FAUSTO E IAIO

Live Campogalliano Chiesa San Rocco 22/04/2006(audio)
Live Milano Sala Provincia 14/05/2005(audio-video)
Film "12 dicembre 1969. Aldo Aniasi"(audio-video)
QUELLA SERA IN VIA MANCINELLI
La strada e' buia.Un
vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra,lo fa dondolare
come un'altalena.Nel silenzio si
ascolta solo la voce del telegiornale da poco iniziato.Una voce metallica che
viene da qualche casa con le finestre aperte.Il conduttore parla del rapimento
Moro,dell'uccisione della scorta avvenuta due giorni prima a Roma,delle
inchieste iniziate in fretta e furia.Il silenzio maschera il rumore sordo di
passi veloci.Loro sono due ragazzi che vestono come una volta:jeans scampanati,camicione a quadretti,giubbotti con le
frange,capelli lunghi.Di sabato,a quell'ora, percorrono la strada che divide in
due il quartiere Casoretto,via Mancinelli.Trecento metri senza luce,un luogo
poco frequentato,di sera come di giorno,buio,scuro.Fausto Tinelli e Lorenzo
Iannucci,parlano di Moro e di viaggi,di quei sogni che ogni ragazzo ha in testa
a diciotto anni.Il risotto di Danila,la madre di Fausto,li attende
fumante.Fausto non sopporta quando Jaio arriva
in ritardo agli appuntamenti."La prossima volta me ne vado,non ti
aspetto più- dice all'amico ."Cerca di essere più elastico-risponde
Lorenzo.I passi si fanno più intensi e i pensieri corrono veloci come razzi.Un
pezzo di vita scorre come la trama di un film e i ricordi prendono il
sopravvento.Quei sabati al Parco Lambro con le chitarre,sognando un po' di
California,ad ascoltare chi tornava da mete lontane ognuno con la sua piccola verità.Ricordi che si rincorrono come
le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young.Le voci degli amici ,delle
ragazze,delle lunghe discussioni politiche.Le prime esperienze con le donne
consumate in poche ore,la fretta di correre lontano e di fuggire via da
Milano.Il suono della chitarra di
Jaio,ricevuta in regalo dallo zio solo due anni prima. E quei progressi fatti
dai primi timidi accordi alle canzoni vere e proprie imparate su manuali di contrabbando.Le
feste al Leoncavallo,i concerti di jazz ,il bar,spettacoli teatrali di
compagnie che vengono da lontano.Il blues di Jaio e i Rolling Stones che Fausto
ama tanto ascoltare. All'altezza del portone dell'Anderson School i passi
d'improvviso si fermano.Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano intorno
per chiedere aiuto.Intorno a loro c'è il vuoto, la solitudine. Così due giovani
dall'accento romano si avvicinano con fare sbrigativo.Li bloccano.Ora i quattro
si trovano faccia a faccia.Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il
bavero alzato,avrà diciotto,vent'anni."Siete del Centro Sociale
Leoncavallo?-dice con voce squillante.
Lorenzo e Fausto si guardano,sono increduli.Non rispondono.Il senso di due vite
si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester,7,65,sparati da un
professionista. Un'esecuzione. I corpi si accasciano a terra.Il primo a cadere
è Fausto .Il proiettile lo colpisce all'addome; gli altri tre in rapida
successione all'emitorace sinistro,al braccio destro e alla regione lombare
sinistra..Lui compie una torsione su sé stesso .Un quinto proiettile lo
raggiunge di striscio bucando gli indumenti.Poi tocca a Lorenzo,Jaio per gli
amici.Tre colpi lo fanno crollare sul marciapiede:Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio è a breve distanza,centrato più
volte mentre tenta una fuga impossibile.Dopo quei colpi che sembrano petardi
scende un silenzio irreale.La strada si fa ancora più scura e nel buio scappano
gli assassini.Polizia e carabinieri ammetteranno che si tratta
professionisti,che nulla è stato lasciato al caso. Killer che avevano già
sparato altre volte:conoscevano le armi,come utilizzarle senza silenziatori.Due
ragazze appena entrate dall'oratorio,si affacciano dalla finestra e notano tre
persone fuggire e due corpi riversi in
una pozza di sangue.Alla polizia diranno che avevano sentito come dei
petardi.Anche la perpetua della chiesa,
che in quel momento si trova nell'abitazione che dà su via
Mancinelli,intuisce che qualcosa non va e avvisa il parroco,Don Carlo
Perego,uno di quei preti di quartiere che ha visto crescere tutti i ragazzi in
un'unica strada.Si avvicina,riconosce Jaio e Fausto.Si china come in un atto di
pietà e raccoglie il corpo mancante di Lorenzo Iannucci che gli spira tra le
braccia:Poi in un momento di lucidità torna a casa e avvisa il 113.Don Perego
piange come un bimbo,si dispera.Pensa a quanto sia ingrata la vita."Perché
proprio loro?-continua a chiedersi."Erano così giovani,non avevano mai
fatto di male a nessuno.Fausto veniva ancora
sul campetto dell'oratorio
insieme con Lorenzo e io li facevo entrare purché si limitassero a giocare al
pallone e non parlassero con i nostri ragazzi di politica".Detta queste
parole mentre la via inizia a brulicare di persone.Ragazzi come loro,di quel
quartiere nella periferia est di Milano che frequentano il Centro Sociale
Leoncavallo.Nel quartiere c'è chi offre la sua versione."Quella via era un
pericolo-grida un conducente dell'autobus appena rientrato nella vicina rimessa
dell'Atm di via Teodosio.Una ragazzina si scansa dal gruppo e piange.Il corpo
di Lorenzo e' ancora coperto da un lenzuolo bianco mentre quello di Fausto
viene trasportato all'Ospedale Bassini
in un disperato tentativo di salvarlo. C'e' un via e vai di gente di ogni
tipo.Ragazzi del Centro Sociale si mischiano ai tanti abitanti del Casoretto
che vengono a rendere omaggio a due giovani delle loro strade.Giornalisti
armati di taccuini cercano una verità credibile ma le fonti istituzionali
percorrono disordinatamente piste di ogni tipo. C'è chi mette le mani avanti.Il capo di Gabinetto
della Questura Bessone si lascia andare,parla a braccio con alcuni cronisti
."E' chiaro.Si tratta di un regolamento di conti,una faida fra gruppi
della nuova sinistra o inerente al traffico di stupefacenti":Nessuno gli
crede.Ci guardiamo stupiti.Traffico di stupefacenti?Faide tra gruppi?La matrice
di destra di quell'omicidio e' ben
chiara ,viene sussurrata da molti quella sera ma non ci sono prove.Gli
assassini agiscono con la massima
sicurezza. Così come altrettanto certa risulta la loro provenienza. I
tre scappano verso il Centro Sociale Leoncavallo anziché fuggire verso la più
vicina Piazza San Materno.Forse perché non conoscono la città.Molti assistono
alla dinamica dell'agguato.Lo si saprà più tardi analizzando le varie
controinchieste che Lotta Continua,Avanguardia Operaia e il Movimento
Lavoratori per il Socialismo.Vicina ai killer si trova una testimone
oculare,Marisa Biffi.Mette a verbale ciò che ha visto.(Agli atti delle
inchieste dei giudici Spataro,Barazzetta ,Mascarello e Salvini).
"Tre ragazzi sono
in piedi sul marciapiede e si trovano a
5-6 metri da me.Contemporaneamente un altro giovane e' leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le
mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi tanto che penso che
quel gruppo di quattro persone sta scherzando. Non vedo alcuna fiammata di arma
da fuoco. I tre giovani sul marciapiede
scappano velocemente mentre quello che e' piegato su se stesso cade in
terra.Solo allora comprendo che e' successa una cosa pazzesca
e mi avvicino al giovane caduto anziché entrare subito nella parrocchia.Scorgo
la fisionomia di un ragazzo steso per
terra in una pozza di sangue.Subito oltre il suo corpo e quindi più vicino alla
via Leoncavallo,c'è davanti a me, ad un paio di metri, il corpo di questo
ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra.Posso senz'altro
affermare che quello che cade per primo e' Lorenzo Jannucci mentre quello già
steso a terra e' Fausto Tinelli.Nessuno dei due ragazzi pronuncia alcuna
parola,neppure un'invocazione di aiuto.Altrettanto fanno gli assassini che
fuggono nel silenzio,avviandosi verso
via Leoncavallo.Escludo di aver visto mettersi in moto una macchina verso via Mancinelli, subito dopo gli spari.Noto
che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane
bianco in mano.Mi pare che lo abbia diretto verso il killer che si contorce e
che entrambe le mani stanno dentro il
sacchetto.Il giovane sta sparando verso Jannucci .Non ho visto altri sacchetti
nelle mani dei due giovani e non ho neppure visto alcuno di loro assumere un
atteggiamento quale quello che può assumere uno sparatore.Secondo me allo
Jannucci spara una sola persona.Forse i
colpi sono attutiti da un arma dotata
di silenziatore .Ripeto :ho la netta impressione che il sacchetto bianco sia di
plastica e che l'assassino vi tenga le
mani dentro".
Il pomeriggio per Fausto
e Jaio inizia tardi,come ogni
sabato.Fausto esce dal portone della sua casa in via Montenevoso 9 alle 16,3O.Molti
testimoni interrogati dal magistrato Armando Spataro lo vedono intorno alle 17
al Parco Lambro.Poi dopo aver scambiato qualche battuta con amici si alza
dall'erba e se ne va.Sono le 18,3O.Anche Jaio quel pomeriggio si trova nel
"pratone" del Parco ma non insieme a Fausto:Lorenzo si dilegua alle
17 mentre Fausto arriva.Si reca in Piazza Duomo dove lo attende Celina
Hernadez,la sua ragazza.Vanno a spasso
insieme,mano nella mano come due innamorati;osservano le vetrine del
centro,entrano in un bar, poi alle 19 prendono la metropolitana.Da Duomo a
Pasteur il tratto è breve,solo una manciata di minuti. Jaio ha un
appuntamento,proprio con il suo amico Fausto.Di sabato si usa andare da Danila
che cucina bene ed e' felice di vederli insieme.Si trovano in trattoria,quella
che sta davanti al Centro Sociale Leoncavallo,La Creuta Piemonteisa.Celina
torna a casa.E' l'ultima volta che bacia il suo Jaio.Fausto arriva un pò in
anticipo.Alle 19 si siede vicino all'entrata con Maurizio.Si ride,si parla.Si tira mezz’ora poi dalla porta
spunta Jaio,sorride,si scusa."Capitemi anche voi-dice mentre guarda verso
Fausto."Capisco,capisco ma ora c'è il risotto,altrimenti Danila si
arrabbia e ha tutte le ragioni di questo mondo".Sono le 19,35.Passano
pochi minuti e Fausto e Jaio escono dal locale.Una ragazza del Centro dichiara
che fuori dalla trattoria,che ha dei teli sulle vetrine,si vedono come delle
ombre cinesi che si allontanano.Nel
locale gli avventori notano la presenza di tre individui mai visti prima di allora.Hanno circa
vent'anni, alti un metro e settanta.La descrizione combacia perfettamente con
quella degli assassini.Secondo la ricostruzione di due giornalisti di Radio
Popolare,Umberto Gay e Fabio Poletti,i due ragazzi non entrano subito da via
Mancinelli ma per un motivo ancora inspiegabile" si incamminano lungo via
Lambrate in direzione di Piazza San Materno per poi risalire lungo via
Casoretto".La circostanza smentisce almeno tre controinchieste del
Quotidiano dei Lavoratori,Lotta Continua e La Sinistra.Lc di venerdì 24 Marzo
1978 scrive che "gli assassini li attendevano fuori dalla trattoria e dopo
aver visto Fausto e Jaio uscire e imboccare via Mancinelli sono saliti su una
moto e una macchina che ha girato intorno all'isolato del deposito ATM Teodosio che si percorre a piedi in cinque
minuti mentre dalla trattoria al luogo dell'agguato,due persone che parlano tra
loro ci impiegano lo stesso tempo".Anche il quotidiano dell'MLS, La
Sinistra, si cimenta in una ricostruzione analoga."Dopo essersi accertati
della presenza dei giovani del centro sociale nella trattoria,magari
appostandosi nella stessa via Leoncavallo con le vetture,gli assassini
avrebbero aspettato che qualcuno di questi imboccasse via Mancinelli per far
scattare la trappola:con i mezzi il commando si sarebbe fatto trasportare in
via Casoretto-Piazza San Materno percorrendo via Teodosio o via Lambrate in
tempo per scendere dalle vetture e incrociare Fausto e Jaio in via
Mancinelli".Gay e Poletti portano nuove prove alla loro tesi. C'è la
testimonianza dell'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli.Li
sente parlottare."Commentavano i titoli delle edizioni straordinarie dei
giornali sul caso Moro"-dice con assoluta certezza."Si sono fermati
per pochi secondi poi sono andati verso il deposito dell'Atm".Sono le
19,55, qualcosa li attira dentro via Mancinelli.Ad attenderli ci sono i killer.
Sono in tre.Due hanno l'impermeabile bianco con il bavero alzato.L'altro
indossa un giubbotto marroncino chiaro,di finto cammello.Formano un capannello
davanti al portone dell'Anderson Scholl. Gay e Poletti sostengono che almeno uno degli attentatori
e' conosciuto ai ragazzi.Ma Ornella
Rota della Stampa ,il 22 marzo 1978 dice che Marisa Biffi,la testimone
oculare,vede i cinque fronteggiarsi per pochissimi istanti .
"Potrebbe
confermare che prima di sparare gli
assassini hanno voluto assicurarsi che Lorenzo e Fausto fossero del centro
sociale".Ci sarebbe un altro teste,un certo Tiziano.Abita in via Casoretto
8.Esce di casa poco prima delle 20,riconosce Fausto e Jaio che imboccano via
Mancinelli.Li saluta.Bastano pochi secondi per capire ciò che sta per
accadere.Vede due giovani che corrono in direzione di via Casoretto,come se
fossero appostati nella piccola rientranza tra l'edicola e l'angolo della via. I
due corrono velocemente.Uno prende al volo l'autobus 55,porta un giubbotto
marroncino,capelli ricci,castano chiaro. L'altro si guarda intorno,lo accoglie
un attimo di indecisione.Poi si allontana in via Accademia.Verso le 20 un
anziano passante scorge un movimento strano.All'angolo tra via Casoretto e
Piazza San Materno giungono una macchina e una moto che si fermano solo il
tempo necessario per far scendere tre giovani,due con l'impermeabile chiaro e
il bavero alzato,uno con il giubbotto.Il commando era dunque formato da cinque
persone.Due coprivano i tre killer dentro via Mancinelli.Dovevano per forza
conoscere la zona,forse ci abitavano pure.Avevano condotto i killers venuti da
fuori nel luogo del delitto poi,a lavoro finito,si sono dileguati nel nulla.Gay
e Poletti,nel loro dossier del marzo 1988,ricordano che" i due giovani
visti da Tiziano non sono stati notati da Marisa Biffi,la cui attenzione era
attratta dal gruppo dentro a via Mancinelli."
In quella via Fausto e
Jaio trovano la morte.I tre assassini sono armati ma solo uno,il più grande del
gruppo,quello più esperto estrae una
Beretta 8O ed esplode otto colpi calibro 7,65 con proiettili mantellati di tipo
Winchester.I ragazzi del Casoretto sono proprio davanti all'assassino,lo
guardano in faccia.Lui spara a freddo,prendendo accuratamente la mira,incurante
del tempo che passa e dei testimoni che possono riconoscerlo mentre i due
complici lo proteggono a breve distanza.Uno di loro ha in mano una calibro
9.L'arma che uccide è automatica e il
sacchetto di cellophane o di tela visto da Marisa Biffi è senza dubbio uno
stratagemma per evitare l'espulsione dei bossoli.Un sistema diffuso negli
ambienti della malavita romana .Così si spiegherebbe la contraddizione tra il
rumore prodotto dalla pistola,descritto da quasi tutti i testi come attutito o
scambiato per mortaretti e petardi,con l'impossibilità di utilizzare un
silenziatore su una pistola a tamburo,cosa invece possibile per
un'automatica.Qualche ora dopo l'omicidio viene rinvenuto,come scrive il giovane
cronista dell'Unità Mauro Brutto,un proiettile schiacciato che era accanto al
corpo di Jaio.Nessuno lo ha notato,e' posto in una rientranza del marciapiede.
Mauro sa che quella è una prova in grado di indirizzare gli inquirenti sulla
pista giusta."Riconoscere a prima vista il calibro di un proiettile
schiacciato non è cosa facile neppure per un esperto".
Anche sulla dinamica
dell'omicidio Brutto prova a tracciare
un suo identikit del killer.Lo fa da esperto giornalista di nera preso da una
forte emozione : quella storia di ragazzini di quartiere ammazzati in modo
barbaro lo ferisce."E' stato possibile compiere una prima analisi sui due
corpi che riconferma la ferocia degli assassini e la chiara volontà di
uccidere.Iannucci è stato raggiunto da due colpi alla gola,sparati dal basso
verso l'alto,come se il killer avesse estratto la pistola
improvvisamente,mentre era a lui vicino.Sul corpo di Tinelli sono stati contati
7 fori di entrata:due al torace,uno nella regione ascellare destra,uno
all'inguine dalla parte destra,uno al braccio destro,uno al gluteo destro e
l'ultimo al fianco destro.E' evidente che
ha continuato a sparare al giovane anche dopo che era caduto a
terra".Mauro parte di prima
mattina,controlla le sue fonti,passa più tempo a verificare i fatti che a
scriverli.Fuma sessanta Golois senza filtro al giorno.Era un cronista di
strada.Di sera torna in redazione.Me lo ricordo.Toglie il suo impermeabile
rigorosamente bianco,mette sul tavolo le lattine di birra e i pacchetti di
sigarette.Rimane lì fino a tardi,con la sua luce fissa e migliaia di carte che
incolla.Sono appunti ,brogliacci,fogli."Poi quando penso di essere alla
fine della mia inchiesta li srotolo e tutto mi sembra più chiaro".Mauro e'
arrivato molto vicino alla verità.Quel caso lo appassiona più di ogni altro.Dal
18 marzo 1978 lavora giorno e notte,come un infaticabile macchina
cerca-notizie.Lo dirà anni dopo a Danila,la mamma di Fausto:"Ebbi
l'impressione che fosse giunto al termine della sua inchiesta"-ricorda con
tanta commozione."Mauro venne a casa mia come un amico di lunga data.Stava lavorando sul connubbio tra
trafficanti di eroina,fascisti milanesi e romani,apparati dello Stato,me lo
aveva confidato".Disse che "la verità di Fausto e Jaio non era così
chiara come qualcuno voleva farla apparire".Ora Mauro non c'è più ma le
sue intuizioni rimangono stampate nero su bianco.Una auto bianca lo investe in
circostanze misteriose in via Murat ,alle 20,45 del 25 novembre 1978,pochi mesi dopo l'omicidio del Casoretto mentre
,pochi minuti prima ,si era recato in un bar ad incontrare una persona rimasta
senza volto,probabilmente una
fonte.Quel giorno che morì, secondo l'amico e collega Beppe Ceretti
,"doveva recarsi a Lambrate e in
Piazza Maciachini".Esce dalla sua
macchina,una Cytroen Pallas rosso amaranto ed entra nel bar tabacchi in via
Murat all'altezza del numero 36.Rimane il tempo per comprare due pacchetti di
sigarette,le sue Golois,beve un aperitivo poi schizza fuori.Supera la prima
metà della strada,proprio sulla striscia bianca che divide le
carreggiate.Guarda da una parte,c'è una Fiat 127 rossa,attende il passaggio ma
nella direzione opposta appare una Simca 1100 bianca che viaggia a 70
chilometri all'ora.
La macchina punta su
Mauro,lo coglie di striscio,quanto basta per farlo finire sotto le ruote del
127 che lo travolgono schiacciandogli cranio e torace.Questa almeno rimane la
versione ufficiale.Molti non credono alla tesi dell'incidente.Dario Brutto,il
fratello di Mauro,non si è dato pace fino a poco prima di morire d’infartoi."E'un
omicidio,la tipica dinamica di un falso
incidente.Solo mafia o uomini dei servizi possono colpire in quel
modo".Dario fa l'avvocato.Spende parte della sua vita per trovare una
verità sul caso di suo fratello che ,per molti versi,si interseca con quello di
via Mancinelli.Mauro indaga su Fausto e Jaio da diversi mesi.E' un caso diverso
da quelli che abitualmente gli toccano in cronaca:le bische clandestine di
Francis Turatello,i traffici di Epaminonda,il rapimento di Cristina Mazzocchi.E ancora droga,racket ma anche
inchieste di straordinaria lucidità sul terrorismo e sulla delinquenza
politica.Lui aveva capito che per afferrare brandelli di verità bisognava
lavorare senza tregua componendo assieme infiniti dettagli.Nella sua casa si
ritrovano giovani cronisti che tentano di
accostare pezzo dopo pezzo quell'intricato puzzle fatto di
indizi.Umberto Gay parla di quel
lavoro."La controinformazione era rischiosa perchè dovevi andare spesso a
cercare le fonti nel campo avverso ed eri comunque un soggetto facilmente
identificabile.Questo lavoro mi ha fatto conoscere Mauro Brutto,fu lui che
influenzò in modo decisivo la mia decisione di fare il giornalista d'inchiesta.
Mauro fu il primo ad occuparsi del caso di Fausto e Jaio,cercando di capire il
motivo di quell'agguato e i risvolti oscuri della vicenda.Se ne occupava in
tutti gli spazi liberi di tempo.Aveva lavorato in precedenza per una rivista
francese della sinistra,Maquisard,il partigiano.Il suo lavoro iniziale è
risultato fondamentale per la riuscita del nostro dossier.Io vorrei ricordare
che Mauro Brutto morì investito da un'automobile,una Simca 1100 di cui non si è
saputo più nulla.Malgrado fosse molto stimato e conosciuto negli ambienti della
Questura milanese,furono svolte poche indagini per accertare le circostanze che
determinarono la sua morte.Se dovessimo redigere un documento ufficiale diremmo
che Mauro Brutto è stato ucciso da un'auto pirata,ma ci sono molte cose che non
convincono,sulla dinamica dell'incidente".Quella sera in via Murat il corpo
di Mauro finisce sotto la 127.Alla guida c'era Aldo Barbieri,lì accanto sua
moglie Daniela.Il racconto del signor Barbieri è fin troppo preciso."Stavo
percorrendo via Murat in direzione di via Marche,quando all'altezza del numero
civico 38 ho visto il pedone che attraversava la carreggiata proveniente da
sinistra.Ho lampeggiato ripetutamente e lui si è fermato sulla linea di
mezzeria.Nel senso opposto giungeva ad almeno 70 chilometri orari una Simca
bianca che invadeva anche la mia corsia
e che non ha affatto rallentato,sembrava puntare sul pedone".
In pochi minuti via
Murat è piena di volanti della polizia,carabinieri,magistrati.Uno spiegamento
esagerato per un semplice incidente. A provocarlo è una misteriosa telefonata
al 113,fatta da uno sconosciuto:"Accorrete in via Murat perché c'è stata
una sparatoria ".Mauro porta inoltre con sé un grande borsello con la tracolla che,in seguito all'urto,è caduto
al centro della corsia opposta a dove giace il corpo.Molti testimoni dicono di
aver visto una mini minor rossa passarci sopra e trascinarlo via.In particolare
Agostino Ribolla segnala agli agenti di avere sentito il rumore del
trascinamento del borsello.Lì dentro ci sono documenti importanti,un vero e
proprio dossier : viene ritrovato in via Populonia,a pochi passi da via Murat
ma del contenuto scottante non vi e'
più traccia.Brutto Un giorno mentre e' in via Arquà,nei pressi di via
Mancinelli deve sfuggire a tre colpi di
pistola.Prende al volo un taxi che lo porta lontano dagli attentatori.E' andato
al Casoretto per l'inchiesta su Fausto e Jaio,forse per incontrare una persona
in grado di passargli importanti informazioni.Ciò accade dieci giorni prima di
morire.Ma c'è un'altra pista .Mi è stata raccontata da Gerry che per quindici anni ha lavorato alla
rivista Maquis,specializzata in terrorismo e servizi segreti
internazionali."Mauro Brutto si stava inoltre occupando delle
infiltrazioni nelle Brigate Rosse da parte dei servizi italiani.Avrebbe scritto
un lungo articolo per la rivista
Maquis.Poco prima dell'incidente di via Murat venne avvertito dal giornale che
l'inchiesta si faceva un pò troppo pericolosa.Tre giorni dopo una Simca bianca
stroncò la sua giovane vita.Strane coincidenze".Due giorni prima di morire
,Mauro si presenta al Nucleo Investigativo dei carabinieri di Milano e cerca il
colonnello Gerolamo Cucchetti.Vuole consegnare un dossier su Fausto e
Jaio.Rimangono le sue intuizioni sul
caso di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci."C'era un vuoto di dieci minuti
nella ricostruzione di ciò che è avvenuto sabato 18 marzo in via Mancinelli al
Casoretto.Un vuoto che era già apparso come l'elemento risolutivo del
caso." -scrive sulle pagine dell'Unità.Qualcuno in Questura aveva fatto
circolare la voce che la pistola
fosse a tamburo,tipo calibro 32 ma
Mauro smonta il tentativo di depistare
l'indagine ."E' un'ipotesi tirata per i capelli come del resto quasi tutte
quelle formulate.Non si capisce per quale motivo gli attentatori dovrebbero
aver modificato la pistola le cui munizioni,le 7,65,sono normalmente in commercio
e facilmente reperibili".Il cronista non è avaro di particolari."C'è almeno un elemento certo nelle
indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli.I killer
per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di
plastica.Per questo motivo sul luogo dell'omicidio non sono stati trovati i
bossoli ed i testimoni hanno sentito colpi ovattati.Un particolare che conferma
il livello di professionalità:gli assassini non hanno voluto rinunciare al
vantaggio della rapidità di tiro fornita da una pistola automatica senza però
correre il rischio di disperdere i bossoli e lasciare quindi una traccia che in
qualche modo poteva portare a loro.La necessità da parte degli assassini di
sfruttare la rapidità di tiro delle automatiche indica che intendevano essere
certi di uccidere nel minor tempo possibile per non dare ai testimoni la
possibilità di descrivere,anche in modo approssimativo,i loro volti".Un
racconto minuzioso. E loro,i killer,dove corrono? Seguiamo i tre in via Mancinelli.Potrebbero
tornare verso via Casoretto ma scelgono di percorrere l'intera via,lunga
trecento metri,con il rischio di imbattersi in qualche macchina di polizia e
carabinieri.Con le armi in mano iniziano la lunga corsa.Si voltano
intorno.Scorgono le sagome dei corpi senza vita di Fausto e Jaio,gli voltano le
spalle.Uno di loro,quello più alto,lo sparatore si accorge che una donna li ha
visti ma è certo che il buio di quella via non avrebbe mai potuto permettere la
completa identificazione .Nel silenzio di quella sera si sente il rumore delle
scarpe sull'asfalto. I due giovani con l'accento romano , l'impermeabile bianco
e il bavero alzato percorrono il marciapiede di sinistra mentre quello con il
giubbotto marroncino prosegue a destra. E'una fuga che dimostra
la sicurezza di non essere riconosciuti ed eventualmente la decisione di
sparare anche su chiunque li volesse fermare.Se fossero scappati verso Piazza
San Materno avrebbero trovato bar e trattorie aperte:inoltre davanti al
ristorante" Il Faro" staziona una macchina dei carabinieri; via
Mancinelli e' buia e deserta,così come il centro sociale Leoncavallo e'
chiuso,dato che il concerto inizia più tardi.
I killer corrono fin
quasi all'angolo con via Leoncavallo. Lì,a pochi metri,c'è l'ingresso a un
garage pubblico che conduce anche al retro del Centro.Esce Natale di
Francesco,un uomo claudicante, che incrocia i due: dirà poi che avevano tra i
18 e i 2O anni , che erano alti un metro e settanta e indossavano impermeabili
chiari. L'altro del commando prosegue sul marciapiede di destra e
all'altezza del deposito incrocia una
macchina dei carabinieri che procede in senso opposto.Il fatto,decisamente
inquietante,viene reso noto da Lotta
Continua.Il quotidiano scrive che "mentre i tre,due su un marciapiede e il
terzo sull'altro,arrivano quasi in fondo a via Mancinelli,sta entrando in
contromano proveniente da via Leoncavallo la prima gazzella dei carabinieri:i
tre si mettono a camminare,due entrano mentre passa la gazzella,in un cortile
che dà anche sul retro del Centro Sociale:l'altro entra in via Chavez".Se
fosse confermata questa versione ,una macchina dei carabinieri avrebbe
incrociato per pochi secondi uno degli assassini di Fausto e Jaio senza però
fermarlo,chiedergli almeno i documenti.
"Era una voce che avevamo
raccolto nella zona da un testimone ma non so dire se corrisponda al
vero"-dice il compianto Angelo Brambilla Pisoni,alias Cespuglio, che per
il giornale condusse inchieste approfondite.Secondo altre testimonianze mai
ufficializzate dalla polizia quello con il giubbotto marroncino avrebbe
attraversato via Leoncavallo a piedi e raggiunta via Chavez si sarebbe
dileguato con una moto di grossa cilindrata guidata da un complice verso via
Padova.
La scena si sposta a
pochi metri dal luogo dell'agguato.Sono le 20,05.Una moto sfreccia in Piazza Durante proveniente
proprio da viale Padova,incrocia volanti e gazzelle che stanno andando in via
Mancinelli.In una cabina telefonica una ragazza capisce che la moto è in difficoltà
,procede a zig zag tra il traffico e un
ragazzo con un giubbotto marroncino lancia
in una siepe dei giardinetti pubblici una pistola Beretta calibro 9 con
il numero di matricola limato,il colpo in canna e sei proiettili nel
caricatore.Il fatto viene descritto anche da Angelo Palomba,abitante in via
Garofalo 46.Non e' l'arma che uccide Fausto e Jaio ma e' pronta a fare fuoco in
caso di bisogno.La moto sembra dileguarsi
nel nulla.Passano pochi secondi e un'altra ragazza che si trova in
Piazza Aspromonte la vede passare,ci
sono due giovani a bordo,quello dietro scende ,armeggia sulla targa e toglie
una specie di mascherina .Si fa coraggio e si presenta ai carabinieri: mette a
verbale la sua descrizione dell'uomo del commando."Era alto un metro e
Settanta,capelli scuri mossi,ha circa 25 anni,indossa un giubbotto marrone
chiaro".Gli assassini scappano in direzione via Leoncavallo e non si
capisce la ragione.Un particolare che
lascia perplesso anche Carmine Scotti,poliziotto della narcotici e della Digos
di Milano,ora alla Questura di Cremona.E' il primo ad indagare inquadrato nella polizia giudiziaria,per
conto del magistrato Armando Spataro.Un caso che gli sta a cuore.Ancor
oggi."Mi resi conto che era gente che veniva da fuori Milano.Gran parte di
loro erano professionisti ,avevano già sparato ma provenivano da un giro
diverso da quello della criminalità
comune.Lo capiì da come si vestivano.Appartenevano ad un ceto diverso da
quello di Fausto e Jaio.Usavano gli impermeabili chiari come una sorta di divisa.Qualcuno
anche per nascondere armi lunghe.Nel gruppo uno dei tre era scafato,per
modalità di esecuzione,per scelte logistiche.Venne scelto con cura il
luogo:buio,isolato,vicino alla stazione Centrale e la tangenziale est".
Sono pochi i buchi neri
sulla meccanica dell'agguato.In molti pensano che Fausto e Jaio possano aver
conosciuto i loro aggressori.Lo scrivono su alcuni giornali.Insinuazioni
pesanti,messe in giro ad arte per spostare le inchieste che seguono in altre
direzioni.Esattamente come per tutte le stragi. Mauro Brutto dell'Unità non
lascia dubbi."L'unico dato certo che polizia e magistrato hanno confermato
alla stampa è che Lorenzo e Fausto sono caduti in un vero e proprio agguato e
non sono state vittime di una lite o di un diverbio scoppiato
all'improvviso.Anche se i due ragazzi sono stati visti da alcuni testimoni
parlare con gli assassini,costoro li avevano attesi lungo la strada che portava
a casa di Tinelli,con in tasca pistole avvolte in sacchetti di plastica per
impedire ai bossoli di cadere in terra e cancellare un importante traccia
".Qualcuno decide la morte dei ragazzi del Leoncavallo ma un fatto,una
circostanza li induce ad accelerare l'agguato.Quale?Fausto e Jaio erano seguiti
da giorni,così come Danila,la madre di Fausto."Mi seguivano macchine
targate Roma e una moto di grossa cilindrata targata Milano- dice Danila -Il
padrone della moto era uno di Vimercate .L'avvocato Mariani (parte civile per
la famiglia Tinelli) ne possiede perfino il numero di targa.Tra dicembre 1977 e
Gennaio 1978 c'era una mini rossa che mi pedinava.Anche Fausto veniva seguito
da almeno quattro settimane prima di essere ucciso".Nel Gennaio 1978 Fausto manifesta apertamente timori e paure
che confida alla fidanzata ."Silvana sono preoccupato-dice- quando è sera
mi guardo intorno e penso sempre che qualcuno mi segua.Non voglio passare più
da Piazza Udine".Il padre di Silvana accompagnerà spesso il ragazzo a
casa,in via Montenevoso 9.
Sono quasi le 17 del 18
Marzo 1978.Jaio e' già fuori casa e si incammina verso il Parco Lambro.Uno
squillo di campanello rompe la routine di un tranquillo sabato pomeriggio a
casa Iannucci."C'è qualcuno alla porta"dice Jaia,sorella di
Lorenzo,rivolgendosi alla madre indaffarata nei mestieri di casa."Vado io
ad aprire".E Jaia apre la porta.Vede un uomo di colore sui trent'anni
,probabilmente un africano che parla solo inglese e che sembra molto
spaventato."Eight o'clock,eight o'clock,Danger,danger"-continua a
ripetere meccanicamente mentre mostra un orologio al polso.La signora Iannucci
e Iaia rimangono allibite."Cosa vuol dire?Pericolo alle otto".Si
guardano senza capire. Perché quell'africano
suona proprio il loro campanello?Che cosa lo agita tanto?L'uomo non
conosce l'italiano non riesce a spiegarsi meglio.Mentre corre giù nelle scale
ripete quasi meccanicamente il suo messaggio.Chi era ?Che cosa aveva
sentito?Non c'è risposta ma nel quartiere Casoretto in molti sanno che si
prepara qualcosa di grosso.Dovevano saperlo in tanti perché le modalità
fin qui descritte portano ad una conclusione certa:solo una vasta rete di complicità
può consentire ai killer di colpire e sparire."Non capì il senso della
frase ma alla luce dell'omicidio avvenuto poco prima delle 20 l'uomo di colore
forse voleva avvertirci che qualcosa sarebbe accaduto proprio a
quell'ora".Di misteri l'omicidio del Casoretto è fin troppo intriso.Il
padre di Jaio,Mario Iannucci,operaio della Nuova Innocenti, è alla
finestra della sua abitazione al
Casoretto.Vede un gran passare di macchine di polizia e carabinieri e di autoambulanze.Fin
qui tutto è regolare.La sorella di Lorenzo sostiene che il fatto accadeva due
minuti prima del duplice omicidio."La prova sta nell'orologio del
campanile della chiesa di Piazza San Materno che suona due volte,tre minuti
prima e tre minuti dopo l'ora,da sempre.Quella sera i rintocchi battono esattamente alle 19,57 e alle 2O,O3"mi
dice Jaia con una sicurezza matematica.Da che parte provengono quelle macchine?Dove sono dirette?Chi le ha
chiamate?Danila Tinelli racconta un particolare che conferma la tesi
dell'omicidio premeditato e l'agguato in piena regola che sarebbe dovuto
scattare da lì a pochi
giorni."Quattro giorni prima che Fausto morisse arrivò una telefonata.Era
una ragazza .Si presentava come amica di
mio figlio.Mi chiedeva però che scuola faceva,a che ora ritornava a casa.Due
giorni dopo,tornando dal lavoro ,mi scontrai sulle scale con una ragazza sui
21-22 anni.Vestiva elegantemente,all'ultima moda:stivali in
pelle,soprabito,capelli castani con una riga da una parte.Una vecchietta che
abitava nel mio palazzo mi disse che le si era presentata poco prima una
ragazza .La descrizione combaciava perfettamente con quella che incrociai sulle
scale. L'anziana signora cadde nella trappola.La ragazza le chiese vita,morte e
miracoli di Fausto:notizie di ogni
tipo,comportamenti,abitudini.Gli assassini erano in possesso di dati utili per
far scattare il piano.Quando tornò a casa Fausto gli spiegai ciò che era
accaduto.Mi disse che non conosceva nessuna persona con quelle caratteristiche
.Sono convinta che la donna faceva
parte del commando che uccise mio figlio".Il sabato che precede
l'omicidio Danila ha come un presentimento."Sentivo l'angoscia
crescere.Era sera e Fausto,Jaio e Ivano Valtesi uscivano da casa mia,credo
fossero diretti al Leoncavallo per un concerto.Dissi loro di non passare da via
Mancinelli,era troppo buia,perché qualcuno avrebbe potuto sparargli alle
spalle.Quelle telefonate,la ragazza con l'impermeabile mi avevano fatto pensare
che qualcosa di brutto potesse accadere a quei ragazzi,ne ero certa.Poi c'è un
altro particolare.Fausto aveva abitudini regolari.Andava a scuola alla stessa
ora.Alle 14,30 tornava a casa,mangiava,alle 16 prendeva il te con i
biscottini,alle 17 andava al Leoncavallo,alle 20 circa era nuovamente a
casa.Era facile colpirlo.Bastava seguirlo,controllarlo per poche ore ,come è
stato fatto dai suoi assassini"..Danila racconta mentre le scende una
lacrima sul volto."Fausto e Jaio sono stati trattati come fossero dei
fantasmi.Invece erano persone in carne e ossa.Non facevano del male a nessuno.Sono
stati anni duri,diciotto lunghi anni di silenzio.Noi chiedevamo giustizia,uno
straccio di prova che potesse aprire il processo.Solo pochi ci hanno dato una
mano.Oltre a te ci sono quelli del Centro,Brutto,Gay,Poletti.
E' lo stesso silenzio
che anticipa la volontà di insabbiare,di dimenticare,come per tutte le stragi
che hanno insanguinato il nostro paese.Noi lì a chiedere giustizia.Gli
altri,polizia e magistratura,a tacere.Si è fatto poco sul caso di Fausto e
Jaio,si sono persi momenti preziosi,attimi che avrebbero potuto far emergere le
trame nascoste che li portarono alla morte.Forse perché avevano diciotto
anni,frequentavano il Centro Sociale,portavano i capelli lunghi.Forse perché
non erano uomini potenti,magari dei ministri ".
UN INDIO DAI CAPELLI NERI
Lorenzo Iannucci,detto
Iaio,e' un ragazzo di quartiere.Conosce
anche gli angoli più nascosti del Casoretto,di quel complesso sistema di viuzze
e piazzette che fa di quella parte di Milano
un enorme paesone,dove tutti si conoscono ieri come oggi.Un quartiere
popolare,dove la sinistra ha la
maggioranza:il Pci ottiene negli anni Settanta in questa zona risultati sorprendenti.Figlio di
operai,immigrati cresciuti nella zona più popolosa della grande
Metropoli.Jaio viene a Milano che è
piccino,solo nove anni.Il padre Mario vuole cambiare aria e spostarsi dal
Meridione in Lombardia:il lavoro sicuro,un avvenire per i figli,una vita
migliore.Un anno dopo,nel 1970,Lorenzo si ammala per una malattia nervosa
causata dal trauma del cambiamento di vita,dal clima .La famiglia Iannucci si
trova alle prese imbatte con la sanità milanese, con le lungaggini
burocratiche,proprio come nel loro Sud.Poi arriva la scuola media e dai
fiocchetti azzurri si inizia a studiare per davvero.Va bene,intendiamoci, anche
se per i professori e' un po' svogliato. I pomeriggi li passa
all'oratorio.Riesce a starci nonostante il carattere ribelle,lega con gli
amichetti,scambia con loro le figurine,gioca a pallone,senza soste.Sono gli
anni della spensieratezza. A quattordici anni ,però,iniziano i primi scontri
con la famiglia,le scuole superiori creano le prime fratture,i genitori
scelgono gli indirizzi per i figli e così Jaio si iscrive al professionale come
disegnatore meccanico. Lorenzo abbandona
i biliardini della parrocchia.Gli stavano stretti. C'e' un mondo fuori
che sta cambiando e sente che bisogna fare qualcosa. Jaio ha fretta,come
tutti del resto.Ascolta musica,quella
di allora,trasmessa dalle prime radio libere come Canale 96,Radio Regione , Radio
Popolare e Radio Specchio Rosso,quella del Loencavallo.Molla i biliardini di
Don Perego per abbandonarsi alla politica,aderendo attivamente al Centro
Sociale Leoncavallo,occupato nel 1975.E' una ex fabbrica di medicinali
trasformata in luogo di incontro e di spettacoli musicali."Ero contrario a
chi frequentasse il centro-dice il padre al settimanale Panorama-Ma mio figlio
mi aveva assicurato che lì non facevano nulla di male.Del resto mi fidavo di
lui:era un ragazzo maturo e ancora rispettoso dei genitori,al punto che se
voleva fumare una sigaretta lo faceva ancora di nascosto da me".
Lorenzo viene bocciato
nel 1977 all'Istituto professionale Settembrini(frequenta il terzo anno)ma non
demorde e torna ancora a scuola. A febbraio 1978,poco prima di morire,la
abbandona.Sarà l'ultima volta che vedrà i suoi compagni di classe.E' in cerca
di un lavoro,come tutti i diciottenni di allora.Cerca un'indipendenza per poter
metter su casa un giorno o fare qualche viaggio.Si iscrive alle liste di
collocamento del Comune.Spesso si mette in fila per firmare il cartellino rosa
della disoccupazione. "Da qualche mese aveva trovato da lavorare presso un
restauratore,un impiego senza libretto che però gli risparmiava l'umiliazione
di chiedermi le cinquecento o le mille lire per il cinema"-dirà anni dopo
la madre di Jaio.Si scopre stanco ,sfibrato,lo sfruttano fino
all'inverosimile,spesso dodici ore di lavoro al giorno per una manciata di
lire.Intende mollare il lavoro ma prima,deve finire una sala da pranzo:il
padrone gli potrebbe dare trecentomila lire.Da due anni suona la chitarra.Lo
zio,un magazziniere della scuola elementare,gli regala una sei corde.La ricordo perché un pomeriggio al
Parco Lambro suonammo per alcune ore,senza fermarci.Amava il blues.Quando si
iniziava con il giro di mi era contento perché capiva che poteva
improvvisare.E' portato per la musica.Ha un orecchio particolare.Lui abita in
due locali al terzo piano di un vecchio stabile in piazza San Materno.Qualcosa
come ventimila lire al mese d'affitto.In casa ci sta poco perché non possiede
una sua stanza, neppure un angolo per le cose personali.Dorme in una brandina
nella stanza da letto dei genitori. Così e' sempre in movimento.Adora i
bambini.Una volta sulla 62 chiede a una
giovane signora che non conosce:"Mi presta il bambino che ci gioco un po’?".La
signora avvicina suo figlio a Jaio.E giù boccacce e risate a crepapelle.E'
fatto così. Allegro,sempre sorridente,di un sorriso imbarazzante.Sa essere
spontaneo anche quando torna a casa dal suo lavoro:dal falegname decoratore lo
sfrutta ma poco prima di morire intende lavorare in artigianato con
altri.Sempre preso a far progetti di vita,con il suo amico Antonio sogna di
comprare una fattoria o aprire una comune.Ama viaggiare:se avesse tirato su
qualche soldo sarebbe andato certamente in India.Veste come va di moda negli
anni Settanta ma lui e' libero anche da quegli schemi:si cuce perfino i
pantaloni larghi addosso.Quando e' al Leoncavallo si sente un re.Gli piace
mettersi la bombetta,comprata da un amico nei mercatini di Londra.
La porta sempre. E balla
per ore,senza fermarsi.E' buffo con quella faccia da giovane indiano.Uno
splendido indio dai capelli neri.
Jaia lo ricorda ancora
oggi."Quando aveva 14 anni lo chiamavano Pollicino,perché era piccolo,poi
quando andò alle superiori divenne alto,magro,coi capelli lunghi a caschetto:il
suo modo di fare affascinava le ragazze con le quali aveva un rapporto
bello,era amato dalle persone e si era costruito un gruppo intorno a
lui".Jaia nota che nei giorni prima di essere ucciso è cupo,triste."
Non mi raccontò nulla a proposito di ciò che lo assillava:solo dopo la sua
morte collegai questo suo atteggiamento a qualcosa di più grave,inerente alle
indagini che stava svolgendo insieme ad altri sul mondo dello spaccio della
droga nel quartiere,qualcosa che lo angosciava in modo
profondo".Politicamente e' un "cane sciolto",nel senso che non
fa parte di un'organizzazione politica.Va al Leoncavallo,vive anche i momenti
delle case occupate.Ce n'e' una in via Pasteur dove andava spesso.Si avvicina all'area dell'Autonomia operaia
milanese pur con qualche distinguo.Rifiuta però le etichette.Di lui rimangono i
ricordi degli amici e tante poesie,scritte da anonimi ragazzi milanesi che
posano i loro pezzi di carta in via
Mancinelli,nel luogo del delitto."Sai Jaio,quando mi sei tornato davanti agli occhi?Sentendo
un pezzo dei Rolling Stones.Ti ho visto ballare al Leoncavallo.Si erano accese
le luci,ma tu continuavi, scuotendo la testa,i capelli,con la camicia marrone
fuori dai pantaloni,sulla maglietta.Poi eri venuto in radio,al di là del
vetro,col naso schiacciato.Ridevi sorridevi. E sceglievamo la musica in
silenzio,frugando per trovare quella giusta.E' buffo,no,con i Rolling Stones?E'
l'imperialismo,musica decadente.Quando c' è stato il convegno sull'arte
dell'arrangiarsi eri un po' scazzato ma non l'avevi presa male.Il Leoncavallo
ti piaceva di più.Un po' più disadorno,ma si ballava e poi c'era bel
blues.Altra musica.Ma non abbiamo mai cantato l'Internazionale insieme.Non mi
sembra ci sia mai stato bisogno o l'occasione.Non era musica che ti stava bene
addosso.Avevi ancora una crosta sul naso stamane, sai?Ti hanno messo proprio in
un brutto posto,freddo,c'era troppo raso bianco.Neppure il raso ti andava bene.
I fiori,sì.La crosta sul naso,una crosticina e i capelli tirati indietro sulla
fronte.Ma io la fronte non l'avevo mai vista.Un indio.Un bellissimo indio con
le labbra grosse ,proteso in avanti.Un indio dai capelli neri e con gli occhi
gentili".
Con Fausto si conoscono da bimbi,mentre giocano con i
calzoni ancora corti alla parrocchia di Santa Maria Bianca,nel cuore del
Casoretto.Frequentano i corsi di catechismo e in preparazione della Prima
Comunione.Da allora sono diventati inseparabili,amici per la pelle.Giocano per
ore,senza stancarsi con quelle scarpette sempre sporche di terra e le magliette
che stanno sempre più strette.Sempre insieme alle feste con gli amici,al
Lambro,al Leoncavallo.Angelo,vicino di casa e compagno di giochi ai tempi in
cui si divertiva nella squadretta dell'oratorio,offre un ricordo incontaminato."Erano
gentili con tutti,legati da un affetto fraterno".Di Jaio diranno alcuni
amici."Non era un arrabbiato,nemmeno un filosofo:alle dotte analisi
politiche preferiva la discussione sui problemi
concreti,quotidiani".Rimangono le parole di Paolo che in una lettera a
Lotta Continua dona l'esatta percezione di Lorenzo.Una sera gli chiese cosa
stesse pensando e lui rispose con una
battuta ."Niente, sogno".
IL RAGAZZO DAGLI OCCHI GENTILI
Fausto ha un carattere
più chiuso e introverso di Jaio ma insieme sono un'unica cosa.Li tiene uniti
una passione per la vita fuori dal
comune. Francesca Fratini,sua insegnante di storia dell'arte, ama dire:"E'
un ragazzo intelligente che a scuola si impegna e riesce a dare il massimo se
gli argomenti che affronta lo interessano:pur non avendo particolari motivi per
essere contento,gli piace vivere,guardarsi intorno,rimettere in discussione
quello che,appena il giorno prima, lo convinceva".Veniva dalla fredda e
riservata Trento dove aveva vissuto fino alla quarta elementare. A Milano
si sente spaesato,la città e' troppo
grande per un bimbo dagli occhioni gentili e dallo sguardo timido.Gioca con
pochi amici. Ivano e' uno di questi."A Milano ci siamo trovati nella
stessa scuola,non avevamo altri amici;Lui era da solo e veniva da un'altra
città,anch'io ero solo,ci siamo trovati subito.Alle elementari eravamo ancora
insieme ma non nella stessa classe".Poi le medie inferiori in una scuola
al Casoretto.Tre anni passati,come Jaio del resto,nella massima tranquillità.Il
passo verso le superiori è breve e nello spazio di un'estate Fausto si trova iscritto alle
professionali:vuole fare il disegnatore meccanico ma non c'e' posto e l'hanno
iscritto a congegnatore meccanico.L'indirizzo,un po' forzato non gli piace
proprio,gli sta stretto.Ha resistito due mesi ed è passato al liceo artistico.I
pomeriggi dei primi anni Settanta li trascorre all'oratorio di Don
Perego,proprio come il suo amico Jaio.Ma nei campetti è durato poco.Preferiva
fare altro.Spesso si porta i libri in metropolitana,di mattina,quando le
vetture sono stracariche di gente che non ti degna di uno sguardo e tira
dritto. Lì,in quel caos urbano,mette a fuoco le sue idee. Ivano,suo compagno
d'infanzia,dice che "leggeva tutto,avidamente:i pomeriggi li passava
spesso sdraiato sull'erba al parco con gli amici e un buon libro da
leggere".
Con Jaio ha molte cose
in comune ; la passione per la musica era una di queste.Fausto e' impazzito per
i Rolling Stones:si fa mandare i dischi in anteprima da suo zio di
Trento,grande collezionista di rock.Conosce le loro canzoni a memoria .Secondo
Monica,una compagna di scuola di Fausto,"Ultimamente stava tutto il giorno
ad ascoltare la musica:a volte perché venisse con noi al parco,dovevamo
portarlo con la forza".Ma non c'erano solo artisti stranieri tra i suoi
preferiti. Giorgio,suo amico da diversi anni ricorda che" gli piacevano anche pezzi che parlavano di protesta,che
ti lasciano lì a pensare,un po' arrabbiati".
Politicamente e' un
libertario ma simpatizza per Lotta Continua.Non e' un militante,non accetta le
gerarchie.Per questo e' simile al suo amico Jaio."Tutto ciò che Fausto
decideva di fare doveva avere un senso-ricorda a Panorama Davide ,compagno di
classe,poco dopo l'omicidio-Quando insieme si commentava la morte di un amico diceva
che se fosse toccato a lui avrebbe voluto un funerale con le bandiere
rosse"perché anche con la morte ci si possa rendere
utili".Osvaldo,compagno di scuola,sostiene che "Fausto era un
anarchico ;andavamo a prendere i manifesti di Ulrike Meinhof(la terrorista
della Raf uccisa nel carcere di Stamheim),i bollettini,in una libreria di
sinistra:voleva un mondo pacifico ma non voleva arrivare con i fiori in mano
perché era convinto che ci voleva una rivoluzione;ultimamente faceva qualcosa a
scuola,ma molto meno di anni fa,l'anno scorso era in un collettivo di quartiere
autonomo;quando è uscito ha lasciato andare un po' tutto pur rimanendo sempre
un compagno"
Con Danila ha un
rapporto speciale, un profondo legame che li porta a parlare per ore.Fausto le
confida tutti i problemi, anche quelli piccoli."Era un libro aperto-dice
la madre.Gli amici di scuola raccontano che "era rammaricato che la madre
non avesse potuto studiare,perché la riteneva donna di grande
intelligenza".E lei non ha mai disperato di ritrovare il suo Fausto,
magari per strada o tra I discorsi dei giovani d'oggi,in un gesto di bontà
verso gli altri,lottando per una società più giusta,umana."Fausto mi
parlava spesso di quei ragazzi di zona che iniziavano a bucarsi-dice la
madre-Li vedeva intontiti e se ne dispiaceva.Non sapevo che in realtà stava
portando avanti un lavoro pericoloso, un'indagine sullo spaccio d’eroina nel
quartiere e a Milano.Se lo avessi appreso glielo avrei impedito, con tutte le
mie forze perché non sono i giovani che devono occuparsi di questi
lavori.Dovrebbero essere le autorità e le istituzioni ad indagare. I genitori,
invece, potrebbero svolgere un ruolo di prevenzione,senza aspettare che i figli
entrino nel giro dell'eroina.Fausto è un ragazzo che ha sacrificato la propria
vita per salvare quella degli altri".
Fausto è un
timido.Spesso ti guarda con quegli occhi rivolti verso il basso.E' fatto
così.Non che avesse paura degli altri ma la sua provenienza nordica,
riservata,lo portava ad ascoltare gli altri.Le ragazze lo imbarazzano. Così lui
ripete la solita frase: "Io non le so prenderle".Ce n'e' una
pazzamente innamorata di lui e mentre Fausto sale le scale della
scuola,vedendolo ,è svenuta:lui si e' messo a ridere come un matto.Sempre
pettinato, vestito con garbo,mai una piega fuori posto. I genitori degli amici
lo vedono come un ragazzo per bene,per la sua pettinatura e per il modo di
fare.Mi vengono in mente le parole di Danila."Ogni volta che la porta si
apre penso che Fausto ritorni,con con quello sguardo stralunato,un po’ timido e
sognatore,che accarezza i cagnolini e si sdraia per ore a leggere nel suo
divano letto".
IL PIANTO DI UNA CITTA'
Due ragazzi di diciotto
anni si guardano per pochi secondi,chiudono gli occhi e scoppiano a piangere.
Loro,Fausto e Jaio,non li conoscono nemmeno ma la notizia dell'omicidio di via
Mancinelli fa in breve tempo il giro della città.Le radio d'informazione
diffondono la notizia in tutta Milano. Così il Casoretto è stracarico di
persone:militanti dei gruppi della sinistra extraparlamentare,giovani del
Leoncavallo,i ragazzi dell'oratorio,quelli che avevano giocato a pallone nei
campetti fangosi,pensionati,lavoratori.Un vecchietto che avrà settant'anni ricorda."Ho fatto il
partigiano sulle montagne della Val D'Ossola,pensavo di aver lottato per
cambiare il futuro dei miei figli e della nuove generazioni ma quando vedo
queste cose penso che il nemico è ancora qui con noi solo che ora non sappiamo
come combatterlo". Lo sgomento è forte.Alle 21,17 Radio Popolare
interrompe bruscamente un brano musicale per dare la prima versione dei
fatti."Fausto Tinelli e Lorenzo Jannucci- dirà lo speaker-due giovani di
diciotto anni sono stati ammazzati questa sera in via Mancinelli a Milano,tre
individui li hanno uccisi a colpi di pistola.Per ora non abbiamo notizie ma vi
terremo aggiornati man mano che se ne aggiungeranno altre".La manopola
della radio si sposta sulle frequenze di
Canale 96."Due ragazzi del Leoncavallo sono stati ammazzati con
vari colpi di pistola.E' certa la matrice di destra dell'agguato".L'emittente continua nel racconto."Due compagni del
Leoncavallo sono stati uccisi in via Mancinelli,quasi all'angolo di via
Casoretto. A pistolettate.Uno è morto sul colpo,l'altro sull'ambulanza.Non
sappiamo ancora i loro nomi".Radio Regione,allora del Pci,è sulla stessa lunghezza d'onda ma
si spinge in là:lo speaker si chiede "come mai un omicidio a due giorni
dal rapimento Moro".
Alle 21,30 di sabato 18
marzo 1978 via Mancinelli è un fiume in
piena.La strada è ricolma,i marciapiedi strabordano, la metropolitana di
Pasteur porta gente dai quartieri più periferici della metropoli.Vengono da
tutta la città,hanno sguardi tristi,increduli."Lo abbiamo saputo dalle
radio-mi diranno.Un giovane del Leoncavallo sussurra parole che pesano come
pugni nello stomaco."Capisci? Poteva capitare a chiunque di noi".Dice
che al centro sociale è entrato un
ragazzo."Hanno ammazzato due giovani proprio qui,dietro
all'angolo".Sono usciti e hanno invaso le strade e le piazze.Si organizza
una manifestazione spontanea.Nessuno vuole etichette di gruppo.Le
organizzazioni politiche della Nuova Sinistra danno il loro appoggio ma
promettono che nessuno striscione sarà esposto.La rabbia e la tensione fanno la
loro parte.Il corteo è scomposto,non ha una testa neppure una coda.Giovani entrano
nei locali,nelle pizzerie e trattorie,gridano:"Hanno ammazzato Fausto e
Iaio,hanno ammazzato due compagni,due come noi".Agli ingressi dei cinema
della zona lo urlano di nuovo.Lasciano lì la pizza,i risotti di Ada,una delle
trattorie del quartiere.Quelli del Centro serrano le file."Giù dai
marciapiedi,iniziamo la manifestazione"-gridano da un vecchio gracchiante
megafono.Vengono lanciati slogan duri."Uccidere i fascisti non è
reato","Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero".C'è chi
punta il dito sulla Democrazia Cristiana."Governo monocolore si apre la
strada con il terrore".Vetrine,macchine,lampioni:tutto viene distrutto in
un disordine assordante.Piazzale Loreto,Corso Buenos Aires,corso Venezia,Piazza
San Babila.Poi Piazza Duomo.Sale sulla sedia un insegnante del liceo
Settembrini. Jaio era un suo alunno.Alle persone che rimangono lì,nonostante il
freddo,traccia la prima timida pista."Stava facendo,mi ha
detto,un'indagine sui rapporti tra droga e fascisti.Gli ho chiesto se avesse
avvertito magistrati e polizia.Ha sorriso,ha detto che lui e gli altri compagni
impegnati non volevano che tutto fosse insabbiato.Gli ho chiesto se non avesse
paura e mi ha detto che ne aveva tanta".La polizia non si fa vedere anzi
sembra lasciare il campo,senza neanche un intervento.Un testimone di quella
manifestazione racconta,diciotto anni dopo, quello che aveva notato."Capì
subito che c'era qualcosa che non andava- dice Angelo Brambilla Pisoni,detto
Cespuglio,uno dei responsabili milanesi di Lotta Continua,ora scomparso."Penso
che volevano colpire una certa area politica,l'autonomia operaia,lanciando una
sorta di messaggio trasversale ai settori legati al terrorismo ma anche ai
gruppi della sinistra extraparlamentare,ai militanti di base del Pci.Quello era
un quartiere storicamente rosso,c'è un humus culturale di sinistra.Volevano
colpire l'immaginario collettivo perché se ammazzi due ragazzi,così,a sangue
freddo,due giorni dopo il rapimento Moro ottieni un effetto devastante,in una
città già provata e nervosa come Milano.Infatti nelle prime file del corteo di
sabato 18 marzo notai una decina di militanti di Prima Linea.Presero la testa
.Non so se erano armati.Di certo chi ha ucciso Fausto Tinelli e Lorenzo
Iannucci sapeva bene cosa faceva,quale meccanismo perverso avrebbe prodotto.Era come lanciare benzina
su un incendio che già c'era".Chi voleva colpire una certa area politica
per scatenare la tensione a Milano?E' lecito pensare che il piano sia scattato
proprio in coincidenza con il rapimento Moro?
Anche nel mondo del traffico
degli stupefacenti qualcosa accade poche ore prima dell'omicidio del Casoretto.
Enzo Nava faceva parte del gruppo di lavoro sulla droga della federazione
milanese di Democrazia Proletaria.Conosceva alla perfezione il mercato
milanese,i suoi protagonisti e le alleanze."C'è il rapimento Moro. I
distributori all'ingrosso di eroina sono per lo più concentrati al Parco delle
Basiliche,Parco Lambro,Giambellino.E' il quarto sabato consecutivo che la droga
sparisce globalmente dal mercato come se si stesse assistendo ad un operazione
economica mossa però da altre spinte,magari di tipo politico.La stessa cosa era
accaduta nel novembre 1974.Quel sabato 18 marzo 1978 erano previsti almeno
quattro concerti che avrebbero potuto movimentare un numero consistente di
ragazzi.Ricordo che c'era Angelo Branduardi al Teatro Lirico e il blues al
Leoncavallo.Verso le 19,30,a pochi minuti dall'agguato,entrano in scena
spacciatori con Lsd fortissimi.Era un potentissimo eccitante.Due giorni dopo
l'omicidio di Fausto e Jaio torna a circolare eroina.Nel 1978 c'erano 15 piazze
che funzionavano 24 ore su 24.Era anche l'anno dove si stabilisce il forte
legame tra malavita organizzata e neofascismo".
La manifestazione termina
quando Milano dorme da un bel pezzo.Le facce sono stanche,il nervosismo è alle
stelle.Molti si danno appuntamento a qualche ora dopo, davanti alle scuole.Si
stenderanno solo per rimediare qualche ora di riposo.Nessuno dormirà fino in
fondo.Quei due corpi sul selciato diventeranno incubi ricorrenti,visioni
notturne che turberanno tutti.Ma di notte prosegue il filo diretto delle radio.
Danila,madre di Fausto Tinelli,telefona a Radio Popolare.E'
l'1,51."Pronto?sono la mamma di Fausto.Volevo smentire che mio figlio era
nel mondo della droga.Sono tutte calunnie.Basta che sia povera gente che subito
gli buttano calunnie addosso.Se una donna muore per strada è una puttana.Se un
giovane muore è un drogato.Non voglio che ci vadano di mezzo altri giovani.Voi
dovete aiutarmi a trovare i killer di mio figlio.Quelli li voglio,li voglio far
fuori con le mie mani.Ero sola a casa questa sera.Me lo ha detto la polizia che
è stato ucciso.Fausto ha sempre odiato la droga,non mangiava neanche la carne
perché voleva bene alle bestie."Danila piange,si dispera."Fausto ha
un fratello di 18 mesi,Bruno,erano molto attaccati,non voglio che vadano di
mezzo altri ragazzi come mio figlio,voglio solo indagare per scoprire i
responsabili".
Una viuzza stretta con
poche case,costeggiata da un lungo muro grigiastro.In mezzo quattro transenne
delimitano da alcune ore il luogo dove Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli sono
caduti.Via Mancinelli vede arrivare fino al giorno del funerale,mercoledì 22
marzo,ragazzi e ragazze sconvolti dal dolore,dal pianto,dalla commozione.E' il
pianto di una città.Immensi cortei di studenti e operai lasciano spazio ad un
grande senso di impotenza.Nelle prime ore di Domenica 19 marzo si ammucchiano
sul selciato mazzi di fiori,quasi tutti anonimi.Con l'arrivo delle prime
luci,agli amici che hanno passato la notte al freddo si aggiunge una piccola
folla che si ingrossa in continuazione .Alle 10 al centro sociale Leoncavallo
prende forma un'assemblea:parlano gli amici di Fausto e Jaio."Bisogna
rispondere all'agguato teso da killer fascisti".Ma la gente che c'è lì
attorno non ha una gran voglia di discutere.Piange e sta zitta.Poi inizia la
manifestazione.Sono tanti.Tremila sono di Avanguardia Operaia e Mls,duemila
quelli di Lotta Continua e Autonomia.Sfilano incattiviti in una città più
deserta del solito.Là davanti c'è un solo striscione,"Fuori i fascisti dal
quartiere".La gente si affaccia dalle finestre,stringe il pugno ,saluta.Un
vecchietto si toglie il cappello e si avvicina al corrispondente di Radio Popolare.E' in diretta."Bisogna dire basta .Basta
dì de si ai padrun e alura te 'masen no;sì,sì,signorsì,alzare il cappello e
andare. E già,adess dighen tucc sì.No,minga tucc. Varda lì,ghreren du compagn,e
adess qui davanti a noi ci sono le bandiere rosse."Il responsabile del
servizio d'ordine di Lotta Continua si reca a parlare con Il Comitato
permanente antifascista che si è convocato d'urgenza alla sede dell'Anpi di via
Mascagni."Abbiamo scioperato contro la strage di Roma,dove uomini della
scorta di Moro sono stati uccisi,scioperiamo anche per l'uccisione di questi
due compagni.Sono vittime o no della stessa strategia?".E' un'attività
febbrile,si tessono nuovi rapporti politici con i partiti e con i sindacati.
Arriva la sera e molti
vanno a casa.Non dormono da ventiquattro ore e li aspettano altre giornate
cariche di passione.In via Mancinelli c'è sempre chi presidia. Lunedì 20 marzo
tocca alle scuole:cortei improvvisati formano una marea di giovani.Sono
ventimila.La parte più dura del corteo esprime la volontà di andare in via
Mancini,sede milanese del Movimento Sociale Italiano, ma nelle discussioni e
negli alterchi c'è chi ricorda cosa
accadde dopo la morte di Claudio Varalli,ucciso dal fascista Antonio Braggion e
il corteo del 17 aprile 1975 quando un
gippone dei carabinieri investì,uccidendolo,il militante dell'MLS Giannino
Zibecchi."Bisogna bruciare le sedi"-urlano gli autonomi. I gruppi
tentano di riportare la calma.Si va avanti per ore poi la tensione si è stempera.
Gli slogan
s'interrompono soltanto quando entra in piazza il corteo della scuola di Fausto
Tinelli:l'artistico Brera di via Hajeck.Fragili ragazzini portano uno
striscione che sarà grande cento volte più di loro:è una tela bianca con i nomi
e i volti di Fausto e Jaio.Un grido rabbioso echeggia di colpo in Piazza
Duomo."Fausto,Lorenzo non siete morti invano".Da un altoparlante si chiede lo sciopero generale per giovedì
23.Il sindaco Tognoli s'impegna a portare in consiglio comunale la proposta di
un funerale in forma pubblica.Sono migliaia,giovanissimi,vecchi,bambini
tenuti in spalla dai genitori.Urlano la loro rabbia sotto un cielo
livido.Assomigliano a tanti Fausto nel modo di parlare e di vestire che era
quello di tutti noi,allora.Accanto agli studenti più politicizzati si mischiano
nella folla quelli delle prime e seconde superiori con i libri da disegno sotto
braccio e le cartelle in spalla.
Nel quadrato di asfalto
lasciato dalle transenne si ammucchiano centinaia,migliaia di bigliettini
,scritti di getto dai giovani che popolano via Mancinelli.Li hanno tracciati su
fogli di quaderno, carta da lettere,su pagine strappate di agende e diari,sul
retro di volantini.Versi ,poesie,rime.Accanto alle parole hanno lasciato
fiori,regali,ricordi,cioccolatini.Le poesie vengono raccolte in un prezioso e ormai
introvabile volume,"Che idea morire di marzo",stampato dal
Leoncavallo e da un gruppo di giovani del quartiere Casoretto.Quello della
corrispondenza a Fausto e Jaio è un
vero fenomeno di massa che ha coinvolto tutti.Ci sono accenti
minacciosi,rabbia,slogan duri ma la maggior parte delle lettere sono intrise di
malinconia,impotenza,amore.Chi scrive non aveva dimestichezza con la penna ma
lo sforzo è grande.Buttate giù in
fretta,sull'onda dell'emozione,le poesie sono spesso ingenue,sprovvedute,prive
di tecnica,infarcite di frasi copiate da canzoni di cantautori.Quello che
colpisce è la spontaneità che ognuno esprime liberamente.Sono frammenti di
memoria.Come le parole scritte da Grazia Pado Movia ,che lascia ciò che ha da
dire."Che senso ha vivere a 19 anni e poi morire così:è stata una morte
inutile".E' una montagna fatta di carta .Qualche foglietto è
spiegazzato,lo trovo sparso in mezzo a tanti altri."Ho preso i giornali
delle menzogne per fare un gran falò dove la strega dagli occhi di antracite ha
messo un pentolone a bollire.Dentro ci ha messo le lacrime dei compagni,il
calore del sole,la voce dei giovani che fanno all'amore,gli occhi dei vecchi,le
mani delle casalinghe,il sudore degli operai,i riccioli degli studenti,le gonne
a fiori delle donne,la musica delle nostre canzoni e un po' di polvere
d'oro".Sono sogni colorati,speranze mai sopite,riflessioni.
"Uno,due,tre. I rintocchi del pendolo,è notte,fantasmi si aggirano per la
stanza:i miei pensieri. Orrore,paura e rabbia,tanta rabbia,che esplode improvvisa.Accendo
la radio,musica,comunicato,frasi di circostanza,tutto è finito,su un
marciapiede bagnato di sangue,coperto dai fiori ho lasciato una parte di
me."Sono ragazzi giovani ,come Fausto e Jaio,accomunati dal dolore,dalla
rabbia ma soprattutto da un senso
d'impotenza.In molti c'è pure la consapevolezza che i cambiamenti della società
non possono essere bruschi e repentini. C'è
la solitudine in ognuno di loro. "Non ce la faremo mai a cambiare
perché le macchine continuano a passare,rallentano un poco e vanno,perché siamo
in pochi e la gente è senza cuore".Si scrive che è notte,mentre le auto
nella città scivolano via veloci e la notte inghiotte le emozioni.Come quelle
di Luca,diciassette anni,studente di Cormano."Potevo essere io uno di quei
due ma per un attimo sono morto insieme a loro,per un attimo nel buio della mia
camera sono morto anch'io".Il senso di libertà c'è tutto .Si vuole andare
più in là con la scrittura,nell'intento di donare ai due ragazzi uccisi
qualcosa che possa rimanere intatto e vivo."Bruciati ora,su queste piazze
fra queste strade,affermazione negata dall'uomo rinchiuso che fugge dalle tue
parole,come un cane a cui vuoi togliere la museruola,per lasciargli abbaiare la
sua rabbia e mordere chi lo vuole tenere alla catena".Silvana,la ragazza
di Fausto,lascia il suo amore,profondo
e ancora giovane.Il suo sconforto è grande,il dolore impetuoso,il tormento
troppo forte."Penso che ti raggiungerò presto.Chi è morto dentro non può
continuare a vegetare.Ed io sono morta dentro.Ti vorrei dire tantissime
cose.Non sbatte niente a nessuno:te lo assicuro,solo a pochi.Ti amo
tantissimo".Celina Hernandez riporta una lettera che aveva letto un giorno
al Parco Lambro a Lorenzo.E' il ricordo che ha
di Jaio."Sono qua,seduta su un foglio dove scorre questo inchiostro
e mi appare il tuo viso,dolce,allegro.Sono fra mille persone,ognuna è diversa
ma ognuna sei tu.Ti vedo in ogni corpo,ti sento in ogni voce,ti cerco in ogni
strada. E poi,nell'allegria dell'inchiostro ti ritrovo e ti bacio.Adesso il tuo
viso non è più trasparente,adesso ti posso accarezzare,il tuo sorriso è caldo e
vicino,i tuoi occhi chiusi sono davanti ai miei.Ti ho con me e domani ti
porterò,ti rivedrò in ogni viso,ti cercherò altre volte,nell'allegria di un
sorriso:per poi tornare ad avvolgermi nella felicità di ritrovarti ancora con
me".Tornano in mente le cose passate tra amici,le mille risate,la
costruzione dei rapporti,certe timidezze nascoste nel cuore .I biglietti
portano mille nomi ma è come se ogni riga appartenesse ad un unico pensiero
collettivo.Chiunque avrebbe potuto scriverle,allora,in quel marzo
1978."Non ti dimenticherò mai e sono sicura che una mattina,prendendo la
filovia che ti porta a scuola ti ritroverò seduto,come lo eri sempre,al posto
del bigliettaio con i tuoi grandi occhi azzurri e il tuo dolce
sorriso".Fausto e Jaio vengono trattati come due vecchi amici partiti per
un lungo viaggio.Qualcuno li attende.Come Marina .
"Ci sono cose che
vorresti dire da sempre e quando arriva il momento non trovi le parole adatte.Sai
Jaio,io ti ho sempre ammirato,anche se forse non l'ho mai fatto capire.Forse è
ora di parlare di vendetta ma è l'unica cosa a cui riesco a pensare con
freddezza e lucidità.Se cerco di ricordare i vostri volti scoppio in lacrime e
non concludo più niente.Dovevamo festeggiare il diciottesimo compleanno,il
mio,per mercoledì.Doveva essere una cosa da niente,due pasticcini e via,molto
semplicemente come del resto siamo.Ma non mi aspettavo per nessun motivo che
finisse così.Ho trascorso i miei diciotto anni ai tuoi funerali,passando tre
volte in via Mancinelli e poi la manifestazione.Non potevo fare altro.Ma ho
deciso,dovessi rimetterci la pelle se non lo farò.Lo sai sono testarda.La via
Mancinelli la ripercorrerò da sola ogni volta che di sera andrò al centro.Ora
sto piangendo Jaio,piango sempre quando ti penso e tremo,non mangio da tre
giorni,mi sto ammalando .Avevo sempre detto che i miei diciotto anni non li
avrei mai scordati.Ma non volevo che questo accadesse così.Io non so fare altro
che questo.Piango e basta. E guardare tutti quei fiori.Fra poco fotograferò
questo posto".Si pensa ai cambiamenti,alla politica,ai rapporti
personali.Tutto si mischia,lì,tra quei pezzetti di vita
scritta."Orrore,paura,schifo.Schifo quando sento arrivare della gente
intruppata che lancia slogan che parlano di righe rosse tra i capelli e chiavi
inglesi e altro.Passano davanti alla macchia di sangue violentando tutti i
compagni che sono raccolti lì in silenzio,piangendo.Comprendo che è una falsa
rabbia esterna.Mi chiedo come si possa avere la forza e il coraggio,a poco più
di un'ora e mezzo dall'accaduto di urlare slogan.Mi domando se c'è umanità in
tutto questo.Stavolta non piango.Non voglio fare cortei
immediati,belli,duri,militanti,controinformativi.Ho solo un gran bisogno di parlare
e di capire".Le fotografie stampano su carta frammenti di vita. C'è chi le
guarda serenamente e mette su un foglio ciò che prova."E questa foto
tua,che guardi lontano,un po’ serio.Se te la facessi vedere ora,ti metteresti
pure a ridere dicendo che non era venuta bene,che in fondo non eri proprio tu.
E Tu,Jaio,dov'eri?Mi tornano in mente tutte le leggende antiche dei
greci,quando i vivi si mettono a parlare con i morti.Poi non è più successo.La
gente ha iniziato a dire che erano dei pazzi,che era meglio lasciare perdere.
Perché bisogna dire che la tua è una morte politica dimenticando chi era Jaio?O
dire solo che eri Jaio e dimenticare tutta quella gente sotto il sole e il
vento di Milano con le montagne dietro?Ti ho portato in spalla,dentro tutto quel
legno.Pensavo che eri tutto sballonzolato,sbattuto di qui e di là.Ora non
possiamo più fare progetti insieme.Quando ti ho visto con i capelli tirati
indietro,ho capito che non appartenevi più a te stesso. E mi sono messo il
cuore in pace.Facevi parte di un rito.Lì all'obitorio.
Poi,nel corteo,mentre ti
portavo in spalla,eri cambiato.Eri dentro,dentro e dietro agli occhi.Quando ti
hanno messo davanti alla chiesa ero un po’ geloso di consegnarti alla gente.Poi
ho visto che ti trattavano bene.Non c'era nessuno che fingeva.Ti sono passati
tutti davanti,i fiori,i pugni tesi,si vedevano i tendini,le mani serrate.Li ho
visti,non fingevano,Jaio,fidati,ti hanno trattato bene".C'è spazio anche
per i rimpianti,il pensiero di quelle cose che avresti potuto o dovuto fare con
un amico che ora non c'è più."Non ho fatto in tempo a darvi l'ultimo
saluto,molta gente aveva bisogno di piangere sulla mia spalla.Non ce la
facevo,sentivo il vento venirmi incontro dicendomi che era ora di
ricominciare,di muovermi per evitare che altri ci facessero crescere in questo
modo.Vi hanno ammazzati e forse siamo stati anche noi ad avergli dato una
mano.Col nostro egoismo abbiamo permesso che molti compagni cadessero in questo
modo".C'è un biglietto scritto alle due di notte."Ciao amore ciò che
ti scrivo non è una lettera ma una storia.Stanotte hanno ucciso Fausto,il
biondino che quando eravamo in prima non interveniva mai perché si
vergognava,Fausto che chiamavamo Faust perché di origine trentina,Fausto con
cui andavamo a fumare in segreteria,che diventava rosso quando andava a parlare
con le ragazze,quando facevano i gavettoni o andavano a tirare le uova alla scuola privata .Mi ricordo che è andato
avanti due mesi dicendo che gli faceva male l'appendice ma aveva paura ad
andare all'ospedale.Per me Fausto è vivo e vivo perché tutte queste cose e
tante altre le abbiamo vissute e non spariranno mai.Oggi è morta una
mosca."Ce ne sono migliaia e migliaia di fogliettini spiegazzati e ognuno
porta un segno."Di te conoscevo solo i sogni,il tuo sorriso,i tuoi
libri,avevo visto solo i tuoi grandi occhi e la musica che avevi dentro,non
ricordo le tue mani,non so chi amavi,di me non conoscevi niente,non volevo
scoprirmi.Solo falsità e come vorrei avere i tuoi pensieri verso un cielo
stellato e una luna che ha visto e sentito o verso un selciato sporco e una
strada buia.Puoi sentire quello che non ti ho mai detto?".
Si prepara il giorno dei
funerali,il più triste. L'addio a Fausto e Jaio è previsto mercoledì 22 marzo
alle 11,in Piazzale Loreto.Nelle prime ore del mattino il mondo del lavoro si
scuote:consigli di fabbrica,delegati sindacali,singoli operai decidono di
aderire alla manifestazione."Noi dell'Innocenti faremo tre ore di
sciopero,al di là di quello che
comunicheranno i sindacati".Telefonate alle radio,comunicati,volantini.Le
adesioni sono molte,articolate e poi ce
ne sono altre sei in arrivo:Sip,Pirelli,Montedison,Honeywell,Cge,interi
consigli di zona,i sindacati delle scuole e dei telefonici.Alle 22 di martedì
21 marzo giunge l'annuncio dei sindacati unitari."La federazione Cgil Cisl
Uil ha deciso che tutti i lavoratori di Milano e provincia sospenderanno il
lavoro nella giornata di domani riunendosi in assemblee,dalle 11 alle 12 verrà
discusso il documento confederale sulla violenza e sul terrorismo. I consigli
di fabbrica della città potranno organizzare una fermata dal lavoro tale da
consentire la partecipazione dei lavoratori ai funerali".Il giorno inizia
presto. Milano si sveglia con il frastuono dei camion che entrano nelle
tangenziali,con l'odore acre dei fumi di scarico,con le colazioni consumate in
pochi minuti nei bar della metropolitana.Gli autobus vengono presi di corsa,la
gente guarda basso e tira dritto.E' un giorno diverso per Danila Tinelli.E'
stata alzata tutta la notte,a guardare le fotografie.Apre quella camera e vede
le cose di Fausto,il letto vicino alla finestra dove dorme da sempre,il piccolo
Bruno che piange.La finestra da su via Montenevoso,e' deserta,nessuna macchina
passa per interrompere quello strano silenzio di morte."Quel mercoledì 22
marzo non finirò mai di dimenticarlo.Stetti lì senza piangere,tenevo tutto
dentro.Mi venivano in mente gli anni vissuti con Fausto,le discussioni,le
litigate,lui che mi confidava tutto.Le estati a Trento,guardando le montagne e
correndo felici per i prati.Era tutto nascosto dentro me,lo conservavo
gelosamente,non volevo che nessuno entrasse.Vedevo i volti scuri delle
persone,amici di Fausto e Jaio,ragazzini come loro che giocavano per ore da
piccoli.La mia vita scorreva davanti.Poi le immagini belle scomparivano e tutto
mi sembrava più difficile.Guardavo al futuro con angoscia,il mio piccolo Bruno
che si staccava così bruscamente dal rapporto con Fausto,la vita,il lavoro,le
difficoltà di farlo crescere bene,la casa troppo piccola,i sogni di cambiamento.Quello
che ricordo era tanta gente,bella,triste,con le bandiere rosse che sventolavano
e quel vento di marzo che mi portava via tutto,anche la vita"Per Fausto e
Jaio e' stata allestita una camera ardente,in una stanzetta spoglia.là in mezzo
ci sono le due bare,aperte a metà. Danila se ne sta lì,in disparte,appoggiata
al muro,come tutti gli altri parenti.Dalla porta principale entrano ed escono migliaia di ragazzi,in silenzio,i
compagni di scuola,gli amici,i vicini di casa,quelli del Casoretto.Non sono
condoglianze prestate con noia ma abbracci
sinceri."Prima i compagni del Leoncavallo,un migliaio-riferiva il
cronista di Canale 96-Poi due bandiere della Federazione Lavoratori
Metalmeccanici.Le due bare vengono portate a braccia,prima quella di Fausto e
poi quella di Jaio.Poi dietro ancora,un mare di gente".Si cambia lunghezza
d'onda .Il corrispondente chiede la linea a Radio Popolare."Sono arrivate
le bare-dice in diretta.Subito dopo si ascolta un grande silenzio che forse
comunica più di tante parole.Nel lontano 78 non esistono i telefonini,i
cronisti registrano sui Geloso,sui Grundig,come se fossero in diretta.Poi
schizzano lungo le scalette della metropolitana,si attaccano al telefono,danno
la radiocronaca differita di soli pochi minuti.
Chi racconta quel
funerale ha la voce rotta dai singhiozzi,i registratori si inceppavano,la linea
era sporca ma la resa era
straordinaria.Quella moltitudine di persone,centomila dirà la
polizia,tutte insieme e in silenzio.Gli operai dell'officina di riparazione
dell'Atm sono tutti sui cancelli,qualcuno ha messo pure la bandiera
rossa,salutano le bare con il pugno alzato.In Piazza San Materno,di fronte a
casa di Jaio,si diffondono le note dell'Internazionale.Un gruppo di donne che
avranno cinquant’anni ha deciso di portare una corona di fiori. C'è una frase
."Le madri dei compagni del Leoncavallo".Adriana era una di
loro."Ascoltavo la radio.Ad un certo punto interviene Carmen,fa un
appello.Ci siamo trovate ai funerali,eravamo tante ma ci sentivamo troppo
sole".Intorno alle 10,30 giungono i furgoni funebri con le corone già
pronte.Servono a poco perché i ragazzi vogliono portare le casse a spalla. E lo
fanno per un chilometro e mezzo fino a piazza San Materno,il cuore del
quartiere,a pochi passi dalla chiesa di Don Perego,Santa Maria Bianca del
Casoretto.Poi la bara di Jaio sfiora per un attimo il portone di casa sua,nella piazza:la madre gli da
l'ultimo saluto,piange,si dispera.
Il corteo arriva da
Piazzale Loreto e comincia a sfilare con il pugno chiuso.Questo continuo via e
vai proseguirà per almeno un'ora e mezza.In chiesa Don Perego inizia la
messa.Un ragazzo che avrà vent'anni si avvicina,mi guarda e giura che " se
Jaio fosse ancora vivo tirerebbe le
palline al parroco".Poi le bare vengono portate via. Jaio va al cimitero
di Lambrate,Fausto torna nella sua Trento.Le persone si accalcano in via
Mancinelli dove i mazzi di fiori sono diventati un grande ammasso colorato.Si
fischietta l'Internazionale e la canzone che ricorda i morti di Reggio
Emilia.Passano con gli striscioni,gli operai della Fiat Mirafiori,i gonfaloni
del Comune,della Provincia,della Regione.Finito di sfilare se ne
vanno.Rimangono i ragazzini e i militanti dei gruppi che si infilano in corso
Buenos Aires,poi percorrono corso Venezia e arrivano a piazza San
Babila.Duemila persone si trovano improvvisamente davanti alla sede della
Camera del Lavoro,in Corso di Porta Vittoria.Una ventina i giovani corre avanti
e sale gli scalini.Esce il servizio d'ordine del sindacato,volano
pugni,spintoni.La Cgil chiude il cancellone di ferro.I ragazzi
gridano:"Ieri per Moro eravate qui,oggi dove siete buffoni del
Pci".Cresce la tensione ma all'improvviso i dirigenti dei gruppi riescono
ad allontanare il corteo.La manifestazione finisce mentre le radio di movimento
continuano il tam tam fatto di notiziari e musica sinfonica.Passano pochi
giorni e le Brigate Rosse emettono il loro comunicato numero 2."I
proletari hanno dimostrato anche a Milano di saper scegliere i propri amici dai
propri nemici,i propri interessi da quelli dei padroni.
La manifestazione dei 40
mila dello sciopero per Moro,organizzata intorno alle forze reazionarie come la
Dc,ha avuto giusta risposta da 100 mila proletari in piazza per la morte dei
compagni Fausto e Iaio,assassinati dai sicari del regime".Ma i giovani del
Leoncavallo non ci stanno.Da un comunicato del Centro Sociale."Respingiamo
l'uso strumentale dei due compagni da parte di un gruppo che ha scelto di
inserirsi organicamente nella strategia della tensione".Franco Bonisoli
faceva parte della direzione delle
Brigate Rosse.Il fatto se lo ricorda bene."Noi eravamo in via Montenevoso
8 da diversi mesi.Facevamo una vita naturalmente riservata.Avevamo l'appartamento da molto prima del rapimento
Moro.Era il nostro quartiere generale. L'omicidio di Fausto e Iaio ci scosse
non poco.Mi aveva sorpreso la potenza di fuoco di chi sparò in via
Mancinelli.Pensai subito che fossero fascisti".Lo chiamo al telefono che è
sera.Una domanda mi viene spontanea."Lei sapeva che Fausto Tinelli abitava
in via Montenevoso 9,al primo piano,esattamente davanti alle tre finestre
dell'appartamento covo delle Brigate Rosse?".Dall'altra parte della
cornetta c'è un attimo di silenzio."Proprio non lo sapevo.Noi facevamo una
vita ritirata,non sapevamo niente di quello che accadeva in quel
quartiere".
ALL'OMBRA DELLA MADONNINA
Il Casoretto assomiglia
più a un grande paesone che a un quartiere di una città.Gli abitanti si
conoscono,si trovano al mercato mentre vanno a far compere,con i sacchetti
della spesa.Le donne chiaccherano nei negozi vicini a Piazza San Materno,gli
uomini nei bar a giocare le carte per ore,dopo il lavoro,i ragazzi si divertono
come possono.Convivono case di ringhiera e palazzoni costruiti nel
dopoguerra.E' facile vedere,in quelle sere d'estate,vecchietti parlottare con
la sedia fuori dall'uscio di casa.E' un pezzo di vita popolare di Milano.La
sinistra ha sempre ritrovato le proprie origini ma negli anni Settanta avviene
la lacerazione.Mentre molti offrono le proprie speranze elettorali al Pci, tra i
giovani nasce il malcontento e inizia la rottura.Prendono forma in breve tempo
decine di luoghi frequentati da militanti della sinistra non
convenzionale:Centro Sociale Leoncavallo,Collettivo Casoretto,casa occupata di
via Pasteur. Un eruzione sociale. C'è un clima che favorisce l'insediamento di
sei appartamenti utilizzati da militanti delle Brigate Rosse e Prima Linea.La
cartina che verrà pubblicata nel libro del generale Vincenzo Morelli,"Anni
di Piombo",è' l'esatta fotografia di cosa accadeva in quella zona tra il
Casoretto,Porta Venezia e Lambrate.Il covo di via Montenevoso 8 e' lì da un bel
pezzo.Almeno se si deve dar retta ai brigatisti nelle deposizioni davanti alla
Commissione Parlamentare Moro.Vi trovarono il 1 ottobre di quell'anno le carte di Aldo Moro.Vengono arrestati Nadia
Mantovani,Lauro Azzolini,Antonio Savino,Biancamelia Sivieri,Paolo Sivieri,Maria
Russo,Flavio Amico,Domenico Gioia .C'è anche Franco Bonisoli.Lo chiamo,voglio
sapere qualcosa di più. Così prende fiato e mi racconta che "l'appartamento
venne comprato alcuni mesi prima del rapimento Moro anche se non sentivamo la
morsa degli inquirenti che indagavano su di noi".L'intestatario
dell'appartamento è il ragioniere Domenico Gioia.E' lui,almeno formalmente,il
proprietario:in realtà aveva firmato solo il compromesso e pagato solo il 70%
del prezzo stabilito con il precedente inquilino, Rocco Lotumolo("La tela
del ragno,Sergio Flamigni,edizioni Kaos).Secondo il generale Morelli che
condusse le operazioni in via Montenevoso,"il covo era situato in una zona
di Milano molto abitata(oltre 100 mila abitanti),popolare ed operaia,a due
passi dalla stazione di Lambrate,confinante con l'aeroporto di Linate ed a
brevissima distanza dalla trangenziale ovest e quindi dall'imbocco delle
autostrade per Genova,Bologna,Torino,Venezia;una zona ricca di fabbriche e
pullulante di collettivi dell'Autonomia,allora veri serbatoi del
terrorismo".
Sul ritrovamento del
covo brigatista esistono almeno tre versioni.Quella ufficiale dice che "è
un borsello smarrito a Firenze dal br Lauro Azzolini nel luglio 1978,la traccia
che porta i carabinieri della sezione speciale anticrimine di Milano ad
individuare via Montenevoso 8".Secondo il tenente colonnello Nicolò
Bozzo(uno dei più importanti collaboratori del generale Dalla
Chiesa)"l'operazione prende il via nel luglio 1978,l'input arrivò a Milano
con un rapporto dei carabinieri di Firenze,i quali su un mezzo pubblico avevano
trovato un borsellino di cui un terrorista si era liberato alla vista dei
militari"(testimonianza tratta dalla Repubblica del 21 ottobre 1990).Il
generale Dalla Chiesa afferma che"tutto era nato da un lavoro svolto sul
borsello di Azzolini".Una vecchietta lo ritrova e lo consegna al
conducente di un tram.Apre e vede dentro una pistola così si affretta a
portarlo alla stazione dei carabinieri di Castello di Firenze.Si mette in moto
la sezione anticrimine di Firenze che invia il brigadiere Negroni a Milano per
stabilire,attraverso i documenti sequestrati ,qualcosa che potesse condurre al
proprietario del borsello.Secondo Dalla Chiesa"una serie di appostamenti
condussero verso l'agosto 1978 a stabilire che Azzolini entrava e usciva da via
Montenevoso8"(Commissione Parlamentare Moro,volume 9,pagina 226).La
seconda versione è del generale Morelli."Le investigazioni presero l'avvio
da un mazzo di chiavi trovate occasionalmente a Firenze verso i primi di luglio
1978 su un autobus,erano state perdute da un rapinatore di una banca che aveva
terrorizzato i passeggeri ed era scomparso a bordo di una vespa rossa:La sezione
anticrimine della città toscana inviò le chiavi alla Legione di Milano che
condusse le indagini.Una vespa rossa venne trovata in zona Lambrate mentre una
delle chiavi rinvenute a Firenze entrava perfettamente nella toppa
dell'edificio di via Montenevoso 8".La terza e ultima versione la fornisce
il maggiore Valentino Fortunato,comandante del Reparto Operativo dei
carabinieri di Milano.La sua testimonianza è differente da quella offerta da Dalla Chiesa e Morelli."Durante
il servizio di vigilanza all'interno della stazione della Metropolitana di
Lambrate,il personale aveva notato un giovane non solo per il borsello rigonfio
portato a tracolla ma anche perché aveva lasciato transitare senza salirvi
almeno tre convogli diretti verso il centro città.Il 23 settembre 1978 Azzolini
veniva notato provenire da via Monte Nevoso.(Commissione Parlamentare Moro
volume 34,pagine 466/467).
Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9,al
primo piano.Proprio davanti al balcone dell'appartamento dei brigatisti.Salgo
le scale dell'appartamento dove vive Danila Angeli,in Tinelli,la madre.Mi
accompagna in sala,dove Fausto dormiva in un divano letto.Apro la porticina ,in
fondo c'è la finestra ,la spalanco e noto che la vicinanza con l'appartamento è
minima,meno di dieci metri.Stando seduto riesco a vedere perfettamente cosa
accade nell'ex covo brigatista ora messo all'asta dall'Autorità
Giudiziaria.Scorgo le sagome delle persone.Via Montenevoso è una strada
stretta. D'agosto la città è vuota.Riesco perfino ad ascoltare le voci che provengono dalla casa di fronte. Danila
mi indica il punto dove era messo il
letto,a quel tempo."Fausto dormiva qui,il letto era per il largo della
stanza ,la testa era rivolta verso la finestra.Passava delle ore a leggere
libri,sempre con le ante aperte.Poteva aver visto qualcosa?"La madre
Danila mi fa sedere.Sento che deve dirmi una cosa importante che non ha mai
raccontato a nessuno.Lo capisco da come mi guarda e mi osserva ,come se stesse
cercando le mie intenzioni.Si deve
fidare,gli do tempo. Così inizia un racconto.Sono cose accadute tra gennaio e
febbraio 1978."Ben prima del rapimento Moro,il 16 marzo 1978 e
dell'omicidio di mio figlio notai che all'ultimo piano del mio edificio c'era
uno strano movimento di
persone.Salivano anche con pacchi voluminosi.Accadeva sempre di sera e di
notte. C'era gente che andava anche sull'antana a ridosso del tetto.Seppi più
tardi che carabinieri e servizi presero l'appartamento per controllare via
Montenevoso 8.Lo seppi naturalmente dalle cronache giornalistiche dopo il
ritrovamento del covo delle Br .Era un monolocale,ci abitava una famiglia da
molti anni.Gli diedero uno sfratto d'urgenza e in tre mesi se ne andarono.Di
quella famiglia non seppi più niente,sparita,volatilizzata".L'appartamento
"osservatorio" in via Montenevoso 9 esiste davvero . Sergio
Flamigni,ex senatore comunista,scrive
nel suo libro "La Tela del ragno" che"da un monolocale in affitto situato nell'edificio davanti il
numero 8 di via Monte Nevoso,un sotto ufficiale controlla i movimenti".Il
generale Morelli conferma il
particolare.Sempre in "Anni di
piombo" mette nero su bianco la sua testimonianza."Venne deciso di
prendere in affitto un monolocale nell'edificio prospiciente quello sospetto.Il contratto di locazione semestrale
venne sottoscritto da un sottufficiale dei carabinieri che si qualificò come
impiegato privato.Da tale appartamento egli iniziò un attento lavoro di
osservazione,usando con molta circospezione,intelligenza e bravura,sofisticati
apparati fotografici,muniti di moderni teleobiettivi".
Danila Tinelli va avanti
con il suo racconto mozzafiato."Fausto è stato ammazzato perché aveva
visto qualcosa che non doveva vedere,un fatto,un particolare anche banale.Le
sue paure me le aveva confessate pochi giorni prima di morire.Negli ultimi
giorni registrava decine di bobine con un vecchio Grundig.Dopo l'omicidio
portammo la bara di Fausto nel cimitero di Trento.Al ritorno trovammo la nostra
casa messa sotto sopra.Erano entrati senza scasso".Il fatto viene
descritto minuziosamente nel dossier di Umberto Gay e Fabio Poletti del marzo
1988."Mentre i familiari di Fausto si trovano a Trento dove hanno
seppellito il giovane,si verifica un fatto inquietante.La vicina del
pianerottolo, un tardo pomeriggio, sente dei rumori.Sa che nell'appartamento di
Tinelli non c'è nessuno e ,incuriosita,si mette a sbirciare dallo
spioncino.Nota sul pianerottolo degli uomini che aprono la porta ed entrano
nell'appartamento.In un primo tempo racconterà che erano persone in divisa:in
seguito si sentirà di confermare che erano muniti di torce.Sta di fatto che
quando Danila Tinelli rientra a Milano scopre che sono scomparsi proprio i
nastri su cui Fausto registrava i risultati di un'indagine sullo spaccio di
eroina nel quartiere.Non manca nient'altro,solo i nastri,la porta d'ingresso
non risulterà essere stata forzata. All'epoca a Danila Tinelli non erano stati
restituiti gli effetti personali di Fausto,fra cui le chiavi di casa".
Danila descrive un altro
particolare."Mi sono ricordata che
la vicina di casa disse inizialmente
che gli uomini che entrarono nel mio
appartamento portavano un giaccone come quello dei carabinieri ma davanti al
magistrato ritrattò tutto.Una mattina vado al mercato.Mi avvicina una signora
sui cinquant’anni,mai vista in quel quartiere.Racconta che nei giorni
precedenti alla morte di Fausto e Iaio via Montenevoso era piena di uomini dei
servizi segreti,forse del Sismi,che vedeva strani movimenti di appostamento,che
voleva parlarmi ma non aveva mai trovato il coraggio.Anche questa donna poi è sparita
,sarei in grado comunque di riconoscerla".
Il ritrovamento di
quell'appartamento avviene
ufficialmente tra luglio e agosto 1978 ma Danila sostiene che ciò accade
prima del rapimento Moro,intorno a gennaio e febbraio. Forse è bene chiedere
lumi a chi ha indagato sul caso Fausto e Jaio."La pista che porta al covo
di via Montenevoso è inesistente- mi dice il sostituto procuratore Armando
Spataro che per primo iniziò le indagini sulla morte dei ragazzi del Casoretto-
I dati ufficiali corrispondono a quelli reali.E' impensabile che carabinieri o
servizi avessero scoperto il covo prima del rapimento.Credo invece che il
duplice omicidio sia un fatto voluto dalla destra romana e da ambienti legati
alla criminalità organizzata".Franco Bonisoli della Direzione Strategica
delle Brigate Rosse è convinto che la
versione ufficiale sia quella vera."Non
risulta che ci avessero individuati prima del rapimento Moro.Notai
invece movimenti strani a partire dall'agosto 1978. Luigi Cipriani era un
parlamentare di Democrazia Proletaria.Si è battuto in Commissione Stragi perché
venisse a galla tutta la verità sul rapimento Moro.Ora è morto ma le sue carte
sono tutte conservate . Michela Cipriani sua moglie,mi dice:”Mio marito non era
convinto da nessuna delle versioni circolanti sull’affare Moro.La sua ipotesi
era che il sequestro ebbe due fasi,la seconda delle quali giocata dalla Banda
della Magliana,mossa dal potere politico che,per motivi internazionali e
interni,voleva impedire la liberazione dell’ostaggio e la divulgazione del
memoriale.Lui non credeva alla firma dei brigatisti,pensava fossero stati,di
fatto,estromessi”.Luigi Cipriani si era fatto anche un’idea sull’omicidio di
Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci.Dice Michela:”Subito dopo la morte di Fausto
e Jaio,Luigi disse ai compagni che questo evento poteva avere un significato
politico,che occorreva chiarire.Tempo dopo,mi disse di ritenere che i due
compagni del Leoncavallo,impegnati nella controinformazione sullo spaccio di
droga,si fossero imbattuti in qualcosa di molto più grosso di loro e senz’altro
più grosso del piccolo spaccio.Pensava a un mix di trafficanti,fascisti e al
sottobosco dei servizi segreti”.Umberto Gay
ricorda che sul caso del
Casoretto,il parlamentare di Democrazia Proletaria Luigi Cipriani era andato
molto vicino alla soluzione."Dopo lunghe indagini non sapevamo dove
sbattere la testa.Un giorno mi sono incontrato con Luigi,Cip per gli amici.Lui
mi ha fermato.Si è chiesto se mi pareva possibile che quell'omicidio poteva
essere un problema di fascistelli di Milano.Se fosse stato così li avrebbero
presi in ventiquattro ore,disse.E' vero .il fatto era clamoroso e per polizia e
magistratura sarebbe stato un bel colpo,si era alla fine degli anni Settanta e
gli opposti estremismi erano finiti. Perché non ragionate,mi disse,perché non
capite che sulla pelle di quei due,che probabilmente sono stati ammazzati come
simbolo o per un fatto marginale, si sono catalizzate altre cose che con Milano
c'entravano poco o nulla.Ebbene il fatto è andato proprio così,riguardava
quella parte della città ma non tanto i fascisti in sé,quanto il mercato di
spaccio dell'eroina che in quel momento era in mano a ex fascisti e malavitosi
dichiaratamente colorati di destra;era un rapporto che riguardava una fetta
impazzita dei Nar di Roma con cui questi erano in contatto per traffici
e azione politica. Cipriani aveva ragione.Non si era occupato a fondo
dell'omicidio ma sapeva perché la chiave di lettura era vincente".(Tratto
da "Quel Marx di San Macuto,Autori vari,Fondazione Luigi Cipriani")
Il 1978 è un anno caldo
per Milano.Solo nella zona Lambrate sono presenti sei appartamenti di uomini
delle Br e Prima Linea:via Montenevoso8,via Buschi27(una tipografia scoperta il
1 ottobre ),via Negroli 30/2(il primo indirizzo di Corrado Alunni e della sua
compagna Marina Zani),via Melzo 10(il secondo appartamentodi Alunni)via Olivari
9 e via Pallanza 6(scoperte il 1 ottobre).Durante il rapimento Moro quel quartiere viene sorvegliato a
vista dagli apparati dello stato,ogni angolo è blindato,si contano decine di
posti di blocco,soprattutto alle entrate delle tangenziali di Lambrate e
Rubattino. Aldo Granuli realizza una perizia per il sostituto procuratore di
Milano Stefano Dambruoso. Scrive:nel 1998”Si esclude che Fausto Tinelli possa
aver visto qualcosa ma la doppia coincidenza (via Montenevoso e l’omicidio a
due giorni dal rapimento Moro) resta un inquietante punto irrisolto. Il
comportamento delle Br è inusuale come quel documento in cui si rende onore a
Fausto e Jaio.”
Anche sull'altro fronte qualcosa si muove. L'ambiente della destra extraparlamentare è in subbuglio.Nella città i fascisti hanno un peso organizzativo e politico scarso ma non per questo insignificante:neppure le posizioni dei duri fedeli a Pino Rauti,in larga maggioranza nell'allora Movimento Sociale e Fronte della Giovenù,riescono ad ampliare il consenso.Nonostante ciò si verificano fatti nuovi:il Msi organizza dopo anni di silenzio alcune iniziative contro la giunta di sinistra, moltiplicando i tentativi di propaganda: lancia con Rauti la parola d'ordine dell'"opposizione al regime Dc-Pci".Il partito cambia strategia e si rivolge ai giovani,alle donne,alle fasce socialmente più emarginate,soprattutto nel centro-sud.Crea i "Movimenti di giovani disoccupati",scimmiotta i festival di Re Nudo attraverso le esperienze dei campi Hobbit,riprende i testi di Jiulius Evola.Convive una doppia anima:quella politica,alla luce del sole,quella che propugna la rivoluzione armata contro lo stato.Nei quartieri popolari di Milano gruppi di fascisti cercano appoggi nella malavita comune e nella criminalità organizzata.La zona di Lambrate è senz'altro uno dei punti di maggior radicamento degli elementi di destra a Milano.Sono presenti in diverse scuole come il Gonzaga,l'Openheimer,lo Studium e dispongono di gruppetti organizzati in via Negroli e Piazza Adigrat.Quelle strade tra via Padova e via Porpora vedono allacciare i rapporti tra fascisti e malavita organizzata.Nel quartiere del Leoncavallo ci sono bar