Così i poliziotti sentono parlare di impermeabili
chiari e ascoltano la voce tremolante di Mario Bortoluzzi che,in stato di fermo
dopo che gli sono state trovate armi in casa,telefona al Bar Pirata dicendo di
aver bisogno di un avvocato."Trovatemi al più presto un legale"-
strilla dall'altra parte del telefono.Bortoluzzi,secondo le trascrizioni degli
operatori,parla prima con la signora Natalina Mazzocchi,proprietaria del bar
che si lamenta con lui perché un impermeabile di un certo Gigi Cris era stato
lasciato nel locale e protesta per un "certo lavoro" avvenuto.
C'è un altro personaggio
che entra nei verbali di chi indaga sul delitto del Casoretto.Gianluca Oss
Pinter,26 anni,è conosciuto dai gruppi della Nuova Sinistra come un fascista
.La sera del 18 marzo si trova in Piazza Durante:avvertito dell'agguato di via
Mancinelli si precipita,pure lui, sul luogo del delitto.Sembra confuso e
spaventato,quasi temesse ritorsioni da parte dei ragazzi del Centro Sociale e
sparisce dalla circolazione in pochi secondi.Poche ore dopo si presenta
spontaneamente da Spataro e racconta di temere di essere individuato come
possibile mandante dell'uccisione di Fausto e Jaio.Mette agli atti un racconto
inedito." Giorni prima un gruppo di giovani con il volto coperto da
fazzoletti rossi si è avvicinato aggredendomi.Ero in compagnia di Michele
Damato.Ero stato accusato di spacciare eroina nel quartiere".Oss Pinter
afferma di aver conosciuto Iannucci una decina di giorni prima e di conoscere
Fausto Tinelli.Secondo alcune voci raccolte in quartiere Oss Pinter sarebbe
stato udito venerdì 17 marzo fare il nome di Tinelli come uno dei responsabili di
quel pestaggio. Danila respinge le accuse,ancora oggi."E' falso.Molte
testimonianze hanno escluso che Fausto e Jaio avessero partecipato al pestaggio
di Oss Pinter,è una macchinazione di chi voleva sminuire la figura dei due
ragazzi uccisi".Vi è poi un'altra circostanza:nei giorni precedenti
l'omicidio indossa un berrettino da marinaio blu,identico a quello trovato
sotto il corpo di Jaio la sera del 18 marzo.Il cappello è un indizio importante
nelle inchieste. Alberto Ibba, scrittore milanese,nel suo "Leoncavallo:1975-1995,Venti
anni di storia autogestita" spiega bene il particolare."Qualche
giorno dopo l'assassinio,al dottor Spataro che si occupa del caso,i ragazzi del
centro portano un cappellino blu sporco di sangue ritrovato sotto la montagna
di fiori in via Mancinelli.Di chi è quel berretto?E' possibile che sia stato
dimenticato sul posto?O qualcuno lo ha dimenticato successivamente?Ma
soprattutto sono state fatte analizzare le macchie di sangue? E i
capelli?Troppe grossolane mancanze".Carmine Scotti della Digos ammette che
il copricapo non è stato analizzato."C'erano perfino dei capelli biondi-mi
racconta Carmine Scotti della Digos di Cremona. Ma c’è qualcosa in più. Il
cappello blu non è più reperibile nell’Ufficio Corpi di reato del Tribunale di
Milano. Nel decreto di archiviazione della dottoressa Clementina Forleo c’è la
conferma:”Va sul punto evidenziato come il berretto di lana trovato sul posto
del fatto era intriso di sangue e del tutto analogo a quello notato addosso
all’Oss Pinter nei giorni precedenti,non verrà mai sottoposto ad alcun
accertamento risultando,a un certo punto dell’indagine,non più presente tra i
reperti della stessa. Nell’88,infatti,a seguito di apposita richiesta del
giudice istruttore,il responsabile dell’Ufficio Corpi di reato dichiarava che
il berretto in questione non era stato rinvenuto e che con ogni probabilità era
stato eliminato per motivi di igiene in seguito ad alluvioni che avevano
colpito il luogo in cui lo stesso era custodito.”
E' accertato che nelle
settimane precedenti nel quartiere Casoretto si avvertiva un clima
surriscaldato negli ambienti della destra eversiva.Ci sono scritte minacciose
rivolte a militanti della sinistra.Proprio sotto casa di Fausto Tinelli compare
una grossa scritta:"tutti quelli del Casoretto devono morire".Verso
la fine di febbraio una macchina,mini
minor color rosso,era sfreccia davanti
al Centro Sociale Leoncavallo e dalla vettura
gridano " sporchi rossi vi ammazzeremo tutti".La stessa
vettura viene notata aggirarsi nei paraggi del Centro.Una mini minor rossa
seguirà nei giorni precedenti il 18 marzo Danila Tinelli mentre si reca alla parrocchia del Casoretto per battezzare
Bruno,il suo unico figlio rimasto.Un discorso particolare va fatto per ciò che
concerne la perizia balistica.Mauro Brutto dell'Unità è il primo cronista che
indaga sull'arma che uccide in via Mancinelli.Parte da quel proiettile
schiacciato trovato sul marciapiede."Dopo due giorni dovrebbe essere il
dato minimo acquisto dalle indagini invece in un primo momento è stato detto
che il proiettile era di calibro 38 special.Poi la notizia è stata smentita
perché il calibro doveva essere un 7,65.Passata qualche ora viene detto che si tratta di un 38 special.Infine il
proiettile,dopo la nostra insistenza,è tornato ad essere un 7,65.Quando è stato
fatto notare al magistrato che sul luogo del duplice omicidio non sono stati
trovati bossoli,che quindi e' plausibile pensare che fossero state utilizzate
pistole a tamburo e che non esiste nessuna arma di questo tipo di calibro 7,65
sul suo volto si è dipinto un certo imbarazzo"
Il perito balistico
scelto è Teonesto Cerri,ora defunto.Lo stesso che fa brillare nel ’69
l’esplosivo contenuto in una valigetta,ritrovata alla Banca Commerciale di
Milano,poco dopo la strage di Piazza Fontana.una prova schiacciante che avrebbe
aperto fin da subito i veri scenari della strategia della tensione.Traccia un
esame che esternamente sembra accurato ma poi presenta defezioni
grossolane."Il duplice omicidio venne effettuato mediante una sola arma da
fuoco calibro 7,65,utilizzando proiettili mantellati di fabbricazione
Winchester.La canna dell'arma ha una rigatura composta da sei righe
destrorse".Umberto Gay e Fabio Poletti sono esperti di armi.Il loro
puntuale lavoro di cronaca arriva a smontare pezzo dopo pezzo la perizia
ufficiale."Dall'esame dei segni lasciati dalla rigatura della
canna-scrivono i colleghi-non si deduce solamente,come è stato fatto,la
cosiddetta identità specifica che indica che due o più proiettili confrontati
tra loro siano o non siano sparati con la medesima arma :si può rilevare le
caratteristiche di classe dell'arma che li ha sparati.Le caratteristiche di
classe si ottengono dall'esame dei segni macroscopici lasciati dalla rigatura
variano in maniera consistente tra marca e marca.Ad esempio la larghezza delle
righe di produzione Beretta è molto diversa da quella di una canna di pari
calibro di produzione Valther".Nel testo di Cerri manca la descrizione del
revolver Smith & Vesson calibro 44 Magnum con cinque cartucce trovato
addosso ad Antonio Mingolla,di due bossoli e di un certo numero di cartucce
calibro 19 e 7,65 trovate nell'abitazione dei fratelli Bortoluzzi.Sia sulla
Beretta calibro 7,65 che su quella 6,35 mancano le indicazioni del
modello,visto che l'azienda Beretta ha prodotto armi a partire dal
1915.Risulterebbe sommario l'esame dell'unica pistola che avrebbe potuto
sparare quella sera in via Mancinelli,la Beretta 7,65,matricola AO4667W trovata
sempre a casa dei fratelli Bortoluzzi."Dalla perizia si rileva dapprima
che fortemente deformata e priva di guancine e poi si conferma che la
trasformazione è dovuta al martellamento e non è stato possibile effettuare lo
smontaggio ne precisare l'epoca dell'ultimo sparo. A giudicare dal numero di
matricola,dovrebbe trattarsi di una Beretta modello 70,di produzione poco
successiva al 1968,anno in cui l'azienda passò dal sistema di matricolazione a
una lettera a 5 o 6 cifre a quello attuale con 5 numeri preceduti e seguiti da
una lettera.E' una pistola che è stata costruita in migliaia di esemplari,con
fama di ottima affidabilità e una capacità di caricatore di 8
cartucce.Purtroppo di questa pistola in
reperto manca una documentazione fotografica che consenta di apprezzare
l'entità delle deformazioni che ha subito.Del resto non ha senso cercare di
distruggere la possibilità di esaminare un'arma a meno che non vi sia un motivo
preciso per farlo"(Dal dossier di Gay e Poletti)
La polizia sequestra ad
alcuni neofascisti del Casoretto due impermeabili bianchi e tre giubbotti
marroni.Non viene eseguita la prova del guanto di paraffina anche se tecnicamente e' fattibile a
Pavia.Si possono ricercare tracce di pulviscolo di antimonio proveniente dagli
inneschi delle cartucce che al momento dello colpo si diffonde nell'aria
depositandosi sulla mano e sul braccio di chi spara.Le inchieste di Polizia
giudiziaria di Milano si fermano qui.Il 5 luglio 1978 una delegazione di
"mamme antifasciste del Leoncavallo" interpella telefonicamente
l'ufficio dell'allora presidente del Tribunale di Milano Piero Pajardi.Chiedono
che sia fatta luce sull'omicidio. Dall'altra parte della cornetta la segretaria
risponde che "l'istruttoria pende presso la locale Procura della
Repubblica,non ha natura politica essendo emersi fatti di droga".Qualche
me se più tardi la tesi viene confermata dallo stesso Pajardi.Il tam tam della
controinformazione è incessante.Migliaia di ragazzi raccolgono le
informazioni che poi vengono vagliate
dalle redazioni di alcuni giornali.E' una rete,la stessa che in quel quartiere
costruisce la mappa dello spaccio di eroina.Per il quotidiano Lotta
Continua di venerdì 9 marzo 1979
"non si tratta di stasi delle indagini,il disinteresse di polizia e
magistratura è solo apparente in quanto nasconde la volontà di non arrivare in
tempi celeri alla verità".Per Gay e Poletti "le colpe dell'Ufficio
Istruzione e del Tribunale di Milano
sono gravi,anzi gravissime".Il fascicolo di Armando Spataro finisce nelle
mani dei giudici istruttori Graziella Mascarello,Attilio Barazzetta.Fino a
Guido Salvini .Mascarello e Barazzetta non sono mai stati messi nelle condizioni idonee per lavorare con serenità
sul caso.Senza strumenti informatici che avrebbero potuto dare un accelerazione
alle indagini, i due magistrati vengono isolati,pressati da decine e decine di
istruttorie meno importanti,con imputati vivi,magari detenuti.Lavorano nei
ritagli di tempo o per scelta volontaristica.Le cose vanno meglio
per Guido Salvini,giudice istruttore che è giunto a un millimetro da una
verità provata nell'omicidio di Fausto e Jaio.
Salvini è un grande
conoscitore dei misteri d'Italia.In questi anni ha lavorato senza tregua
ricostruendo i meccanismi della strategia della tensione nell'inchiesta su
Piazza Fontana e sull'eversione nera in Italia.Ci sono voluti quattro anni di
indagini svolte sull'attività di gruppi eversivi,contenute in 626 pagine di
ordinanza.Descrive lo scenario in cui avvenne la strage del 12 Dicembre 1969 da
dove partì l'attività dei gruppi terroristici di isprazione fascista. Salvini
lavora duro anche sul caso di Fausto e Jaio.Le intuizioni di Armando
Spataro,Carmine Scotti,Mario Amato riempiono gli scaffali del suo armadio dove
è racchiuso gran parte del materiale documentale.Le sue intuizioni sono
determinanti. C'è la consapevolezza di
chi indaga per davvero e conosce i meccanismi politici e militari che spingono
settori della destra eversiva romana a uccidere Fausto Tinelli e Lorenzo
Iannucci.Sono anni di interrogatori serrati,confronti in carcere.Si hanno
indizi,non prove.Umanamente Salvini non dimentica quei volti che ogni anno si
presentano nei suoi uffici per cercare risposte concrete,anche solo mezze frasi
che possano dare speranza a chi è stato offeso.Ha un rapporto speciale con le mamme del Leoncavallo,soprattutto con
Danila Tinelli.Il 22 febbraio 1991 si ritrovano tutte insieme a Palazzo di Giustizia.Dice Salvini
."Sto facendo di tutto ma per me è difficilissimo perché se uno è fuori va
subito dentro,se è dentro gli cadono i benefici per buon comportamento.Chi parla
se è dentro parte da zero.(tratto da un documento stenografico della
conversazione realizzato dalle mamme del Leoncavallo).Una di loro chiede perché
i fascisti non hanno mai rivendicato l'omicidio di Fausto e Jaio?."Per due
ragioni-dice il giudice- perché è vergognoso,non è lotta contro lo Stato,perché
tre o quattro sono in galera ma almeno un paio sono ancora fuori".Passa
più di un anno dalla prima visita e le mamme tornano alla carica da Salvini.E'
il 18 marzo 1992."L'omicidio viene rivendicato con la sigla Nucleo Franco
Anselmi.Non fu l'unica volta.Venne fatta una rivendicazione dopo un attentato
ad una sede del Pci a Roma.Anselmi morì durante una rapina all'armeria di
Danilo Centofanti,la più grande di Roma.Fu un'azione per il reperimento delle
armi. Anselmi venne ucciso dall'armiere.Si è evidenziato che le persone che ho
indiziato ed altri che magari non andranno a processo avevano messo una bomba
nella stessa armeria dove morì Anselmi,nel maggio 1978.Anselmi muore il 6
marzo,il 18 uccidono Fausto e Jaio e dopo mettono una bomba nella sede del Pci
e nell'armeria.Le sigle sono identiche,quella usata per il delitto del
Casoretto e per la sede comunista.Un pò diversa quella usata per
l'armeria.Intorno a Giusva Fioravanti circolano sette,otto persone tutte legate
a Franco Anselmi.Si firmarono così poi il gruppo verrà sciolto.Valerio non ha
partecipato all'omicidio perchè era agli arresti a Pordenone.Ho interrogato
diverse volte sia Giusva che Francesca Mambro ma non mi hanno mai detto
niente,sono rimasti sempre senza fiato.Io penso che a Milano siano venuti due
di loro,quelli più vicini a Franco Anselmi.Potrebbero essere stati loro,a
Milano erano di casa.Al momento,però,non potrei fare un accusa di omicidio
perchè non ci sono prove.Valerio ha tentato di uccidere il militante
dell'Autonomia Operaia Andrea Bellini mentre i due arrivati il 18 marzo 78 da
Roma misero la bomba nell'armeria.L'omicidio di Fausto e Jaio nasce dopo la
morte di Franco Anselmi,a lui erano legati,lo sentivano come una parte di
loro.Nasce dunque da una cosa personale.Dei tre uno è passato alla malavita
super,alla Banda della Magliana ed è accusato dell'omicidio Pecorelli,eseguito
con altissimo livello professionale.Gli assassini avevano la struttura del
militante non del mafioso che avrebbe adottato un rituale del tutto
diverso.Portavano trench chiari,esattamente come i Nar,impermeabili che
consentivano di coprire armi lunghe,mezzi fucili,mitragliette.Nel gruppo Nar
era consuetudine utilizzare la tecnica del sacchetto di plastica per trattenere
i bossoli.Si vedeva già allora che non era cosa da malavita.Io ho girato
l'Italia in lungo e in largo,interrogato centinaia di persone ma non mi do per
vinto".(Tratto da una registrazione sonora del colloquio tra le mamme del
Centro Sociale Leoncavallo e il giudice Guido Salvini e dalla trascrizione
stenografica che il Centro ha realizzato)Salvini ha ascoltato gran parte dei
protagonisti dell'eversione romana ma su Fausto e Jaio nessuno sembra
aprirsi.Ancor oggi.
QUEL TRENO CHE PORTA A ROMA
La corsa degli assassini
si dirige verso in Stazione Centrale,a Milano.Lì prendono il treno espresso per
Roma Termini.Si confondono tra i passeggeri,leggono,fingono di non
conoscersi,tengono un comportamento che non desti sospetto.Di mattina sono a
destinazione,viaggiano da Milano a Roma per tutta la notte.Il tratto è lungo e
potrebbe essere rischioso così si sistemano nei vari scompartimenti ,come detta
il codice dei terroristi:mai farsi trovare nello stesso punto,in caso di fermo
negare ogni evidenza,le armi del delitto devono essere al sicuro così da
risultare puliti ad ogni controllo.Hanno letto il codice di comportamento che
ogni organizzazione terroristica stila per i suoi militanti.Loro avranno tra i
venti,ventitre anni, e un riconoscimento attraverso identikit sarebbe difficile
in quanto l'unica teste, Marisa Biffi , che li ha visti sparare ,è in grado di
descrivere il loro abbigliamento(impermeabili bianchi) ma i sei,sette metri che
la separano dai killer impediscono di fornire dati certi per delineare il loro
volto.Sul treno che porta a Roma certo
rivedono come in un film la scena dell'omicidio,ricordano gli attimi
culminanti,ripassano a memoria ogni particolare da recitare nel caso venissero
arrestati. I giorni di appostamento,le informazioni ricevute dai camerati di
Milano,l'attesa fumando decine di sigarette davanti al portone dell'Anderson
School,in via Mancinelli.Poi l'incontro con quei due ragazzi di poco più
giovani di loro ma così diversi,opposti,non solo per le idee che avevano.La
fuga a piedi verso il Leoncavallo,dentro nelle rientranze del garage oppure in
via Chavez.Infine l'appuntamento nell'atrio della stazione davanti alla scala
mobile."Qualcuno potrebbe averci visti-dice uno di loro- A quest'ora
potrebbe spifferare tutto alla polizia o ai carabinieri".Una sicurezza che
deriva dalle coperture che il commando sembra avere mentre escogita .Il treno
schizza via, macina chilometri lungo la pianura padana,poi dentro le
gallerie come quella di San Benedetto
Val Di Sambro dove una bomba uccise decine di persone il 4 agosto 1974 sul
treno Italicus,la stessa che dieci anni più tardi ,alla vigilia di Natale del
1984, vide la morte sul rapido 904.Dopo la Bologna-Firenze in poche ore si
arriva a Roma,le colline della Toscana,il Lago Trasimeno.Arrivati alla stazione
di Roma Termini,fuori sul piazzale,il gruppo di fuoco del Casoretto si
ricompone ma solo per pochi secondi. C'è il tempo di comprare il
giornale."Agguato a Milano.Due giovani ragazzi dell'extra-sinistra sono
stati uccisi in via Mancinelli"-titoleranno in molti.Guarderanno quei
pezzi su tutti i principali quotidiani.Passati i cancelli entrano nell'atrio,la stazione è presidiata da
poliziotti e carabinieri,temono attentati.Si dividono ancora poi fuori formano
un piccolo capannello.Si danno appuntamento per la sera,magari in via Siena
oppure prima dell'aperitivo al Bar Fungo o al Penny.Poi via di corsa in
macchina verso casa,al sicuro,lontani da occhi indiscreti."Si trovavano
spesso lì,di sera-mi dice Carmine Scotti,poliziotto,tra i più impegnati
nell'inchiesta sull'omicidio del Casoretto".A quell'ora,a Milano,550
chilometri più a Nord Danila Tinelli e Iaia Iannucci sono ancora sveglie,hanno
fatto la notte in bianco,su e giù per il corridoio di casa loro,piangendo da
sole con un fazzoletto."Per tutta la notte non ho chiuso occhio,mi
immaginavo la scena dell'omicidio e nel buio vedevo gli
assassini,freddi."-mi dice Danila,quasi con terrore."Sentivo che
venivano da lontano,quelle macchine targate Roma,quei rituali non appartenevano
solo alla nostra città.Pensavo anche a quanti,all'indomani,si sarebbero
svegliati come se niente fosse accaduto ,niente di grave almeno.Dopo aver
ucciso a sangue freddo sarebbero tornati alla vita di tutti i giorni."
La storia dei killer del
Casoretto parte da lontano.Sono i loro caratteri ribelli,senza
bandiera,violenti a mutare il senso del destino di molte vite umane,come quelle
stroncate di Fausto e Jaio.Certo non si
vestono come i ragazzi di sinistra,non parlano con il gergo di quei tempi:hanno
la stessa età ma si trovano su un'altra barricata,pronti a scontrarsi contro
quello che definivano "il nemico rosso".Una storia che si confonde
con quella della destra milanese. E i fatti che fanno da sfondo si snodano
sempre lungo quei 550 chilometri di ferrovia che collega la ex capitale morale
d'Italia con Roma. E' il 1975,anno che segna il mutamento nella loro strategia.
A Milano i sanbabilini dettano legge,aggrediscono i passanti,minacciano quanti
portano giornali di sinistra,uccidono ragazzi come Alberto Brasili.Il 28
febbraio1975 viene ammazzato a Roma Mikis Mantakas,studente dirigente del
Fuan,l'organizzazione degli universitari di destra.Qualche giorno prima di
Mantakas cadono altri militanti della destra: i fratelli Mattei periscono nel
rogo di Primavalle a causa dell'incendio della casa del segretario della
sezione missina.Il greco viene freddato da un solo colpo di pistola in Piazza
Risorgimento, adiacente alla sezione del Msi di via Ottaviano.Lì accanto a
Mantekas c'è Franco Anselmi.Appena avvertito dell'omicidio chiama a rapporto
una quindicina di militanti del Msi,esce dalla sezione,si mette in volto un
passamontagna che diventerà,da quel giorno,inseparabile indumento di mille
scorribande.Anselmi è un leader di quel gruppo che si va formando a Roma nella
destra estrema.E' irrequieto,ribelle,non sopporta l'ordine
precostituito,nemmeno quei dirigenti del suo partito che "stanno mollando
la lotta contro i rossi".Viene da quella borghesia romana che non disdegna
essere etichettata come fascista.Frequenta un liceo privato,il Federico
Tozzi,lontano da quelle che definirà " scuole inquinate dai
comunisti".Intorno al Tozzi le scuole sono in mano ai gruppi della Nuova
Sinistra,a Lotta Continua,Potere Operaio,Avanguardia Operaia.Spesso "i
compagni" lo aspettano fuori da scuola.Un abbigliamento preso in prestito
dai più grandi,come quei "sanbabilini" che a Milano imperversavano e
dettavano la moda da seguire:le scarpe a punta modello Barrow's,capelli a
spazzola,la cintura di Gucci,il vespino bianco con la bandiera tricolore sulla
destra del cupolino. Nell'immaginario di quella generazione di fascisti San
Babila era una certezza.Il suo odio si
trasforma dunque in avversione contro un sistema:decide cioè di
"elevare il livello dello scontro",emulando le Brigate Rosse e Prima
Linea.E' una guerra senza frontiere,per le vie di Roma.Chi porta blue jeans
scampanati stinti,capelli lunghi non può passare in certe zone.La città è
divisa dai colori nero e rosso.Si sa che al Parioli ci sono i fascisti duri,che
a Primavalle,Cinecittà,San Lorenzo i compagni sono più forti.I neri di
Monteverde vengono definiti dalla questura romana come "i più pericolosi".In quella sezione del Msi
partono gran parte delle azioni:nel gruppo originario c'è Franco Anselmi,i
fratelli Giusva e Cristiano Fioravanti,Alessandro Alibrandi,figlio del famoso
giudice e una ventina di ragazzetti che scopiazzano le gesta dei capi.
Nell'ambiente dei neri romani c'è fermento. C'è chi studia il fenomeno
.Giancarlo Capaldo,Loris D'Ambrosio,Pietro Giordano,Michele Guardata e Alberto
Macchia(il pool dei magistrati Romani che proseguono e sviluppano le inchieste
del giudice Mario Amato ucciso dai Nar il 23 giugno 1980) tracciano il filo
della memoria."Verso la metà degli anni Settanta prende piede e trova
immediata diffusione una diversa forma di lotta,una certa illegalità di massa
che contesta la validità della scelta militare e clandestina e propugna forme
collettive e violente di contestazione che assumono carattere di aperta
rivolta;viene teorizzato il superamento del centralismo e della delega e sono esaltate
la spontaneità e la collettività della ribellione.Parallelamente al declino
delle forze politiche istituzionali di destra che vanno rapidamente perdendo
peso ed influenza sulla scena politica,subiscono una grave crisi le
organizzazioni extraparlamentari neofasciste.Al di là di qualche radicalismo di
facciata,la destra extraparlamentare aveva svolto compiti di restaurazione e
conservazione,perseguendo a volte una linea nostalgica di ristrutturazione
autoritaria dello Stato oppure assicurando stabilità ai rapporti di forza
esistenti e ostacolando l'ingresso nell'area di governo di nuove classi sociali
attraverso la creazione di situazioni
di pericolo o tensione".
I fascisti che si
attivano nella svolta del 75 sono anticomunisti viscerali, capaci di mobilitarsi
in uno scontro fisico contro le masse di sinistra che negli ambienti giovanili
sono egemoni,si richiamano ai valori della società cristiana occidentale e sostengono a spada tratta una politica
internazionale di assoluta fedeltà alla Nato.I nuovi eredi del fascismo sono
armati di tanto spontaneismo e di pistole. I pestaggi sono all'ordine del
giorno.Nel primo anniversario della morte di Mikis Mantekas Franco Anselmi e
gli altri del gruppo Monteverde attendono due ragazzi che avranno la loro età fuori
dal liceo Tacito.Avevano nella tasca una copia del giornale Lotta
Continua,capelli lunghi,jeans scampanati.Si guardano,tirano fuori i coltelli ma
non uccidono.Qualcosa accade pochi giorni dopo quando in uno scontro con
compagni davanti all'istituto Fermi Valerio Fioravanti e Franco Anselmi
impugnano i revolver e fanno fuoco. Uno,due,tre colpi,senza mirare qualcuno in
particolare,nel mucchio.Il battesimo di fuoco del gruppo inizia così,con un
ragazzo in fin di vita all'ospedale.La stessa scena si ripete a Milano ma ha
altri protagonisti.E' il 27 aprile 1976.In via Guerrini ,sede del Msi,si
trovano tutte le sere ragazzi di età
compresa tra i 23 e i 27 anni.Quella sera c'è malumore in sezione.La Questura
ha appena comunicato il divieto di tenere manifestazioni il giorno dopo,in
occasione del primo anniversario della morte di Sergio Ramelli.Si respira un
clima che precede la violenza.Poi improvvisamente la sede si
svuota."Avevano segnalato dei compagni nei pressi,temevamo
aggressioni"-diranno qualche anno più tardi.Poco più in là c'è un
gruppetto di ragazzi di sinistra.Uno di via Guerrini tira fuori il coltello.In
rapida successione sferra colpi mortali sul corpo di Gaetano Amoroso,Tano per
gli amici,di 21 anni. L'arma passa a turno nelle mani dei componenti del
commando in una sorta di macabro rituale.Vengono feriti Carlo Palma di 22 anni
e Luigi Spera di 20 anni."Puntavano verso di noi-dirà uno degli scampati
al Giorno-Quando sono arrivati alla nostra altezza,uno ha cercato di colpirmi
con un pugno.Sono riuscito ad evitarlo e a fuggire".Un ragazzo e una
ragazza la fanno franca .Amoroso,un militante del Partito Comunista
marxista-leninista, tenta una fuga disperata ma nei pressi della sua
abitazione,in via Uberti, soccombe.Uno degli aggressori dice al giudice
istruttore che"da come vestivano sembravano di sinistra".La polizia
arresta nove persone:GianLuca Folli,Marco Meroni,Angelo Croce,Luigi
Fraschini,Antonio PietroPaolo,Danilo Terenghi,Walter Cagnani Claudio Forcati e
Gilberto Cavallini.Portano giubbotti di pelle con pelo,stivaletti , il passo
veloce.
Cavallini ,grazie ai
suoi rapporti con i fascisti veneti come Massimiliano Fachini e la vecchia
guardia stragista,e' il più vecchio del gruppo.Due anni prima spara alcuni
colpi con il suo revolver 7,65 contro un benzinaio reo di avergli rifiutato il
rifornimento.Di famiglia fascista ,entra dapprima nella Giovane
Italia,primordiale esperienza del neofascismo di San Babila,poi nel Msi.A
scuola va al Feltrinelli,territorio di Avanguardia Operaia:così ha dovuto cambiare
aria dopo ripetute minacce.Entra in carcere nell'aprile del 1976 con l'accusa di aver organizzato l'agguato
contro Tano Amoroso e riesce ad evadere mentre viene trasferito al carcere di
Brindisi."Ero in viaggio con due carabinieri.Chiesi di fermare la vettura
per fare pipì.Mi fu concesso,il terreno era in pendio e io approfittai della
lenta tenuta della catena da parte del
milite per calare giù a valle"(tratto dalla deposizione in aula alla seconda Corte d'Assise d'appello).Da
quel giorno d'estate del 1977,Cavallini è ufficialmente latitante ma
libero.Nelle strade e nelle piazze romane
nasce lo spontaneismo armato di destra.Proprio in quei mesi Cavallini
inizia a frequentare quel mondo e si sposta decine,centinaia di volte lungo
l'asse ferroviaria che da Milano porta a Roma.Il suo amico inseparabile,Giusva
Fioravanti, si trova nel carcere militare di Peschiera ma a Roma ,i suoi
amici,non perdono tempo.Il 30 settembre i fascisti aggrediscono un giovane di
Lotta Continua :per lui c'è la prognosi riservata.La risposta della Nuova
Sinistra è immediata:Alcune migliaia di persone si danno appuntamento nei
pressi della sezione dell'Msi della Balduina.Gli scontri si ripetono
ininterrottamente fino alle otto di sera quando Cristiano Fioravanti,fratello
di Giusva,e Alessandro Alibrandi estraggono una pistola e fanno fuoco a turno
sul gruppetto .Walter Rossi muore,il benzinaio Giuseppe Marcelli viene ferito
in modo grave.Cristiano e Alessandro si contendono la pistola.Rossi e' di Lotta
Continua,nemico giurato di quelli di Monteverde.E' appena tornato dal convegno
bolognese contro la repressione,nel settembre 1977,che segna la fine di quel
movimento.Cronologicamente è il primo morto del gruppetto che fa capo a Giusva
Fioravanti,Franco Anselmi,Alessandro Alibrandi e Cristiano Fioravanti.Gli
scontri vanno avanti senza tregua,in una sorta di ping pong dove al posto delle
palline volano proiettili di fuoco.
Il 1978 ,l'anno
dell'omicidio di Fausto e Jaio,comincia male. Roma si divide a macchie di
leopardo:vi sono zone rosse e zone nere,impraticabili per gli avversari;e zone
di colore sfumato dove i rapporti di forza sono più equilibrati e i gruppi si
fronteggiano in continua tensione.Sul tardo pomeriggio del 7 gennaio escono due
ragazzi da una sezione missina in via Acca Larentia,nel quartiere del
Tuscolano.Escono veloci perché li attende un volantinaggio dall'altra parte
della città.Poco più in là sopraggiunge una Renault 4 rossa,scarica quattro
giovani che bloccano il passo ai due missini,estraggono una mitraglietta Skorpion e fanno fuoco.Franco
Bigonzetti cade sul colpo mentre Francesco Ciavatta viene portato al San
Giovanni dove spira dopo pochi minuti.La Renault 4 rossa carica il gruppo del
commando e si dilegua nel buio.La Skorpion uccide anni dopo: le Br liquidano Roberto
Ruffilli,l'ex sindaco di Firenze Lando Conti e l'economista Ezio Tarantelli con
la stessa arma.Bigonzetti e Ciavatta hanno rispettivamente diciannove e
diciotto anni.La giornata non finisce qui.La notizia del duplice omicidio fa il
giro della città e in pochi minuti al Tuscolano arrivano migliaia di
fascisti pronti a vendicare Ciavatta e
Bigonzetti.Davanti al sangue di Bigonzetti c'è un fiume in piena,la tensione è
forte e basta la presenza di un giornalista del telegiornale per scatenare il
tumulto.In pochi minuti via Acca Larentia viene travolta da ragazzi armati di
bastoni e pistole che inseguono poliziotti,mentre i carabinieri lanciano
lontano i loro lacrimogeni.Infuria la battaglia e ad un ufficiale
dell'Arma,Edoardo Sivori parte un colpo che toglie la vita a Stefano
Recchioni,pure lui di diciannove anni.Valerio,Alessandro,Franco,Cristiano
vedono scorrere la loro vita,come in un film.Si scatenano contro chi ha ucciso ma anche contro il loro
partito,l'Msi.Dietro alle gesta dei capi indiscussi si muove un vero esercito
di ragazzotti di buona famiglia ma anche provenienti da quartieri proletari.In
quell'ambiente matura l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci e nei
rapporti tra i fascisti romani e quelli milanesi in evidente stato di difficoltà.Gran
parte di loro confluirà nel Fuan di via Siena,nella primavera del 1979.Nel
libro "La destra eversiva" Franco Ferraresi spiega bene
nomi,cognomi,interpreti."La sede del Fuan di via Siena diviene il
principale punto di riferimento,anche logistico,di alcuni personaggi più
violenti dell'eversione nera di Roma.Si tratta,fra gli altri,dei fratelli
Fioravanti,Alessandro Alibrandi,Francesca Mambro,Massimo Carminati,Stefano
Tiraboschi,Dario Pedretti,Stefano e Claudia Serpieri,Elio Di Scala,Carlo e
Massimo Pucci,Alessandro Pucci,Walter Sordi,Mario Corsi,Marco Di
Vittorio.Quelli di via Siena,nelle parole degli inquirenti,hanno un passato da
picchiatori negli scontri di piazza e taluno come rapinatore.Si tratta come si
può intuire di uomini orientati allo scontro fisico,poco inclini
all'elaborazione di una teoria rivoluzionaria:rifiutando ogni disciplina di
partito o di gruppo,e ogni ipotesi di tempi lunghi e graduali per la
rivoluzione,essi intendono uscire dalla ghettizzazione della Destra storica e
andando oltre l'attivismo inteso come pestaggio squadrista,impostando vere e
proprie azioni militari".("La destra eversiva",Franco
Ferraresi,pagina 82)Sono i primi vagiti dei Nar,Nuclei Armati Rivoluzionari .
Dopo l'uccisione di
Bigonzetti e Ciavatta il gruppo intraprende nuove strade,cerca vendette,compie
un vorticoso "salto di qualità" di tipo militare. I magistrati
D'Ambrosio,Capaldo,Giordano,Guardata e Macchia inquadrano gli eventi sul piano
storico."L'ambiente aveva reagito confusamente alla morte dei due missini prima
con disordini spontanei di piazza e il ferimento,nella stessa serata del 7
gennaio,di un simpatizzante di sinistra,colpito di striscio alla nuca da un
proiettile mentre si trovava alla Balduina in compagnia di amici.Il vero salto
di qualità militare avviene la sera del 28 febbraio 1978,con l'uccisione di
Roberto Scialabba e il tentato omicidio di Nicola Scialabba,raggiunti da colpi
di arma da fuoco esplosi da un'autovettura:in tale occasione l'individuazione
degli obiettivi era stata del tutto casuale e indeterminata,salvo che per la
loro militanza nell'opposta area politica"("L'eversione di destra a
Roma dal 77 all'83:spunti per una ricostruzione del fenomeno",pag.214)E'
una sera di febbraio.Il gruppo si ritrova come sempre al Bar Fungo,nel
quartiere dell'Eur.Cristiano e Giusva Fioravanti,Alessandro Alibrandi,Franco
Anselmi discutono per ore ."Bisogna vendicare Mikis Mantakas- dirà uno di
loro.Quel giorno cade il terzo anniversario della morte del greco. Anselmi
ricorderà che "oltre a Mikis dobbiamo vendicare anche Ciavatta e
Bigonzetti". C'e'stata una fuga di notizie dal carcere di Regina
Coeli."Pare che a sparare ad Acca Larentia siano stati i compagni del Don
Bosco-scrive Giovanni Bianconi ( "A mano armata",Baldini e Castoldi
Editore).Così salgono sulle macchine,insieme ad altri quattro e vanno al Don
Bosco.Sono a caccia di una vittima sacrificale.Scorgono nella penombra tre ragazzi,sono vestiti proprio come il
loro nemico,con i capelli lunghi e i jeans scampanati e stinti.Si guardano e in
una frazione di secondo capiscono che dovranno agire,da lì a poco.Cristiano
Fioravanti racconta anni dopo i retroscena di quell'omicidio.
Lo fa davanti al giudice
istruttore di Roma,il 12 marzo 1982."Dalla macchina scendemmo io,Valerio e
Anselmi.Io ero armato di una pistola Flobert calibro 6 modificata in modo da
sparare colpi calibro 22.Valerio aveva
una 38 Franchi Llama 6 pollici e Anselmi una Beretta calibro 7,65".I tre
fanno subito fuoco,senza esitare.Cristiano dice di aver colpito una delle
persone che erano nel giardinetto.Poi la Flobert improvvisamente si
inceppa.Anselmi scarica l'intero caricatore mentre Giusva sale a cavalcioni sul corpo di Scialabba e lo
fredda con due colpi alla testa.E'un esecuzione in piena regola.
Fuggono,raggiungendo le auto e i complici che li coprono.Una telefonata
all'Ansa rivendica l'azione: Gioventù nazional-rivoluzionaria.La polizia
interviene nel luogo del delitto,perquisisce Roberto Scialabba e gli trova
addosso due spinelli di marjuana. Così inventa il movente."E' una zona di spacciatori,l'omicidio
è certamente maturato nell'ambiente della droga-detterà ai giornalisti un
funzionario della Digos".Strane analogie con il delitto del Casoretto.Si
ricorderanno le parole del capo Gabinetto della Questura milanese,pochi minuti dopo
l'uccisione di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."E'un omicidio nato da
una faida interna a gruppi della sinistra extraparlamentare e al mondo della
droga".
Mancano
pochi giorni all'omicidio di Fausto e Jaio.Roma, 6 marzo 1978,sono le 16,10.Nell'armeria dei fratelli
Danilo e Domenico Centofanti entrano due ragazzi,chiedono di fare acquisti ma
mentre il titolare si gira per un attimo estraggono le armi.Costringono i
proprietari del negozio ad aprire la cassaforte dove erano custodite le
pistole. Danilo e Domenico Centofanti vengono rinchiusi nel bagno.L'azione è
fulminea ma qualcosa non funziona e mette scompiglio nei piani dei
rapinatori.Un anziano maresciallo dei carabinieri,Rosario Rizzo,amico dei
titolari,passa di lì,scorge il terzo uomo che fuori dall'armeria fa il
palo.Viene rinchiuso pure lui nel bagno. I rapinatori stanno per
allontanarsi,si sentono sicuri.Intanto Danilo Centofanti riesce a
liberarsi,prende una pistola e spara alla schiena di un ragazzo che muore
all'istante, sull'ingresso dell'armeria.Sono gli ultimi attimi di vita di
Franco Anselmi.La Digos,nel rapporto del 7 marzo 1978(foglio 2 e volume 2-12 e
volume allegato C)"rinviene il corpo dell'Anselmi riverso bocconi
all'ingresso dell'armeria;nella tasca dell'impermeabile la mano destra stringeva
ancora,con il dito sul grilletto,una pistola Beretta calibro 7,65 con la
matricola punzonata".Gli inquirenti si recano più tardi a casa di Franco
Anselmi e sequestrano un piccola agendina con sopra dei nomi annotati in
rosso.Sono quelli di Alessandro Alibrandi,Massimo Rodolfo,Enrico Lena,PierLuigi
Iachelli,Stefano Tiraboschi,Cristiano Fioravanti,Paolo Cordaro,Alberto
Giaquinto(che poi morirà il 10 gennaio 1979 durante una manifestazione del Msi
a Centocelle) e Massimo Carminati.Con quest'ultimo Anselmi frequenta l'Università di Perugia,dividono lo
stesso mini appartamento,sono amici inseparabili,insieme fanno politica nel
gruppo Monteverde ma stringono i legami con la criminalità organizzata e con la
nascente attività della Banda della Magliana.La pista del delitto Casoretto
parte proprio da minuscoli particolari
che messi insieme delimitano quanto potrebbe essere accaduto in quella sera del
18 marzo 1978,intorno alle 20,in via Mancinelli.Il clima negli ambienti della
destra romana era surriscaldato.Sul finire del 77 nasce un gruppo numericamente
forte,militarmente preparato,composito,legato da fortissime amicizie
personali.Uno dei leader indiscussi e proprio Franco Anselmi.Lo confermano
Francesca Mambro,Giusva e Cristiano Fioravanti ai giudici .I morti si
susseguono a ritmo incalzante anche nelle file della destra eversiva ma è l'uccisione di Bigonzetti e Ciavatta che fa scattare la molla della
rappresaglia. Nell'omicidio di Roberto Scialabba si verifica la perfezione
tattica arriva alla perfezione professionale
e si affina la tecnica contro un bersaglio mobile.In una rapina muore Franco
Anselmi.Il gruppo sbanda ,non riesce a trovare un'identità precisa.Franco
Anselmi usa sparare con una Beretta 7,65.In via Mancinelli la pistola che
uccide Fausto e Jaio sarà proprio una 7,65 e
due dei tre killer porteranno
impermeabili bianchi.Un tentativo di emulazione,una sorta di marchio.Seguiamo
la pista.Pochi giorni dopo il duplice assassinio dei ragazzi del Leoncavallo la
rivendicazione più accreditata è quella dell'Esercito Nazionale
Rivoluzionario,Brigata Franco Anselmi",una sigla che compare solo in un'altra occasione .I magistrati del
processo Nar 1 scrivono che "gli episodi criminosi politicamente
caratterizzati erano stati immediatamente rivendicati da gruppi come Nar o
Nuclei Anselmi Rivoluzionari,salvo qualche eccezione nella quale è stata
utilizzata una denominazione affine,comunque riferibile ad una medesima
matrice".Infatti tra gli episodi contestati al processo c'è anche quello
di Milano.Nel capitolo G si parla di "attentati di vario genere e livello
contro elementi o strutture di diversa linea politica ovvero impianti o servizi
di pubblica utilità,azioni volte al tempo stesso a creare un diffuso clima di
terrore nel quadro di un più generale programma di destabilizzazione
dell'assetto costituzionale e democratico nonché a mantenere salda tra i
militanti la coesione sugli obiettivi finali"(Processo Nar 1,pagina
15,capo d'imputazione l'omicidio di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli commesso
il 18 -3-78).Loris D'Ambrosio è stato l'erede dell'opera di Mario Amato ucciso
dai Nar perché aveva compreso disegni politici e ispiratori del gruppo.Ora sta
al Ministero di Grazia e Giustizia ma per anni ha seguito le inchieste
sull'eversione della destra romana.E' una persona caparbia e paziente.Telefono
a lui decine di volte,con l'ansia di chi vuole conoscere.Risponde con la stessa
precisione di chi ha letto e studiato
per anni le carte processuali."Chi si firma con il nome di Anselmi doveva
essergli molto amico,quasi in simbiosi" .
IL FILO DELLA MATASSA
Il giudice Leonardo
Grassi,autore di tante inchieste mi accoglie nel suo ufficio al terzo piano.Gli
armadi sembrano cadere sotto il peso delle carte.E' un magistrato abile,che ha
lavorato con molti altri suoi colleghi per districare la complessa matassa di
connivenze con apparati dello Stato e fascisti che sta dietro alla strage del 2
Agosto 1980 alla Stazione di Bologna.Iniziamo la chiacchierata.Mi parla delle
sue indagini,delle difficoltà di riuscire a compiere il lavoro di giudice a
tutto campo.Apre l'antina dell'armadio,fruga tra le carte."Questa è la
sentenza di primo grado del processo di Bologna,una pietra miliare,c'è la
storia degli intrighi tra i servizi ,P2,Nuclei Armati
Rivoluzionari.".Sfoglia migliaia di pagine poi si ricorda che sto
indagando sull'omicidio dei due ragazzi del Casoretto.Mostra un documento
interessante."A questo potresti allacciarti per la tua inchiesta".Grassi è un giudice istruttore,proprio
come Guido Salvini a Milano,180 chilometri più a sud.Nel 1994 emette una
sentenza -ordinanza sul depistaggio del treno Taranto-Milano,organizzato dal
SuperSismi di Santovito,Belmonte e
Musumeci per confondere le idee agli inquirenti che indagavano sulla strage della
stazione di Bologna,il 2 agosto 1980.Nell'atto giudiziario si parla di
depistaggi e dell'utilizzo della Banda della Magliana come "agenzia criminale dei servizi segreti e del ruolo
occulto avuto da Licio Gelli e la P2".La storia è presto detta."Il 10
gennaio 1981 il Ministro dell'Interno comunica a tutte le Questure e agli
Uffici Polfer,che,secondo notizie confidenzialmente raccolte,gruppi
terroristici di destra sono in procinto di compiere attentati a tronchi
ferroviari e convogli e che a tale scopo una unità operativa si accinge a
trasportare un imprecisato quantitativo di materiale.(tratto dalla sentenza
ordinanza del 30 aprile 1985 del Giudice Istruttore di Bologna)Il giorno dopo,
la notizia messa in circolazione ad arte acquista contorni precisi:viene
comunicato agli uomini di polizia giudiziaria che l'esplosivo è stato
consegnato nelle mani di due cittadini francesi,uno dei quali di nome Philippe
che grazie all'appoggio di altri avrebbe provveduto al trasporto e alla
successiva utilizzazione del materiale.Il 12 gennaio l'informativa diventa più
precisa:si dice che l'esplosivo e' già disponibile in Italia e che e' stato
approntato un piano d'azione da un gruppo terroristico,composto da un
italiano,alcuni detenuti,altri latitanti come Freda,Ventura,Delle
Chiaie,francesi aderenti al FANE tra cui un certo Philippe.Passano poche ore e
i poliziotti sanno che a trasportare l'esplosivo sono Raphael Legrand e Martin
Dimitri.Ad Ancona devono consegnarlo ad altri elementi della destra eversiva.La
Digos sale sul treno espresso n.514 Taranto-Milano ma alla stazione di Ancona
non trova nulla.Si sposta a Rimini poi a Bologna:alle 9,26 viene scoperta su
una carrozza di seconda classe,precisamente la terza dalla testa del treno, una
valigia.Nel rapporto della Digos del 7 marzo 1981 si offre un quadro decisamente
inquietante del contenuto della borsa."Ritrovammo un mitra MAB con numero
di matricola abraso e calcio rifatto
artigianalmente,due caricatori di cui uno con venti cartucce calibro 9 lungo,un
fucile da caccia calibro 12,8 lattine con 7 etti di sostanze esplosive
innescate con capsule detonanti in alluminio e micce a lenta combustione,2
passamontagna di lana color bleu,copie di giornali francesi e tedeschi,biglietti aerei".Inizia
l'operazione Terrore sui treni voluta dal generale Giuseppe Santovito,in collaborazione con Pietro Musumeci e Belmonte(tutti iscritti alla P2 di Licio Gelli).Maurizio
Abbatino,uomo della Banda della Magliana,dopo il suo pentimento,consente di scoprire
chi pose materialmente sul treno quella valigia.Secondo l'ordinanza di Leonardo
Grassi,"Abbatino ha identificato in Massimo Carminati la persona che
procurò il mitra e verosimilmente anche la maggior parte dei rimanenti
materiali utilizzati da Musumeci e Belmonte per il depistaggio;e tale dato è
significativo se si tiene conto che Carminati è legato ad Avanguardia Nazionale
è intimo di Valerio Fioravanti ed è legato alla Banda della Magliana,anzi
all'interno di essa,in una posizione di snodo fra l'ambiente malavitoso ed il
terrorismo neofascista" .Ed ecco l'indizio che riapre il caso del Casoretto.Angelo Izzo,protagonista della morte
di Rosalia Lopez nel massacro del Circeo,invia una lettera alla Digos di
Bologna che il giudice Grassi nella sentenza ordinanza definisce come
"estremamente significativa".Il destinatario è la Digos ma Grassi lo fa diventare un punto fermo
della sua accusa : porta la data del 5 febbraio 1992."Massimo Carminati
nasce nell'ambiente dell'estremismo di destra come amico e compagno di scuola
di Valerio Fioravanti al quale si lega in modo forte e di Franco Anselmi.In
breve diviene un personaggio carismatico di uno dei gruppi fondanti dei
Nar:quello cosiddetto dell'Eur.Pur partecipando solo marginalmente a
scontri,sparatorie ed episodi della miniguerra che ha insanguinato la capitale
intorno al 1977 fra estremisti di sinistra e di destra,Carminati gode di
grandissimo prestigio.Probabilmente perché è la persona dell'ambiente di destra
maggiormente legata già allora alla malavita romana,alla nascente Banda della
Magliana.Un altro motivo di prestigio naturalmente potrebbe essere legato
all'omicidio milanese di Fausto e Iaio a cui potrebbe aver partecipato.In
questo caso il movente vero di tale omicidio sarebbe da ricollegare non tanto
alla faida tra rossi e neri,ma considerata la personalità del Carminati ed i
rapporti che già deteneva con ambienti strani,allora l'omicidio del Casoretto
sarebbe da addebitarsi a manovre di spezzoni deviati dei servizi segreti
controllati all'epoca dalla P2".L'accusa di Izzo,pentito di destra, è
circostanziata,densa di particolari ancora al vaglio degli
inquirenti.."Carminati nel 1977 partecipa al sequestro Iacorossi e a
rapine in banca correo di quelli della Magliana.Forse ha mano nell'omicidio del
dirigente missino Pistolesi ed è già un personaggio con molti legami che vanno
dall'ambiente di Avanguardia Nazionale di Stefano Delle Chiaie,a Franco
Giuseppucci detto Il Negro,a Danilo Abbruciati,a Flavio Carboni.Questo gli
permette di tenere un rapporto di superiorità con i sorgenti terroristi neri,ai
quali è in grado di fornire appoggi e aiuti di ogni genere".E' Maurizio
Abbatino a offrire un particolare importante."E' nei primi mesi del 1978
che gli elementi più rappresentativi del neonato spontaneismo armato di destra
come Valerio Fioravanti,Massimo Carminati e Alessandro Alibrandi,gravitando
prevalentemente nella zona Eur-Marconi-Magliana,si trovano nella necessità di
contattare l'ambiente dei ricettatori collegati a Giuseppucci,per riciclare il
provento delle rapine e danno soprattutto di gioiellerie.Tali rapporti in breve
tempo divennero talmente stretti che si arrivò a scambi di favori per
omicidi".Izzo dice alla Digos che Carminati agisce per conto dei servizi
segreti deviati legati allora dalla P2.Il giudice Grassi conferma."Il
pentito,quando parla di Carminati è
credibile.I fatti che racconta nella mia sentenza ordinanza sono stati
accertati.Carminati è il terminale tra i servizi deviati e i gruppi di
destra.Con Musumeci e Belmonte,almeno se si prende per buono il lavoro
d'inchiesta,aveva un rapporto strettissimo.Lo doveva avere per
forza".Leonardo Grassi scrive,a questo proposito,che "Angelo Izzo
invia la lettera il 5 febbraio 1992,cioè prima che l'Abbatino iniziasse a
collaborare;il documento contiene,riguardo a Carminati,una serie di indicazioni
investigative che poi sono state in larga parte puntualmente
riscontrate".Ma il racconto va
avanti."Carminati è parrticolarmente legato ai fratelli Fioravanti,ad
Alibrandi e naturalmente ai fratelli Bracci e a Tiraboschi e De Francisci che
sono poi i più importanti elementi del cosiddetto gruppo Eur.Altra
particolarità del Carminati è che ha goduto di una certa omertà anche da parte
di Cristiano Fioravanti che pur rischiando tuttora moltissimo da parte del
Carminati che è intenzionato ad uccidere Fioravanti jr.,ha sempre cercato di tenere
fuori dalle sue confessioni il suo amico d'infanzia Massimo.Questo si spiega
anche la sua partecipazione sia pure marginale all'esecuzione del giornalista
Pecorelli.Omicidio i cui esecutori materiali sono stati Valerio Fioravanti e
Massimo Carminati:ambedue in questo periodo hanno eseguito o fatto eseguire
vari omicidi per conto della P2 o di ambienti ad essa collegati.Con insistenza
i due vengono indicati come killer di Licio Gelli in tutti gli ambienti di
destra e se Carminati non compare nell'omicidio del Presidente della Regione
siciliana egli è certamente implicato,non so se in prima persona,nell'omicidio
del finanziere milanese Gamba.Ma oltre all'attività malavitosa sembra il
Carminati abbia coltivato i suoi rapporti
ad alto livello sempre prestandosi da sicario,come nel caso
Pecorelli.Questo è il periodo più oscuro della sua biografia.Dovrebbe essere
implicato insieme a Valerio Fioravanti in omicidi avvenuti fuori dai confini
dell'Italia,omicidi eccellenti,probabilmente di banchieri.In ogni caso ha avuto
contatti con ambienti del sottobosco finanziario piduista e legami con grandi
trafficanti internazionali di armi e droga".Abbatino rivela l'11 dicembre
1992 al giudice Istruttore di Milano che "Massimo Carminati gli confidò di
disporre di conti segreti presso banche svizzere e che a questi conti era
possibile accedere soltanto tramite un codice segreto".
Chiedo lumi a chi ha
lavorato sulla base delle inchieste iniziate dal giudice Mario Amato. Loris
D'Ambrosio è una sorta di memoria informatizzata."Tutti gli atti criminali
compiuti dal gruppo Alibrandi-Carminati erano coperti da una certa omertà.Per
questo non mi stupisce che nessuno parli .Una rapina di autofinanziamento
oppure l'uccisione di Amato sono atti
politici ma omicidi come quello del Casoretto o di Valerio Verbano non posso
rivendicarli direttamente perché qualche militante potrebbe chiedermi conto di
quello che si è fatto.Il gruppo della destra romana era certamente conosciuto
dai servizi .Nel caso di Fausto e Jaio ,gli altri componenti del commando
potrebbero aver agito a fini strettamente politici,magari per vendicare la
morte di Franco Anselmi ma Carminati per fare un favore a qualcuno.Una delle
motivazioni poteva essere la seguente:andiamo a Milano perchè ci sono dei rossi
che tentano di ghettizzare i nostri camerati
ma i milanesi non possono entrare in azione altrimenti sarebbero subito
conosciuti.Io lavorai sul caso Fausto e Iaio,tanto che nel processo Nar 1
comparve nei capi d'imputazione.Indagai sulla posizione di due soggetti:Mario
Corsi e Guido Zappavigna.Fu Carmine Scotti a scoprire alcune novità in quello
che potremmo chiamare l'asse Roma-Cremona-Milano".Scotti è un poliziotto
che non ha mai perduto la speranza di giungere ad una verità sul caso di Fausto
e Jaio.Capelli lunghi dietro e una simpatica pelata ,camicia a
righe,cravatta.Scotti è da sempre impegnato nel sindacato di polizia,un uomo
colto,che legge gli atti processuali attentamente,senza perdere quel filo di
memoria che fa grande un investigatore.Lui e' alla narcotici di Milano
nell'anno di Fausto e Jaio,conosce i meccanismi del traffico di stupefacenti ,il viaggio dei carichi di eroina.Ha
in pugno Milano.Oggi è come era
allora,con qualche capello in meno ma con la stessa disponibilità.Mi attende
nel suo ufficio alla Questura di Cremona.Lavora nell'ufficio politico,il solito
via vai delle piccole città,qualche grana ogni tanto,gli ultrà della
Cremonese,qualche fatterello di cronaca
ma niente a che spartire con quello che accadeva allora,nella sua
Milano."Ero già alla Digos ,poi diventai maresciallo alla
narcotici.Inizialmente sembrava che su Fausto e Jaio ci fosse un nesso tra
droga e politica ,così mi affidarono il caso.La mia attività di ricerca è
partita subito:misi tutte le energie per scoprire cosa si celasse dietro il
duplice omicidio.Si vociferava che era un fatto di droga ma in pochi secondi mi
accorsi che i due vennero uccisi da fascisti che venivano da lontano.Era
un'esecuzione a tutti i livelli.Non poteva certamente maturare nel mondo della
droga:se fossero stati piccoli spacciatori li avrebbero
aspettati,picchiati,magari minacciati di morte.Per scomodare un grande
spacciatore ci doveva essere dietro uno sgarro di tre o quattro chili di
eroina.Fausto e Jaio non potevano sapere. Capì presto che erano professionisti,era
gente che veniva da un giro diverso da quello di chi vende droga:si vestivano
bene,persone di un certo ceto sociale.Mi convinsi che provenivano da
Roma,nell'ambiente della destra eversiva.Mi trasferirono a Cremona.Senza
volerlo mi trovai in mezzo all'inchiesta.Fu anche la prima che incrociò in
qualche modo i Nuclei Armati Rivoluzionari,sul finire degli anni
settanta,proprio nel momento della loro più frenetica attività eversiva.
Controllai le mosse di Mario Spotti.Andai a casa sua ed effettuai una perquisizione.Trovammo
munizioni calibro 7,65 e una lettera del 4 febbraio 1978 dove Mario Corsi
,militante romano dei Nar e appartenente al gruppo Prati chiede aiuto a Spotti
per il movimento.Interrogammo a lungo Spotti.Lui disse che quelle cartucce le aveva
ricevute da Franco Anselmi,poco prima che fosse ucciso davanti all'armeria di
Danilo Centofanti.Dalla lettera di Corsi capimmo molte cose.Si parlava della
pistola e Spotti diceva a Corsi di
stare tranquillo,che tutto era a posto.Frugammo a casa di Spotti ma della 7,65
che uccise Fausto e Jaio,nessuna traccia".Il 10 dicembre 1993 il
quotidiano Cronaca Padana fa il punto
sulle indagini.L'articolo porta la firma di Mario Silla.E' uno dei pochi pezzi
dettagliati sulla storia di Fausto Jaio.Parla delle indagini del giudice
milanese Guido Salvini che emette nel 92 tre avvisi di garanzia ."Tutto fa
pensare che il magistrato milanese stia
seguendo le stesse orme dei giornalisti
Umberto Gay e Fabio Poletti .Il loro lavoro di controinformazione fu
approfondito.Riuscirono a dimostrare la presenza di due estremisti di destra
romani:Mario Corsi e Guido Zappavigna. Quest'ultimo, all'epoca,era militare
presso la caserma Col di Lana mentre Corsi aveva parenti all'ombra del Torrazzo
e frequentava ambienti della destra cremonese.In particolar modo erano entrambi
legati a Franco Anselmi".Il pezzo non è avaro di particolari."Dopo
l'omicidio la Digos di Cremona su incarico del giudice Spataro,perquisì la casa
di Mario Spotti.La pistola non venne ritrovata ma a casa sua si rinvennero
alcune munizioni dello stesso calibro. Spotti disse di aver gettato la pistola
nel Po.Le coincidenze devono essere sembrate troppe ai magistrati:la pistola
appartenuta,secondo quanto ammesso da Spotti e da Franco Anselmi(lo stesso
calibro che freddò due ragazzi del Leoncavallo,la presenza assidua dei due
amici dello stesso estremista ucciso nell'armeria,la rivendicazione da parte
della sedicente Brigata Anselmi).Un cocktail di coincidenze che ha fatto
muovere dapprima la Digos di Cremona e recentemente il giudice Salvini che per
due volte venne nella nostra Questura ad interrogare tre cremonesi,già
militanti di destra,che avevano conosciuto Mario Corsi e Guido Zappavigna.Forse
per quel delitto consumato sul fare della sera,in pieno sequestro Moro ed in
una Milano blindata dalle forze dell'ordine,è giunto il monento di assicurare
alla giustizia i colpevoli.Ma dalle modalità di fuga dei killer e dalle
protezioni che hanno avuto sorge il dubbio che qualcuno possa aver guidato
dall'alto l'ennesimo episodio della strategia della tensione".(Brani
tratti dall'articolo di Cronaca Padana).La pista cremonese viene imboccata da
Armando Spataro che nell'ottobre del 79 perquisisce le case di vari neofascisti
,tra cui Mario Spotti e arresta Luigi
Ronda e Angelo Caleffi. Nell'abitazione di quest'ultimo la polizia trova due
pistole 7,65 e una 38,oltre a materiale definito di propaganda. Ornella Rota
sulle pagine della Stampa scrive:"Gli arresti di Ronda e Caleffi sono
avvenuti casualmente nell'ambito dell'inchiesta,a loro carico infatti per il
duplice assassinio non ci sono sospetti.Ma sembra che oltre alle armi,a casa di
Spotti,Spataro abbia trovato documenti e in particolare una lettera inviata da
un certo Mario Corsi.Si parlava di Fausto e Jaio precisando che l'arma era
stata fatta scomparire,tutto a posto,puoi stare tranquillo".(La stampa del
26 ottobre 1979)Carmine Scotti offre la sua interpretazione dei
fatti."Ronda e Caleffi non c'entravano con l'omicidio ma a Cremona era
nato un sottogruppo che aveva contatti con i Nar.Se avessimo trovato l'arma,il
killer sarebbe saltato fuori di lì a poco.Lavorai sodo ma se un omicidio non lo
scopri nei primi quindici giorni è difficile trovare le prove.Mi accorsi che di
tutte le rivendicazioni la più credibile era quella dell'Esercito Nazionale
Rivoluzionario.Scappano verso il Centro
Sociale Leoncavallo perché sanno che nessuno li può riconoscere.Uno di
loro ha già sparato,è un professionista.Gli altri tentano l'emulazione,forse
per loro è addirittura un battesimo di fuoco.Le motivazioni potevano essere
molte.Bisognava vendicare Franco Anselmi,aiutare i fascisti milanesi in
difficoltà,fare un piacere a qualcuno,colpire proprio dove le Brigate Rosse e i
gruppi che le sostenevano erano più attivi,dimostrare che si era forti quanto
quelli di sinistra.Ma c'è un fatto che accelera tutto.Bisognava cioè pareggiare
i conti.Non ce l'avevano in specifico con Fausto e Jaio,forse loro erano gli
anelli più deboli,quelli che al sabato andavano a casa della madre di Tinelli a
mangiare,sempre alla stessa ora.La loro regolarità potrebbe aver indotto gli
assassini ad agire".Un clamoroso depistaggio?Diversa risulta
l'interpretazione di Umberto Gay e Fabio Poletti che nel loro dossier del marzo
1988 affermano che "tutto indirizza verso l'area dei Nar o,per meglio
dire,di schegge parzialmente organizzate che possono circolare in
quell'ambiente".Per i due giornalisti di Radio Popolare la distinzione va
fatta."Dopo l'attacco armato e la tentata strage a Radio Città Futura si è
aperta una profonda riflessione all'interno di quell'area della destra
terroristica che porta a non puntare più allo scontro diretto con la
sinistra,in particolare quella rivoluzionaria.Se tutto ciò è vero,l'omicidio
del Leoncavallo non sarebbe stato motivabile politicamente per una realtà come
quella dei Nar.Inoltre si sa che la componente milanese dei Nar(Cavallini ndr)
aveva proprio nella zona Lambrate le proprie strutture logistiche e non sarebbe
quindi il Casoretto la zona da colpire".Nel loro dossier non viene fatto il
nome di uno dei possibili killer.Viene chiamato in codice Alfa."Bisogna
attendere il luglio del 79 per avere in mano una pista precisa.Verso il 20 di
quel mese si verifica a Roma una bestiale aggressione a colpi di cocci di
bottiglia contro due giovani,Maria Florio e Antonio Mandrone,accusati di essere
dei compagni.In ospedale,tra varie fotografie,Mandrone riconosce come uno degli
aggressori un certo neofascista romano piuttosto noto e con alle spalle già
varie denunce per fatti politici. A casa di Alfa vengono trovate delle
fotografie di Fausto e Jaio e dei funerali dei due giovani e corrispondenza con
Mario Spotti e altri fascisti di Cremona.Da quella aggressione sarà scagionato
perchè altri camerati forniscono un alibi credibile".Gay e Poletti
descrivono minuziosamente l'operato di Alfa."Ha sempre circolato intorno a
giri importanti come il Fuan della Balduina e i Nar senza però essere accettato
del tutto.Una persona,quindi,frustrata nelle sue ambizioni politiche desideroso
di mettersi in luce in un certo ambiente.Nel corso degli anni ha accumulato
altre nefandezze che lo hanno portato in carcere.E' stato imputato di un
omicidio bestiale(Ivo Zini,militante del Pci,ndr) e inseribile nella più bieca
logica dell'anticomunismo viscerale.Condannato in primo grado,è stato assolto
in appello.Alfa ha a Cremona dei parenti che va a trovare spesso,così qualche
volta frequenta Milano per contatti con ambienti neofascisti cittadini.
All'epoca Alfa ha 19 -20 anni,è alto circa 1 metro e 70,corporatura robusta.Nel
marzo del 78,nei giorni a cavallo e durante il sequestro Moro,giungono varie
segnalazioni sulla presenza di una squadra di neofascisti romani in trasferta a
Milano e Cremona.Fra questi c'è sicuramente Alfa.Sarà a Cremona nei giorni
seguenti il sequestro Moro,non verrà direttamente da Roma ma si fermerà prima a
Milano .Spotti confermerà la circostanza .Alfa sarà nuovamente a Cremona nel
settembre 78 e nel maggio 79 dove da una mano ai missini locali per la campagna
elettorale.In questi rapporti si inserisce il sospetto che Alfa,Spotti e altri
potessero coinvolti nel furto di materiale esplosivo in Lombardia".Fin qui
c'è la descrizione. Nell'inchiesta di Gay e Poletti emerge un ipotetico quadro
probatorio."Almeno tre neofascisti romani pentiti indicano in Alfa uno dei
responsabili dell'omicidio di Fausto e Jaio.Uno tra questi sembra abbia
testimoniato come Alfa gli avesse
personalmente raccontato della propria partecipazione al massacro di via
Mancinelli mentre si trovavano in carcere insieme e prima del pentimento del
teste".Loris D'Ambrosio ricorda:"Alcuni di loro provenivano dal
gruppo Mikis Mantekas che stava in Piazza Risorgimento. Erano anche accusati di
rapine e detenzioni di armi,usavano spesso impermeabili bianchi,era un modo di
vestirsi che piaceva tanto ad Alessandro Alibrandi.Nel corso del processo Nar 1
emerse un interrogatorio che parlava dell'omicidio di Fausto e Jaio.Era
certamente un omicidio Nar anche se non c'erano allora elementi di prova
schiaccianti a carico di qualcuno. Così mandammo le carte ai giudici di
Milano.Alcune tracce indiziali le avevamo avute dal lavoro di Armando Spataro e
Carmine Scotti.".Nella sentenza di primo grado della strage di Bologna c'è
un accenno sui rapporti tra il gruppo Prati e la città di Milano."C'era
uno scambio tra militanti della destra
romana e quelli milanesi".Stefano Soderini,il 22 giugno 1988 racconta :
"A Milano fu Brunello Tortora ad allacciare rapporti con soggetti politici
fuoriusciti dal Msi per occuparsi del periodico Costruiamo l'azione. A Milano
mi recai più volte in compagnia di Tortora,Marco Compare e Daniela Molinari. A
questo ambiente milanese Tortora era giunto tramite Mario Corsi detto Marione e
Marco Di Vittorio dei quali Tortora mi diceva responsabili dell'omicidio del
militante del Pci Ivo Zini".
Nel marzo 1992 arriva la
svolta con i tre avvisi di garanzia.Non sono la verità,neppure una sentenza di
condanna ma per la prima volta qualcosa si muove per davvero.Luca Fazzo di
Repubblica prova a spiegare il senso dell'inchiesta ."Tassello dopo
tassello,interrogatorio dopo interrogatorio Salvini ha ricostruito lo scenario
più credibile di quel delitto,che chiama in causa gli ambienti peggiori del
neofascismo,ai Nuclei Armati Rivoluzionari e alla delinquenza comune".(La
Repubblica del 17 marzo 1992).Viene accertata la presenza di un basista rimasto per il momento senza volto anche se
la rosa dei personaggi si è ristretta a tre o quattro nomi. L'inchiesta
acquisisce un riscontro importante:dai registri di un albergo nel centro di
Milano emerge il nome dell'uomo che viene indicato come l'armiere del
gruppo."C'è un nome-conclude Luca Fazzo-che nell'inchiesta è indagato per l'omicidio di Fausto e Jaio:è Mario
Corsi,detto Alfa,militante dell'estrema destra romana".Lo stesso Corsi
viene coinvolto nelle indagini per l'omicidio del giovane simpatizzante del Pci
Ivo Zini,avvenuto il 28 settembre 1978,intorno alle 21,45.Due giovani a bordo
di una vespa bianca passano davanti alla sezione comunista
dell'Alberone,rallentano la marcia e quello che siede sul sedile posteriore,dopo
essersi calato sul viso un passamontagna,esplode alcuni colpi di pistola contro
tre ragazzi che stanno consultando la rubrica degli spettacoli sul numero de
l'Unità. Zini cade fulminato da un colpo al cuore,l'amico Vincenzo Di Blasio
rimane ferito.Sono i Nar a rivendicare l'agguato.Interrogati Cristiano
Fioravanti e Patrizio Trochei dichiarano che a ucciderli furono Mario Corsi e
Marco Di Vittorio.Il giudizio dell'ambiente è negativo.Duro quello di Giusva
Fioravanti che sottolineava "la
sostanziale povertà politica e organizzativa degli autori".
LE CARTE DELLA MEMORIA
Il materiale sul delitto
del Casoretto è tanto ma sparso in mille rivoli. I documenti più importanti
stanno accatastati negli armadi del giudice milanese Guido Salvini .Un ex militante
del Movimento Lavoratori per il Socialismo ricorda che l'organizzazione teneva
un archivio con molti ritagli di articoli di stampa riferibili alle molteplici
attività dell'estremismo di destra."C'è ancora questo materiale?-gli
chiedo."Certo- mi risponde -lo puoi trovare all'Istituto di Storia della
Resistenza,a Sesto San Giovanni".Un lunedì pomeriggio li chiamo,sono
gentili."Vieni pure,possiamo darti quello che abbiamo avuto"-mi
dicono.Salgo le scale,due persone mi portano un quadernetto con l'indice
dell'archivio ufficiale dell'organizzazione ora disciolta.E' lì che tra mille
fogli trovo un vecchio pezzo del quotidiano la Sinistra.Poche righe,scritte di
getto il 19 aprile 1981 mentre a Roma era in pieno svolgimento l'inchiesta sui
gruppi di estrema destra eversiva."Gilberto Cavallini e Giorgio
Vale,fascisti latitanti,sospettati di essere fra i killer del giudice Mario
Amato,sarebbero gli assassini di Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci,i due
ragazzi di sinistra ammazzati a revolverate a Milano la sera del 18 marzo
1978,in via Mancinelli.Il duplice omicidio è infatti fra le azioni attribuite
ai fascisti nell'ambito dell'inchiesta romana sul terrorismo di destra conclusa
da pochi giorni.Torna così alla luce la pista nera gridata a gran voce da
centomila persone che a pochi minuti dall'esecuzione scesero in piazza e
sfilarono in corteo per le vie di Milano".E' un fatto nuovo,mai
emerso.Voglio saperne di più. Così sfoglio quelle pagine ingiallite,ritagli di
vecchi giornali corredati da alcuni appunti scritti a mano.Tutto sembra
ordinato,raccolto in cartellette rosse.Alla voce "Gilberto Cavallini"
trovo un pezzo del Corriere della Sera a firma di Massimo Nava."Cavallini
è coinvolto con altri killer neofascisti,in alcuni dei più efferati delitti
attribuiti ai gruppi dei Nar e di Terza Posizione:gli assassini del giudice
Mario Amato,dei poliziotti Franco Evangelista e Arnesano,del carabiniere di
Monza Ezio Lucarelli,dei due carabinieri uccisi nel febbraio 1981,degli
studenti milanesi Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci".Chiamo Umberto Gay
che a proposito di Cavallini mi
racconta qualcosa di inedito."Poco dopo l'omicidio di Fausto e Jaio
Alibrandi,Fioravanti e Cavallini passano davanti a via
Mancinelli".Alibrandi dice a Cavallini una frase d'effetto: "E' qui
che vi siete fatti i due ragazzi del Leoncavallo ?".Cavallini,secondo il
racconto giornalista di Gay, negò con forza più volte.Un legame tra Cavallini e
Carminati c'è .Lo sostiene l'ex magistrato Loris D'Ambrosio."Ebbi una
segnalazione che il latitante Cavallini aveva intenzione di lasciare
l'Italia,attraverso il confine svizzero. Così mandammo la polizia a
Gaggiolo".E' il 21 aprile 1981,tre anni dopo l'uccisione di Fausto e
Jaio.Una Renault 5,azzurra,rallenta a pochi metri dal guard rail a fari spenti.
A bordo ci sono tre giovani che tentano di passare la frontiera.Sono terroristi
di destra.La Svizzera è un rifugio sicuro per l'eversione.Da Gaggiolo esce
anche Antonio Braggion,il killer di Claudio Varalli ,e Angelo Angeli.Gli uomini
di Roma e Varese sono appostati a pochi metri dalla rete di confine.Stretti in
un furgoncino aspettano da ore quella macchina.In una piantina trovata in un
covo romano dei Nar ci sono le indicazioni su questa frontiera.Sono le 22 di
lunedì,al valico del Gaggiolo,10 chilometri a nord ovest di Varese.Intimano
l'alt ma la Renault prosegue.Echeggiano spari e sventagliate di mitra,le
pallottole trapassano i vetri della vettura.Due giovani scendono,fuggono a
piedi.Si sentono da lontano altri spari. I terroristi alzano le mani e si
arrendono. I poliziotti si avvicinano.Un ragazzo che avrà 23 anni giace sul
sedile posteriore della macchina con un proiettile conficcato nella testa.E'
Massimo Carminati. A quell'appuntamento i poliziotti attendono però il
ricercato Gilberto Cavallini.Nelle tasche di Carminati trovano circa 25 milioni
fra lire italiane e dollari,diamanti e gioielli di minor valore,cioè una parte
del bottino di numerose rapine che i gruppi neri,in contatto con la malavita
comune e la Banda della Magliana,realizzavano.Con Carminati la polizia arresta
Domenico Magnetta,l'uomo che conosce le strade ed i passaggi possibili,che ha
tenuto i contatti tra l'Italia e la Svizzera e Alfredo Graniti."Cercando
Cavallini trovammo Carminati.Non le sembra una coincidenza?"-dice Loris
D'Ambrosio.
Secondo il racconto di
Izzo alla Digos di Bologna, Carminati sarebbe la cinghia di trasmissione tra
Banda della Magliana e destra eversiva. Alle attività della nascente holding
criminale partecipano esponenti del neofascismo che vengono mesi prima
introdotti nel giro malavitoso da Franco Giuseppucci detto Il Negro e da Danilo
Abbrucciati.Il gruppo fa capo a Massimo Carminati,Alessandro Alibrandi e
Claudio Bracci.Al giudice istruttore di Bologna,Cristiano Fioravanti afferma
che "quelli della Magliana davano indicazioni sui luoghi e sulle persone
da rapinare:Carminati,Alibrandi e Bracci devono recuperare i crediti della
Magliana e di eliminare persone poco gradite".Giovanni Bianconi nel suo
"Ragazzi di malavita" racconta."I contatti tra i ragazzini del
terrorismo nero e i grandi della Magliana cominciarono tra la fine del 77 e
l'inizio del 78,quando qualcuno dei neofascisti era minorenne. A quell'epoca la
sigla dei Nar non esisteva,ma i giovani spontaneisti dell'estremismo di destra
avevano già i loro morti,provocati e subiti. A parte la guerra politica che
combattevano erano affascinati dalle armi,dal guadagno facile,dalla vita da
duri e furono comode prede di chi si faceva pochi scrupoli ad
utilizzarli.Cominciarono a portare a ricettatori e trafficanti di droga i bottini
delle loro rapine a gioiellerie e filatelie;i primi guadagni li fecero così,poi
passarono alle banche.In seguito,dopo aver dato prova di affidabilità ed
efficienza,ai piccoli terroristi che crescevano furono affidati compiti più
delicati come il recupero crediti e qualche omicidio".Cristiano
Fioravanti,fratello di Giusva viene interrogato il 21 giugno 1985."Vengo
invitato a riferire in particolare su quanto mi risulta sulla Banda della
Magliana e sui rapporti di questa banda tenuti con la destra. I primi contatti
avvennero in epoca precedente alla morte di Franco Anselmi,il 6 marzo
1978.Successivamente essi furono mantenuti dal gruppo che faceva capo a Massimo
Carminati,Claudio Bracci e Alessandro Alibrandi mentre io mi limitai a compiere
un attentato ad un benzinaio posto in via perpendicolare alla pineta
Sacchetti,Valle del diavolo"(dalla requisitoria del Pm Giovanni Salvi,6
aprile 1991,nell'istruttoria dell'autorità giudiziaria di Roma sul delitto
Pecorelli).E' la prova che nei giorni dei preparativi per l'omicidio di Fausto
e Jaio a Roma si salda quel legame tra nascenti Nar e Banda della Magliana.Ma
c'è di più.Nel gennaio 1978 i cosiddetti "fascisti banditi" hanno
necessità di rivendere preziosi e di riciclare i proventi dalle rapine, e trovano
Giuseppucci e Abbrucciati,pure loro di destra.Secondo Maurizio Abbatino
"Franco Giuseppucci aveva messo Carminati in contatto con Santino
Duci,titolare di una gioielleria in via Colli Portuensi,il quale ricettava i
preziosi provento di rapine ad altre gioiellerie e orefici,liquidando a
Carminati il contante che questi riciclava e reinvestiva mediante lo stesso
Giuseppucci".Delle attività di Carminati parla il giudice istruttore
Lupacchini attraverso il racconto del pentito
della Magliana,Maurizio Abbatino."Erano attività che per certo Carminati e
i suoi svolgevano per conto di Franco Giuseppucci ma non nell'interesse della
banda,era il recupero crediti nei confronti dei debitori che si rifiutavano o
non erano in grado di far fronte ai loro impegni.Era questa un attività che
svolgevano anche nel proprio interesse,considerato che anche il denaro del
gruppo Carminati era oggetto di prestiti a strozzo di Giuseppucci.Per capire
meglio i rapporti tra Giuseppucci e Massimo Carminati occorre tener presente il
comportamento della banda,stante l'attenzione da cui era circondata,si era imposta per dare
all'esterno l'impressione di un frazionamento in gruppi tra loro
scollegati".Pochi mesi prima,nel luglio 1977 con l'uccisione dell'allibratore
clandestino Franco Nicolini,si tiene il battesimo di fuoco della Banda della
Magliana.Gianni Flamini nel suo libro "La banda della Magliana"(Kaos
Edizioni) ricorda quali sono le alleanze che si mettono in campo."Oltre al
legame con la camorra cutoliana,attraverso Nicolino Selis la banda acquisisce
il contributo tecnico politico del professor Aldo Semerari a cui fanno
riferimento vecchi camerati come l'anziano professor De Felice e il giovane
terrorista Paolo Aleandri :i tre esponenti neofascisti sono legati al
Venerabile Maestro della loggia P2 Licio Gelli e alla P2 sono affiliati
magistrati,dirigenti delle forze dell'ordine e soprattutto i capi dei servizi
segreti sia di quello militare(Sismi,comandato dal generale Giuseppe
Santovito,tessera 1630) che civile(il
Sisde,diretto dal generale Giulio Grassini,tessera 1620)".Importanti suggerimenti su queste alleanze giungono
dalla requisitoria del processo d'appello sulla strage di Bologna.E'il
sostituto procuratore della Repubblica Franco Quadrini che parla."Accade
spesso e necessariamente che i contropoteri gravitanti al di fuori della
legalità dell'ordinamento,o alcuni di questi,si incontrino tra loro.Le ragioni
possono essere molteplici:la comunanza di intenti,cioè la necessità di
nascondere se stesse e di coprire le proprie azioni illegali;l'ulteriore
necessità dei protagonisti dell'eversione politica di compiere atti tipici
della delinquenza comune,per sfida o per bisogno di
autofinanziamento:l'esigenza di aiuto reciproco,rivolgendosi sempre più spesso
le organizzazioni criminali ai circuiti propri del mondo politico-istituzionale
che,per ragioni di profitto e di impunità,contatta quelle organizzazioni ai
fini di vantaggio e di strumentalizzazione politica. Così è avvenuto anche
nella realtà dei collegamenti vissuti tra la criminalità politica e la
delinquenza comune,costituita dalla cosiddetta banda della Magliana."
Massimo Carminati prende
quota nel suo gruppo ma anche nella
Banda e si vanta di avere appoggi anche all'interno della polizia.Lo dirà ad un
altro affiliato della Magliana,Claudio Sicilia,a proposito delle indagine sulla
morte del tabaccaio Teodoro Pugliese,compiuto da Albrandi e Carminati
."Carminati si disse molto preoccupato di una richiesta di accertamento
fatta dal pubblico ministero nel corso di un processo su un'impronta digitale
rilevata sull'auto rubata e usata per l'omicidio.In un altro colloquio
Carminati mi disse che tramite conoscenze altolocate alla Criminalpol era
riuscito a contattare il perito incaricato dell'indagine o comunque ad arrivare
a persona vicina,sempre della Criminalpol così da alterare l'impronta oggetto
dell'accertamento".(interrogatorio del 7 novembre 1986).C'è un rapporto
dei carabinieri del 1986 citato nel mandato di cattura del giudice di Roma
Lupacchini ."E' un personaggio notoriamente collegato al gruppo della
Magliana con il quale ha condiviso non pochi interessi finanziari.Noto
appartenente alle organizzazioni eversive di estrema destra come Terza
Posizione e Nar,è risultato collegato ad elementi di spicco della Banda della
Magliana,in particolare con Maurizio Abbatino e Ettore Maragnoli.E' segnalato
come componente di un sodalizio criminoso facente capo allo stesso Maragnoli e
a Giorgio Paradisi,dedito anche all'organizzazione del gioco d'azzardo e al
traffico di sostanze stupefacenti".
A Milano Gilberto
Cavallini e il gruppo Nar possiede un punto di appoggio,poco distante dal
quartiere Casoretto.E' la carozzeria Luki di via Ofanto,proprio sotto i ponti
della tangenziale est,al Parco Lambro.E' un posto isolato,adatto per riciclare
le auto rubate.La Banda della Magliana cerca un patto di ferro con Francis
Turatello per spartirsi l'ingente bottino del narcotraffico in un mercato
praticamente vergine.Fausto e Jaio gireranno per quei luoghi, Casoretto, Parco
Lambro,quartiere Lambrate-Città Studi.Torneranno a casa e registreranno le loro
impressioni e le informazioni sui nastri Grundig di Fausto.I contatti tra
gruppi della destra romana,la malavita organizzata e il potere
politico-criminale sono all'ordine del giorno.E Milano fa da sfondo alle
crescenti attività.Indicazioni specifiche di un intreccio di interessi della
Banda della Magliana,ambienti politici e Cosa Nostra sono emerse nell'ambito
delle indagini sul tentato omicidio di Roberto Rosone,vicepresidente dela Banco
Ambrosiano commesso a Milano il 27 aprile 1982.A sparare fu Danilo Abbruciati
che perse la vita in un successivo conflitto a fuoco e Bruno Nieddu.Al processo
erano imputati Ernesto Diotallevi,Flavio Carboni e indiziati Pippo Calò(il
cassiere della mafia) e GianMario Matteoni.Ma è con il rapimento Moro che si
stabilisce un contatto ufficiale tra la
Magliana e i servizi ,il SuperSismi di Santovito,Belmonte e Musumeci legati al
progetto di LicioGelli.Passano poco più di trenta giorni da quel 16 marzo 1978
e il segno dei tempi viene scandito dai comunicati ufficiali delle Brigate
Rosse. Un'anonima telefonata al quotidiano il Messaggero annuncia
"l'avvenuta esecuzione del presidente democristiano".Viene fornito
l'indirizzo esatto dove poter recuperare la salma. Moro,secondo
l'interlocutore,sarebbe immerso "nei fondali limacciosi del lago
Duchessa,località Cartone(Rieti),zona confinante tra l'Abruzzo e il
Lazio".(Commissione Parlamentare d'inchiesta sulla strage di via Fani e
sul sequestro e l'assassinio di Aldo Moro)E' un depistaggio.Chi materialmente
scrive il documento è Antonio Chicchiarelli,detto Tony il falsario,un
uomo della Banda della Magliana,è in ottimi rapporti con Massimo Sparti e con
Danilo AbbrucciatiCon Massimo Carminati è amico di lunga data.La strada che
porta al falsario della Magliana conduce direttamente agli ambienti
finanziari,politici che stanno dietro alla banda. L'interesse economico della
holding per le indagini sul caso Moro e all'omicidio Pecorelli è a 360
gradi.Secondo la Procura della Repubblica di Roma che stila la domanda di
autorizzazione a procedere contro Andreotti"durante il sequestro Moro fu
dato a Chicchiarelli l'incarico di dattiloscrivere il comunicato della
Duchessa,incarico che il Chicchiarelli ha assolto con particolare perizia,la
stessa usata nel comunicato in codice n.1 dove il falsario si è avvalso di una
testina rotante analoga a quella utilizzata dalle Br per confezionare i
documenti veri".C'è un episodio che lega
queste nuove attività all'omicidio Fausto e Jaio.Il 21 Ottobre 1981,ad
Acilia,vengono ammazzati il capitano di polizia Antonio Straullu e l'agente
Ciriaco Di Roma.La rivendicazione è simile a quella del Casoretto.In tutte e
due c'è il nome di Franco Anselmi.Straullu aveva portato a buon fine le indagini
sul ritrovamento del borsello di Tony Chicchiarelli,avvenuto il 14 aprile
1979,pochi giorni dopo l'omicidio del giornalista Mino Pecorelli,da parte di alcuni studenti americani.Lo
consegnarono ad Antonio Cornacchia,allora comandante del reparto operativo dei
carabinieri e affiliato alla Loggia P2.Il borsello contiene undici pallottole
calibro 7,65,una testina rotante IBM,un mazzo di nove chiavi,due cubo
flash,fazzolletini di carta identici a quelli usati per tamponare i fori delle
pallottole nel corpo di Aldo Moro,una cartina autostradale della zona di
Amatrice,Lago di Vico e Lago della Duchessa.Nel borsello del falsario si
troveranno le fotocopie di quattro schede che indicano i nuovi bersagli delle
Brigate Rosse,Pietro Ingrao,l'avvocato Giuseppe Prisco,il giudice Achille
Gallucci e Mino Pecorelli.Straullu aveva firmato tutti i rapporti
inerenti al ritrovamento di quel borsello.Le indagini del poliziotto avevano
già individuato l'attività di Chicchiarelli,il ruolo della Magliana nel caso
Moro.Straullu era a conoscenza dei
legami tra i fascisti banditi e i servizi segreti di
Santovito,Musumeci,Belmonte.Per i magistrati romani "il
borsello,confezionato e fatto rinvenire dalla stessa persona,vuole chiaramente ricongiungere
ad unità il delitto Pecorelli appena avvenuto ed il delitto Moro con inespresso
ma esplicito riferimento ai falsi comunicati delle Brigate Rosse".Lo
stesso Chicciarelli viene ucciso,tolto di mezzo perché sapeva troppo .Lo
scambio di favori potrebbe essere continuato
fino al 20 marzo 1979.Il protagonista sarebbe ancora Massimo Carminati ;secondo il racconto di
vari pentiti , ucciderebbe il giornalista Mino Pecorelli,legato pure lui ai
settori deviati dei servizi,affliato alla loggia P2,custode di una parte dei
segreti dei memoriali di Aldo Moro,trovati,coincidenze del caso,proprio nel
covo brigatista di via Montenevoso 8,davanti alla casa dove abitava Fausto
Tinelli.
Il documento è di quelli
importanti.Nella domanda di autorizzazione a procedere contro il senatore
Giulio Andreotti si parla di elementi
frutto di serrate indagini che avrebbero portato ad una conclusione non
provata nel processo di primo grado: Pecorelli poteva conoscere il contenuto di materiale inedito,proveniente dal
sequestro dell'onorevole Aldo Moro,rinvenuto in via Montenevoso.Il 6 aprile
1993 Tommaso Buscetta dichiara:"Secondo quanto mi disse Gaetano
Badalamenti,Mino Pecorelli stava appurando cose politiche collegate al
sequestro di Moro.Giulio Andreotti era appunto preoccupato che potessero
trapelare quei segreti che anche il generale Dalla Chiesa conosceva. Pecorelli
e Dalla Chiesa sono infatti cose che intrecciano tra loro".Secondo il
sostituto procuratore della Repubblica di Roma Giovanni Salvi e il Procuratore
Vittorio Mele "nel materiale riconducibile al covo di via Montenevoso vi
erano ampi riferimenti alla persona del Senatore Andreotti e in particolare
alla vicenda Caltagirone-Italcasse.Sia in relazione agli assegni emessi dalla
Sir che in relazione al piano di salvataggio del gruppo Caltagirone per
l'esposizione verso l'Italcasse,è emerso un interesse di gruppi finanziari e
societari riconducibili a Giuseppe Calò,il cassiere di Cosa Nostra,e Domenico
Balducci della Banda della Magliana".Tra i possibili esecutori si fa il
nome di Massimo Carminati."Si è quindi valutato il materiale probatorio
già raccolto circa la possibile individuazione degli esecutori materiali del
delitto in soggetti appartenenti alla Banda della Magliana.Plurime convergenti
dichiarazioni(Sordi,Calore,Tisei,Bianchi,Califano,Cristiano Fioravanti)
indicavano i possibili esecutori materiali del delitto in Valerio Fioravanti e
Massimo Carminati,esponenti dell'eversione di destra ma gravitanti nell'area
della Banda della Magliana .(tratto dalla domanda di autorizzazione a procedere
contro il senatore Giulio Andreotti)Buscetta il 6 Aprile 1993 davanti al
Procuratore della Repubblica di Palermo Giancarlo Caselli,non è avaro di
particolari."Come ho già riferito nel precedente interrogatorio Stefano
Bontate,nel corso di una conversazione che ebbi a Palermo nel 1980,mi disse che
l'omicidio Pecorelli era stato compiuto da Cosa Nostra da lui e da
Badalamenti,su richiesta dei cugini Salvo.Quello di Pecorelli era stato un
delitto politico voluto dai Salvo in quanto a loro richiesto dall'onorevole
Giulio Andreotti".Il giornalista Mino Pecorelli venne freddato da un
individuo che indossava un impermeabile bianco e una pistola 7,65,proprio come
Fausto e Jaio al Casoretto.Coincidenze?"Pecorelli,raggiunta la propria
auto(una Citroen verde posteggiata all'angolo tra via Tacito e via Orazio ,a
Roma),mise in moto e ingranò la marcia;in quel momento,un individuo che
indossava un impermeabile bianco bussò al finestrino;avvertendo il pericolo il
giornalista allungò la mano per afferrare la pistola che teneva nel cruscotto
ma venne raggiunto da un colpo calibro 7,65 alla bocca;prima di dileguarsi il
killer aprì lo sportello della vettura e colpì Pecorelli con altri proiettili
alla schiena,lasciandolo riverso senza vita sul sedile.Erano le
20,40".("I veleni di Op,le notizie riservate di Mino
Pecorelli,edizioni Kaos,di Francesco Pecorelli e Roberto Sommella) Perché
uccidere un giornalista?Il motivo del movente lo troviamo leggendo attentamente
l'articolo che Pecorelli scrisse il 24 ottobre 1978,in occasione del primo
ritrovamento dei memoriali di Moro.Il titolo è assai eloquente:"Memoriali
veri,memoriali falsi"."Nella base milanese di via Monte
Nevoso,accanto ai documenti strategici di grande importanza e,probabilmente
sottovalutati dagli inquirenti c'erano la ricostruzione del sequestro Moro
secondo il punto di vista della direzione strategica dei
brigatisti,considerazioni autocritiche sull'operazione militare di via Fani e
sulla gestione degli sviluppi,il memoriale scritto da Moro durante i 54 giorni
di prigionia,gli schemi di alcune lettere che Moro non fece in tempo a
scrivere,i testi di sei lettere anch'esse non inviate al destinatario e alcuni
nastri magnetici con la viva voce del Presidente Moro"(Rivista OP del 24
ottobre 1978).Anche Tommaso Buscetta tira in ballo come esecutore materiale
dell'omicidio Pecorelli Massimo Carminati ma non fa il nome di Giusva
Fioravanti.Il pentito di mafia entra nei particolari."Ad ucciderlo fu
Massimo Carminati,neofascista e killer della Banda della Magliana,e Angelino il
biondo,alias Michelangelo La Barbera,uomo d'onore della famiglia di Passo di
Rigano,un tempo legato ai boss mafiiosi Stefano Bontate e Salvatore
Inzerillo".Un altro pentito Antonio Mancini dirà che "sarebbero stati
loro su richiesta dei cugini Salvo,i quali agivano per conto di Giulio
Andreotti;committente dell'omicidio sarebbe stato l'ex magistrato fedelissimo
ad Andreotti,Claudio Vitalone".( tratto dagli interrogatori di Buscetta e
Mancini) .Sfoglio le decine di pagine che compongono la domanda di
autorizzazione a procedere contro Andreotti.Sono fitte,piene di
dati,indizi."Molti elementi potrebbero condurre a ritenere che gli
esecutori materiali siano da ricercare in quel gruppo di criminali comuni e
terroristi di destra aggregatosi intorno alla Banda della Magliana. Certamente,peraltro,le
munizioni che furono utilizzate per uccidere Pecorelli provengono da quel
ristretto lotto di cartucce al quale appartengono anche i proiettili
sequestrati presso il Ministero della Sanità a Roma e nella disponibilità,tra
gli altri,proprio di Massimo Carminati."Sempre dall'arsenale Carminati
fornirà il mitra ,la valigetta e il contenuto da utilizzare nel depistaggio sul
treno Taranto-Milano per sviare le indagini sulla strage del 2 agosto 1980 a
Bologna.Il quadro si fa sempre più inquietante. Ma Carminati,come
Calò,Vitalone,La Barbera,Andreotti saranno assolti dall’omicidio Pecorelli.
Sono sempre le carte a
parlare.Le carte della memoria.Gran parte dei
segreti del Casoretto stanno nascosti nei cassetti del giudice Mario
Amato.Lui indica un percorso da seguire. Nar,Magliana,apparati dello Stato.E'
ancora all'inizio della sua indagine.Non conosce ancora gli elenchi della P2,nè
le connivenze tra quei fascisti di borgata e il sottobosco affaristico che li
circonda.E' agli albori delle inchieste
sulla destra eversiva.Per questo è stato ammazzato."Poco dopo l'omicidio
di mio figlio mi recai a Trento- dice Danila- Attraverso un giornalista del
quotidiano Alto Adige ebbi il sentore che la magistratura era sulla pista che
portava ad ambienti di destra legati alla criminalità organizzata.Il giudice
Carlo Palermo mi disse di aver parlato con il giudice Mario Amato.Era arrivato
a scoprire che Fausto e Jaio erano stati uccisi da un commando venuto da
Roma.Disse che erano fascisti.Amato lavorava su due casi almeno:le attività
della destra eversiva a Roma e il caso dell'autonomo Valerio Verbano.Presi un
appuntamento con Mario Amato ma il giudice venne ucciso qualche giorno
prima.Volevo raccontargli i miei sospetti ed avere da lui delucidazioni".
Amato e' giunto alla verità anche sul caso del Casoretto.Le sue carte vengono
riprese dai magistrati D'Ambrosio ,Capaldo,Giordano,Guardata e Macchia.Un caso
per certi versi simile a quello di Valerio Verbano,ucciso sotto i colpi dei Nar
il 22 febbraio 1980.Valerio come Fausto e Jaio ha diciotto anni,studente del
terzo scientifico,militante dei collettivi autonomi.Gli sparano mentre torna a casa da scuola,sotto
gli occhi dei suoi genitori,legati e imbavagliati.Gli assassini sono tre.Uno di
loro spara con un revolver di grosso
calibro,cromato:un colpo secco alla nuca
stronca la sua giovane vita di ragazzo di borgata,tra i palazzoni del
quartiere Valmelaina,estrema periferia di Roma.Uno dei killers porta un
impermeabile bianco.Il padre Sardo Verbano,racconta al Corriere della Sera gli
ultimi secondi di vita di Valerio."Erano le 12,50.Rina,mia moglie,ed io
abbiamo sentito suonare il campanello. C'era un giovane con uno zuccotto di
lana in testa che ha chiesto di Valerio.Non le ha dato il tempo di rispondere e
le è saltato addosso;intanto sono entrati altri due giovani.Avevano i
passamontagna.Io ero in cucina.Ho sentito un urlo e dei rumori. D'istinto ho
afferrato una sedia ma mi hanno subito immobilizzato:uno mi ha dato un calcio
ai testicoli e sono caduto.Ci hanno trascinato nella camera da letto e ci hanno
legato mani e piedi con un nastro adesivo".Così i coniugi Verbano aspettano la fine di loro figlio.Trascorrono
cinquanta minuti e alle 13,40 Valerio apre la porta di casa.Nessuno assiste
alla scena. I genitori riferiscono di "aver sentito i rumori di una
colluttazione,poi si udì lo schianto di vetri in frantumi e un colpo
soffocato".E' la pistola che lo uccide mentre Valerio grida a voce alta
"mamma,mamma,aiuto".Il 19 settembre 1980,qualche mese dopo la morte
di Verbano e del giudice Amato ,emerge dalle carte un filo che lega i due omicidi.Valerio scheda uno a uno i
militanti dell'estrema destra romana,le attività segrete dei Nuclei Armati
Rivoluzionari.Con pazienza e ricchezza di informazioni,Verbano raccoglie un dossier
fitto di nomi e cognomi e di episodi tra cui l'uccisione di Roberto
Scialabba,Ivo Zini,Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci,Walter Rossi.Quel
fascicolo lo acquisisce Mario Amato :il magistrato trova strano che un giovane
di sinistra è in grado di entrare in
possesso di tanti dettagli sull'estremismo nero. I giudici di Bologna sono
convinti che gli omicidi di Valerio Verbano e
di Amato sono connessi e il
legame sembra essere proprio il contenuto del dossier.Siamo nell'aprile
1979.Valerio Verbano viene arrestato per la detenzione di una pistola 6,35.Gli
viene sequestrata una macchina fotografica e una quantità consistente di
materiale scritto come quaderni,appunti,agendine.E' quello che Valerio
raccoglie sulle attività illegali della destra romana,ragazzi di quartiere come
lui,figli inquieti della piccola borghesia.Intende preparare un libro bianco
sugli omicidi che i Nar avevano compiuto tra Milano e Roma.In quelle carte
vengono annotati fatti specifici tra cui la "trasferta" in via
Mancinelli,indicate alcune rapine di autofinanziamento.E raccolti cenni sulla
nascita dei Nar,sui dissidenti di Terza Posizione.Dopo averlo ucciso i tre
killer rovistano ovunque perché evidentemente cercano proprio quel dossier. I
difensori di Verbano tentano di prendere visione del materiale sequestrato ma
gli viene risposto che di quel dossier non vi e' traccia.Il fascicolo ricompare
dopo la formalizzazione dell'inchiesta,il giudice istruttore Claudio D'Angelo
passa una copia del materiale raccolto da Valerio Verbano nelle mani di Mario
Amato che lavora a decine di processi riguardanti fascisti.Sono fogli
preziosi.Lì Amato trova i riscontri a
quanto ha già scoperto da solo.Come la pista che porta ai killer di Fausto e
Jaio.Amato non ha trovato le prove ma e' giunto ad accostarsi alla verità.Manca
poco.Giusto il tempo per vivere.Ai suoi
colleghi lascia una frase che sa di
testamento."Da solo non ce la faccio più".Nel suo isolamento Mario Amato
ricostruisce pazientemente le mosse della destra eversiva,delle uccisioni dei
giorni precedenti,delle attività di autofinanziamento.Parla spesso della sua
convinzione che l'organizzazione fascista Ordine Nuovo,si fosse ricostituita sotto altro nome,dopo lo
scioglimento ufficiale decretato dal ministero dell'Interno. "Ma chi sono
i nuovi neri"-si chiede il giudice. E fornisce un'appassionata
risposta."Il vertice dell'organizzazione-scrive- pesca nell'ambiente dei
giovanissimi,appartenenti alla media e all'alta borghesia,figli di
professionisti.Vengono da famiglie per bene.Insomma tra loro potrebbe esserci
anche mio figlio"(tratto dal settimanale L'Espresso del settembre 1980).Amato e' instancabile e
meticoloso,al punto di crearsi antipatie tra i suoi colleghi e con i legali
degli imputati.Dopo pochi mesi dal suo trasferimento dalla procura di
Rovereto diventa lui il titolare delle
inchieste sul terrorismo di destra,il depositario della memoria storica.Rigido
mentre applica le leggi,non accetta compromessi e quando il giudice concede a
qualche imputato la libertà provvisoria c'e' sempre da aspettarsi il suo
puntuale ricorso alla sezione istruttoria. A Rovereto lo ricordano ancora oggi
come il magistrato che si e' particolarmente battuto contro la piaga degli
infortuni nelle fabbriche e in difesa della salute pubblica.Il giudice alza il
tiro dello scontro e attraverso gli appunti di Valerio Verbano ricostruisce ad
uno ad uno gli omicidi che hanno insanguinato le piazze tra il 77 e il 78.Lui
lavora da solo. I suoi capi non gli
affiancano altri colleghi in
questa pericolosa attività e più volte lo
fa presente ai vertici della procura.E' il 23 giugno 1980.Amato esce di
casa,come tutti i giorni e se ne va a piedi alla fermata dell'autobus.
Dall'altra parte della strada si scorge una moto di grossa cilindrata,guidata
da Giorgio Vale,Drake per gli amici.La moto
si muove adagio.Alla guida c'è Vale,un giovane robusto,casco integrale
calato sulla faccia,giubbotto blu.Sul sellini posteriore c'è Gilberto
Cavallini,vestito abbastanza elegantemente di chiaro.Siamo all'altezza della
fermata,Cavallini scende e aggirando la vittima ferma all'ombra di un
platano,gli si avvicina alle spalle. L'azione è fulminea.In pochi secondi il
killer estrae una pistola a tamburo,la punta alla nuca di Amato,proprio vicino
all'orecchio destro e fa fuoco.Il giudice cade a terra sulla schiena,senza un
gesto,gli occhi spalancati,le mani piegate in avanti,mentre la gente intorno
scappa terrorizzata.Anni dopo la sentenza della Corte d'assise d'appello di
Bologna rende giustizia al giudice Amato."Gilberto Cavallini ammetteva
ogni addebito precisando che colui che era trovato con lui il giorno del
delitto era Giorgio Vale e che la decisione di uccidere il dottor Amato era
stata adottata da loro due in combutta con Valerio Fioravanti".Con Amato
svanisce anche la possibilità di giungere
nei primi anni Ottanta alla soluzione del duplice omicidio:senza l'ausilio dei
computer e delle tecnologie informatiche il giudice trascrive su brogliacci un pezzo della memoria,ricostruito le
connessioni tra destra eversiva e malaffare,forse intuito i legami tra
sottobosco finanziario, economico e potere politico. I suoi nemici lo hanno
capito. Così lo hanno eliminato prima potesse entrare nel vivo dell'inchiesta.
Perchè sono stati
eliminati due ragazzi al Casoretto?Per coprire quale intrigo?C'è una spiegazione
ai misteri?Sono le carte dei giornalisti.Molti di loro vanno vicini alla
soluzione. Paolo Franchi,ora editorialista del Corriere della Sera,il 24 marzo
1978 sulle pagine di Rinascita prova a trarre qualche conclusione."Lorenzo
Iannucci,Fausto Tinelli.Non sono nomi noti,questi dei due ragazzi assassinati a
sangue freddo a Milano,mentre stavano andando a sentire un concerto in uno dei
numerosi centri sociali di Milano,il Leoncavallo.Due ragazzi qualsiasi,proprio
per questo espressione emblematica di una realtà giovanile diffusa. I killer
che li hanno uccisi due giorni dopo il rapimento Moro,secondo un copione ormai
classico della strategia della tensione hanno voluto,con ogni probabilità
colpire nel mucchio. Fascisti,squadroni della morte o uomini di un racket della
droga pesante che hanno lanciato un messaggio di morte in risposta alla
battaglia di massa contro l'eroina che una parte cospicua del movimento
giovanile va conducendo?L'interrogativo non ci sembra in fondo determinante;e
non solo perché lo spaccio della droga è legato a triplo filo con il
neofascismo. L'obiettivo di fondo rimane sempre lo stesso:accelerare la spinta
alla criminalizzazione di una fascia estesa di nuove generazioni".Ennio
Elena sull'Unità decide una posizione."Perché Fausto e Jaio,dunque?-si
chiede il giornalista- Una verità è comunque chiara:chi stroncò le loro
giovanissime esistenze si propose di scatenare altre violenze,di innestare una
spirale di ritorsioni. Milano parò quell'attacco,sventò quell'insidia.Il
pericolo più grave era l'obiettivo su cui puntavano gli stateghi del terrore:la
rottura dell'unità popolare,la reazione violenta di chi non cerca
alleati ma solo nemici,veri o presunti".Leggo le centinaia di
pagine di volantini e dichiarazioni del Leoncavallo.Sono denunce.Qualcuna va
nella stessa direzione ."Ad ucciderli furono elementi della famigerata
Banda della Magliana,organizzazione malavitosa romana legata ai servizi segreti
di cui compie il lavoro più sporco e allo stesso tempo si prodiga per grossi
traffici di eroina e traffici scambi di armi,in cui i Nuclei Armati
Rivoluzionari trovano una punta d'appoggio"(tratto da un
volantino-ricostruzione del Centro).Adolfo Maffei del Giorno preferisce
commentare quel giorno dei funerali di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Sono
ricordi in bianco e nero."L'urlo straziato della mamma di Jaio ha
investito la piazza mentre sfilavano migliaia e migliaia di giovani:il pianto
dirotto della donna,della sua disperata commozione.Si è conclusa così un'altra
giornata amara per Milano,un'altra occasione di tristezza,fortemente
appesantita dall'interrogativo che si sono posti i 100 mila che hanno salutato
Fausto e Jaio.Perchè sono stati uccisi?".
IL BIANCO E IL NERO
La città è
deserta,svuotata dalle macchine e dal rumore. Così ognuno rimane solo con se
stesso .Solo l'allarme di qualche antifurto di auto,spezza il silenzio.Molti
anni sono passati da quel 18 marzo 1978 e sembra sia trascorso un attimo.Come un lampo si ricompone il filo della
memoria,quella di chi intende ricordare quei momenti,la strada,le piazze,i
bar,i campetti assolati dove si gioca a pallone.Il tempo viene scandito da quella campana,forte,che
suona puntualmente tre minuti prima e tre minuti dopo l'ora prestabilita.La
stessa che forse,di sfuggita,hanno sentito Fausto e Jaio prima di morire.Via
Mancinelli è uguale ad allora.Di giorno è vuota:si scruta da lontano solo
qualche anziana signora con il suo cane e macchine che corrono via veloci.Il
cancello è oggi pitturato di marrone.Nel
luogo dove Fausto e Jaio trovano la morte ci sono fiori finti e tracce di
petali secchi.Resiste alle inteperie e alle ingiurie del tempo una
lapide:"ai compagni Iaio Iannucci,Fausto Tinelli,uccisi dai
fascisti".Lo spazzino di quel quartiere ricorda il giorno dei funerali."Scriva
che piansi tanto e che oggi,se passo di qui,mi viene la pelle d'oca.Ma io,quei
fiori che portava la gente,non volli buttarli via.Sa noi spazziamo via tutto ma
non possiamo cancellare i sogni ,lo scriva".I muri sono tutti dipinti a
spray e la vernice si spreca. Lì,in mezzo a tanta confusione,qualcuno ha
scritto una frase d'effetto."Costruiamo un segreto rancore che ha l'odore
del sangue rappreso ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso
sospeso".Proprio davanti al cancello vive il murales che i ragazzi del
Liceo Artistico di via Hajeck disegnarono.Il muro è screpolato,il colore cade
poco alla volta ma il senso di quel lavoro c'è tutto.Si vedono Fausto e Iaio
nel mirino di un fucile ad alta precisione:sullo sfondo incombono sinistre
ciminiere in una nera Milano e case di periferia sotto cieli grigi.Il muro
avvolge la via,quello che costeggia il deposito dell'Atm di via Teodosio;i
lampioni sono quelli di un tempo,di metallo,sporchi e incrostati ,in perenne
movimento ad ogni accenno di vento;i pali in cemento affiancano quelli in
ferro,verdi,arrugginiti.Sul marciapiede rimangono tracce di vernice rossa e
bianca,segni degli anni.Nel punto dove cade Lorenzo Iannucci ora c'è un
contenitore del vetro .Lì all'angolo c'è sempre l'edicola.Il quartiere non è
granché diverso da quel marzo 1978
.Certo,qualche negozio non c'è più,la lavanderia è stata sostituita da un
'autofficina,la trattoria che Fausto e Iaio frequentavano ogni sera ora è un
ristorante cinese,al posto di una palazzina c'è il nuovo edificio del Politecnico .La fisionomia del Casoretto è
intatta tranne che per una cosa:quel
centro sociale che un gruppo di giovani occupa nel 1975 viene divelto dalle
ruspe.In quel vecchio fabbricone occupato , Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci
trovano il senso della loro adolescenza,di quei diciotto anni che gli stanno
addosso.Tra calcinacci,scalette,vecchie sedie da cinema parrocchiale,conoscono
decine di ragazzi come loro spinti da un solo desiderio:cambiare quello che li
circonda,ribellarsi all'oppressione di una città ,mostrare al mondo quel
rifiuto,quel graffio al sistema.Al centro arrivano i primi gruppi teatrali come
l'Elfo di Elio De Capitani e Gabriele Salvatores,tanti musicisti:Fabio
Treves,Pfm,Mauro Pagani,Riccardo Zappa,Edoardo Bennato,gli Area.Si fa cultura,musica
a non finire.Un vecchio trasmettitore permette di far ascoltare ad una parte
consistente della città le note di Radio Specchio Rosso, che sta in un vecchio
bugigattolo sul tetto del centro.Qualcuno organizza ,nell'ampio cortile,
un'autorimessa .La notizia si sparge
rapida e gli abitanti del Casoretto approffittano dei prezzi a buon mercato per
portarci veicoli di ogni tipo. I bisogni aumentano e con loro anche il
desiderio di sentirsi vicini ad altre persone con idee identiche alle tue.Negli anni Settanta il Centro è il
ritrovo di quella sinistra un po’
"out" che cerca riparo dal sonno in cui versa Milano.E' un luogo di
musica e di divertimento.Si sale la scala interna e sopra c'e' il bar con i tavolini :stanno lì per ore a
raccontarsi di vita e di politica,di viaggi e di passioni.Fausto e Iaio sono
con gli altri. Paolo Rossi,comico ormai passato dal teatro alla televisione,
ricorda ciò che prova oggi quando pensa ai due ragazzini di via Mancinelli.Lo
racconta " a braccio" ad Alberto Ibba nel suo libro
"Leoncavallo-1975-1995 venti anni di storia autogestita."Il primo
ricordo che ho del Leoncavallo è legato al lutto,al fatto grave.E' la prima
immagine che ho,probabilmente c'ero passato anche prima ma questa è la prima
immagine che mi rimane.Ho come dei quadri davanti agli occhi.Mi ricordo che era
notte inoltrata quando da Porta Venezia è arrivato un corteo livido.
Immagini,flash.Quel fatto aveva segnato tutti e per sempre.La cosa che mi ha
sempre fatto piacere tutte le volte che ho partecipato a dibattiti sul Leoncavallo è che a un certo punto
qualcuno si alzava e ricordava che tutto quello che era accaduto dopo,al di là
dei giudizi sui comportamenti,era nato soprattutto da un lutto".
Il giro nel Casoretto continua con Azzurra e
Lucia,ragazze del 96; guardano quella lapide ,i fiori,la vernice sul muro e si
ammutoliscono,si rinchiudono in uno strano silenzio.Forse è tempo di
parlare."Quando penso a gli anni Settanta -dice Azzurra-mi vengono in
mente quelle immagini che ogni tanto la
televisione ripropone.Erano anni inquieti,per chi era giovane la vita era
difficile,sfuggente,si moriva per poco o nulla.Non so se le cose sono
cambiate.La violenza di un tempo è diminuita.Si sfogano allo stadio.Avrei
voluto viverli quegli anni Settanta,mi avrebbero fatto crescere in un modo
diverso.Potevo vivere la storia anziché subirla passivamente.Oggi è diverso da
allora,i giovani non sono interessati a cambiare il mondo.Si imbottiscono di
televisione,di calcio e sport in genere,le moto".Lucia è più piccola di
Azzurra.Blocca il discorso mentre camminiamo verso il Parco Lambro."Un
tempo ci sono stati cambiamenti reali,trasformazioni che solo oggi possiamo
apprezzare ma si trattava solo di qualcosa di esteriore. I meccanismi del
potere erano più forti delle speranze dei giovani.Guarda cosa è accaduto a
Milano con l'eroina.Ho letto che proprio sul finire degli anni Settanta ne
morivano di ragazzi come mosche.Era un modo per toglierli di mezzo,annullando
le loro capacità di critica e di impegno politico.Oggi penso che ci siano meno
ragazzi che si fanno di ero.Non so,forse bisognerebbe vedere le statistiche ma
tra i miei coetanei sono veramente pochi.Molti fumano spinelli ma è un'altra
cosa,l'eroina ti ammazza per davvero e ti uccide prima dentro."Le due
ragazze avranno la stessa età che avevano di Fausto e Jaio.Poco sanno
dell'omicidio,dei mille misteri che lo circondano ma qualcuno le ha informate
su ciò che accadeva a Milano negli anni Settanta ."Non siete riusciti a
cambiare le persone-dice Azzurra- Dovevate partire da lì,dagli egoismi ,dalle
piccole rivalse,dalle vendette,dai rimorsi. C'erano troppi idealismi,le
tensioni erano grandi così come le utopie,c'era una rabbia atavica,un odio
profondo. Dall'altro avranno anche manovrato ma alla base c'era e c'è tutt'oggi
un esistenza sostanzialmente infelice,nessuno sbocco per il futuro,città sempre
più chiuse,valori
inesistenti".Lucia vuole fare qualche precisazione."Oggi come
allora si fa di tutto per impedire che i giovani pensino a cambiare la
società,ad interessarsi di politica così sono pochi,pochissimi quelli che si
mettono a lottare per davvero per rivendicare i propri diritti.Io ho aperto gli
occhi dopo le stragi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino .Dapprima mi sono
indignata ma poi ho capito che non bastava,che non si poteva stare soli nelle
proprie case,tra le certezze della famiglia ."Azzurra si ferma davanti al
murale posto davanti al cancello marrone.E' il luogo dove Fausto e Jaio trovano
la morte.Rimane allibita e scuote la testa."Non comprendo la violenza.Quando
viene ucciso un ragazzo di diciotto anni ti chiedi se fossi stata io al suo
posto,se fosse toccato proprio a me o a un mio carissimo amico.Non capisco come
si possa uccidere in quel modo,senza pietà,cosa spinge gli assassini a non
parlare dopo così tanti anni.Io sarei disponibile a morire per le mie idee.Loro
magari non sono stati uccisi per quello che facevano ma per ciò che
rappresentavano".Il colloquio con Azzurra e Lucia finisce qui.Oggi il
centro Sociale Leoncavallo si è trasferito in via Watteau dopo essere stato
sloggiato in malo modo dalla sua sede originaria ed essere stato parcheggiato
in via Salomone per soli pochi mesi.E' diventato lo spauracchio della gente
bene di Milano e della nuova destra che non comprende i problemi dei ragazzi
nei quartieri.Chi va al centro,al di là dei più politicizzati,è gente strappata
dai bar delle periferie.Sono mossi per lo più da una grande voglia di stare
insieme.Al di là dei cenni violenti condannabili,il centro è un punto di
riferimento per chi si è accorto di quanta infelicità si respira nelle case,nei
bar,nei luoghi di lavoro. Lo spazio è ampio e la progettualità non manca:musica
dal vivo,bar che servono in continuazione ottima birra fredda,cinema,arte in
genere e "politica antagonista",la chiamano loro.Una sorta di città
nella città dove tutto,anche i ricordi sembrano resistere al tempo.Mi avvicino
a un ragazzino che avrà diciannove anni."Non ti preoccupare,non sono un
poliziotto"-gli dico.Lui mi scruta dall'alto verso il basso."Cosa
vuoi sapere allora?-dice."Sai,è per un libro su Fausto e Jaio".Si
tranquillizza."Siediti vuoi una birra?".Ci si scioglie,così il
discorso può iniziare."Ne ho sentito parlare molte volte.Erano due ragazzi
che sono stati ammazzati dai fascisti ma dei killers non se ne è mai saputo niente.Penso che erano due
come me,magari erano tempi diversi,c'era più violenza ma la rabbia è
identica.Saranno cambiati gli obiettivi.Persone che avranno la tua età mi
raccontavano che non si poteva andare in giro vestiti così,che si rischiava di
morire ad ogni angolo della strada.I
fascisti non scherzavano.Ora il pericolo è meno fisico nel senso che non c'è
più lo squadrista con il coltello. I naziskins sono un fenomeno ridotto
rispetto alla quantità di neofascisti armati che giravano impuniti.Quando penso
a Fausto e Jaio non riesco a immaginare fino in fondo cosa stessero pensando
poco prima di morire,quali erano i sogni di allora,se poi sono così diversi da
quelli di oggi.Il desiderio di vendetta è ancora molto forte ma non so se la
violenza è l'arma più efficace".Franco ha diciotto anni, è un
frequentatore abituale del centro ma non fa parte del gruppo che tiene aperte
le attività,ludiche e politiche."Di Fausto e Jaio ho sentito molte
storie.So che con altri stavano preparando un libro bianco contro l'eroina e i
fascisti che volevano spartirsi il mercato,li hanno uccisi per mera
rappresaglia.E' una vicenda degli anni Settanta,non so se si può ripetere anche
oggi.Di certo chi lotta per le proprie idee è il primo esposto alle violenze
del potere.Dicono che il passato,di solito,non ritorna ma forse è meglio
vigilare,non si sa mai che la realtà possa superare
l'immaginazione".Alberto Ibba è un giovane scrittore.Conosce la storia di
quel centro perché ha deciso di raccontarla in un libro."Il centro è diventato
un punto di riferimento per quanti hanno voluto continuare il lavoro di
inchieste e controinformazione sulla morte dei due ragazzi.Loro almeno hanno
avuto il merito di ricordarli,ogni giorno,nella vita di tutti i giorni,davanti
ai tribunali,negli uffici dei giudici.Sono rimasto stupito che dopo la morte di
Fausto e Jaio non si siano continuate le inchieste che avevano contraddistinto
il 79 e l'80.Forse il vuoto ha cancellato la memoria.Si poteva insistere sulla
strada dell'eversione nera ma ci si è concentrati sulle dinamiche della
città,lo spaccio dell'eroina.Non si è dato peso ad elementi che già all'inizio
potevano essere riconoscibili.Già con le prime rivendicazioni si poteva capire
molto di quel delitto. Perché certi approfondimenti non sono stati fatti.?
Al Casoretto c'è ancora
chi non dimentica quel 18 marzo 1978e
se si fanno domande su Fausto e Jaio nel Casoretto,il discorso è ancora
vivo."Mi ricordo di Lorenzo- dice una donna che abita non troppo lontano
da Piazza San Materno- Rideva sempre,contento,felice,con quegli occhi da
bonaccione e i capelli al vento.Quando parlo di lui mi viene in mente la sua
sincerità.Per molto tempo ho pensato a quello che è successo quella sera,ai
funerali.Era un figlio di questo quartiere".Nei bar si continua a giocare a
carte,a biliardo."Veniva sempre qui a comprare le sigarette-ricorda il
tabaccaio- Jaio aveva una parola per tutti,magari faceva una partita a flipper
e poi se ne andava".L'oratorio è rimasto più o meno lo stesso.Di
pomeriggio si sentono le urla dei ragazzini che giocano a pallone.Partite
interminabili che iniziano secondo regole ancora inventate sul momento. C'è
l'out,il corner,l'area di rigore ma il portiere è volante per davvero,nel senso
che può andare dove vuole e i falli sono cattivi. C'è anche chi si veste come i
campioni:Mazzola e Rivera sono stati sostituiti da altri.Al primo goal la
scacchiera,chiamamola così,si scompone,i pezzi si mescolano.Fausto e Jaio
frequentano quell'oratorio fin poco prima di morire.Il sacrestano li
ricorda."Impossibile dimenticare cosa accadde in quel marzo.Non
frequentavano assiduamente l'oratorio ma il fatto che ogni tanto venivano qui
ha reso tutto più duro.Erano ragazzini,con i loro sogni,le speranze,gli
amori.Magari con la religione avevano ben poco a che spartire,però ragionavano,anche
di politica e le fratture erano meno evidenti".Giovani del
Casoretto,tengono viva la memoria di Fausto e Jaio.Lo fanno con un libretto di
una ventina di pagine che raccoglie poesie,scritti
,foglietti,disegni."Dimenticarli sarebbe come ucciderli un'altra
volta"-scrivono nell'introduzione-"Non erano dei leader e non amavano
l'uso della violenza,eppure sono stati uccisi,forse il loro lavoro sullo
spaccio aveva dato troppo fastidio o invece uccidendo due ragazzi come tanti
altri che si occupavano di politica si voleva innescare qualche cosa di più
oscuro".C'è un filo sottile che lega i comportamenti di chi è stato
colpito dal terrorismo,chi ha avuto un figlio trucidato da otto colpi di
pistola,martoriato da una bomba in una stazione,scaraventato a cento metri di
distanza dalla violenza di un ordigno in una piazza,caduto da ottomila metri di
altezza da un aereo bombardato da un missile,ucciso dentro una galleria
ferroviaria mentre tornava a casa dai suoi genitori. C'è la speranza che un
giorno si faccia giustizia per davvero.E' così per Danila Tinelli e Iaia
Iannucci che aspettano la fine di un'inchiesta .E' così per Torquato
Secci,segretario dell'Associazione Nazionale vittime delle stragi.Intervistato
da Sergio Zavoli nel programma La Notte della Repubblica,Secci dirà:"La
lunghezza delle indagini e degli iter giudiziari pesò ulteriormente e in modo
decisivo sul mio dolore.Perchè era una tensione continua,che non trovava
nessuna giustificazione.Noi eravamo convinti dei depistaggi che si verificavano
e non accettavamo l'indifferenza con la quale questi depistaggi proseguivano
portando i tempi a lunghezze eccessive.Mio figlio era di passaggio a Bologna,si
era laureato al Dams.Era stato molto bravo,il professore lo temeva in grande
considerazione.Stava guardandosi intorno per iniziare una propria attività e
quel mattino doveva andare a Bolzano.Il treno sul quale viaggiava arrivò in
ritardo,veniva da Viareggio.Dovette aspettare un altro treno che partiva dopo
le 10,25,quello della strage di Bologna.Ma non è morto subito,è morto il 7
agosto dopo una penosissima trafila nella quale,tra cure e il resto,gli avevano
tagliato la gamba destra.Era bruciato completamente,era bruciato anche un
polmone.La sua agonia è stata terribile".Manlio Milani si è sempre battuto
come un leone perché venisse a galla in tutta la sua drammaticità la verità su
quella bomba messa dalla mano fascista in Piazza della Loggia,il 28 maggio
1974.La fotografia lo ritrae in mezzo alla piazza,in lacrime,stringendo un
pezzo di bandiera rossa,quella del suo sindacato.Poi si è guardato intorno e ha
giurato che avrebbe passato tutta la
vita cercando quel filo di speranza che lo lega affettivamente agli
altri."Non ho mai perso la speranza che un giorno si potesse far luce fino
in fondo sui mandanti di questa e di altre stragi,se c'era una regia occulta
comune.Per quegli otto morti e 94 feriti si è arrivati ad un centimetro dalla
verità.Si tratta senza dubbio,di una strage di Stato"(tratto da una mia
intervista per Italia Radio,durante la diretta sull'anniversario di Piazza
Fontana,12 dicembre 1994).Daria Bonfietti è sorella di Alberto,uno dei
passeggeri del Dc 9 Itavia,"scomparso " nel mare vicino a Ustica il
27 giugno 1980.La vita e il suo corso l'ha cambiata ma lei non si è persa
d'animo.E' andata avanti e qualche risultato lo ha portato a casa."Il
bisogno di verità e giustizia è più forte del dolore personale e privato.Ti
porta ad agire concretamente,ad impegnarti,ad unirti con altri che sono nella
stessa barca perché non vuoi sentirti complice dei silenzi.Nella vicenda di
Ustica non ci sono più misteri.Penso che se intervisti cento persone in
Italia ti diranno che quell'aereo è
stato abbattuto per una logica di tipo militare.E' già un successo. A Danila
Tinelli e Iaia Iannucci dico di continuare a cercare la verità,prima o poi
arriverà,io sarò al loro fianco in tutte le loro battaglie".Dario Brutto
era il fratello di Mauro,giornalista dell'Unità che ha seguito il caso di
Fausto e Jaio.Prima di morire diceva:"Non mi arrendo.Voglio la verità su
Mauro.Non fu un incidente; quella Simca 1100 scagliata a 70 chilometri orari
che lo investì,il 25 novembre 1978 lo voleva uccidere.
Danila Angeli,in
Tinelli, la madre di Fausto, non abita più in via Montenevoso 9 al primo piano.
L’archiviazione non le ha fatto abbassare la testa. Quella verità lei la cerca
ogni giorno,nello sguardo di un ragazzo,nella rabbia della vita. Ma mai nella
solitudine.Nei giorni in cui si è messa la parola fine all’inchiesta su Fausto
e Jaio,il nostro rapporto si è consolidato. Anche quello di tante persone che
le hanno telefonato,per starle vicini,per non dimenticare quelle lunghe
discussioni con Fausto,sulla vita e sulle cose,racchiuse in qualcosa che andava
al di là di quello che si può instaurare tra madre e figlio.Anche se vive da un’altra
parte,ogni volta che squilla un campanello fa una faccia come se sperasse che
da un momento all'altro possano ritornare quei due ragazzi,in quella
casa."Venivano sempre qui,si sedevano in quelle due sedie,intorno al
tavolo,ridevano,scherzavano.Io preparavo da mangiare,il risotto che gli piaceva
tanto".In casa c'è una gran confusione.Ma è la bontà degli occhi di Danila
che colpisce.Mi accoglie come un amico.Suono il campanello,sono in ritardo,mi
scuso.E intanto i cagnolini che ci sono lì attorno abbaiono per qualche
minuto."Siediti,vuoi qualcosa da bere?"-mi dice Danila-"Fai come
fossi a casa tua".E inizia a tirare fuori quel pezzo della sua memoria che
sta racchiusa in alcune cartellette dove tiene custodite gelosamente "le
cose di Fausto".Sono fogliettini scritti a mano,lettere d'amore,amiche che
scrivono alla madre.Resistono al tempo i disegni che Fausto realizzava in
casa.Sono schizzi,bozzetti,studi.
Due ragazzi che si
abbracciano,un ritratto di Mikhail Bakunin,il simbolo degli anarchici,Che
Guevara.Lei rimane lì,seduta sulla sedia,con gli occhiali che per la terza
volta si sono rotti,i soldi che non sono mai abbastanza,la vita che costa cara.
.Gira per la casa,da una stanza all'altra."Quel processo è un'utopia
perché in tanti anni le speranze se ne sono andate.Penso che la parola
giustizia debba essere cancellata dal vocabolario,il processo non si è mai
aperto,siamo rimasti sempre alle indagini.Questo mi ha amareggiato molto e mi è
rimasta poca fiducia negli organi istituzionali.E' stato fatto un funerale di
Stato,dopo di che siamo stati abbandonati,come del resto molte vittime del
terrorismo.Perchè esistono vittime di serie A e di serie C.I nostri sono di
serie C".Danila vuole farmi
leggere qualcosa di importante.Sono le cinque lettere ricevute da Francesca
Mambro dopo che le aveva chiesto verità e giustizia sulla morte di
Fausto."Chiedevo risposte precise ma sono arrivate delle lettere
sconcertanti,dolci.Ma nessuna verità".Le ha scritto con la passione di una
madre che cerca giustizia per la morte di un figlio."L'ho vista l'altro
ieri in televisione.Mi sono subito interessata al suo viso,il suo
comportamento,si vedeva che era diversa da altri terroristi.Si mordicchiava le
labbra e si tirava su i capelli. Così mi è venuto in mente di scriverle.Ho
pensato che lei sia finita dentro in questa storia un po’ per caso.Mi sembrava
una bambina smarrita,che aveva perso la sua vita.Non scrivo a lei per sapere
esattamente chi ha ammazzato Fausto e Jaio.Tanto lo sanno già tutti,conosciamo
mandanti ed esecutori".Poche parole,scritte di getto.Danila è disperata ma
trova la lucidità .In una missiva del 1 luglio 1991 Francesca Mambro
scrive:"Al di là di ogni intuizione
avrebbe appreso che anch'io sto cercando di capire chi ha ucciso i miei
amici.Negli anni in cui a Milano è morto suo figlio,a Roma ci hanno ucciso
Recchioni,Bigonzetti,Ciavatta,Di Nella,Pistolesi,Mancia,Cecchin.Nessuno ha mai
indagato seriamente.Nessun pentito ha parlato e raccontato come si sono svolti
realmente i fatti.Io non so chi ha ucciso suo figlio,se è stato un fascista.Non
lo troverei strano a quei tempi si sparava sempre a casaccio da entrambe le due
barricate.Non provenivano certamente dal nostro giro.Noi queste cose le abbiamo
fatte e infatti stiamo pagando perché siamo stati i primi a voler affrontare il
peso di certi morti che non interessano a nessuno.Capisco che lei non si dia
pace anche grazie al disinteresse che la circonda. Neanche io mi rassegno .Per
me è facile immaginare che suo figlio si sia inoltrato in una specie di
paradiso e lì abbia fatto conoscenza con i miei amici e da lì cercano di capire
chi gli ha dato questa fregatura,dove sta il trucco e l'imbroglio.La invito a
continuare a cercare".Di lettere e bigliettini come questi la casa di
Danila è piena.Ce n'è uno verdolino, scritto con la penna blu.Porta la firma di
Francesca Mambro,il 2 aprile 1992."Gentile,signora,anch'io la ricordo
anche se non conosco il suo volto e
spero di trovarla meglio dell'ultima cartolina che ho ricevuto.Lo so,meglio non
significa proprio nulla anche se poi continuiamo tenacemente a cercare
significati e risposte.Per me non è un periodo facile,dovrò tornare a Bologna
per un nuovo processo.Ma come lei pensa che la giustizia non esiste anche se
non vogliamo arrenderci a questa amara evidenza".Ne arriva un'altra.E' una
lettera che la Mambro scrive a Danila preoccupata per la sua salute."Come
sta?Ho saputo che non se la passa bene,ha il diabete.Si curi,si riposi.La
abbraccio.Io sono triste.
Sa,non c'entro niente
con la strage di Bologna,assolutamente nulla.Sono costretta a subire un
processo per cose che non abbiamo fatto.Anche Giusva la saluta.A
presto".Danila Tinelli e Francesca Mambro si scrivono tre o quattro volte
negli utlimi anni.
Intorno i cani continuano ad abbaiare,sono piccoli,non fanno niente.Squilla il campanello della porta di casa.Prima entra il marito,poi Bruno il suo unico figlio ."Fausto lo teneva a bada per ore e ore,gli voleva un gran bene"-dice Danila."Ha vissuto un'infanzia terribile,è cresciuto come un bambino già adulto.Pensa che quando era piccolo disegnava sempre lo stesso soggetto:persone dietro alle sbarre,un morto a terra e le pistole."Me ne vado che è già scuro.Danila,sulla porta,mi offre una bottiglia di vino bianco."E' del Sud,è buono,bevilo con chi vuoi,con chi ti appartiene".La porta si chiude.Mi scende una lacrima.Penso alla vita che è costretta a fare.Come quella delle famiglie delle vittime del terrorismo.Lo Stato le avrà protette economicamente?Qualcuno si sarà occupato di loro,dei loro problemi?Ognuno è rimasto solo con sé stesso,senza risposte.Per tutta la vita si sono aggrappati a quel sottile filo di speranza che è la giustizia,un processo,un atto di un Tribunale.Come quel foglio che porta la firma del giudice istruttore Guido Salvini.Danila ha bisogno di quel pezzo di carta,le potrebbe cambiare la vita."Con riferimento alla nota indicata,si comunica che il procedimento penale n.271/80 F,concernente l'omicidio di Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio"Iannucci avvenuto a Milano il 18.3.1978 è tuttora in fase di istruzione formale presso questa sezione.Sulla base delle indagini esperite,il duplice omicidio deve ritenersi caratterizzato da una matrice eversiva.Infatti il delitto fu rivendicato da un volantino a firma "Esercito nazionale rivoluzionario-Brigata Combattente Franco Anselmi(l'Anselmi era un esponente del gruppo Nar di Roma,ucciso durante una rapina di autofinanziamento) e numerosi pentiti già aderenti a gruppi di estrema destra hanno indicato nell'ambiente romano dei Nar il contesto in cui fu preparato l'attentato.Il modus operandi degli sparatori(esecuzione a sangue freddo delle due vittime mentre esse si trovavano nei pressi di un centro sociale di sinistra,giovane età degli sparatori,abbigliamento,utilizzo di un sacchetto di plastica per raccogliere i bossoli e non consentire una perizia comparativa con altri episodi analoghi) riporta inequivocabilmente ad una matrice eversiva di destra.Attualmente,tre esponenti romani dell'area dei Nar sono indiziati e il provvedimento conclusivo dell'istruttoria sarà depositato nel corso del prossimo autunno".Danila mi ha messo in tasca una lettera che le ha scritto un'amica di Fausto,Antonella.Dona un momento di vita e ricordo incontaminato."Cara Danila,si avvicina il 18 marzo e quest'anno ho deciso di scriverti invece che telefonarti.Gli anni passano e questa data si fa sempre più pesante:non c'è ancora stata una risposta,un perchè.Vedi,ho fatto in tempo a diventare grande,a diventare mamma;ho già qualche capello bianco e certo non ho più lo slancio dei 20 anni e in tutti questi anni ho portato nel cuore Fausto e questa maledetta data,senza trovare giustizia e senza rassegnazione ma con una disperazione sottile,profonda,lacerante.Così posso capire te,il tuo dolore e ti ammiro per la tua forza.Andrò là in via Mancinelli anche quest'anno a portare un fiore,un pensiero,una lacrima.Non mancherò mai a questo incontro anche se nessuno ci dirà mai perchè.Cosa dici,si può sperare nella soluzione di questo caso?Vorrei tanto.Ricordati Danila:Fausto è sempre nel mio cuore e questo me lo fa sentire più vicino.Ho imparato a volerti bene,ti penso spesso,sei molto di più che un'amica,Ti abbraccio forte,forte con tutto l'affetto. Antonella,marzo 94".Di lettere come queste la casa di Danila è piena.Nonostante l’archiviazione.