DANIELE BIACCHESSI

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Corriere Nazionale , 16 novembre 2009, "Passione reporter" di Ciro Paglia

Forse farebbero bene a leggerlo quei giornalisti che un mese fa scesero in piazza a Roma per difendere una “libertà di stampa” che secondo loro sarebbe oggi minacciata in Italia: si intitola “Passione Reporter” il bel libro di Daniele Biacchessi (Chiarelettere editore) e racconta le storie di Miran Hrovatin, Raffaele Ciriello, Ilaria Alpi, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni, storie di un giornalismo “irregolare”, storie di uomini e donne che per un’informazione vera hanno dato la vita, giornalisti per passione, non per mestiere. Farebbero bene a leggerlo, quelli che strillano contro una censura che non c’è, ed a fare un esame di coscienza collettivo: perché ormai da tempo in questa nostra Italia, dilaniata da giornalisti con l’elmetto, la verità dei fatti è stata piegata all’interesse di fazione. Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni erano testimoni diretti, prima ancora che vittime, della profonda ingiustizia della guerra e l’hanno raccontata con tutto il suo carico di orrori, connivenze e tragiche responsabilità. E Daniele Biacchessi (vicecaporedattore di Radio 24-Il Sole 24 ore, autore di altri libri inchiesta sull’Italia della vergogna, sull’omicidio Biagi e quello di D’Antona, sull’assassinio di Tobagi per citarne solo alcuni) con questo suo “Passione reporter” racconta – lui che il giornalismo d’inchiesta lo pratica tuttora – le vicende di quei giornalisti che per far conoscere la verità hanno osato fino a sacrificare la vita. Vicende che ciascuno di noi dovrebbe imparare a conoscere in tutti i risvolti umani e professionali, non foss’altro come uno strumento per capire meglio ciò che al mattino si legge sfogliando un quotidiano, ascoltando un notiziario alla radio o guardando un telegiornale.

Ilaria Alpi e Miran Hrovatin della Rai furono trucidati perché probabilmente avevano scoperto qualcosa di inquietante: traffici internazionali di rifiuti tossici e di armi, nascosti dietro la cooperazione internazionale ai paesi in via di sviluppo. Il 13 marzo 2002, moriva a Ramallah il fotoreporter italiano Raffaele Ciriello. Ad ucciderlo, come documentano le immagini che lui stesso ebbe la sfortuna di realizzare in punto di morte, fu una raffica di mitra partita da un blindato israeliano che gli si era improvvisamente parato contro, mentre Raffaele stava svolgendo il suo lavoro: filmare e fotografare, come faceva da più di dieci anni. Perché lo uccisero? Raffaele Ciriello aveva ripreso con una minuscola telecamera palmare gli atti di repressione dell’esercito israeliano contro la resistenza palestinese. Una sorte analoga toccò, sulle impervie strade che portano a Kabul, a Maria Grazia Cutuli: fu un omicidio politico, non un agguato a scopo di rapina come sembrava in un primo momento. Fu una azione deliberata contro la stampa internazionale. Un sanguinoso “avvertimento”. Maria Grazia era una cronista di razza, che non si fermava davanti ai fatti ma amava scavare, approfondire, capire, cogliere tutti i risvolti di una storia (chi scrive l’ha conosciuta quando ancora si batteva per entrare nella professione attraverso i contratti a termine con il settimanale “Epoca”). Perché fare il giornalista non è solo mestiere da “status symbol “ come troppo spesso accade, ma significa raccontare la verità delle cose anche – e soprattutto – quando dispiacciono a chi gestisce il potere. Talvolta anche a rischio della vita. Come è accaduto ad Anna Politkovskaja assassinata nell’ascensore del suo palazzo a Mosca e, prima di lei, a Antonio Russo di Radio Radicale, “reo” di aver denunciato la dura repressione delle forze militari russe nei confronti della popolazione cecena e per questo assassinato. Come pure Enzo Baldoni rapito e ucciso nei pressi di Bagdad. “ Se oggi – ha scritto Ferruccio de Bortoli nella prefazione a “Professione reporter” siamo più liberi e cittadini più consapevoli del nostro ruolo nella società, lo dobbiamo anche al sacrificio di questi colleghi che hanno cercato di capire”. E ciò vale per tutti. Anche – soprattutto – per quei giornalisti che in piazza chiedono più libertà e in redazione non la esercitano.

 

Il Gazzettino , 10 aprile 2009, "Passione reporter" alla Fiera delle Parole di Rovigo

Raccontare è il lavoro principale del giornalista, perché non si perda la memoria. È stato apprezzato e sentito l’intervento di Daniele Biacchessi giovedì scorso al Censer rodigino, nel primo appuntamento serale inserito nella Fiera delle Parole 2009. Parlando al pubblico del suo libro “Passione reporter”, ha voluto sottolineare come l’informazione non si possa in alcun modo sostituire alla giustizia, ma serva per tenere vivo il ricordo, con particolare attenzione ai giornalisti uccisi mentre svolgevano la loro professione. «Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Raffaele Ciriello, Maria Grazia Cutuli, Antonio Russo, Enzo Baldoni - ha detto - non sono reporter che lavorano dal fronte. Raccontano storie che stanno dietro gli orrori della guerra, anche se la frontiera che separa il conflitto dalla vita di tutti i giorni e sempre più sottile. Ma informazione e investigazione si misurano con ostacoli, divieti, tentativi di manipolazione messi in campo dagli apparati militari, dalle agenzie di spionaggio, dal potere politico. In Afghanistan, Maria Grazia Cutuli del Corriere della Sera e i suoi tre colleghi della stampa internazionale, vengono uccisi per dare un messaggio agli Stati in guerra contro i taleban. Da Tiblisi, Antonio Russo denuncia la dura repressione nei confronti della popolazione cecena. In Iraq, Enzo Baldoni, pubblicitario e giornalista, viene rapito e ucciso insieme al suo interprete trasportando un uomo in gravi condizioni all’ospedale di Baghdad».
Le storie narrate da Biacchessi sono divenuto in chiusura i capitoli di una forma di teatro civile, affiancato da due musicisti del gruppo Gang: Marino Severini, voce e chitarra e Sandro Severini, chitarra elettrica.
Applausi anche per Ettore Mo, giornalista della vecchia scuola dell’impareggiabile Indro Montanelli. Forte la sua critica all’approssimazione, alla fretta a scapito della qualità. «È necessario verificare ogni notizia, andare sul posto e parlare con le persone: solo così si può praticare il vero giornalismo, senza dare fiducia, per fretta o superficialità, a quanto compare nelle agenzie o viene divulgato con mezzi alternativi».

Agorà vox , 9 aprile 2009, "Passione reporter , appuntamento con la morte " di Damiano Mazzotti

Il libro “Passione Reporter. Il giornalismo come vocazione” racconta il “giornalismo di frontiera” di uomini e donne che hanno sacrificato la loro vita per affermare la libertà d’informazione (www.chiarelettere.it, marzo 2009).

L’autore di questo saggio limpido e asciutto è Daniele Biacchessi: giornalista, scrittore, autore, regista e interprete di teatro narrativo civile (è vicecaporedattore di Radio24-Il Sole24Ore, dove ha condotto “Giallo e Nero”, trasmissione dedicata ai misteri d’Italia).

Comunque in questi casi non c’è molto da dire ed meglio leggere direttamente l’opera di Daniele Biacchessi. E ai reporter di professione e non, consiglio di memorizzare bene queste parole del defunto attivista Antonio Russo: “Dobbiamo ricordarci che l’informazione è un veicolo diretto all’utente, non un soliloquio da parte del giornalista. Bisogna tenere sempre presente che chi è dall’altra parte deve poter comprendere una realtà in cui non è presente”. Infatti un vero cronista va direttamente e pericolosamente sui fatti e se ha paura non deve fare l’inviato di guerra. “Se oggi siamo più liberi e cittadini più consapevoli del nostro ruolo nella società, lo dobbiamo anche al sacrificio di questi colleghi che hanno cercato di capire” (Ferruccio de Bortoli, prefazione).

E ora vi lascerò meditare in silenzio sui nomi e sulle brevi storie degli sfortunati reporter che con le loro azioni e la loro vita hanno dimostrato il vero amore per la libertà e la verità:

Ilaria Alpi nasce a Roma nel 1961 e viene assassinata a Mogadiscio in Somalia nel 1994 insieme al cineoperatore Miran Hrovatin. Qual è la causa probabile di questa esecuzione a bruciapelo? Di certo c’è solamente il fatto che stavano seguendo una pista di traffici illeciti di armi e di rifiuti pericolosi tra Italia e Somalia (il sito www.ilariaalpi.it è una finestra sul giornalismo d’inchiesta).

Raffaele Ciriello nasce a Venosa (PO) nel 1959 e muore a Ramallah, nei territori palestinesi della Cisgiordania nel 2002. È stato ucciso da una scarica di mitragliatrice di un carro armato israeliano. Purtroppo era un freelance che non portava elmetto, giubbotto antiproiettile e la scritta “Press”. E si era preso l’enorme rischio di sporgersi da un angolo dal quale pochi secondi prima i palestinesi avevano sparato, come dimostrano le immagini da lui girate (Ugo Tramballi, Il Sole24Ore).

Maria Grazi Cutuli nasce a Catania nel 1962 e viene assassinata a Kabul in Afghanistan nel 2001. L’omicidio è derivato dall’odio fondamentalista talebano. Comunque il convoglio di otto auto non prosegue il cammino in fila indiana come suggeriscono le regole di sicurezza nelle zone di guerra e non ci sono guardie del corpo per contrastare l’azione degli otto assalitori assassini.

Antonio Russo nasce a Francavilla al Mare nel 1960 e muore a Tbilisi in Georgia nel 2000. È morto per le lesioni inferte da killer professionisti (probabilmente russi), poiché aveva raccolto molta documentazione relativa all’impiego di armi vietate dalle Convenzioni di Ginevra da parte delle forze armate russe (pallottole espansive in alluminio, “mine ragno” semoventi, bombe Vacum).

Enzo Baldoni nasce a Città di Castello e muore a Najaf in Iraq nel 2004. Il giornalista freelance viene sequestrato e assassinato da un gruppo di terroristi mentre sta compiendo una missione umanitaria per la Croce Rossa italiana. Era anche un volontario che non amava le emozioni forti: si riteneva una persona curiosa che voleva capire cosa spingesse persone normali a imbracciare un mitra per difendersi. Il suo corpo non è ancora stato ritrovato e ha lasciato nei familiari un cumulo di rabbia inespressa che si trasforma di volta in volta in pianto sdegnato, in lancinanti ricordi o in silenzio gelido e paralizzante.

L’appuntamento con la morte “è purtroppo il prezzo che talvolta deve pagare chi abbia deciso, per propria scelta, di dedicarsi alla dolorosa realtà della guerra” (Errore Mo, inviato di guerra, p. 120).

Concludo con le parole di un grande spirito libero del giornalismo d’inchiesta: “Una coincidenza è una coincidenza. Due coincidenze sono due coincidenze. Tre coincidenze sono un indizio” (Marco Nozza, Il pistarolo, 2006). E le coincidenze e gli indizi dovrebbero essere sempre raccontati all’unico editore del vero giornalista: il cittadino.

 

Il Sole24ore, 20 marzo 2009, "Quando il reporter sacrifica la vita" di Alberto Negri

Davanti alla morte e alla violenza, quando sono così intime, vorrei soltanto silenzio. È la solitudine che ho cercato, ogni volta che mi è accaduto di perdere qualcuno. Accadde quando mia madre morì e avevo 15 anni, si è ripetuto tutte le altre volte, anche quando per mestiere mi è toccato scrivere la cronaca della morte di Maria Grazia Cutuli e di Julio Fuentes, di Raffaele Ciriello, di Ilaria Alpi, di Antonio Russo. Il libro di Daniele Biacchessi, Passione Reporter, racconta oggi le vicende di questi miei compagni di strada e di vita assassinati. Morti ma non scomparsi.
Tornando a casa dai servizi ho scoperto quanto la loro assenza mi facesse compagnia. Vengono a visitarmi sempre, anche adesso che ho voluto cambiare città. Ci sono giornate in cui sono molto occupato a parlare con loro. A un certo punto si è intromesso pure uno psicoanalista, ma ha dovuto fare presto i bagagli. Non c'era posto anche per lui.
In alcuni momenti interrompo di leggere o scrivere per continuare la conversazione. Ho scoperto che il telecomando non mi dà fastidio: riesco a dialogare senza interruzioni mentre scorrono le immagini e il sonoro svanisce nella stanza. Parliamo di tutto, al passato e al presente, non sono conversazioni tristi ma movimentate, in particolare con Maria Grazia che non smette di prendermi in giro e fumare le mie sigarette. Con Julio è quasi sempre un monologo, come un tempo del resto. La sua concezione del giornalismo è rigorosa, la stessa di quando, nel pieno della notte a Sarajevo, voleva convincermi a partire subito per verificare la notizia di un massacro, sfidando milizie e posti di blocco. Ogni tanto mi salva Raffaele, con la sua ironia e le battute chirurgiche. E penso alla sua bambina, a sua moglie, che non vedo mai. Donata, la sorella di Maria Grazia, mi telefona, ci siamo rivisti qualche volta, e naturalmente siamo sempre in tre. Mi ricorda tutte le volte che discutevo con Maria Grazia, anche per il finestrino dell'auto abbassato.
L'anno scorso ho conosciuto la madre di Antonio Russo: nella giuria del Premio che gli hanno dedicato ci sono quasi tutti gli inviati di guerra. Per la morte di Antonio, scrive Biacchessi, non c'è stata giustizia. Il suo assassinio, ai confini tra Georgia e Cecenia nell'ottobre 2000, fu un omicidio a sangue freddo, quasi perfetto, sui cui calò presto il silenzio della magistratura e della politica. «Per Raffaele – testimonia nel libro la madre Teresa Ciriello – le autorità ebraiche non hanno fatto nulla: fu mitragliato da un tank israeliano mentre imbracciava l'obiettivo, filmando la sua morte, ma loro non hanno neppure ammesso di avere sparato».
Ferruccio de Bortoli, nella prefazione, si chiede se si poteva fare qualche cosa per salvarli. Più il tempo passa e più le mie certezze svaniscono e mi domando perché, per caso, io sono ancora materialmente vivo. Ma ha scandalosamente ragione quando scrive che l'unica cosa che conta, adesso, è tenere viva la memoria dei fatti. Contrastando magari gente come un certo avvocato, presidente di una commissione d'inchiesta, secondo il quale Ilaria Alpi e Miran Hrovatin trascorsero in Somalia «una settimana di vacanza conclusa tragicamente», il 20 marzo 1994. Sono persone così che a volte da noi occupano cariche istituzionali e scranni in Parlamento.
Ora mi chiedo soltanto chi tornerà a visitarmi domani. Sono contento che scenda la sera. Un altro giorno è andato e posso leggere il libro di Daniele. È stato bravo a raccontare queste storie con testimoni e documenti, descrivendo alla perfezione l'erosione quotidiana di una passione caparbia, tenace e a volte inspiegabile, come un grande amore. Perché per amore sono morti i miei compagni, non per un mestiere. E questo libro è la cronaca di un amore.

 

Basilicanet, 11 marzo 2009, di Gennaro Grimolizzi

Ritorna in libreria Daniele Biacchessi, giornalista di Radio24 Il Sole-24 Ore. Questa volta lo fa con un libro dedicato ai giornalisti italiani morti per raccontare i conflitti dimenticati. «Passione reporter», in uscita per Chiarelettere il 19 marzo, sarà presentato in anteprima nazionale a Ginestra (Pz) il 21 marzo, presso la Sala consiliare, con inizio alle 20. La presentazione avverrà sotto forma di spettacolo di teatro civile. Biacchessi, infatti, oltre ad essere vicecaporedattore di Radio24, è anche un apprezzato scrittore e autore teatrale, intento a portare in scena le storie del giornalismo d’inchiesta. La presentazione di «Passione reporter» (il libro contiene la prefazione del direttore del Sole-24 Ore Ferruccio De Bortoli) è a cura del Comune di Ginestra, nell’ambito del “Premio Raffaele Ciriello”, e dell’associazione di promozione sociale LucaniaMente. Uno dei protagonisti di «Passione reporter» è proprio Raffaele Ciriello, originario del borgo vulturino, ucciso a Ramallah nel marzo del 2002. Il volume contiene un’intervista del giornalista lucano Gennaro Grimolizzi al padre di Raffaele, Giuseppe Ciriello. Oltre che sul fotoreporter, Biacchessi si sofferma sulle storie di Ilaria Alpi, Mariagrazia Cutuli, Antonio Russo ed Enzo Baldoni.
«La presentazione del libro di Biacchessi – afferma Fabrizio Caputo, sindaco di Ginestra – ci riempie d’orgoglio. Il giornalista di Radio24 ha voluto che la prima presentazione avvenisse nel mio comune essendo a conoscenza del lavoro per mantenere vivo il ricordo di Raffaele Ciriello. Inoltre, occorre ricordare che un nostro corregionale, Gennaro Grimolizzi, ha dato un contributo al volume, con un’intervista a Giuseppe Ciriello. Ci impegneremo sempre a fondo per ricordare al meglio il sacrificio di Raffaele con iniziative culturali di portata nazionale ed internazionale».
«Il mio libro – commenta Daniele Biacchessi – raccoglie storie di giornalisti italiani che, in luoghi diversi del mondo hanno raccontato tanti e diversi conflitti armati. È un tributo a quei professionisti che si sono battuti per un’informazione senza filtri, che sono morti per un’informazione non inquinata dal potere, che hanno considerato il giornalismo come un’autentica vocazione». Come per gli altri lavori editoriali (si pensi a «Il Paese della vergogna», sempre edito da Chiarelettere, 10mila copie vendute), anche «Passione reporter», dopo Ginestra, sarà portato in tour in tutta Italia sotto forma di spettacolo di teatro civile. «Farò un reading – evidenzia l’autore – che sfocerà in una traduzione teatrale delle oltre duecento pagine del libro».
«L’associazione LucaniaMente – dice il presidente Gaetano Chiarito - è lieta di inaugurare le sue attività nel ricordo di Raffaele Ciriello, un lucano che ha fatto dell’impegno civile la propria missione di vita».

Periscopio, 19 maggio 2008, di Alessia Càndito

«Laura è una giovane cronista, intraprendente che vuole sapere, capire. Viene inviata nel giorno in cui la Commissione d’inchiesta si chiude con quel finale imbarazzante. Entra nella bouvette, varca la soglia del palazzo del potere e un vecchio cronista le dice “guarda che tutte le volte che vogliono insabbiare qualcosa si inventano una commissione d’inchiesta”».

È questo l’escamotage narrativo con cui si apre il nuovo libro di Daniele Biacchessi, la cui uscita è prevista nel marzo 2009. Lo ha rivelato lo stesso autore ai redattori del Periscopio, nel corso di una lunga intervista sul giornalismo e sui giornalisti, quelli morti per raccontare e quello che hanno paura di farlo.

Perché ha deciso di scrivere questo libro?

Mancava un libro che raccontasse di quei giornalisti che sono stati uccisi per il prezzo della verità. È il prezzo che hanno pagato giornalisti come Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Maria Grazia Cutuli, Raffaele Ciriello, Antonio Russo e Enzo Baldoni, per aver avuto il coraggio di raccontare. Per tutte queste morti non c’è stata una giustizia. Ad esempio, Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non sono stati uccisi perché andavano in vacanza per conto della Rai, come ha affermato l’allora presidente della Commissione di inchiesta, Carlo Taormina. Sono stati ammazzati perché avevano scoperto un traffico di sostanze tossico-nocive e di armi che passavano attraverso la cooperazione internazionale e  arrivavano in Somalia su navi partite dai porti italiani. Traffici che contavano su coperture internazionali e anche di parti dello Stato italiano. Questa cosa l’avevano intercettata a Bosaso. La loro è stata una vera e propria esecuzione. Vengono uccisi a Mogascio, assassinati a distanza ravvicinata da un gruppo di killer che aspettano proprio loro,  perché erano andati a Bosaso e avevano intercettato queste navi. Ilaria aveva fatto un’intervista al sultano di Bosaso, che nel libro io riporto integralmente. E proprio dall’intervista si capisce che lei aveva intercettato qualcosa, aveva capito quali erano i traffici che passavano dal nostro paese, in particolare dal porto di La Spezia.

Dal poco che si è saputo..


<Non è vero, non si è saputo poco, è venuto fuori molto, tutto. Tutto sta scritto nelle indagini, nelle inchieste, solo che non si ha il coraggio di andare fino in fondo, di affermare quello che ormai tutti sanno. Di queste vicende, così come di tutte le altre storie italiane si sa tutto. Si sa tutto di Piazza Fontana, si sa tutto di Ustica, si sa tutto di Ilaria Alpi. Si tratta di trasferire una verità storica, una verità che è stata accertata e che è emersa chiaramente da centinaia e centinaia di testimonianze in una verità giudiziaria. È questo il punto. Quello di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non è un mistero. È una storia ampliamente conosciuta solo che non si è avuto il coraggio politico di andare fino in fondo. Le commissioni d’inchiesta sono tutte inutili, vengono realizzate appositamente per affossare le inchieste.  È accaduto per il terrorismo, le stragi, la mafia, il terremoto in Irpinia, in Umbria, possiamo andare avanti per ore... Viene accatastata una quantità enorme di materiale, che poi passerà alla storia. Ma non si riesce mai a arrivare alla conclusione, perché tutti cercano o vogliono cercare un finale condiviso, che non ci può essere>.

Quindi di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si sa tutto.. e degli altri?


<Sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin si sa tutto, ci sono centinaia e centinaia di testimonianze che messe in fila fanno un atto d’accusa. Trasferire tutto questo in sede penale per trovare dei colpevoli o degli ispiratori o dei mandanti: questo è il problema vero di questo paese. Vale sia per le vicende come quella di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, come per quelle più semplici come la morte di Raffaele Ciriello. È una storia semplice. Un fotografo si trova a Ramallah in mezzo agli scontri fra israeliani e Palestinesi. Esce da un angolo di una strada nel centro di Ramallah, con la sua piccola telecamera digitale riprende un carro armato israeliano che è piazzato lì vicino, in mezzo agli scontri. Il giorno prima c’era stata un’operazione israeliana in un campo profughi a nord di Ramallah. Gli israeliani erano entrati con i carri armati, nonostante tuttora lo neghino, avevano sparato anche sui cronisti che erano nel City Inn, l’albergo di Ramallah. E questo lui lo racconta a noi di Radio24. Nel libro c’è l’intervista, l’ultima intervista che Ciriello rilascia prima di morire. Anche in quella occasione, quando i magistrati di Milano, chiedono al governo italiano una prova di verità. Ma l’unica cosa che il governo riesce a ottenere è che Israele dica che i giornalisti erano autorizzati a girare per le strade di Ramallah, cosa per altro non vera. Quindi se Ciriello era stato colpito era esclusivamente colpa sua. Dopo una serie di pressioni hanno cambiato leggermente versione, dicendo che il soldato che stava dentro il carro armato lo aveva scambiato per un palestinese con un RPG. Una storia che non sta in piedi.

Non parliamo poi di Enzo Baldoni, il cui corpo non è mai stato consegnato alla famiglia, non c’è mai stata la possibilità di fare un esame autoptico. Oppure di Antonio Russo, che muore in Georgia al confine con la Cecenia, dopo aver fatto una quantità enorme di denuncie sulle torture che il popolo ceceno è costretto a subire. Anche per Antonio Russo non c’è mai stata un’inchiesta se non quella aperta in Georgia.. Questo è quello che emerge. Un enorme distacco fra una verità storica, fra quello che tu sai, leggi e ascolti e quello che invece poi emerge o non emerge nelle aule processuali. Sono vicende che non arrivano mai o quasi mai nelle aule di Tribunale. Oppure arrivano per assolvere i responsabili>. 

Parlando di Ilaria Alpi, accennava alla responsabilità di parti dello stato italiano..


<Il ruolo dei servizi segreti in Somalia è un ruolo chiave. Così come in tutte le storie italiane. C’è una costante. I servizi segreti non sono mai deviati. Sono servizi segreti. Si muovono con operazioni coperte, quasi mai assicurano la verità, né assicurano alla giustizia i responsabili. Ma questo è sempre avvenuto. È avvenuto a piazza Fontana quando fecero scappare Guido Giannettini (n.d.r. agente del Sid scappato all’estero dopo la strage), è avvenuto per la strage di Brescia nel ’74, è avvenuto per Peppino Impastato, quando i Carabinieri dissero che era morto per un attentato di tipo terroristico. Non c’è mai da parte delle istituzioni una ricerca della verità. Questo accade per tante storie e accade anche per la morte dei giornalisti di cui ho scritto. I giornalisti non hanno scorte, sono degli osservatori,  dovrebbero osservare e scrivere quel che vedono. Lo Stato dovrebbe difendere i propri cittadini, sia in Italia, sia all’estero. I giornalisti vengono lasciati soli>. 

 

 Si può interpretare come una limitazione alla liberta di informare?


<Non credo che il punto sia la libertà di informare. La questione è capire cosa intendiamo per giornalismo. Ci sono gli scherani, gli embedded, quelli che pensano che il giornalismo significhi salire su una jeep dell’esercito e mettersi un elmetto. E poi ci sono persone che vanno in giro a cercare la notizia, che è quello che si dovrebbe fare. Quelli rischiano di più. E non solo andando in guerra. Walter Tobagi è stato ucciso in Via Solari a Milano. E Carlo Casalegno nel centro di Torino. E Guido Passalacqua, di Repubblica è stato ferito in casa sua a Milano. E Emilio Rossi,direttore del Tg1 è stato uscito davanti a Saxa Rubra,davanti alla vecchia sede della Rai. Bisogna capire bene cosa intendiamo per giornalismo. Se è il mestiere di quelli che passano le carte dei potenti di turno, che lustrano le scarpe o sono i cani da guardia di un partito piuttosto che di un gruppo di potere, allora in questo caso il giornalismo non esiste più.

Io ho 50 anni, appartengo a una generazione i cui maestri sono Corrado Staiano, Marco Nozza, Mauro Brutto, grande giornalista dell’Unità che lavorava in cronaca. Questi sono i grandi giornalisti degli anni 70. Tutti grandi giornalisti che hanno fatto le grandi inchieste in Italia. Io sono nato leggendo i loro libri, i loro articoli, assorbendo le tecniche di investigazione. I loro articoli facevano la differenza, perché loro si muovevano per cercare una verità, per cercare una giustizia. Ci sono verità che sono verità ufficiali, facilmente smontabili. Se giornalisti che si occupavano di Piazza Fontana avessero soltanto passato le carte di quello che veniva raccontato, il povero Valpreda, che era innocente, sarebbe rimasto in carcere a vita. Poi si è scoperto che le storie erano diverse, non erano stati gli anarchici. Quella pista era stata messa lì dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno. Bisogna cercare di trovare una verità sulle carte, sulle testimonianze, che è quello che non si fa, perché costa fatica. Un giornalista, oggi, per fare bene il suo mestiere dovrebbe riprendere le tecniche investigative di un tempo. Unire l’investigazione classica ad una grande capacità analitica. Il giornalista, non sostituendosi alla magistratura, accerta però una verità e scrive quello che vede, quello che sente, ascolta, va in giro, sente, intervista, consuma le suole delle scarpe>. 

 

Sembra essere molto scettico sul giornalismo di oggi.. 


<Si assolutamente si. Le redazioni sono tutte in mano agli uffici marketing, a altri tipi di stimoli. Infatti, se vuoi fare un’inchiesta scrivi libri. Poi bisogna capire cos’è un’inchiesta. La grande capacità di mettere in fila i fatti,  non è una cosa semplice. Si tratta di un fiuto che hai o non hai, non lo puoi imparare, studiare su un libro di testo. La curiosità.

Poi c’è la tecnica, che è quella di saper leggere i documenti giudiziari, che è una cosa molto difficile. Sono documenti noiosissimi, cose terribili e tu devi essere capace di asciugare il linguaggio per arrivare all’essenza della notizia, capire dove sta la notizia. E poi andarla a verificare. Questo è l’altro compito dei giornalisti. Ci sono giornalisti che non fanno né l’uno né l’altro, giornalisti che fanno solo la prima cosa e si accontentano di fare copia e incolla di verbali giudiziari, e ci sono pochissimi giornalisti che vanno a prendere questi verbali e queste sentenze e poi fanno a verificare. Perché ogni testimonianza ha un nome e un cognome>.  

 

Mi saprebbe fare un esempio di giornalisti che ancora oggi lavorano così?


<Me ne viene in mente solo uno. Giovanni Bianconi del Corriere della Sera. Lo dico con affetto nei suoi confronti ma con tristezza in generale. Perché in generale mancano delle cose essenziali per un giornalista, per il giornalismo. Ti faccio un esempio. Marco Biagi è stato ucciso alle 20 e 04. Non alle 20 e 07. O tra le 20 e le 20 e 30. O intorno alle 20. La precisione è essenziale, perché ti permette in seguito di giudicare una testimonianza, di capire se una cosa è potuta o non è potuta avvenire. Questa precisione millimetrica, questa meticolosità e quindi anche questa passione  ti permette di essere preciso e quindi di essere credibile nei confronti dei tuoi lettori>. 

 

 È così importante la precisione per un giornalista?
<La precisione fa la differenza in un giornalista. Ad esempio, quando arrivai a Capaci il 23 Maggio del 1992. Tutti  i giornalisti erano lì dove c’era l’autostrada. Io invece mi sono guardato attorno. Sulla destra c’era il mare, sulla sinistra c’era una collina. Sono andato sulla collina. Perché ad esempio cosa ti può dire un investigatore dopo che vedi una buca di nove metri, profonda tre? È chiaro che si tratta di un’autobomba. Però dall’alto di una collina cominci a capire che qualcuno forse l’ha piazzata lì, che forse qualcuno ha schiacciato un pulsante, che forse qualcuno aveva messo dell’esplosivo in un canale di scolo e l’ha fatto esplodere al momento opportuno. E infatti le cose sono andate così. Quindi la tua corrispondenza, il tuo servizio, il tuo articolo è qualcosa di più rispetto agli altri. Ma tutto questo implica passione, metterci dentro dell’impegno, della curiosità. E una metodologia, che uno si crea, si costruisce facendo le inchieste. Una metodologia che ad esempio ti porta a capire ad esempio che dall’alto puoi cogliere elementi più importanti..> 

 

I giornalisti quindi devono indagare, sviluppare una metodologia, porsi delle domande e cercare delle verità. Ma qual è il ruolo della magistratura? Ad esempio, per il caso Alpi si arriverà prima o poi a una sentenza o ormai è un’impresa disperata?


<No, non è un’impresa disperata. Se c’è la volontà politica di andare avanti, si fa. Gli investigatori, in primis, si muovono su input politici. Se ci sono questi input politici, se c’è una volontà di fare chiarezza, ma per tanti motivi, anche solo per fare piazza pulita, per voltare pagina nei confronti di un certo tipo di dirigenza dei servizi di sicurezza, allora si indaga. Senza volontà politica è difficile che un magistrato possa andare avanti fino in fondo.

Mi spiego, nel 1989 è caduto il muro di Berlino e qui stiamo parlando ancora di sentenze passate in giudicato che assolvono gli imputati per Piazza Fontana. questa è l’Italia con cui dobbiamo fare i conti. Ustica, perché? Perché vengono assolti i generali che erano stati ritenuti responsabili di grandissimi depistagli? Perché nessun governo è andato dagli americani e dai francesi a chiedere quali erano i velivoli che ronzavano attorno al Dc-9 di Ustica. Perché? Perché non c’è la volontà politica.Per il caso Alpi, non mi pare di intravedere spiragli. Anche i genitori di Ilaria sanno che gli spiragli sono dovuti soprattutto a questa volontà politica. Se c’è una volontà politica si fanno le cose, sennò non si fanno. Gli investigatori perché devono indagare su delle vicende cosí scottanti per poi magari essere trasferiti al commissariato di matera, come è successo a Pasquale Iuliano per la strage di Piazza Fontana. Nel ’69, il 12 dicembre ha detto che erano stati esponenti di Ordine Nuovo del Veneto. La volontà politica voleva che fossero gli anarchici, quindi il povero Iuliano venne mandato a dirigere un commissariato di Matera. Non la Questura, uno dei commissariati. Ed è morto recentemente, continuando a fare il suo mestiere al Commissariato di Matera>.

 

DANIELE BIACCHESSI SU GIORNALISMO D'INCHIESTA

Satisfiction, numero 2, febbraio 2008

 

E’ finita la stagione del giornalismo d’inchiesta?
Il nostro paese vanta una tradizione di cronisti di razza straordinaria.
E’ la generazione che ha mosso i primi passi della professione negli anni della ricostruzione, dopo la fine della dittatura fascista e dell’occupazione nazista, proprio nei giorni della Liberazione e della ripresa delle pubblicazioni di quotidiani in democrazia.
Il cronista degli anni Cinquanta era sostanzialmente un abile investigatore mancato, suole delle scarpe consumate e cervello fino, che metteva in fila fatti, indizi, prove, solo alla fine dell’indagine delineava una pista.
Non ci fosse stato il lavoro di alcuni reporter d’assalto, difficilmente si sarebbe giunti ad una verità sul caso dell’omicidio di Wilma Montesi, la cosiddetta “ragazza del pediluvio”, trovata morta sul bagno asciuga di Capocotta, alle porte di Roma, l’11 aprile 1953.
Il questore della capitale, Saverio Polito, inoltrava alla magistratura il rapporto dei suoi funzionari della Squadra mobile: Wilma Montesi ha avuto un malore durante il “pediluvio”. Il procuratore capo di Roma, Angelo Sigurani, archiviava l’inchiesta come incidente. Ma i cronisti fecero il loro lavoro. Non ascoltarono le verità ufficiali, trovarono le prove dei gravissimi depistaggi degli apparati dello Stato e della politica durante l’inchiesta sull’omicidio di una giovane donna e svelarono gli intrighi di potere degli uomini di Palazzo.
Negli anni sessanta, ai cavalli di razza della cronaca nera, si affiancarono altri colleghi più  impegnati sul piano politico. I cosiddetti “giornalisti militanti”. Tina Merlin era la corrispondente da Belluno del quotidiano del Pci, Unità. Da tempo denunciava i disastri ambientali provocati dalla società Sade nella costruzione della diga di Longarone, nel Vajont. La Merlin annotava le testimonianze dei contadini che vedevano sbriciolare la montagna, giorno dopo giorno, quasi a occhio nudo. Intanto la frana lavorava come un tarlo, modellava la terra, la plasmava e la trasformava. Alle 22,39 del 9 ottobre 1963,  la frana si staccava all’improvviso, come un unico blocco.  Si scagliava sull’acqua della diga, come un corpo unico, compatto. 260 milioni di metri cubi di roccia, strade, alberi, terra, tutto. L’onda di 50 milioni di metri cubi si divideva in due direzioni, distruggendo le frazioni di Patata, San Martino, Frassen, Il Cristo. Dall’altra parte superava la diga e colpiva Longarone e i paesi limitrofi. Una strage: 1917 morti, tre quarti a Longarone. Scriveva l’allora giovane inviato del quotidiano “Il Giorno”, Giorgio Bocca, quando la cronaca diventava letteratura:
“Ecco la valle della sciagura: fango, silenzio, solitudine e capire subito che tutto é definitivo; più niente da fare o da dire. Cinque paesi, migliaia di persone, ieri c’erano, oggi sono terra e nessuno ha colpa; nessuno poteva prevedere. In tempi atomici si potrebbe dire che questa é una sciagura pulita, gli uomini non ci hanno messo le mani: tutto é stato fatto dalla natura che non é buona e non é cattiva, ma indifferente.”  
Anni dopo, le intuizioni di Tina Merlin si trasformarono in forti indizi nelle aule giudiziarie e nei processi contro i dirigenti della  Sade che però alla fine vennero assolti.
Stessa cosa avvenne per il gruppo dei “pistaioli”, cronisti di nera che non credettero alle versioni suggerite da polizia, carabinieri e servizi segreti, nell’inchiesta sulla strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano. 17 morti, 88 feriti.
Nacque un pool di giornalisti democratici che smontarono in tre anni le false prove sulla colpevolezza del ballerino anarchico Pietro Valpreda. Imboccarono la pista di destra, quella che portava a Padova, agli esponenti neri Franco Freda e Giovanni Ventura, responsabili organizzativi degli attentati sui treni dell’agosto 1969, e quegli successivi che culminarono nell’eccidio alla banca milanese.
Era un gruppo guidato da Marco Nozza de “Il Giorno” Nel suo libro postumo così descrive l’attività dei “pistaioli” :
“Eravamo una compagnia di giro, una brigata di pronto intervento, abbiamo tenuto duro per un decennio, i più testardi anche di più, poi ciascuno è tornato nel suo brodo, non siamo mai diventati una lobby, nessuno di noi ha mai indossato l’eskimo, nessuno di noi ha fatto carriera, mentre molti di quelli che indossavano l’eskimo sono diventati direttori, direttori editoriali, editorialisti, commentatori con fotina, savonarola televisivi, vignettisti buoni per tutti i giornali e tutte le stagioni, da Lotta continua al Corriere della Sera, da Repubblica a Cuore, moralisti osannati a destra, a sinistra e al centro, professionisti dell’antidietrologia, in verità fustigatori di tutte le dietrologie degli altri ed esaltatori di una, la propria.”
Oggi le redazioni dei giornali sono frequentate da impiegati dell’informazione, curvi su un computer, impegnati nel copia e in colla da take di agenzie di stampa, pagine di internet la cui veridicità in quanto a fonti é spesso assai discutibile.
In pochi proseguono la battaglia del giornalismo d’inchiesta, spesso osteggiata da uffici marketing e da editori orientati verso i retroscena morbosi della “cronachetta”, nello stile delle indagini sugli omicidi di Garlasco e di Perugia.
Oggi é tutto più difficile. Al cronista che volesse approfondire, inventare, sperimentare nuovi linguaggi, resta soltanto l’attività di scrittore. Perché un pubblico attento rimane e soprattutto per non dimenticare le pagine più cupe della nostra storia contemporanea.

TEATRO CIVILE

CORRIERE.IT

REPUBBLICA

LIBERAZIONE

LIBERTA' PIACENZA

GAZZETTA DI PARMA

IL CITTADIONO LODI

SANTANNADISTAZZEMA.ORG

IL POPOLO DEL BLUES

NARCOMAFIE

TEATRICA

PANDORA TV

L'ISOLA CHE NON C'ERA

 

Un teatro civile per un paese incivile? di Oliviero Ponte di Pino

«Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.»
Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari

Lo sappiamo benissimo, qualunque spettacolo è teatro civile. Tuttavia a recuperare l’etichetta e a rivendicarla, alla metà degli anni Novanta, è stato Marco Paolini, che all’epoca stava mettendo a punto il suo Racconto del Vajont.
E’ utile delimitare il contesto in cui è stato rilanciato il concetto. In primo luogo, quando ne parla, Paolini tiene a precisare che il teatro civile è “anfibio, nasce e respira fuori dall’edificio teatrale”: risponde dunque al bisogno di superare i modi produttivi e distributivi – ma anche le censure implicite – del sistema teatrale: il quale non viene rinnegato, ma integrato ad altre possibilità e modalità di comunicazione e circuitazione. Perché il teatro civile si può fare anche dentro i teatri, ma nasce e si fa soprattutto fuori dai teatri, è un work in progress che cresce e si affina grazie al confronto diretto con il pubblico. E’ in qualche modo controinformazione, che cerca di diradare le nebbie dell’oblio e della manipolazione. Si pone come gesto militante, che trova il suo senso più autentico nel vivo del tessuto sociale, dove se ne sente la necessità e l’urgenza, là dove il conflitto – esplicito o latente – deve trovare espressione e linguaggio.
In quel momento storico, pochi anni dopo la caduta del Muro, il “teatro civile” si differenzia dal “teatro politico” che andava per la maggiore negli anni Settanta e che sta vivendo una crisi irreversibile, così come appaiono in crisi i tradizionali modelli di mobilitazione collettiva. Il teatro politico appare superato per la sua impostazione ideologica e sospettato di essere veicolo di propaganda e indottrinamento, attraverso la trasmissione di una interpretazione del mondo ideologicamente predeterminata, rigida. A essere diversa è la posizione di chi agisce sulla scena: il regista e gli attori di uno spettacolo “politico” si considerano un’avanguardia, perché possiedono una verità che devono presentare al pubblico nella maniera più convincente. Chi fa teatro civile vuole invece porsi allo stesso livello degli spettatori: la sua ricerca della verità è, come lo spettacolo, un work in progress, un percorso sempre in divenire.
Come Pasolini, anche l’artefice del teatro civile può dire di sé: “Io non ho alle spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta”: infatti non è uno specialista, un tecnico o un esperto (nel caso del Vajont, né Paolini né Vacis sono ingegneri o geologi), ma è “uno di noi”, un cittadino comune che si è appassionato a un problema o a un episodio storico, che si è informato e che vuole condividere con il pubblico il proprio sapere, accumulato con pazienza e trasformato in “storia”, in racconto-spettacolo.
Il racconto del Vajont nasce all’interno di quello che sta diventando un genere di successo - il teatro di narrazione - che si è definito proprio in quegli anni grazie al lavoro di Marco Paolini e Marco Baliani. “Teatro di narrazione” (una definizione che evidenzia una caratteristica in primo luogo formale) e “teatro civile” (una definizione che invece riguarda i contenuti e un certo rapporto con il pubblico) non possono essere sinonimi: tuttavia la loro genesi è strettamente intrecciata, tanto da rendere inevitabile nella percezione comune una sovrapposizione almeno parziale tra i due generi.
Anche perché i due spettacoli che hanno definito il teatro di narrazione alle sue origini anticipano alcune caratteristiche che qualificheranno il teatro civile, pur non essendo certo esempi tipici del genere. Il protagonista di Kohlhaas lotta tutta la vita per ristabilire la “verità” e dunque la giustizia (invano, peraltro): è l’atteggiamento che sottende molto teatro civile, quando sviscera le pagine più oscure della nostra storia recente, alla ricerca di verità e giustizia. Gli Album che Marco Paolini dedica all’infanzia sono costruiti sul nesso tra memoria individuale e memoria collettiva, tra esperienza personale e Storia: è l’equilibrio che cerca di ricostruire il teatro civile, riattivando la consapevolezza individuale per poter condividere un sentimento collettivo – e appunto civile.
Visto lo stretto legame tra teatro civile e narrazione, vale forse la pena di approfondire le ragioni che hanno portato a reinventare e riattualizzare una forma di comunicazione e di espressione originaria e archetipica come quella del racconto orale (una forma, lo si scoprirà quasi subito, che si adatta alla perfezione alla comunicazione televisiva).
In un teatro dominato dalla regia e dall’immagine (ovvero da un uso dell’attore nel primo caso funzionale a una progettualità esterna; e nel secondo da un utilizzo formalistico e iconico del corpo dell’attore), alcuni giovani autori-attori sentono la necessità di riscattare la parola e la stessa figura dell’attore – l’elemento centrale e indispensabile, insieme allo spettatore, dell’evento teatrale. Si avverte anche l’esigenza di ristabilire un rapporto diretto con il pubblico, al di là di ogni filtro intellettualistico, recuperando una forma di comunicazione immediata come quella del racconto (e che, lo si scoprirà quasi subito, si adatta alla perfezione anche alla comunicazione televisiva).
Per i loro esperimenti, i primi narratori non scrivono testi originali, ma si limitano ad appropriarsi di ready made come il celebre racconto di Kleist per Baliani o le storie del Petit Nicholas di René Goscinny per Adriatico di Paolini; poi, quando i meccanismi comunicativi e performativi saranno rodati, si porrà il problema dei contenuti. A quel punto il teatro di narrazione diventa anche “civile”: nascono Il racconto del Vajont e Corpo di stato. Fondamentale è il recupero della lezione di un maestro come Dario Fo, con i suoi spettacoli militanti (per l’aspetto civile) e con il monologo Mistero buffo (per la forma e il lavoro dell’attore); peraltro anche Fo, come molti narratori, fissa il testo dello spettacolo alla fine del processo creativo, quando è già stato rodato e “aggiustato” dal confronto con il pubblico.
Nel giro di pochi anni si affermano numerosi spettacoli di forte impatto che lanciano nuove generazioni di artisti: Radio Clandestina di Ascanio Celestini sulla strage delle Fosse Ardeatine, I-TIGI Racconto per Ustica di Marco Paolini sull’abbattimento dell’aereo Itavia, i due lavori di Laura Curino sulle utopie di Camillo e Adriano Olivetti, Mai morti di Renato Sarti con Bebo Storti sui massacri coloniali degli italiani in Etiopia, i bombardamenti della seconda guerra mondiale rivissuti attraverso gli occhi di un bambino a Roma (ancora Ascanio Celestini con Scemo di guerra) e a Palermo (Davide Enia con Maggio ‘43). Poi Reportage Cernobyl di Roberta Biagiarelli sull’incidente nucleare nella centrale ucraina; Daniele Biacchessi sulle morti di Roberto Franceschi, Fausto e Iaio, Peppino Impastato e Luigi Tenco; Ulderico Pesce sulla malagestione dei rifiuti radioattivi (Storie di scorie) e sulle lotte degli operai della Fiat di Melfi (FIATo sul collo); e ancora La strage di Peteano, una fiaba friulana del Teatrino del Rifo; Giulio Cavalli con Linate 8 ottobre 2001: la strage e Do ut des: riti e conviti mafiosi; Mario Gelardi con Gomorra (prima del film di Garrone), Mario Perrotta con i lavori sull’epopea dell’emigrazione italiana in Belgio (Italiani cìncali e La turnata). Non mancano gli approfondimenti su tematiche economiche, prima e dopo il grande crac: I miserabili di Paolini ma anche Previsioni meteo di Eugenio De Giorgi sul caso della Banca Antonveneta, senza dimenticare Gente come uno di Elena Lolli con Manuel Ferreira sul crac argentino...
E’ un elenco gravemente lacunoso (già mi scuso con gli assenti, ma il lavoro del centro dovrebbe appunto rimediare le dimenticanze, con l’aiuto prima di tutto degli interessati). Ma fa già intuire l’esplosione di un fenomeno che coinvolge tanti artisti e spettatori. Certo, è meno costoso produrre e far girare un monologo che un “vero” spettacolo; e per di più gli assoli sono molto flessibili e si possono replicare ovunque: nelle piazze e nei circoli politici e culturali, negli appartamenti e negli stadi, nei palazzetti dello sport e nelle stazioni ferroviarie, nelle fabbriche dismesse e nelle fabbriche occupate (ancora una volta, Fo docet). Ma c’è qualcosa di più, a sostenere questo boom, nell’economia della miseria teatrale. Questi spettacoli “poveri” ed essenziali incontrano l’interesse del pubblico e dei media, perché riflettono un bisogno profondo e diffuso di narrazione, di storie e di Storia, di verità, di identità.
Nel moltiplicarsi delle proposte, si differenziano ben presto sottogeneri e contaminazioni.
Per quanto riguarda i sottogeneri, si sono visti spettacoli:
- ispirati a un evento preciso; il modello (o l’archetipo) è la controinformazione dei giornalisti democratici dopo la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano del 12 dicembre 1969;
- che raccontano un momento o un periodo storico (un anno, un decennio); con particolare attenzione agli entusiasmi ribellistici (il brigantaggio, il ’68) e alla Seconda guerra mondiale (utilizzata più come serbatoio di esperienze e vicende umane significative e avventurose, ma attingendo assai meno all’epopea resistenziale, ormai usurata);
- biografici;
- autobiografici (o meglio, monologhi che attraverso l’autobiografia del protagonista-narratore affrontano tematiche civili);
- centrati su un problema o una tematica; possono rientrare in questa categoria gli spettacoli sul tema del lavoro: gli Appunti per un film sulla lotta di classe di Celestini, Fabricas di Ferreira-Lolli, l’indagine di Pesce sulla Fiat, ma anche Braccianti di Armamaxa; un altro sottofilone potrebbe essere dedicato a tematiche “di genere”: Dissonorata di Saverio La Ruina, Racconti di giugno di Pippo Delbono, Nata in casa di Giuliana Musso, e forse anche la controinchiesta Virus di Garabombo Teatro sull’Aids; e magari le Lezioni di sesso per casalinghe inquiete e assicuratori frustrati di Vladmir Luxuria. Certi spettacoli potrebbero ricadere in più di una categoria: per esempio, quella dedicata al lavoro interseca senz’altro quella che affronta le varie sfaccettature della questione meridionale, dal brigantaggio post-unitario (Briganti di Gianfranco Berardi o Il sole del brigante di Alfonso Santagata) all’emigrazione, fino alla dilagante criminalità organizzata (al proposito vedi anche l’interessante progetto sui “teatri della legalità” diretto da Mario Gelardi per I Teatrini di Napoli). Molti di questi temi riecheggiano le denunce della letteratura e del cinema “impegnati” degli anni Sessanta e Settanta (basti pensare alla filmografia di Francesco Rosi); e al tempo stesso paiono rispondere agli appelli “alla Fofi”, quando si invoca un’arte non ombelicale, in presa diretta con la realtà e i suoi conflitti (anche se poi è stato proprio Goffredo Fofi il primo a mettere in guardia dall’alluvione dei narratori che avrebbe invaso le nostre scene).
A completare questa tassonomia vagamente borgesiana, un’ultima voce: altro. Con l’avvertenza che questa fragile cartografia potrebbe offrire un primo schema per catalogare il genere.
Sul fronte delle contaminazioni, d’abitudine il percorso evolutivo prevede in una prima fase l’arricchimento dello one-man-show con un gruppo musicale di supporto: è anche un trucco per superare i cliché del bravo narratore, che si cristallizzano con rapidità, diventando ben presto stucchevoli. Le ibridazioni tra teatro civile e teatro canzone generano a loro volta un ulteriore sottogenere, cui si potrebbero ascrivere Un po’ dopo il piombo di Giangilberto Monti sulla storia d’amore tra Renato Curcio e Mara Cagol, o Formidabili quegli anni con Giulio Casale, ispirato al libro omonimo di Mario Capanna sul ’68 a Milano. Ma anche il teatrodanza può misurarsi con tematiche civili, vedi il Festino di Emma Dante. Un altro innesto praticato di frequente è quello multimediale, con l’inserimento di spezzoni video e di animazioni in stile power point a sostituire l’antica lavagna come supporto didattico.
Naturalmente - e questa è un’altra possibile linea evolutiva - si può ipotizzare la compresenza sulla scena di più di un interprete: ci sono spettacoli di teatro civile che utilizzano, restando peraltro ancorati alla narrazione, cast più ampi, come il trittico dell’ATIR dedicato al ’68 (ancora...), al Che e al 1989.
Tuttavia, in questo proliferare di proposte e contaminazioni, le caratteristiche principali del genere si sono stabilizzate molto presto. Un primo aspetto significativo (e problematico) riguarda la figura, il punto di vista e l’autorevolezza degli interpreti. Si è già accennato al fatto che gli artefici del genere non si pongono come esperti, ma come persone normali che però si sono fatte carico di una funzione informativa e formativa. Non interpretano dunque un personaggio, ma salgono in scena in quanto individui, come cittadini che hanno a cuore l’ethos collettivo: la loro legittimazione, la loro credibilità si fondano proprio su questo “metterci la faccia” e sulla relazione che riescono a instaurare sul pubblico, che misura la loro “verità”, operando un cortocircuito tra la sincerità di chi parla e la verità di ciò che dice. Per esempio, se l’attore che interpreta il barbone Didi in Aspettando Godot passa il suo tempo libero a gironzolare con un motoscafo da 400 cavalli tra Portofino e Porto Cervo, non c’è nessun problema: la distinzione tra attore e personaggio è chiara; se invece si scopre che l’autore-interprete di un monologo “civile” sull’inquinamento e sul rispetto dell’ambiente pratica lo stesso hobby “ecologicamente scorretto”, perde all’instante la sua credibilità. A un regista come Luca Ronconi (che sulle infinite ambiguità del rapporto tra attore e personaggio lavora da sempre), la sovrapposizione tra l’io e la maschera appare truffaldina, quasi oscena. Nell’allestire spettacoli indubbiamente assai “civili” come Il silenzio dei comunisti (basato sullo scambio epistolare tra Miriam Mafai, Alfredo Reichlin e Vittorio Foa) e Lo specchio del diavolo (da un saggio dell’economista Giorgio Ruffolo), e dunque partendo da testi facilmente adattabili agli stilemi del teatro di narrazione, il regista ha scelto di enfatizzare proprio la dimensione teatrale, enfatizzando la cornice e il gioco della finzione. Per incarnare i tre autori dell’epistolario ha scelto – in maniera provocatoria e straniante – tre interpreti fisicamente e anagraficamente molto lontani dai reali autori delle lettere, a evitare ogni possibile confusione. Teatralizzando in chiave quasi di varietà Lo specchio del diavolo, ha esplorato le infinite potenzialità drammaturgiche di un testo saggistico (in apparenza neutrale e impersonale), inventando luoghi e spazi, portando sulla scena personaggi (storici e fittizi) e maschere, e ha dato tridimensionalità alla scrittura estraendo dialoghi e cori, e popolando la scena di simboli e allegorie.
Sotto vari aspetti, i narratori del teatro civile paiono più vicini alle maschere di certi attori comici che agli interpreti del cosiddetto “teatro di prosa”. Non a caso gli uni e gli altri condividono l’uso di termini e cadenze dialettali. Ecco il veneto di Paolini, il romanesco di Celestini, il siciliano di Enia, il pugliese di Perrotta.... Questa identificazione “etnica” è parte integrante della “persona scenica” e contribuisce a renderla familiare, autentica e credibile: come accade a molti comici, che del retroterra linguistico fanno un punto di forza. Simmetricamente, le incursioni di comici e cabarettisti nel teatro civile non sono un’eccezione: dal Signor Rossi e la Costituzione di e con Paolo Rossi ai Settanta rivissuti da Walter Leonardi.
Un altro aspetto centrale – e ugualmente problematico – è il rapporto con la storia e la memoria. Al centro di molto teatro civile c’è una pagina di storia recente che è necessario portare – e a volte riportare – alla consapevolezza collettiva: perché è stata dimenticata, perché la verità è stata in qualche modo occultata o distorta. Questo atteggiamento presuppone la conoscibilità della storia di un popolo, di una nazione (o di una classe) da parte del soggetto individuale e collettivo che ne è insieme protagonista e destinatario; e implica il dovere civile di conoscerla.
Nell’ispirazione degli artefici del teatro civile riecheggia anche qualcosa del gesto di Antigone, che non può lasciare i suoi morti insepolti: i cadaveri senza giustizia non possono trovare pace e dunque continuano a turbare le nostre vite.
Il boom del genere fa tuttavia affiorare un sospetto: forse chi avrebbe avuto il compito di farci conoscere e condividere la nostra Storia (gli storici, la scuola, i mass media) non ha fatto bene il suo lavoro. Peraltro è diffusa la convinzione che la recente storia italiana sia alla fine inconoscibile, punteggiata com’è di omissis, buchi neri, misteri, trame, sette segrete e poteri occulti. Basta curiosare in qualunque libreria per averne la conferma: gli scaffali traboccano di libri su quello che non sappiamo, ma pochi si preoccupano di mettere in ordine quello che sappiamo e dobbiamo sapere per orientarci in questo convulso presente. Il rischio è ovviamente quello di cedere alla tentazione paranoide del “complottismo” o a quella urlata dello scandalismo, rinunciando a una ricostruzione scientifica e a una interpretazione razionale dei processi storici.
In questi anni il teatro civile ha provato a sciogliere alcuni di questi misteri, a far riemergere il rimosso. Spettacolo dopo spettacolo, ha così iniziato a scriversi una Storia – o forse una controStoria – dell’Italia contemporanea. Che ci fosse questa potenzialità se n’era accorto molto presto Carlo Freccero, all’epoca direttore di RaiDue, quando alla fine degli anni Novanta iniziò a inserire in palinsesto alcuni esempi di teatro civile, a partire dal clamoroso successo del Vajont.
Anche se non risponde ai requisiti della ricerca accademica (e magari proprio per questo), l’idea della storia patria che emerge dal teatro civile è certamente rivelatrice: sintomatica almeno dell’atteggiamento di autori e pubblico, e forse anche di qualche carattere nazionale, vero o presunto.
Per cominciare a orientarsi in questa “controstoria narrativa”, potrebbe essere opportuno (e questa è un’altra chiave di catalogazione) mettere in parallelo una cronologia della recente storia italiana con la sequenza degli eventi che hanno ispirato i nostri narratori, per vedere su quali momenti e fasi s’addensa il loro interesse. Questa “storia d’Italia civile e teatrale” non segue un percorso organico: rispecchia le curiosità e le necessità dei suoi artefici, e dunque si ricompone per frammenti, zoomate, approfondimenti. Per lo più è fatta – su un costante sottofondo di soprusi e menzogne, o assordanti silenzi – di eventi tragici, a cominciare dalle stragi che hanno segnato l’immaginario collettivo, dagli agguati e dagli amazzamenti vigliacchi (una costante della storia e del melodramma italici). Spesso sono eventi difficili da interpretare a causa di interessi economici, politici, militari, malavitosi (singolarmente o intrecciati tra loro – magari in un qualche complotto...).
S’è già ribadita la funzione di supplenza svolta dal teatro civile. Certo, se la scuola, l’informazione, la storiografia e la politica avessero fatto il loro dovere, se nel nostro paese esistessero luoghi e momenti della memoria condivisi, sarebbero meno avvertite la necessità e l’urgenza di spettacoli-lezione sul nostro passato prossimo.
Peraltro la convergenza tra il giornalismo d’inchiesta e la drammaturgia civile è già in atto: basti pensare al percorso di Daniele Biacchessi, che dal giornalismo è approdato alla scena; ai prologhi commissionati a Marco Paolini da Report, come prologo alle inchieste-denuncia della redazione guidata da Milena Gabanelli; e soprattutto a Promemoria di Marco Travaglio, efficacissimo esempio, insieme, di giornalismo d’inchiesta, satira politica e teatro civile. Affrontando di petto il problema, anche il filone del teatro-giornale (Gigi Gherzi) e in generale del “teatro informazione” si muove lungo questa lunghezza d’onda. Al proposito, si può aggiungere che uno degli obiettivi di un centro di documentazione sul teatro civile, al di là della creazione di un archivio sugli spettacoli con annessa catalogazione, dovrebbe consistere proprio nel mettere in contatto chi ha storie interessanti da far conoscere (i giornalisti d’inchiesta) e chi invece cerca storie interessanti da raccontare (i teatranti).
Ma la Storia (quella con la S maiuscola) non la scrivono i giornalisti con le loro inchieste, e nemmeno i giudici con le sentenze. Ancor meno la possono scrivere i guitti con le loro esibizioni. Tuttavia resiste il bisogno delle loro trovate, della loro capacità di raccontarci a noi stessi. C’è, in primo luogo, la natura “civile” del teatro, di tutto il teatro: perché quella pagina di storia viene rivissuta di fronte a una collettività e offerta a una riflessione che coinvolge almeno potenzialmente l’intera polis (o tutto il popolo). Il rito laico della rappresentazione diventa un momento di ricostruzione dell’identità e dell’emozione collettiva (anche questo era la catarsi) e lo spazio teatrale si trasforma così in luogo della memoria.
Ma per svolgere davvero questa funzione, forse il “teatro civile” dovrebbe porsi con maggiore urgenza la questione della propria specificità e della propria poetica. Quasi tutti gli spettacoli che abbiamo citato usano la forma del racconto. Sono dunque prosa: buone intenzioni, attenta ricostruzione dei fatti, ostinata ricerca della verità, inevitabile indignazione... Forse quello che manca a molto teatro civile – e che alla lunga lo inaridisce in una formula – è la mancanza di poesia, di visionarietà. Basta ripensare ad alcuni spettacoli davvero civili di questi ultimi anni, alla loro capacità di trascendere i fatti per aprirsi a una prospettiva poetica, storica, filosofica. Alcuni esempi molti diversi tra loro, presi quasi a caso: Novecento e Mille di Leo De Berardinis, Dorothy di Fanny & Alexander, La menzogna di Pippo Delbono.
Un’ultima annotazione: la maggioranza degli spettacoli di ispirazione civile è animata da una tensione militante. Perché non basta informarsi, ricordare, commuoversi, condividere, indignarsi. Dopo tutto questo sommovimento interiore, resi finalmente consapevoli, bisognerebbe poi in qualche modo mobilitarsi, testimoniare, agire nella realtà politica e sociale per trasformarla. Per chi li fa e per chi lui applaude, questi spettacoli non dovrebbero essere solo l’occasione per mettersi a posto la coscienza di cittadini esemplari e politicamente corretti. Invece, come molte irresistibili denunce dei satirici, come molte documentate inchieste giornalistiche, come molte esemplari condanne passate in giudicato dopo rigorose indagini giudiziarie, questa faticosa ricerca della verità sembra poi avere scarsissimi effetti pratici, o pare addirittura controproducente. Resta inefficace rispetto all’obiettivo immediato – raddrizzare quello scandalo, denunciare quel “malamente”. Resta inefficace anche su un orizzonte più ampio, quello della creazione di una coscienza civile più matura. Anche su questo vale la pena di meditare.

L'isola che non c'era, Recensione del cd "Il paese della vergogna" Daniele Biacchessi - The Gang, di Rosario Pantaleo

In un Paese dalla memoria corta ed intriso di evidenti “tracce” di decandenza sociale, politica, economica, etica, umana, un lavoro come quello proposto dai Gang e Daniele Biacchessi è una boccata di ossigeno che ci ricongiunge con una modalità espressiva spesso abbandonata in favore di scelte artistiche inconsistenti e/o fuorvianti. Nel nostro Paese, purtroppo, il coraggio di esprimere posizioni forti e sincere, senza paura di perdere rendite di posizione, è ormai appannaggio di pochissimi “mohicani” che non temono il combattimento, non hanno paura di essere scomodi, non soffrono l’essere relegati ai margini della discografia o della cultura. Sanno di non essere vincenti ma, certamente, mai sconfitti. E’ necessario, quindi, partire dal concetto che un lavoro come questo non rappresenta uno spettacolo teatrale – con voce recitante, canzoni e musiche – bensì un viaggio nella memoria e bene hanno fatto i protagonisti, Biacchessi ed i fratelli Severini, ad iniziare con le parole, indimenticabili, di Pietro Calmandrei e della sua ode verso il generale tedesco Kesserling, comandante in capo della Wermacht nella campagna d’Italia nel 1943-1945. Un’ode di straordinario impatto che andrebbe fatta ascoltare ogni 25 aprile soprattuto a chi del revisionismo storico sulla resistenza ha fatto la sua bandiera. Scorrono le storie d’Italia, con Piazza Fontana, la mafia, il malaffare che sgorga dalle parole di Biacchessi, intense e taglienti. Scorrono le immagini di fatti, luoghi, persone, speranze, dolori, nelle canzoni dei Gang che, forse qui più che in altre occasioni, si dimostrano strumenti perfetti della canzone popolare, proprio quella incarnata da Woody Guthrie del quale, come altre migliaia di artisti, sono debitori dell’ingegno artistico e della passione civile e politica. Canzoni come La pianura dei sette fratelli, Perchè Fausto e Iaio?, Dante Di Nanni (degli indimenticati Stormy Six), Sesto San Giovanni, Eurialo e Niso sono l’esempio tangibile che la canzone politica, la canzone sociale, la canzone popolare esiste ancora. Basta avere il coraggio di pensarla, comporla, cantarla. Ma, appunto, ci vuole coraggio e, ahimè, nel nostro Paese e di questi tempi ben pochi ne hanno... Un album ed uno spettacolo consigliato a tutti, in particolare, ai giovani affinchè possano ripensare a quello che è stato affinchè non accada più.

 

L'ideale, 14 aprile 2009, "Il paese della vergogna, Italia la vera smemorata" di Valentina Mastropietro

Paese dalla scarsa memoria il nostro, martoriato purtroppo in questi funesti giorni dalla immane catastrofe sismica, nazione che però dal suo passato si ostina a non imparare, a dimenticare, e fra l’altro a non punire i colpevoli delle tragedie create in certi  casi solo ed esclusivamente dalla ferocia umana e non dall’incuria o arretratezza,  aggiunte alla  Natura che a volte fa sentire prepotentemente la sua forza.

 

“Il paese della vergogna”, sempre la nostra povera Italia smemorata e distratta, pubblicato dalla Chiarelettere Editore,  è l’emblematico titolo di un testo di Daniele Biacchessi,  giornalista, scrittore, e vicecaporedattore di Radio news 24 e attore che ha  trasposto a teatro la sua opera accompagnato dai fratelli Marino e Sandro Severini dei Gang, uno  chitarra solista e l’altro chitarra e voce.

 

Si tratta di una sorta di  “spettacolo non  spettacolare” che sta girando nei teatri e nei luoghi dedicati alla cultura e per le prossime tappe dopo Roma, al Nuovo cinema Aquila lo scorso 3 aprile, rimandiamo ai siti del giornalista e a quello della casa editrice:

 http://www.retedigreen.com/ ;  http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/?r=82236

 

I Severini interpretano con la musica alcune parti della narrazione e si alternano al monologo dell’autore che a volte sapientemente si rivolge  al pubblico,  ed è tutto qui, essenziale, spoglio, privo di scenografia o effetti scenici,  brani e parole bastano per suscitare negli spettatori rabbia, protesta.

 

Biacchesi è una sorta di “aedo”, un  cantastorie  che gira per l’Italia raccontando e chiedendo giustizia per far in modo che alcune delle tante stragi impunite che hanno insanguinato la nostra terra non cessino di indignarci, par far si che le vittime innocenti di alcuni degli  orrori della seconda guerra mondiale come le stragi nazifasciste di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, o degli attentati negli anni successivi a Piazza Fontana, Piazza della Loggia, al treno Italicus, alla stazione di Bologna,  a via dei Georgofili, fino a quelle di stampo mafioso contro i giudici, non muoiano una seconda volta .

 

Teatro civile per non dimenticare ferite grandi alla vita umana e alla giustizia, episodi in cui troppo spesso i colpevoli sono rimasti impuniti e i Poteri che hanno occultato e  nascosto per anni  le prove sono ancora forti, ammonimento a tutti noi per tener viva la memoria della nostra storia, per resistere all’oblio della ragione e all’imbarbarimento dei costumi che rischiano di farci precipitare in un abisso.

 

Repubblica Torino , 19 settembre 2008, "Il paese della vergogna, le verità negate d'Italia "

Un cantastorie contestatario, accompagnato da due chitarristi, è il perno di Il paese della vergogna, recital musicato di e con Daniele Biacchessi e i fratelli rock Marino e Sandro Severini dei Gang, oggi alle 21 al Circolo dei Lettori. Giornalista, scrittore e voce narrante, Biacchessi snocciola le verità negate di un' Italia fosca, già argomento dei suoi libri e di quello in particolare che porta lo stesso titolo dello spettacolo, edito da Chiarelettere. Stragi e colpevoli fantasma, da Marzabotto a Bologna, nazifascismo, terrorismo e mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Trait d' union l' ingiustizia, che accomuna i tanti protagonisti della narrazione. Biacchessi è stato definito «l' unico erede della narrativa civile di Pier Paolo Pasolini».

 

Il Tirreno , 4 agosto 2008, "Nel paese della vergogna"

1944, Sant’Anna di Stazzema. Inizia da un immagine di un girotondo di bambini il racconto di Daniele Biacchessi che con “Il paese della vergogna” sarà a Massa, parco Comasca, il 6 agosto alle 21. Questo spettacolo parte da un dato di fatto, incontrovertibile. In Italia la verità storica non segue mai lo stesso binario della verità giudiziaria. Le prove delle stragi nazifasciste di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto nascoste nel cosiddetto “Armadio della vergogna”. I colpevoli di stragi come Portella della Ginestra, Piazza Fontana, Piazza della Loggia a Brescia, treno Italicus, stazione di Bologna, Rapido 904, sono tutti sostanzialmente liberi. E’ l’Italia spiazzante delle verità negate, raccontate da Biacchessi attraverso scene esemplari, flash su personaggi diversi tra loro ma uniti da un solo nome: ingiustizia. Un collage di fatti e storie, carichi di emozioni.  A Biacchessi «non servono effetti speciali - scrive Bruno Ventavoli sulla Stampa - Bastano la sua voce e la volonterosa musica di un paio di amici. Perché è la storia d’Italia, quella più fosca, più scomoda, più vergognosa, ad accapponare la pelle del pubblico. Daniele Biacchessi gira le piazze come un antico cantastorie a svegliare le coscienze dei cittadini».  “Il paese della vergogna” è uno spettacolo e un libro pubblicato da Chiarelettere Editore che raccoglie, in una versione riveduta e ampliata, alcuni testi di teatro narrativo civile scritti e interpretati in centinaia di repliche da Daniele Biacchessi:”La storia e la memoria”, “Fausto e Iaio”, “Storie d’Italia” e “Quel giorno a Cinisi. Storia di Peppino Impastato”. I quadri sulla strage di via dei Georgofili e Libero Grassi sono scritti da Raja Marazzini.

 

Trentino , 24 aprile 2008, "Fausto e Iaio, il sacrificio per la verità"

Per non dimenticare la drammatica storia di due ragazzi che persero la vita in una delle più controverse vicende degli anni Settanta. Nel 30º anniversario della loro scomparsa, l’associazione Fahrenheit 451 invita allo spettacolo teatrale “Fausto e Iaio. La speranza muore a 18 anni?”. L’appuntamento è per oggi, alle 21, al centro sociale Bruno. Protagonista di una rievocazione che ha la forza della memoria e l’intensità del teatro è la voce di Daniele Biacchessi, giornalista e scrittore, caposervizio di Radio24-Il Sole24ore.  Biacchessi è accompagnato al sassofono dall’amico Michele Fusiello nel ripercorrere, tra narrazione, musica e testimonianze d’archivio, i fatti che portarono al tragico epilogo del 18 marzo 1978. Quella notte, Fausto Tinelli, di origini trentine, e Lorenzo “Iaio” Iannucci, entrambi diciottenni, vennero uccisi a colpi di pistola a Milano, in via Mancinelli, da un commando di neofascisti. I due giovani frequentavano il centro sociale Leoncavallo e stavano conducendo un’inchiesta sul traffico di droga a Lambrate Città Studi. Le indagini, con la collaborazione di giornalisti indipendenti, portarono alla luce il legame tra bande di estrema destra e organizzazioni malavitose.  L’attentato non lasciò indifferente un Paese già scosso dal rapimento di Aldo Moro, avvenuto due giorni prima, e oltre centomila persone commosse e forti di rabbia si radunarono in piazza S.Materno per l’addio ai due ragazzi. Tuttavia, le inchieste aperte dopo l’omicidio finirono in un vicolo cieco, con i nastri delle testimonianze scomparsi e l’ombra della reticenza. Nel dicembre 2000, la procura di Milano chiese l’archiviazione del fascicolo e il delitto restò impunito. Lo spazio di via Dogana propone un lavoro per tener viva la memoria di Fausto e Iaio e riflettere su una vicenda che si ripercuote sul presente, su una generazione che non può e non vuole dimenticare. (pa.fo)

 

La Nuova Ferrara, 6 novembre 2007, "Biacchessi racconta l'Italia contro la mafia"

Si è concluso, presso la Sala Civica Falcone e Borsellino di Migliarino, con lo spettacolo di Daniele Biacchessi: “Storie d’Italia - Viaggio nell’Italia che resiste alla mafia”, il ciclo intitolato: “Mafia e Legalità”, nato per divulgare la cultura della legittimità tra i giovani e i giovanissimi, promosso dai Comuni di Migliarino, Ostellato e Comacchio.
Le vicende che Biacchessi (attore, giornalista, scrittore e vicecaporedattore di Radio news 24) porta in scena diventandone la voce narrante, sono un disarmante viaggio nella memoria di un Paese (l’Italia), dove spesso verità e giustizia si smarriscono negli intrighi della disinformazione, dei depistaggi e dei silenzi.
Una performance semplicemente straordinaria di questo cronista che, con il teatro narrativo civile, ha scelto di non fermarsi alla scrittura ma di aprire il sipario a storie dimenticate o archiviate. Sul palcoscenico: un leggio, un microfono, un sassofono, un grande schermo a fare da “quinta”, alcuni documenti sonori, l’inseparabile amico-musicista Michele Fusiello e “lui”, avvolto da un silenzio quasi imbarazzante che comincia a raccontare storie di mafia, di stragi, di verità scomode. Biacchessi, con l’aiuto di immagini inedite e testimonianze sonore, apre il diario dell’Italia che si ribella a Cosa Nostra. La pagina del caso di Placido Rizzotto e la strage di Portella della Ginestra. Le minacce ad un uomo per bene: l’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso perché venuto a conoscenza dei legami finanziari tra Cosa Nostra e la Banca Privata di Michele Sindona. I tragici episodi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il doloroso epilogo (scritto insieme al poeta Raja Marazzini), di un amore “mancato” tra due fidanzati fiorentini, dove lui morirà nell’esplosione di via dei Georgofili, che colpì la Galleria degli Uffizi e un palazzo adiacente. Per concludersi con il ricordo dell’imprenditore Libero Grassi, morto per non aver mai abbassato la testa davanti alla mafia. Biacchessi ha incantato, riuscendo a togliersi i panni dell’attore per entrare in quelli del narratore, che “vive” il suo stesso racconto in un tracciato di parole, silenzi e commenti sonori (di grande suggestione), che hanno materializzato un piccolo miracolo drammaturgico. “Perché nulla vada mai dimenticato”.

 

Il Tirreno , 11 settembre 2007

Al “Settembre” un’intera serata dedicata al tema della legalità. È stata organizzata dal Comune termale con il patrocinio della Provincia di Pisa e Avviso Pubblico. Prima dello spettacolo una gustosa cena a base di ricette siciliane realizzate grazie a numerosi volontari con i prodotti delle terre confiscate alla mafia. Libera Terra in prima linea come associazione che ha favorito questo processo di riscatto proprio in forza di una legge di iniziativa popolare del 1996 con la quale i terreni appartenenti ai boss della malavita sono stati restituiti alla collettività. Operano cooperative sociali composte da giovani che con il lavoro e l’impegno civile hanno permesso un’impresa davvero importante. I frutti del lavoro vengono distribuiti grazie a un circuito e a un mercato sano e virtuoso.  La grande partecipazione di pubblico alla serata ha positivamente colpito gli organizzatori. Non meno di 180 coperti e tutti i prodotti venduti nel giro di una sola ora. Dopo il banchetto sono saliti sul proscenio il sindaco Paolo Panattoni, l’assessore provinciale Gabriele Santoni, don Armando Zappolini e l’editore Salvatore Coppola. Ognuno ha fatto le considerazioni del caso sul progetto attuale e su quelli futuri nella lotta contro le mafie nell’affermazione del principio della legailità. Grandi consensi allo spettacolo teatrale “Storie di Italia” di Daniele Biacchessi e Michele Fusiello. Biacchessi, vice capo redattore di Radio news 24, ha fatto vivere al pubblico un’atmosfera di emozioni profonde provenienti da una memoria comune, la memoria italiana. «Una memoria drammatica - ha spiegato Biacchessi - fatta di misteri e inganni ma anche custode delle idee e degli ideali di grandi uomini di cui la morte, a dispetto di chi l’ha voluta, ha segnato la nascita nuove speranze, forti come la rabbia».  In scena con un eccellente dosaggio di multimedialità, cronache e recitazione veri e propri affreschi di memoria. Cinque quadri di storia contemporanea: Placido Rizzotto e Portella della Ginestra, Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, la strage di via dei Georgofili a Firenze e Libero Grassi.

Teatrica, giugno 2007, "Quando la denuncia della catastrofe diventa spettacolo" di Federica Maccotta

Teatro e giornalismo si intrecciano nel campo dell’inchiesta, un genere che vive su quotidiani e riviste, pur con alterne fortune, e che da una decina d’anni ha sconfinato sui palcoscenici italiani. Prendendo in prestito, dalla professione del reporter, il metodo d’indagine: un metodo basato sul lavoro sulle fonti, sulla citazione di documenti e testimonianze, sulle ricerche sul posto. In una parola, su un patto di onestà che viene stipulato tra giornalista e lettore: quel che stai leggendo merita fiducia perché è stato fatto tutto il possibile per restituire una versione corretta dei fatti, vicina alla realtà, senza pregiudizi e schieramenti.

Con questi “ferri del mestiere” lavorano anche alcuni autori e attori teatrali, quelli che hanno scelto di portare in scena la ricostruzione di vicende dimenticate o poco conosciute, in bilico tra teatro civile, di narrazione e politico. “Teatro d’inchiesta” è infatti un’etichetta instabile, che comprende spettacoli ed esperimenti molto diversi tra loro. Uniti, tuttavia, dal patto di onestà: uniti da una ricerca seria e documentata che si riflette nella drammaturgia. L’esempio più noto è Il racconto del Vajont (1993) di Marco Paolini, vero apripista del genere in Italia. Il primo a raggiungere un pubblico che le rappresentazioni teatrali tradizionali non possono neanche sognare: tre milioni e mezzo di spettatori in una sera. Il lavoro dell’attore-autore veneto è stato infatti trasmesso in diretta da Raidue, il 9 ottobre 1997, proprio dalla diga del Vajont. Qui, il 9 ottobre del 1963, quasi duemila vite vennero spezzate a causa di una frana che dal monte Toc cadde nell’invaso della Sade alzando un’onda che scavalcò la diga stessa, cancellando il paese a valle, Longarone.

Una tragedia che all’inizio venne considerata una “ribellione della natura” ma che presto si è rivelata costruita dall’uomo e dalla sua irresponsabilità: questo racconta Paolini, basandosi su Sulla pelle viva, libro-inchiesta della giornalista Tina Merlin che seguì per il quotidiano l’Unità l’intera vicenda del Vajont, sugli atti del processo alla Sade (Società adriatica di elettricità) e sulle testimonianza che lo stesso Paolini ha raccolto nel corso degli anni. Testimonianze che gli hanno permesso di correggere, sistemare e ridefinire il testo drammaturgico di volta in volta: cambiandolo, se necessario, da una replica all’altra, da una sera all’altra. «Ho avuto – spiega Paolini in Quaderno del Vajont – la preoccupante sensazione che qualsiasi cosa avessi detto sarebbe diventata la verità sul Vajont. Allora abbiamo massacrato il testo alla ricerca di contraddizioni e punti oscuri. Ho condiviso questo lavoro con colleghi e spettatori, con testimoni e protagonisti di questa storia, ho incontrato anche alcune persone che nomino nel racconto. Ogni cambiamento comportava un peggioramento momentaneo della qualità teatrale del racconto, perché i passi nuovi non erano fluidi e sicuri come gli altri. Ma è su questo, sulla consapevolezza di non mentire, che ho costruito l’orazione. Alla fine del racconto dico sempre: “Avete il diritto e anche il dovere di dubitare di tutto quello che avete ascoltato”».

Il lavoro di Paolini dunque, come quello del reporter, non ha l’ambizione di dire l’ultima parola o di aver raggiunto una verità assoluta. Piuttosto, lasciando parlare i fatti e quindi la realtà, il teatrante e il giornalista mirano a restituire allo spettatore e al lettore un quadro più completo, nel quale, come in un puzzle, vengono accostati eventi e nomi, ricostruendo quel contesto che spesso manca nell’informazione come nella coscienza civile.

Un’operazione analoga a quella di Vajont è stata fatta da Paolini per altre due pagine nere della storia italiana recente: la vicenda di Ustica e quella del Petrolchimico di Porto Marghera. Al Dc9 Itavia scomparso nelle acque tra Ponza e Ustica vengono dedicati I-tigi. Canto per Ustica (che debutta, con l’accompagnamento musicale di Giovanna Marini e del suo quartetto, nel giugno 2000 in piazza Santo Stefano a Bologna e viene trasmesso da Raidue il 6 luglio 2000) e I-tigi. Racconto per Ustica (2001, senza il Quartetto vocale). La storia complicata e misteriosa, storia di tecnicismi e superficialità, dell’aereo precipitato il 27 giugno 1980 viene ricostruita con precisione attraverso l’istruttoria del giudice Rosario Priore e il materiale originale (tracciati radar, registrazioni, carte) raccolto da Daniele Del Giudice, che ha scritto il testo con Paolini. Anche Parlamento chimico. Storie di plastica (2002) si basa principalmente sugli atti di un processo: quello condotto dal giudice Felice Casson, aperto grazie alla denuncia documentata sporta da un operaio del Petrolchimico in pensione. Gabriele Bartolozzo ha ricollegato infatti, grazie all’aiuto di esperti, la morte per tumore di centocinquanta operai alla tossicità di materiali chimici usati nello stabilimento: soprattutto cvm e pcv (cloruro di vinile e cloruro di polivinile).

I-tigi e Parlamento chimico, come Vajont, si scontrano con una difficoltà che si presenta anche al giornalista: utilizzare termini tecnici, riferiti a procedure specialistiche sconosciute ai più, rendendoli comprensibili. Prove d’invaso e carotaggi, aerovie e transponder, finanza e cloruri: per non rinunciare a usare le parole corrette, calzanti, il teatrante e il reporter sono costretti a spiegarle, ripeterle e rispiegarle, utilizzando paragoni con concetti d’uso comune, affinché le nozioni non scivolino addosso a chi legge o ascolta ma abbiano modo di sedimentarsi. Evitando così di rendere vana la ricostruzione dei fatti.

Non solo Paolini si trova di fronte a questo problema: i temi scelti dal teatro d’inchiesta sono per lo più temi difficili, storie ingarbugliate e caricate dal peso di perizie e tecnicismi. Storie che l’autore-attore non può sempre affrontare da solo: per questo – e per rendere ancora più solido il patto di onestà – spesso sceglie di rivolgersi a esperti che possano aiutarlo a chiarire, per primo a se stesso, i passaggi più difficili e specialistici. Roberta Biagiarelli, per esempio, racconta dei “comitati scientifici” che l’hanno guidata nella creazione dei suoi spettacoli per A come Srebrenica (1998) e per Reportage Chernobyl (2004). Biagiarelli infatti si è basata su libri, testimonianze e pareri di esperti: i comitati scientifici appunto, formati da giornalisti e scienziati (in particolare, questi ultimi, per lo spettacolo sul disastro nucleare del 1986 in cui viene data voce anche alle parole dei superstiti raccolte nel libro di Svetlana Aleksievic Preghiera per Černobil’) che hanno fornito dati e ricostruzioni degli eventi. Per il lavoro su Srebrenica, città posta nel 1993 sotto la protezione dei caschi blu dell’Onu durante la guerra nella ex Jugoslavia e attaccata nel luglio del 1995 dalle forze serbo-bosniache che ne massacrarono gli abitanti, l’attrice è stata invece molte volte in quella zona, raccogliendo le testimonianze dei sopravvissuti e dei profughi. Da questa esperienza è nato, nel decennale della strage, anche un video-reportage a metà strada tra documentario e teatro, creato dalla stessa Biagiarelli e dal giornalista Luca Rosini: Souvenir Srebrenica (2006), finalista al premio David di Donatello del 2007. In questo caso, dunque, dietro allo spettacolo esiste un vero e proprio impegno di indagine e reportage sul posto da parte dell’autrice, che non si è limitata a lavorare sulle inchieste redatte da altri. 

Anche Portopalo. Nomi, su tombe senza corpi (2006) nasce da un viaggio compiuto dagli autori (Giorgio Barberio Corsetti, Guido Barbieri e Oscar Pizzo) nei luoghi del suo tema. Questo “requiem civile” è un intreccio di musica, testimonianze e immagini dedicato alla tragedia del naufragio fantasma del Natale 1996, quando la F174, un barcone carico di migranti, affondò al largo della costa siciliana portando con sé 283 vite. Una tragedia – la più grande del Mediterraneo dopo la fine della seconda guerra mondiale – passata per anni sotto silenzio, della cui esistenza si è addirittura a lungo dubitato e portata alla luce nel 2001 da un’inchiesta del giornalista de la Repubblica Giovanni Maria Bellu. Portopalo racconta solo in minima parte quanto successo dieci anni prima, concentrandosi sul dopo: gli autori sono stati in Sicilia, per comprendere le reazioni degli abitanti di Portopalo di Capo Passero (i pescatori trovavano nelle proprie reti i cadaveri ma non denunciavano l’accaduto per timore di fermare l’economia della pesca), e in Pakistan, il paese da cui veniva gran parte dei migranti. Qui hanno parlato con le famiglie, hanno tentato di documentare il peso del dolore, dell’assenza, del vuoto. Durante lo spettacolo infatti (nato dunque da un reportage nato a sua volta da un’inchiesta giornalistica) vengono proiettate le immagini del viaggio, accompagnate dalla musica dal vivo e dalle testimonianze di alcuni dei protagonisti: in scena ci sono Bellu, il pescatore siciliano Salvatore Lupo, il rappresentate dei lavoratori pakistani in Italia Shabir Mohammad e due sopravvissuti al naufragio, Shahab Ahmad e Mohammad Afzal. Quest’ultimo ha avuto la possibilità di venire in Italia e testimoniare al processo proprio grazie agli autori di Portopalo, che lo hanno “scoperto” in Pakistan.

Il naufragio del 1996 ha ispirato anche un’altra pièce: La nave fantasma (2004) di Bellu, Renato Sarti e Bebo Storti (Teatro della Cooperativa). A differenza del lavoro di Barberio Corsetti, Barberi e Pizzo, questo spettacolo si concentra sul viaggio della Yiohan (la “nave madre”) e sulla notte dell’affondamento della F174, mettendone in luce gli aspetti più paradossali e grotteschi. Si tratta infatti di un “cabaret tragico” che ripercorre con fedeltà le tappe dell’inchiesta di Bellu sottolineando l’assurdità, quasi caricaturale, di alcune situazioni: il silenzio delle autorità, il comportamento “omertoso” di chi sapeva e non ha parlato, l’attenzione scarsissima dei media riguardo a questa tragedia. La spirale del silenzio, insomma, in cui è scivolata la morte di 283 persone a poche miglia dalle coste italiane. Spirale rotta da Sarti e Storti che portano in scena, tra sketch comici e denuncia, lo stesso pubblico, obbligandolo ad ascoltare e a reagire. Il riso infatti è una forma di condivisione e compartecipazione, amplificata in questo caso dalla continua interazione tra platea e palco: tutti gli spettatori vengono per esempio coinvolti nella scena finale, quella delle tempesta, durante la quale i due attori leggono le deposizioni dei sopravvissuti.

Un’altra tragedia del mare, quella del traghetto della Navarma (oggi Moby Lines) che la notte del 10 aprile 1990 bruciò al largo del porto di Livorno causando la morte di 140 persone (ci fu un solo sopravvissuto), è riletta in teatro da Francesco Gerardi e Marta Pettinari in M/T Moby Prince (2006). Gli autori e interpreti restituiscono allo spettatore la ricostruzione – o meglio, le ricostruzioni – di quanto accadde quella notte: attraverso le testimonianze e le perizie raccolte nel processo, utilizzando materiale video e audio (le registrazioni delle comunicazioni radio), danno voce alle diverse “verità” emerse. Interpretazioni di come siano andate le cose, di come e perché ci sia stata una collisione tra il Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo: interpretazioni, appunto, che a quasi venti anni di distanza non hanno portato a una soluzione certa di questo “mistero d’Italia”, che nella memoria collettiva resta da imputare alla nebbia o alla distrazione dell’equipaggio (che stava guardando una partita di calcio, si disse).

Le nebbia che forse avvolse il Moby Prince e che certamente avvolge tante storie semi-dimenticate è la stessa che nell’ottobre 2001 portò alla collisione, sulla pista dell’aeroporto di Linate, tra l’aereo MD87 della Scandinavian Airlines System e un Cessna Citation, causando 118 vittime. Ma non fu solo la foschia della pianura padana il motivo dello scontro: ci furono altre responsabilità, emerse durante le indagini e raccontate da Giulio Cavalli in Linate 8 ottobre 2001 (2006), scritto con Fabrizio Tummolillo. Per farlo, l’attore milanese ha scelto di usare documenti giudiziari e perizie, ma anche l’ironia grottesca del grammelot della Commedia dell’arte, forma espressiva tipica dei giullari del Cinquecento e che, ai giorni nostri, è indissolubilmente legata al premio Nobel Dario Fo. La mimica esagerata, la recitazione viscerale e il linguaggio nonsense si piegano dunque a fare la cronaca di una vicenda caratterizzata da elementi di banale incredibilità: la segnaletica aeroportuale fuori norma, sulle piste i segnali anti-intrusione disattivati da anni, il radar di terra che è stato acquistato ma non ancora installato, i segnali di stop con luci rosse e verdi accese insieme.

I lavori su Linate e sul Moby Prince, così come il canto per Ustica di Paolini, sono nati su sollecitazione delle associazioni dei familiari delle vittime: tuttavia, spiega lo stesso Paolini, non si tratta di “casi”, di dolori individuali, bensì di storie che devono diventare parte del bagaglio civile dei cittadini, per insegnare loro a indignarsi ma soprattutto a farsi domande e a pretendere risposte. «I Tigi siamo noi ogni volta che voliamo», spiega l’attore veneto, che ha scelto di trasformare la sigla dell’aeroplano nel nome di un popolo, così simile a quelli dei primi abitanti della penisola italica.

La Storia e le storie d’Italia, le vicende cariche di dolore e mistero che hanno segnato il Novecento, sono al centro delle letture (reading) del giornalista Daniele Biacchessi, che ha scelto di dare una forma di monologo teatrale alle sue inchieste, spesso accompagnato dal sax di Michele Fusiello: i testi e i video delle sue performance si possono consultare su internet, sul sito Retedigreen.com. I temi spaziano dalla ricostruzione della fuga di gas tossico dalla fabbrica chimica Icmesa di Meda, al confine con Seveso il 10 luglio 1976 in La fabbrica dei profumi (1996), alla morte di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi di diciotto anni legati al centro sociale milanese Leoncavallo uccisi il 18 marzo 1978 nel quartiere Casoretto di Milano in Fausto e Iaio (1998). Dalle stragi, piccole e grandi, che hanno insanguinato l’Italia in La storia e la memoria (2004), agli omicidi di mafia in Storie d’Italia (2006) e in Quel giorno a Cinisi (2006) sulla morte di Peppino Impastato il 9 maggio 1978. Infine, il lavoro più recente di Biacchessi è Luigi Tenco (2007), dedicato al cantautore morto, per un colpo di arma da fuoco, il 27 gennaio 1967 in un albergo di Sanremo mentre nella città ligure si svolgeva il Festival, a cui Tenco partecipava.

Il teatro d’inchiesta spesso indaga, come si è visto, vicende del passato più o meno recente. Ma in un caso – Genova 01 (2001) di Fausto Paravidino – si è occupato di cronaca quasi contemporaneamente al suo svolgimento. Il lavoro di Paravidino sul G8 del 2001 ha infatti visto la luce, seppure in forma di work in progress, a breve distanza dagli eventi: ne è nata una istant play, commissionata al giovane autore genovese dal Royal Court Theatre di Londra per rendere noti i fatti di Genova al pubblico inglese. Genova 01 da allora ha subito trasformazioni e trascrizioni: alla luce di inchieste, di prove e di documenti, Paravidino ha aggiunto al testo nuovi elementi, nel tentativo di restituire una ricostruzione il più possibile onesta e fedele ai fatti. «All’inizio – racconta per esempio Paravidino – dicevamo che il risultato delle violenze di Bolzaneto erano tre persone in prognosi riservata; purtroppo abbiamo dovuto cambiare in “tre persone in coma”». Il testo “istantaneo” ha così raggiunto la forma con cui viene messo in scena ancora oggi, a sei anni di distanza: un collage di informazioni che viene presentato, più che rappresentato, da un coro di giovani. Che evidentemente assumono il punto di vista dei manifestanti, ma che non prendono le parti di nessuno: il racconto vuole essere lineare e pulito proprio perché siano i fatti accertati a parlare da soli.

Questa è infatti la chiave del teatro d’inchiesta: non interpretare ma presentare, sulla base di una seria documentazione. Un patto d’onestà che si sta ritagliando sempre maggior spazio sui palcoscenici di un Paese in cui memoria, informazione e coscienza civile hanno spesso contorni sbiaditi.

 

Santannadistazzema.org , maggio 2007, intervista a Daniele Biacchessi.

 

“Ad oggi la Storia e la Memoria conta più di 300 repliche, svolte in giro per l’Italia e per il mondo”. Daniele Biacchessi descrive così il suo spettacolo di teatro civile con il quale ripercorre le vicende più tristi ed intricate della recente storia del nostro paese, in un viaggio attraverso la realtà che inizia il 12 agosto 1944 a Sant’Anna di Stazzema, quando vennero trucidati dai nazifascisti 560 innocenti, e termina a Bologna, alla stazione, il 2 agosto 1980 quando un attentato terroristico provoca 85 morti e 200 feriti. Lo spettacolo è incentrato su Biacchessi che narra accompagnato dal sassofono del jazzista Michele Fusiello, mentre alle sue spalle scorrono immagini delle vicende via via trattate, rese ancor più suggestive dal sonoro originale di alcuni fatti tragici come quello di Piazza della Loggia Brescia.“ La Storia e la Memoria- prosegue il giornalista vicecaporedattore di Radio24-Il Sole24ore, Premio Cronista 2004 e 2005 ed autore di sedici libri d’inchiesta- nasce e viene interpretato in spagnolo per la prima volta in centro America in occasione di un viaggio di solidarietà in quei paesi organizzato dall’Arci. Mi venne chiesto di portare non solo beni materiali, come libri, mixer audio, trasmettitori radio, necessari a realizzare eventi culturali ma anche qualcosa che riguardasse la nostra storia”. Ecco quindi che la rappresentazione prende vita. “Si raccontano 60 anni di storia come se si affrontasse un vero e proprio viaggio : gli occhi dei bambini di Sant’Anna mentre stretti per mano fanno il girotondo sono gli stessi occhi dei bambini che, abbracciati alle loro mamme, aspettavano di prendere il treno nella stazione di Bologna per andare al mare. Si attraversa una spazio temporale rendendosi conto che si affronta un passato che non passa ma che, invece, si ripete ciclicamente : i fascicoli delle stragi, di tutte le stragi di ogni epoca vengono occultati. E’ questo un altro legame che accomuna Sant’Anna a Piazza Fontana, la Questura di Milano a Piazza della Loggia di Brescia, l’Italicus a Marzabotto”. L’Armadio della Vergogna, il grande mobile simile ad una cassaforte posto nel semiscantinato di Palazzo Cesi a Roma, sigillato e girato con le ante verso il muro che ha contenuto per più di 50 anni la documentazione sulle stragi nazifasciste in Italia, è il simbolo di questi silenzi. “E’ il motivo che induce a riflettere sulla classe dirigente italiana e alla volontà perpetrata di celare la verità e di non consegnarla alla storia. La prima vera strage in tempo di pace è stata quella di Portella della Ginestra del 1 maggio 1947 ma ce ne sono altre, come quella di Piazza Fontana del 1969 in cui non esiste una verità giudiziaria ma solo una verità storica. Lo stesso dicasi per Peteano di Sagrado, nel 1972, per la Questura di Milano nel ’73, Brescia, l’Italicus, Bologna. A Sant’Anna alcuni degli assassini sono stati rintracciati e condannati anche se con colpevole ritardo: c’è amarezza perché non pagheranno mai con il carcere essendo oramai troppo anziani”. Il girotondo dei bambini di Sant’Anna finisce accanto alla valigia contenente 25 kg di esplosivo serviti per far saltare in aria un’ala della stazione di Bologna. Per Daniele Biacchessi venire a Sant'Anna il 2 giugno è una grande emozione. "Sono onorato di venire a Sant'Anna- ha detto- e di portare lì uno spettacolo raccontato ormai a centinaia di migliaia di persone. I luoghi contano, eccome : questo in particolare è il posto che più mi emoziona. La mia intenzione è di trasmettere la commozione e la forte richiesta di giustizia invocata che invocano queste stragi, facendomi carico della voce dei cittadini e dei familiari delle vittime. Non c'è modo migliore di celebrare la nascita della Repubblica se non venendo a Sant'Anna di Stazzema, ricordando la Costituzione : non esiste luogo migliore né più importante di questo. La memoria non è solo ricordo : ci vuole di più ,serve la consapevolezza di ciò che è stato per chiedere giustizia e verità su queste pagine drammatiche". Biacchessi punta il dito contro il revisionismo storico. "Non ci può essere perdono né pacificazione se si racconta la storia delle stragi in modo diverso da come è accaduta realmente : i repubblichini portarono i fascisti a Sant'Anna, collaborarono ed ebbero gravissime responsabilità nella carneficina di 560 innocenti".

 

Il popolo del blues, febbraio 2007, "A ritmo di blues" di Alessandro Mannozzi

 

Daniele Biacchessi è un cronista. Con le palle. E' uno di quelli che quando annusano una pista, colgono quelle discrepanze che non fanno quadrare il ragionamento, non si ferma più. Porta sempre a qualcosa andare ad indagare nelle pieghe degli avvenimenti,della vita delle persone, nei rapporti di polizia o di altre entità. Non sempre torni a casa tranquillo ma così è la vita.
Biacchessi è giornalista d’inchiesta, scrittore, regista dei suoi spettacoli di Teatro Civile ed è profondamente legato alla radio: da diversi anni è vicecaporedattore di Radio 24 dove conduce la trasmissione "Giallo e Nero" il sabato alle 19.30 e la domenica alle 12.00. Ha scritto quindici libri che sono altrettante inchieste su fatti che hanno reso la storia di questo paese a volte penosa da raccontare: il delitto Tobagi, quello di Fausto e Iaio, D'Antona, Biagi, il terrorismo e la politica degli anni '70 per citare solo una parte. A un certo punto ha deciso di coniugare la sua voglia di verità con la musica ed il ritmo del blues e nascono gli spettacoli del Teatro Civile. Monologhi dove Biacchessi sviscera i fatti, racconta le storie, i contesti con la musica e le immagini che raccontano anche loro dando il ritmo alla narrazione. Alcuni titoli: “Storie d’Italia” sulla mafia e sui giudici Falcone e Borsellino, ”La fabbrica dei profumi” sul disastro dell’Icmesa di Seveso, ”Quel giorno a Cinisi” sull’omicidio di Peppino Impastato. In ognuno degli spettacoli Biacchessi si avvale della performance musicale di Gaetano Liguori al piano o del sassofonista Michele Fusiello. Lo abbiamo incontrato per parlare di tutto questo, per capire dove vuole arrivare
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Da dove nasce la decisione di proporre le tue inchieste in teatro,nelle università,nelle piazze,nei centri sociali?

I luoghi contano. Lo spettacolo "La storia e la memoria" del 2004 inizia in spagnolo in un viaggio di solidarietà con il centroamerica, organizzato dall'Arci. Per anni portavano in molti paesi materiali per le Case delle Culture, soprattutto a Cuba. Mi hanno chiesto di seguirli con un racconto di teatro civile sulla nostra memoria. Così mi sono ritrovato su un palco, con luci, impianto audio(allora utilizzavo musiche di scena registrate)e i luoghi erano sempre biblioteche, Case delle Culture. E' successo a Trinidad, Santiago, Avana, Niquero. Poi, tornato in Italia, il racconto é proseguito nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, a Sant'Anna di Stazzema, Montesole, Marzabotto. Poi ancora nelle piazze, nelle strade italiane e naturalmente nei teatri, accompagnato dall'inseparabile sassofonista Michele Fusiello. Anche per il racconto su Peppino Impastato, ("Quel giorno a Cinisi") che realizzo con il grande del jazz italiano Gaetano Liguori, il racconto é partito proprio dalla Sicilia, da Cinisi, il paese di Impastato. Sul palco piazzato davanti al municipio, dove lui denunciava le ingiustizie e gli affari sporchi della mafia, sembrava essere nella pellicola "Cento passi" di Marco Tullio Giordana. Oppure la sera del 18 marzo 2003, con i Gang sul palco montato in via Mancinelli a Mlano, dove vennero uccisi due giovani del Leoncavallo, Fausto e Iaio. I luoghi sono simbolici. Solo così le parole possono volare alte davvero.
 
La mafia,le stragi,la politica e i delitti eccellenti. Sono queste le "Storie d'Italia" che corrono il rischio di venir dimenticate ?

Sono tutte storie dimenticate, se ci pensi bene. In "Storie d'Italia" racconto la figura di Giorgio Ambrosoli, un avvocato liberale che viene incaricato di far luce sugli affari del finanziere Michele Sindona e la sua banca privata. Scopre che Sindona é uomo di mafia e che ha amici potenti dentro le istituzioni, dentro i partiti che governano il paese, dentro il Vaticano. Potrebbe farsi comprare, chiudere gli occhi e salvarsi la vita. Invece tira dritto e insieme al fido finanziere Silvio Novembre scompagina le carte di Sindona che sarà arrestato. Poi Ambrosoli verrà ucciso dalla mafia politica. E' una storia italiana straordinaria, é la storia di uno che ha fatto il suo dovere. Nello stesso spettacolo racconto in cinque minuti la storia di due ragazzi che si baciano a Firenze, sotto gli Uffizi, il 23 maggio 1993. Non sanno che a pochi metri c'é una macchina imbottita di tritolo. Sono i loro ultimi cinque minuti d'amore. E' poesia, ogni volta che mi tocca raccontarla mi si annodano le corde vocali.Non bisogna dimenticare, perché il passato che non passa rischia di minare le regole della nostra fragile democrazia.

C'è differenza tra un libro,un articolo e uno spettacolo dal vivo ? In che modo il rapporto col pubblico è più profondo ?

Sono linguaggi differenti e rapporti diversi con il pubblico. Ho scritto 15 libri d'inchiesta. Sono volumi che hanno venduto molto ma i miei lettori li ho conosciuti anni dopo, nonostante girassi in lungo e in largo l'Italia. Stessa cosa vale per un articolo su un quotidiano o per un servizio radiofonico. I tempi di reazione sono più lunghi. Sul palco invece guardi negli occhi il pubblico, senti i loro timori, i respiri, le tensioni, la tranquillità. Un bravo narratore sente tutto, comprende anche quando un pezzo stenta a decollare, quando il testo non é perfetto. Il pubblico se ne accorge. Chi viene a sentire spettacoli come i miei é gente preparata sul piano culturale, non puoi ingannarla. 

Come ti sei trovato a passare dall'esposizione giornalistica di un fatto a quella invece drammaturgica e quanto il fare radio ti ha favorito?

La radio é la mia vita. Ho cominciato nel 1976 a Milano nelle radio democratiche e di informazione, ora, 31 anni dopo, sono vicecaporedattore di radio24, emittente del Sole 24 ore. Utilizzo la mia voce, la carico quando é necessario, la rendo più fluida nel caso dovessi leggere un notiziario. La voce é lo strumento per eccellenza e l'uomo non sempre conosce le sue potenzialità. In radio sono uno che sperimenta. In qualche modo il programma "Giallo e Nero" su Radio24 si avvicina al mio modo di fare teatro. Il programma nasce su carta, dalla forma scritta, poi si avvale dei documenti di archivio che in questo caso sono sonori, infine tutto viene amalgamato dalla musica attraverso un editing molto complesso. Anche i miei spettacoli di teatro civile nascono da un testo, si mischiano con la musica di Fusiello o di Liguori, vengoo migliorati dalle immagini che scorrono dietro e dai sonori d'archivio come la bomba di Piazza della loggia a Brescia oppure la voce di Peppino Impastato. Tanti mezzi uniti dalla forza della voce. 

Quanti giovani vengono a vederti? Sono interessati a conoscere la storia recente italiana nonostante si dica che siano attratti da altro?

"Storie d'Italia"  é stato scritto per  l'associazione  Libera di Don  Luigi  Ciotti . Lo spettacolo  é proprio indirizzato ai giovani. Tutte le perfomances, a parte quella del 18 novembre 2006 a Roma, si sono svolte di mattina, in teatri stipati da ragazzi delle scuole superiori, preparati dai loro insegnanti attraverso corsi di formazione sulla legalità. C'è un bisogno di sapere sorprendente. Tante cose che racconto non sono scritte nei loro libri di testo. Alcune volte non riesco ad andare via perché alla fine mi avvolgono di domande. Sono sempre felice di offrire loro adeguate risposte. 

Quanto la musica è importante nelle tue performances?

E' fondamentale. Io sono un appassionato di musica. Ascolto rock, musica progressiva, jazz, blues, folk americano e inglese, musica etnica di ogni parte del mondo, elettronica, avanguardia. Sono affascinato da tutto quello che é ricerca e musica di qualità. Il sassofonista Michele Fusiello é un jazzista che ama esplorare sonorità diverse, alcune volte ancorate alla tradizione degli standard(Monk, Coltrane, Dexter Gordon, Miles Davis) come per lo spettacolo "La soria e la memoria", altre volte più moderne come per "La fabbrica dei profumi" su Seveso o "Storie d'Italia" sulla mafia. Le basi vengono create nella nostra sala prove, tra il binario 16 e 17 della stazione centrale di Milano, un luogo oltre l'underground. Lì componiamo con nuove tecnologie applicate alla musica, costruiamo il telaio, poi gli effetti, e ancora torniamo all'impianto finale con l'editing. Tutto viene misurato al millesimo di secondo con i miei tempi di lettura, con le pause teatrali, con le improvvise accelerazioni. E' un lavoro che dura mesi. Quando siamo pronti inizia il nostro cammino lungo le strade del nostro paese. Tutto questo é blues, é il cuore e l'anima , la ricerca e la passione, la riscoperta delle nostre radici e della nostra memoria. C'é molto blues nei miei testi e nella mia voce. Non puoi raccontare la morte di centinaia di vittime innocenti se non credi in quello che fai. Il pubblico lo scopre in fretta. Non puoi fare tutto questo se non ti si scava un profondo buco nero nel cuore.
 
Pensi che questo modo di comunicare i fatti sia quello destinato ad aprire una breccia importante nella generale mancanza di curiosità che caratterizza questa epoca ?

Sì penso che il teatro civile o il teatro di narrazione sia uno dei modi per raccontare storie del paese dimenticate facendole arrivare ad un grande pubblico. In quattro anni ho parlato ad oltre 40 mila persone in 500 spettacoli. Sarebbe impensabile poter raggiungere la stessa audience con dibattiti e presentazioni. Anche se si dovesse andare in tv non sarebbe la stessa cosa. magari parli a milioni di persone ma quanto resta di quello che dici nel loro cervello, nella loro anima? Oggi bisogna scuotere il pubblico, c'é bisogno di indignarsi quando si apprende che i generali che hanno compiuto i depistaggi sulla strage di Ustica vengono assolti, quando la Cassazione assolve tutti gli imputati per la strage di Piazza Fontana, quando non c'é ancora un processo per la strage di Brescia. Ci si deve indignare quando i processi per le stragi di Sant'Anna di Stazzema e di Marzabotto si chiudono(solo in primo grado) dopo 62 anni dagli eventi e si scopre che quelle verità erano state nascoste in un armadio chiuso a chiave, protetto da un cancello e da un lucchetto, nella sede della Procura Generale di Roma. Il teatro può sostituirsi alla mancanza di verità e di giustizia. Almeno per consegnare alle nuove generazioni un pezzo della memoria del nostro paese.  A giugno uscirà "Il paese della vergogna " per l'editore Chiare Lettere. Raccoglie tutti i miei scritti di teatro civile.  


Grazie Daniele Biacchessi, ilpopolodelblues non dimentica…

Repubblica, 20 gennaio 2007, "Da Impastato alla Merlin, un secolo di eroi al leonka " di Paola Zonca

La resistenza, la tragedia del Vajont, le uccisioni di mafia, le donne di Srebrenica, le stragi nazifasciste e quelle degli anni ' 70 e '80: temi diversi, momenti diversi della storia italiana ed europea uniti nella non-stop di musica e parole "Suoni della memoria", stasera al Leoncavallo dalle 21 a notte inoltrata. Organizzata dal giornalista, scrittore e autore di teatro civile Daniele Biacchessi, presentata da Filippo Solibello, la serata occupa i vari spazi del centro sociale, dal palco centrale alla libreria, e vede la partecipazione di attori, musicisti e scrittori nel tentativo di proporre una riflessione su fatti dolorosi che hanno segnato il secolo scorso. «Il filo conduttore - spiega Biacchessi - è la capacità di ricordare e di indignarsi sulle vicende del nostro paese che non hanno avuto giustizia. Milano, medaglia d' oro alla Resistenza, è una città che tende a dimenticare. E spesso alla politica, in altre faccende affaccendata, si sono sostituiti gli artisti». Si parte con un ritratto di Tina Merlin, la cronista dell' Unità e scrittrice che ebbe un ruolo importante nell' Italia post bellica. Sarà l' attrice Patricia Zanco, nel lavoro A perdifiato: ritratto di Tina Merlin (ore 21 sul palco centrale), a ripercorrere il percorso biografico della giornalista, dall' infanzia sulle montagne del bellunese alla Resistenza, fino al resoconto sul dramma del Vajont, da lei affrontato nel libro «Sulla pelle viva». Alle 21.30, sullo stesso palco, Daniele Biacchessi e il jazzista Gaetano Liguori raccontano attraverso musica e teatro la storia di Giuseppe Impastato, giovane militante antimafia ucciso dai sicari di don Tano Badalamenti il 9 maggio 1978 a Cinisi (Palermo), e il calvario di familiari e amici per ottenere giustizia. Un tema che torna nella presentazione del libro Peppino Impastato, scritto dal figlio Giovanni Impastato assieme a Gian Paolo Serino (ore 22, Spazio Libreria). Si parla anche dell' alluvione che colpì nel 1951 il Polesine con l' attore Marco Sgarbi (ore 22, al Baretto), si rievoca con il progetto realizzato da Sergio Ferrentino per la Radio della Svizzera Italiana l' esecuzione della Settima Sinfonia di Sostakovich durante l' assedio di Leningrado del 1942 (ore 22.30, palco centrale), si affronta la tragedia delle donne di Srebrenica con Roberta Biagiarelli. Ma ci sono anche Liguori con la sua Cantata rossa per Tall el Zaatar, un video inedito di Bebo Storti sulla memoria, un concerto delle band Gang e Yo Yo Mundi con brani del loro repertorio sulla Resistenza (palco centrale, ore 00.10), ancora Biacchessi che con Michele Fusiello riannoda il filo che va dagli eccidi nazifascisti alle stragi di Piazza Fontana e Piazza della Loggia in La storia e la memoria (palco centrale, ore 1.10). Il finale, all' 1.45, è con un reading di Carlo Lucarelli, scrittore di letteratura gialla e noir. Dalle 21 al centro Sociale Leoncavallo, via Watteau 7.

Trentino, 20 dicembre 2006, "Non perdete il vizio della memoria " di Corrado Consoli

Ottima affluenza di pubblico a Sociologia per l’incontro organizzato dal Coordinamento studenti sulla strage della stazione di Bologna nel 1980. Dopo una ventina di minuti e più di attesa, comprensibili visto lo sforzo dei ragazzi di allestire all’interno di un’aula di università una scenografia da palco, i presenti sono stati accolti dalla presentazione del professore di storia contemporanea Gustavo Corni, che nel 1980 studiava a Bologna ed era passato dalla stazione il giorno prima della strage, il quale parlando a nome del preside ha ricordato quanto sia importante per la facoltà un’apertura verso questo tipo di temi. Dopo una breve introduzione dei ragazzi, la scena è stata tutta di Daniele Biacchessi. Il giornalista d’inchiesta, nonché scrittore e autore di teatro civile, ha letto un suo monologo che ripercorre le tappe più dolorose delle violenze fasciste in Italia, dagli avvenimenti della Seconda guerra mondiale alle stragi di piazza Fontana e Bologna, fino all’omicidio di Carlo Giuliani. Biacchessi si è servito di numerose citazioni, come quella iniziale dal libro “Farheneit 451” di Ray Bradbury, che paragona l’uomo alla fenice che si getta di continuo nel rogo, dimentica degli errori passati, accompagnato da immagini in bianco e nero del ventennio fascista e dell’8 settembre e da musica molto varia, da quella italiana impegnata al jazz di Chet Baker, fino a un’elettronica soft. Il risultato è stato una lettura di forte presa sul pubblico, conclusa da un applauso scrosciante.
 Il testimone è poi passato alla più sobria esposizione di Paolo Bolognesi: il presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna ha, con modi molto spicci ma diretti ed efficaci, fornito una rapida cronologia dei fatti dell’80, sulle implicazioni politiche, sulla nascita e le battaglie dell’associazione. Nessun governo italiano è stato risparmiato da Bolognesi, critico verso le incapacità nei risarcimenti e sulla stagnazione in Parlamento del disegno di legge popolare sull’abolizione del segreto di stato presentato dall’associazione ormai 22 anni fa. Molte le personalità pubbliche dell’epoca e di oggi considerate colpevoli di depistaggi delle indagini verso piste lontane da quelle neofasciste, come l’incidente o il complotto internazionale, o perlomeno di scarsa collaborazione: da Cossiga ad Andreotti, da Licio Gelli a Berlusconi, per i quali il discorso si è spostato sul ruolo nella vicenda della loggia P2. La discussione si è allargata sempre di più quando Bolognesi ha lasciato spazio alle domande del pubblico: la sala ha proposto una serie di questioni, opinioni, idee anche molto contrastanti tra di loro, dimostrando il grande interesse suscitato nei presenti, e il relatore ha risposto a tutti con il massimo della precisione, ricordando l’importanza per “i dirigenti del futuro” di portare avanti le opinioni sempre con il supporto dei documenti, prima di essere salutato da un grande applauso.

 

Narcomafie, giugno 2006, "Il cantastorie d'Italia" di Elisa Speretta

 

Palazzo di Giustizia di Milano, 23 maggio 2006. L’aula magna è gremita: giornalisti, privati cittadini, rappresentanti delle Istituzioni e delle Forze dell’ordine, ma soprattutto avvocati. Si scambiano opinioni sulla causa x, ripassano le carte del procedimento y, poi il reading comincia e le ventiquattrore si chiudono. Sono tutti qui per rendere omaggio a un collega, Giovanni Falcone, che esattamente 14 anni fa veniva ucciso da Cosa Nostra. Al microfono, la voce calda di Daniele Biacchessi ripercorre quella triste giornata del 1992: come in un film, scorrono gli ultimi istanti di vita di Falcone, della moglie e dei 5 agenti di scorta, fino alle h.17,56, quando Giovanni Brusca, nascosto sulla collina all’altezza dello svincolo di Capaci, preme il detonatore.“L’uomo della collina”, presentato al pubblico per la prima volta da Biacchessi, è uno dei quattro quadri che compongono Storie d’Italia, l’opera teatrale che dal prossimo autunno il giornalista-scrittoreregista- attore bolognese porterà in giro per l’Italia.

Biacchessi, in che cosa consiste Storie d’Italia?

È come un album di ricordi; quattro storie italiane, molto diverse tra loro, accomunate dalla volontà di mostrare le tremende conseguenze che la mafia ha avuto, e ha, nelle vicende del nostro Paese attraverso il vissuto privato di alcuni protagonisti. Si comincia con la vicenda di Portella della Ginestra, dove nell’im mediato dopoguerra i contadini chiesero ciò che spettava loro, il diritto di possedere la terra, e i latifondisti alleati ai fascisti e alla mafia risposero mandando il primo plotone d’esecuzione in tempo di pace. Poi la storia di un eroe borghese, Giorgio Ambrosoli, avvocato monarchico e conservatore ucciso perché era venuto a conoscenza, attraverso la lettura dei libri contabili, dei legami finanziari tra Cosa Nostra e la Banca Privata di Michele Sindona. Il terzo quadro è “L’uomo della collina”, dedicato a Falcone e Borsellino, e l’ultimo è “Storie di maggio”, la storia vera dell’amore “mancato” tra due fidanzati fiorentini, perché lui morirà nell’esplosione in via dei Georgofili, che oltre alla Galleria degli Uffizi colpì anche un palazzo adiacente.

Lei non è nuovo a progetti teatrali di carattere civile sul tema della memoria…

È un tema che sento molto vicino alle mie corde, il filo conduttore di tutti i miei lavori. Il mio obbiettivo è raccontare storie d’Italia dimenticate, perché il nostro è un Paese in cui il passato non passa mai veramente, certe verità sono forse troppo scomode da ammettere, eppure alcuni capitoli rischiano di venire archiviati e lentamente dimenticati. Penso che disperdere quelle storie equivalga a disperdere anche un pezzo della storia di ciascuno di noi. Ma, perché la memoria sia viva, occorre guardare con gli occhi stessi dei suoi protagonisti, come ho fatto, ad esempio ne La storia e la memoria, che è un viaggio dalle stragi in tempo di guerra a quelle in tempo di pace.

È per questo che sceglie un punto di vista “dal basso”?

Sì, ogni mia opera nasce dopo una lunga fase di documentazione: leggo gli atti processuali, i documenti, ma soprattutto vado sul posto e ascolto i racconti dei protagonisti, dei parenti delle vittime. È stato così per La fabbrica dei profumi, in cui racconto la vicenda dell’Icmesa di Seveso, e anche per la strage della stazione di Bologna, forse l’operazione sulla memoria più importante che abbia fatto. In quel caso l’ho vissuta io stesso, perché ero sul posto poco dopo l’esplosione, ma quando mi è stato commissionato un libro, Un’attimo… vent’anni, dall’Associazione dei parenti delle vittime ho raccolto le loro testimonianze, mi sono limitato ad ascoltare. È stato una sorta di mandato di rappresentanza – «Tu che sei giornalista, hai accesso alle fonti, tu che puoi…», mi dicevano –, si può dire che in certi casi io faccio quasi da tramite. La mia metodologia è proprio questa: condividere la scrittura con i protagonisti. Ovviamente, per parlare con loro bisogna togliersi i panni dell’attore, del giornalista, dello scrittore. Il vero teatro civile è più doloroso, bisogna lasciarsi coinvolgere. Non si può non vivere la storia, altrimenti diventa un testo teatrale qualsiasi.

Lei è giornalista e autore di 14 libri d’inchiesta. Come è riuscito a coniugare l’oggettività del cronista e il pathos del drammaturgo?

Io non vengo dal teatro, e forse è la mia fortuna. Racconto le storie proprio perché le conosco, per anni le ho studiate, le ho scritte, sono andato alla ricerca della verità. Penso che non ci sia contraddizione tra i due aspetti: il mio teatro civile è prosecuzione dell’attività giornalistica, è un’altra forma per diffondere le storie. A volte non servono gli scoop, basta sta mettere in fila i fatti, ricostruire le vicende, e la verità si mostra. Certo, per fare il salto dal libro al teatro ci vuole capacità di sintesi e di tradurre in un linguaggio appropriato, ad esempio, 600 mila pagine d’inchiesta, come è stato nel caso della strage di Bologna. Queste capacità sono proprie del giornalismo. Le vicende che narro, poi, non hanno bisogno di essere romanzate per appassionare. La vicinanza con gli ascoltatori è data dai dettagli di “normalità”, di quotidianità che trasudano, proprio perché per scriverle mi sono servito di testimonianze dirette.

È stato così anche per Quel giorno a Cinisi, lo spettacolo dedicato a Peppino Impastato?

Sì, è uno spettacolo nato da una fittissima corrispondenza con Giovanni Impastato (il fratello di Peppino, nda.) e Umberto Santino (il direttore del Centro Siciliano di Documentazione Peppino Impastato, nda.), che hanno corretto, aggiunto, smontato e rimontato il testo. All’inizio doveva far parte di Storie d’Italia, ma poi si è evoluto come uno spettacolo autonomo. La prima è stata lo scorso 7 maggioa Cinisi, il paese di Peppino, in occasione dell’anniversario della sua morte. Presentandomi Santino mi ha definito, in dialetto, «un cantastorie». Ecco, mi ci ritrovo molto, perché intendo il cantastorie come un narratore che “vive” il suo stesso racconto. Quella è stata un’esperienza straordinaria: nella piazza c’era un silenzio assoluto, quasi imbarazzante.

Per le rappresentazioni non sceglie quasi mai teatri, ma piazze, centri sociali, Palazzi di Giustizia… Perché?

I luoghi contano, concorrono a creare il clima che si respira dal vivo. Quando si raccontano storie vere, poi, certi luoghi diventano simboli. Mi piacerebbe far partire Storie d’Italia da Portella, e poi andare a Capaci, in via d’Amelio, in via dei Georgofili, e magari anche davanti a Piazza affari per raccontare la storia di Ambrosoli. Il feeling con il pubblico e le emozioni che si riescono a condividere dipendono da tantissime variabili, e dal vivo questo impatto è immediato; cosa che manca alla radio, il mio primo e grande amore da oltre 30 anni, e anche alla letteratura. Si può dire che non c’è una serata uguale ad un’altra, anche perché il mio teatro è volutamente sperimentale, con un testo modificabile; è una narrazione che vive anche dei dettagli aggiunti dagli ascoltatori. Mi è capitato diverse volte: chi assiste e ha vissuto quegli eventi dà suggerimenti, indicazioni, fa correzioni. È un work in progress continuo che scrivo insieme agli spettatori. E poi ci sono altri due elementi fondanti, alla pari con le parole: la musica e le immagini.

Teatro-canzone, nella tradizione di Giorgio Gaber?

Quella è una forma più schematica, in cui voce e suono si alternano, che ho sperimentato in alcuni spettacoli con i “Gang”, uno dei gruppi più rappresentativi del rock politico italiano. Tendenzialmente però mi interessa di più mischiare gli elementi; trovo che renda tutto molto più fluido. In questo mi ispiro al reading americano, nato negli anni 50, con Ginsberg, Ferlinghetti etc., e alla sua evoluzione. Una forma espressiva che in Italia manca quasi del tutto. In particolare, il genere musicale che più si addice è il jazz, per il suo potere fortemente descrittivo e per l’improvvisazione. Il sax di Michele Fusiello o il piano di Gaetano Liguori sono voci che, al pari della mia, raccontano, evocano. La musica ha questo fantastico potere di “far volare le parole” trasformandole in emozioni. Poi spesso utilizzo suoni, così come le immagini che scorrono alle mie spalle, d’epoca, originali: la deflagrazione della bomba a Brescia, la voce di Peppino Impastato da Radio Aut, le intercettazioni della segreteria telefonica di Ambrosoli… Tutto questo, unito alla lettura dei verbali e dei documenti ufficiali, è Storia e crea memoria.

Cos’è la memoria?

Non è solo il trasferimento di una conoscenza; è il passato che si dà una prospettiva futura. È il passaggio intergenerazionale del testimone: per rimanere viva, la memoria deve essere trasmessa soprattutto ai giovani con il loro linguaggio. Per questo, seppur tristi, le storie che racconto finiscono sempre con la speranza, con il racconto di chi ha raccolto quel dolore e l’ha trasformato in partecipazione: la folla al funerale di Falcone, i ragazzi di Locri, i vari comitati dei parenti delle vittime. Spesso, nel racconto dei protagonisti emerge la loro solitudine, l’abbandono da parte delle Istituzioni. È un sentimento che provano anche i superstiti, quando le richieste di verità e giustizia vengono disattese da uno Stato – in molti casi implicato nelle vicende – distante e impenetrabile che si autoassolve, o si chiude a riccio per difendersi. Ma la solitudine è supera ta, e in parte anche il dolore, proprio dalla partecipazione politica, sociale.

E il teatro civile può aiutare questa catarsi?

Penso di sì, perché, come tutti i racconti, produce consapevolezza. In fondo, è ciò che faceva mio nonno, figura mitica, quando si sedeva vicino al camino dopo cena, si versava un bicchiere di grappa, metteva il tabacco nella pipa e raccontava. A volte erano storie già conosciute, ma lui sapeva renderle sempre nuove, sempre fresche e noi nipoti restavamo in silenzio assoluto, rapiti dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua mimica; era come se fossimo catapultati dentro quelle storie: la guerra, i bombardamenti, i partigiani. Non bisognerebbe mai perdere lo spirito del racconto, della memoria che si tramanda. E il teatro civile è la capacità di rendere la Storia sempre attuale, viva.

 

Baldini Castoldi Dalai, aprile 2006 , Il teatro civile di Daniele Biacchessi

Daniele Biacchessi è quel che si dice una persona dai multiformi talenti. Caposervizio a Radio 24, un curriculum di giornalista di inchiesta di tutto rispetto, di recente autore di un saggio sul processo che seguì l’omicidio di Walter Tobagi, di cui nel 2005 ricorreva il venticiquesimo anniversario, Biacchessi da qualche anno alterna l’attività giornalistica e di scrittore a quella di narratore. Narratore civile, per la precisione. Facendosi sovente accompagnare da un musicista, gira per teatri – ma più spesso nelle scuole, nei centri civici, nelle case del popolo – “raccontando” storie e misteri d’Italia. Come quello di cui il prossimo 16 luglio cadrà il trentesimo anniversario: “l’incidente” di Seveso, raccontato ne La fabbrica dei profumi. O Fausto e Iaio, dedicato all’uccisione di due giovani attivisti del Centro sociale Leoncavallo di Milano, nel marzo 1978, a pochi giorni dal sequestro di Aldo Moro. O ancora sul caso di Roberto Franceschi, ucciso la sera del 23 gennaio 1973 davanti all’Università Bocconi di Milano, di cui era studente, durante una manifestazione. Il processo che ne seguì, la ricostruzione dei fatti, i depistaggi e le manomissioni delle prove sono stati recentemente riassemblati da Biacchessi – grazie all'impegno della Fondazione Franceschi – in Roberto Franceschi. Processo di polizia. In questo periodo Daniele Biacchessi è impegnato nel portare in pubblico un reading sulle stragi impunite – da Sant’Anna di Stazzema a Piazza Fontana – raccolte sotto il titolo La storia e la memoria. Ma capita anche di ripercorrere la vicenda di Fausto e Iaio o quella di un’altra morte per anni ignorata: quella dell’esponente di Democrazia Proletaria in Sicilia Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel giorno in cui fu fatto ritrovare il corpo senza vita di Moro, raccontata in anni recenti nel film I cento passi. Tutte le informazioni e gli appuntamenti col teatro civile di Daniele Biacchessi sono reperibili sul sito retedigreen.com

Mucchio Selvaggio, settembre 2005, "La pelle d'oca" di Massimo Del Papa

Un’intervista con Daniele Biacchessi, cronista civile, scrittore civile, oggi autore di teatro civile, parla oltre le parole. Traspare la sua emotività, quel pensare per immagini che diventa scrittura, quella commozione antica, di prosatore che scava nei suoi personaggi veri e intanto scava dentro sé. Mi pare appropriata per il giornalista Daniele Biacchessi, laico, l’immagine che Bernanos ha trovato per il prete: una fiaccola che, ardendo per gli altri, consuma se stessa. Daniele usa molto una parola: bambini. A Bologna, la stazione proprio in mezzo ha una Grande Ruga, assurta a monumento, alta, ammonitrice dell'orrore di tanti anni prima, quando la bomba aveva ucciso ottantacinque figli della stazione, ferendone altri centosettantacinque. La', in quella stazione cicatrizzata, non vedevi rimbalzare saluti. Ma - per l'eternità - urli sporchi di sangue, e gli ululati delle ambulanze, dei pompieri, delle camionette, della polizia. E anche silenzi sporchi di colpa, di chi nascondeva e di chi si nascondeva, di chi deragliava sistematicamente la colpa, finché infiniti treni avrebbero coperto tutto. Poi è arrivato un giornalista che fa teatro civile, e che alla stazione ha portato l’amore. Il reading La Storia e la Memoria è la scintilla che brucia ora in teatri che come quinta hanno le tragedie, le stragi, i luoghi dove il dolore rimbalzerà per sempre.

La Storia e la Memoria è un titolo forte, ambizioso. E’ anche un titolo polemico?

Riassume molti anni del mio lavoro. Perché i libri sono una grande esperienza, ma hanno accorciato il loro ciclo di vita; vengono assaporati, acquistati, venduti entro pochi mesi, per colpa di un mercato saturo. Allora io avevo questo sogno, fare volare le mie parole, farle uscire dalle pagine e lasciarle libere di raggiungere quanta più gente possibile. Così questo lavoro è la comprensione di quello che io considero la parte migliore dei miei libri…

… la mia memoria…

Sì. Ma anche la Storia e la Memoria di un Paese, 60 anni d’Italia scanditi dalla musica. Anni lontani e vicini, Sant’Anna di Stazzema è di 61 anni fa, quei bambini che giocano e vengono trucidati dai nazifascisti… e ora, proprio pochi giorni fa, 10 ergastoli. Ci siamo ancora.

Se non era per quei fascicoli ficcati negli armadi, e usciti nel ’94 quasi per caso…

… dalla sede della Procura generale militare. Chiamati giustamente armadi della vergogna. 2272 stragi avvenute mentre i tedeschi e i fascisti erano in ritirata. Io son dell’Appennino toscoemiliano, sono cresciuto con questi racconti, dentro questi racconti e i nomi dei Priebke, dei Kappler stavano già in quegli armadi. Non si può parlare di resistenza se non si parte da qui. Perché tutto è stato occultato, e c’è una parte dello spettacolo in cui dico: bisogna scegliere da che parte stare. Dopo questo prologo con gli armadi della vergogna, parto con piazza Fontana, 1969, e arrivo alla stazione di Bologna, 1980. I bambini del ’69 sono cresciuti, guardano la lapide della stazione. E leggono di date, di bambini come erano loro. Sono sempre loro. I bambini di Sant’Anna. Bambini che vanno al mare… e in mezzo c’è Brescia, altra bomba, io faccio sentire il sonoro, che è tremendo, è uno dei pochi documenti diretti che abbiamo di una strage…

Sessanta anni e un intero dopoguerra di eccidi e di misteri. Questa è la nostra storia, e, quanto alla memoria, è sempre forte la tentazione di dimenticare. Che storia abbiamo avuto?

No, non penso ci siano misteri. Diffidate quando vi parlano dei misteri. In realtà è tutto chiaro, sappiamo perfettamente…

E’ sempre l’ “io so” di Pasolini…

Sì, penso che Pasolini ci abbia azzeccato in pieno, ha detto tutto con quella frase: ci sono state stragi impunite, personaggi saliti su un palcoscenico enorme, quello della strategia della tensione, per hanno compiere atti efferati in nome di un mondo diviso in due, una guerra non ortodossa, a bassa intensità, non dichiarata ma c’era, che ha lasciato nelle piazze, nelle strade, nei treni gente innocente. E che non comincia con piazza Fontana, comincia con Portella della Ginestra, con l’eccidio di Salvatore Giuliano…

… Anche lui poi neutralizzato, da un cugino manovrato dal Potere, in circostanze torbide…

Sì, se ci pensi bene è come nelle saghe antiche: alla fine, il mietitore di morte viene ucciso, il carnefice viene sacrificato dai carnefici che lo muovono.

È una dinamica costante, sì. Anche questa è storia italiana.

Quello che purtroppo noi vediamo, è che si sa che cosa è accaduto, si sa chi sono quelli che hanno messo le bombe, conosci i nomi, e a differenza di Pasolini, che scriveva nel ’74, abbiamo anche le prove perché decine di bravi magistrati, di giudici, di giornalisti coraggiosi hanno scoperto, hanno raccolto le prove. Però non si riesce a trasferire la verità storica in verità giudiziaria, processuale, acclamata. Guarda proprio Sant’Anna: ci hanno messo 61 anni a condannare i responsabili, il meno vecchio ha passato gli 80. Per piazza Fontana la Cassazione fa una cosa incredibile, dice: la bomba è stata messa da Freda, da Ventura ma non li si può più processare. E finisce così, con un enorme amaro nella bocca di tanti. Questo è un Paese di funerali, di lapidi sparse e a tutto questo la politica, che ha colpe enormi, senza differenze tra schieramenti…

Il prezzo della democrazia, è stato di avercela ma limitata, controllata. Dopo Yalta, non i colonnelli greci, ma il freno a mano tirato dall’America. Per Moro questo stato di cose andava almeno corretto, e hanno corretto lui. Oggi nessuno vuole rischiare di fare la stessa fine…

Partiamo dal colpo di Stato in Cile nel 1973. Tutti sapevano che gli americani finanziavano le operazioni coperte nell’intero sudamerica. Nel 1999 il presidente Clinto de-secreta i documenti e rende noto che Kissinger, futuro premio Nobel per i negoziati di pace in Vietnam, e Nixon, poi travolto dal Watergate, erano d’accordo con l’ambasciatore americano a Santiago per organizzare il colpo di Stato. In quelle de-secretazioni sono emerse anche decine di operazioni condotte in Italia. In Italia niente di tutto questo, la classe politica ha posto un veto. Le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi nel 1984 hanno presentato 100.000 firme in Senato per una proposta di legge con cui abolire il segreto di Stato. Nessuno l’ha mai raccolta. Io ne ho scritto in uno dei libri cui sono più legato, “Un attimo vent’anni”, per i familiari delle vittime della stazione di Bologna. La risposta della politica sta in un libro del presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino. Migliaia e migliaia di ore di audizioni di terroristi di destra e sinistra, informatori, forze dell’ordine, testimoni, storici, giudici, giornalisti, milioni di atti, intere enciclopedie di documenti… Ed è uscito un piccolo libro, “Segreto di Stato”. Questa è stata la risposta della politica. È scandaloso.

E pensiamo che i documenti sull’affaire Moro neanche Clinton li ha scoperti!

Non c’è dubbio.

Allora ti chiedo: ce l’ha, la nostra politica, la possibilità di fare luce, almeno un po’?

Quello che sappiamo di questo Paese, si deve a singole persone della commissione Stragi che sono andate in America. Qui non si trova nulla. Per il solo caso di Fausto e Iaio ci sono decine e decine di occultamenti. Figuriamoci piazza Fontana, Moro… io sono certo che non esistono servizi “deviati”, i capi dei servizi sono nominati dal presidente del Consiglio, dal quale direttamente dipendono. Chi era primo ministro quando spariva un aereo dal cielo e saltava per aria la stazione di Bologna?

Uhm, direi lo stesso che era al Viminale quando fanno ammazzare Moro.

Ecco. Allora diamogliela per buona da ministro dell’Interno; ma un primo ministro ne sa di più! E lui conferma alla guida dei Servizi Santovito, P2, e poi Belmonte, Musumeci, condannati per depistaggi sulla stazione di Bologna. Cioè una valigetta su un treno, nel gennaio ‘81, con lo stesso esplosivo usato nella stazione di Bologna. Insieme a un mitragliatore messo lì da uno della banda della Magliana, Massimo Carminati…

…. Indiziato pure per Fausto e Iaio…

Precisamente. Ora, non è possibile che un presidente del Consiglio non possa sapere cosa fanno gli alti funzionari da lui nominati e a lui referenti. Si deve assumere la responsabilità di ciò che accade!

Come no: è diventato presidente della Repubblica, il Picconatore. Fermiamoci un attimo. Proprio poche ore fa, è emersa un’inquietante struttura clandestina chiamata Dssa, non si è capito molto, pare una sorta di Gladio del Duemila guidata da personaggi ambigui, legati a Gelli, alla destra neofascista e, pare, ai servizi. Perché da noi il passato non passa?

Per tante concause, alcune le abbiamo elencate. La politica che si deresponsabilizza, anzi difende, sostanzialmente, gli assassini. Cosa che puoi fare in tanti modi: li fai fuggire all’estero,possiamo fare decine di nomi, due per tutti: Mambro e Fioravanti. Che non hanno solo la strage di Bologna, hanno il giudice Amato, il poliziotto Evangelista detto Serpico a Roma, lo studente Scialabba…

E poi i contatti con la Magliana…

… che sono stati accertati. Eccolo, il passato che non passa. Nel ’99 trovi Carminati con le forze dell’Ordine mentre è in corso il processo Pecorelli, che lo vede imputato come presunto killer…

… con un presidente del Consiglio, poi tutti assolti….

Ecco. E te lo ritrovi in un caveau del Tribunale di Roma a trafugare documenti di avvocati, di giudici… nel 1999! Allora quando ti trovi queste cose, queste nuove Gladio, queste assoluzioni di piazza Fontana…

Ma secondo te le libertà stravaganti di Mambro e Fioravanti, di Moretti, sono casuali? Gente con più ergastoli, che dopo 12 anni è fuori…

Io non amo la galera, ma è certo che questi non hanno mai collaborato coi giudici. Neanche Moretti.

Anzi, ha detto sempre e solo balle. Qui rimando chi ci legge al numero del Mucchio con l’intervista a Sergio Flamigni.

Però c’è da dire una cosa. Alla fine non hanno vinto. Oltre i quasi 500 morti e circa 4000 feriti delle stragi di destra, i 131 morti e 2500 feriti del terrorismo di sinistra, oltre le decine e decine di magistrati uccisi dalle mafie, a quel brav’uomo di Giorgio Ambrosoli…

Ecco, ma ci sono frange che continuano a pensare che questa gente non serviva a nessuno, che dipinge i giudici antimafia come torturatori, gli Ambrosoli, i Biagi strumenti del regime…

Mettiamola così: questo attacco mirato, continuo contro vittime innocenti ma soprattutto contro la democrazia italiana, che prosegue ancora oggi, in altre forme, ma prosegue, inesorabile… è arginato da una straordinaria mobilitazione di persone: in piazza Duomo dopo Fausto e Iaio, in piazza Maggiore dopo il rapido 904, dopo piazza Fontana, dopo Brescia, dopo l’Ialicus, pensa a Claudio Lolli, “ho visto anche degli zingari felici”… quelli che tentano di ricostruire Palermo dopo Falcone e Borsellino… quelle persone, cioè noi, cioè la maggioranza, cioè la parte migliore… hanno impedito che la democrazia venisse sconfitta. L’hanno difesa.

Poi in modo trasversale, né destra né sinistra. O tutt’è due, ma non era quello il punto.

Tutti. Quell’operaio della Pirelli che dopo piazza Fontana, ai funerali, con quel mento in fuori, quelle ciglia nere, quello sguardo incazzato, che cheideva alla telecamera: a chi giova? Ma sono stati sconfitti. Quelli che pensavano ai colpi di Stato militare, e quelli di sinistra, non le sedicenti BR ma le vere BR. Quelli come Marco Barbone, che lanciavano le molotov e poi rientravano nei cortei tra gli applausi, quelli che rovinavano il Re Nudo al Parco Lambro con l’assalto ai polli nel nome di un proletariato che non gli apparteneva… erano dentro di noi. Ma sono stati sconfitti.

Cosa pensi di chi dice: chi se ne frega di Marco Biagi, non ci appartiene, un nemico di classe…

Pochi. Perché chi pensa male, veramente vive male… come diceva Nanni Moretti! Sono fortunatamente una esigua minoranza. Cui bisognerebbe spiegare che alla fine i terroristi hanno ucciso gente per bene… prendiamo gli ultimi omicidi brigatisti. Un professore che usciva da casa a piedi dopo aver baciato la moglie, 128 passi in via Salaria, sparato da dietro un cartellone pubblicitario. Un uomo di mediazione, del dialogo, consulente del sindacato, e di Bassolino… Tre anni dopo uccidono un professore che torna dal lavoro in bicicletta, nel centro di Bologna. Non è un caso che abbiano ucciso i riformisti. Ma non i riformisti del cazzo, quelli veri, che fanno le riforme davvero. Saranno sconfitti quelli che pensano che con la violenza e con le rivoltelle si fa politica. Perderanno per la nostra stessa intelligenza e la nostra capacità di guardare al futuro. Lo dico a te che mi intervisti per il Mucchio, con un pubblico fatto anche da molti giovani: è proprio lì il punto. Questa Storia italiana, questa Memoria dev’essere trasferita con nuovi strumenti, con nuove idee. E il modo migliore è parlare alle nuove generazioni col loro linguaggio. Voi l’avete capito bene.

Con fatiche che non t’immagini.

Quelli che ancora oggi pensano con gli stessi criteri del passato, sappiano che sono già sconfitti! Prendi Cesare Battisti: è stato condannato in via definitiva, senza se e senza ma… chi difende queste persone sappia che è già stato sconfitto! Dalla storia! Ci ho fatto anche un libro, mai contestato. Perché gli atti vanno letti. Fino a prova contraria chiunque è innocente fino a sentenza definitiva. Dopodichè, uno che ha ucciso diventa un terrorista. Guarda, io sono per la chiusura degli anni di piombo. Per i condannati in base alle leggi speciali, come quella di Cossiga, occorre chiudere, perché se rubavi un motorino finivi imputato per banda armata. Sono anche convinto che Scalzone ed altri che non hanno ammazzato né ferito nessuno, che ancora stanno a Parigi, debbano subito tornare in Italia. Per loro ci dev’essere una prescrizione.

Non c’è dubbio.

Ma uno Stato democratico non può transigere con chi è stato condannato in via definitiva per omicidio. Gli anni di piombo si chiudono in questo modo. Superiamo gli effetti delle leggi speciali.

Ma i signori: Giovanni Alimondi, Cesare Battisti… questi qua, gli italiani non li vogliono. Stiano là! Non ci rompano i coglioni!!!

L’ho scritto tal quale. Se li tengano i francesi, ma non ne facciano degli eroi…

E poi scrivi anche questo, per favore: non ci interessano le lezioni di storia da questi personaggi. Fateci un piacere: state zitti. Non parlate! Niente lezioni! Io facevo politica nei ’70, prima in gruppi extraparlamentari, poi entrai nel Pci… idee che rivendico. Ho fatto politica davvero, nelle piazze, nelle strade… però non ho mai avuto una pistola in mano. E con me c’era la stragrande maggioranza.

Cè chi dice: ma c’era una guerra. La Comunità di Capodarco, dove ho fatto l’obiettore, il ’68 l’ha interpretato aprendo le porte ai disabili e rendendo lorodignità di persone.

Ecco perché lezioni di storia da questa gente non ne voglio. Perché non hanno diritto… c’era chi si svegliava la mattina alle sei e andava davanti alle fabbriche a volantinare, a incontrare i lavoratori, a organizzare assemblee, andavano nelle periferie a difendere la povera gente dagli sgomberi, organizzavano scuole popolari nei quartieri poveri. E poi c’erano quelli che si alzavano alle 6 e andavano a curare i magistrati o il povero Tobagi in via Solari e li ammazzavano. In nome di quale popolo italiano? Chi gli aveva dato mandato? Quale assemblea popolare, democratica gli ha dato incarico di ferire e uccidere? Ma quale guerra civile?!? Ma de che?!? Quelli che hanno trasformato la lotta da politica ad armata c’erano, erano anche tanti, c’è stata una sottovalutazione del fenomeno, non li si può rendere tutti terroristi. Ma chi sbaglia paga. Prendi Sergio Segio, uno dei capi di Prima Linea, responsabile di diversi omicidi. Non si è pentito. Non è stato irriducibile. Si è dissociato. Ha scontato tutto. Oggi lavora con don Ciotti a Libera. Si è pentito nel senso vero, cioè ha dimostrato di essere trasformato, di non avere più le stesse idee. A me piacciono le persone lineari, che pagano quello che debbono, che si difendono nei tribunali. Perché Battisti non è mai venuto a difendersi in tribunale? Ha osato dire che veniva giudicato da tribunali speciali… Tribunali speciali! Ma cosa dici?!? Questo è un latitante che s’è sottratto, è riuscito a farla franca… la gente che parla di lui non conosce una riga di pagine di documenti! Non sa nulla! Perché gli scrittori, specialmente quelli di narrativa, sono poco avvezzi alla lettura dei documenti. Quelli che dicono che Battisti non è un terrorista ma un innocente, sostengono anche che Fioravanti e Mambro sono innocenti. L’humus culturale di questa gente, che si capisce chi sono, sono scrittori affermati, provenienti dalla cultura degli anni Sessanta, a volte ottimi professionisti… ma non si debbono occupare di cose che non conoscono, cose di questo tipo. Sulle quali vanno lette tutte le pagine. Solo per la stazione di Bologna sono 655.000 pagine, ti ci vogliono 2 anni solo per i processi. Più i vari fascicoli riservati… Così anche per l’omicidio Calabresi: diciamola la verità, che è stato un omicidio di sinistra. Basta coi complotti, con queste storie. Io Adriano [Sofri] l’ho intervistato tante volte, lo conosco, però nel libro che ho fatto ho detto: basta con le palle, diciamo che è stato un assassinio maturato in quell’area magmatica della sinistra, come mi dice Scalzone.

Lo diceva anche Rostagno ad Aldo Ricci prima d’essere ammazzato: “Se questi non la smettono di rompermi i coglioni, io dico chi ha ammazzato Calabresi”. Lo stesso Erri De Luca, poco tempo fa: “Prima liberate Sofri poi vi diciamo la verità”.

Perciò la verità storica va difesa. Perché viene attaccata improvvisamente, inaspettatamente. Stiamo sui fatti. La dietrologia a tutti i costi, il vedere complotti ovunque hanno fanno danni enormi.

Ma come hai fatto a condensare nel tuo reading una mole simile? Si immagina un lavoro documentario imponente, la materia è sterminata…

Eh, è un lavoro pesante perché devi condensare le parole, devi pesarle. In generale, mi schiero dalla parte delle facce delle persone, delle emozioni che per me è una scelta politica. Come alla stazione di Bologna, come sul rapido 904: porto chi mi ascolta dentro questo treno, coi suoi profumi di pane, di salame tagliato, di gente dal sud… E poi c’è questo finale di speranza, quest’insegnante che torna alla stazione di Bologna coi suoi due bambini che passano cantando felici davanti a questa lapide e lei si ferma e si ricorda che oggi è il 2 agosto. E dice ai bambini poche parole, dice che tanti anni fa c’erano tanti bambini, proprio qui, che stavano per andare al mare e non ci sono mai arrivati, non li hanno fatti partire. E quei bambini tornano all’inizio, ai bambini di Sant’Anna, tornano vivi. Guardano lontano, capiscono che possono anche morire e imparano la paura. Ma in quell’attimo hanno la percezione di un futuro. E tutto finisce con Laura, che ha gli occhi della memoria.

Scegliete le sedi martoriate, la quinta è quella della tragedia e si fa sostanza, carne viva. Cosa succede a recitare la strage di Bologna proprio alla stazione, per esempio?

Io l’ho portato alla stazione, sì, e… non lo so, io… (Daniele si blocca. Al telefono sento la sua emozione, che lo consuma). Sono cose che… stanno dentro. Un’esperienza dolorosa. Distrugge e…

Perché per raccontare, in forma di monologo, l’inferno italiano hai scelto il jazz di Coltrane, di Parker, di Gordon?

Perché raccontare con Round Midnight, questo suono lunare, malinconico, le facce delle persone alla stazione, mi dava la sensazione giusta. Poi il jazz è la mia sensibilità. I reading in Italia non li fa quasi nessuno, in America invece sono stati una delle forme di espressione più importanti e nascevano proprio dalla cultura jazzistica. Coltrane è Coltrane, cosa puoi dire di più? Ci sono pezzi di Dexter Gordon, molto rotondi, che danno il senso di un clima… soprattutto la scelta del sassofono, mi è parso adatto al teatro civile. Il sax è una voce, una seconda voce umana, modulare, espressiva. Io avevo bisogno che alle mie parole, razionali, storiche,potesse corrispondere anche qualcosa di irrazionale, di magico. Allora il jazz, il sassofono mi portano la magia che mi serve: tu puoi immaginare un’altra storia, parallela a quella che ti racconto. Sei libero.

Ma l’Italia ce l’ha ancora, una coscienza comune? O si limita ad assorbire la memoria riproposta, con fatica, da qualcuno e poi la espelle?

No, c’è. E’ quello che dicevamo prima. È quella coscienza ad avere sconfitto chi minacciava la democrazia. Ci sono cose che si fanno perché è giusto farle e basta. E la gente reagisce in un modo… a volte ci si mette anche il caso. Il 29 settembre 2004 la stazione di Bologna è stipata delle facce dei familiari delle vittime, e mentre parlo di un treno che arriva sul binario 1 un treno arriva sul serio; e mentre parlo di bambini che corrono senza sosta, due bambini cominciano davvero a correre senza sosta… ne sono uscito devastato. Sono molto laico, non credo a chissà quali forme di presenza, però… si è materializzato qualcosa, una corrente… Poi a Napoli il 23 dicembre, alla stazione, per i familiari del rapido 904, ho fatto solo quell’estratto lì… e loro stanno ad ascoltare in un silenzio denso, e alla fine vengono uno per uno a ringraziarmi e io non parlo, non riesco più a dire nulla. Domenica ero a Sant’Anna, e arriva la sentenza, 10 ergastoli… ma che vuoi che ti dica!

Questa corrente emotiva si ritrova anche nei tuoi libri, che immergono chi legge nell’atmosfera. Prendi Fausto e Iaio, o l’ultimo su Tobagi. Ci si ritrova nella città di quel periodo, in quella fase storica: è una città che vive con i protagonisti. E tutto si capisce meglio.

C’è una ricerca, che parte da lontano, per unire la narrazione, il racconto ai dati oggettivi dell’inchiesta. Con il libro su Tobagi mi pare d’aver trovato questo equilibrio. Il fatto è che quando io racconto certi personaggi non riesco a starne fuori. Al di là di Fausto e Iaio, che erano miei amici, ma più in generale… Io penso molto per immagini e scrivo di conseguenza. E questa immagine di quest’uomo, Marco Biagi, che gira in bicicletta in via Valdonica, in questa città tranquilla, dove la gente dovrebbe essere ragionevolmente serena, mi ha appassionato. Così come per D’Antona mi ha conquistato quell’immagine, proposta da Olga D’Antona, lei e Massimo ragazzi sulla spiaggia di Ostia, con una chitarra, a volersi bene, a pensare al futuro… Non puoi raccontare se non hai una ferita nel tuo cuore, che gli altri possano capire. Noi siamo testimoni…

Siamo testimoni.

Testimoni. Che vanno a cercare per gli altri, e raccolgono, e trasferiscono la Memoria. Noi abbiamo il dovere della Memoria. Ed è faticoso. Occorre informarsi, sapere di cosa si parla. Devi farti tu stesso memoria. Lo devi fare soprattutto per le nuove generazioni.

 

Unita.it, agosto 2005, "Non si archivia la memoria di Giuseppe Civati.

"Possono fare tutto, ma quello che non possono fare è archiviare le nostre parole, le nostre emozioni, quello che sentiamo. E' per questo che il teatro è importante: per far diventare tutto questo politica e per far partecipare le persone che si riconoscono nella nostra 'memoria'".

Così Daniele Biacchessi, giornalista di Radio24, presenta il suo spettacolo La storia e la memoria, un reading teatrale accompagnato al sassofono dal maestro Michele Fusiello.

Un lavoro che ha già messo in scena quasi cento volte in giro per il Paese e che questa sera ha presentato al pubblico della Festa nazionale. Una storia d'Italia, dei suoi segreti, delle stragi e del terrorismo, raccontata da chi si aspetta che l'Unione vinca le elezioni e, finalmente, cancelli il segreto di Stato. Che, come si suol dire, "apra i cassetti", facendo luce sui tanti episodi della nostra storia repubblicana dei quali non si sa ancora se non poco o nulla.

"Così come ha fatto Clinton nel 1999 -spiega Biacchessi- pubblicando i dossier sull'intervento della Cia in occasione del golpe del 1973 che rovesciò il governo democratico di Allende in Cile, ora è venuto il momento di sapere cosa è successo sul rapido 904, con il caso Moro, a Ustica e dovunque una verità è ancora da svelare, per una vera riforma politica di cui il Paese ha grande bisogno".

Misteri attorno ai quali ruota lo spettacolo di Biacchessi. Da Sant'Anna di Stazzema ai nostri giorni in un racconto e una narrazione, fatta di parole, ma anche di immagini e di suoni, "per far volare le parole, dice l'autore, come nei libri è impossibile fare". Uno spettacolo che Biacchessi ha portato significativamente proprio a Sant'Anna, a Marzabotto, alla stazione di Bologna e che ha trovato spesso ospitalità e grande partecipazione nel circuito nazionale delle Feste dell'Unità.

Uno spettacolo, infine, che Biacchessi e Fusiello hanno dedicato ad Aldo Aniasi, "sindaco di Milano nel 1969, l'anno della bomba di piazza Fontana, uno degli uomini politici che ha seguito con più attenzione le vicende che raccontiamo. Una persona perbene che non dimenticheremo".

 

Bella Ciao, dicembre 2004, Enrico Campofreda

Un tempo c’erano Dario Fo e Franca Rame, recitavano accanto al filone dei trovatori anche storie d’ingiustizia sociale e di denuncia politica. Era il teatro militante: ‘Pum, pum. Chi è? La polizia’. Ricordate? Per ricordarlo bisogna aver superato gli anta. E aver vissuto quella trasformazione genetica dell’economia che ha reso l’Italia da paese produttivo, a paese dei servizi. Terziario avanzato si diceva e non è durato moltissimo. E mentre le lotte proletarie venivano azzerate e criminalizzate, di fatto scompariva la classe operaia: Milano, Genova, Napoli davano l’addio alle fabbriche. La legge Reale colpiva duro offrendo alle forze dell’ordine dell’ex ‘gladiatore’ Cossiga la licenza d’uccidere e l’impunità dopo i delitti. Dall’inizio degli anni Ottanta nell’Italia dei Craxi, De Mita, della P2 e dell’eminenza grigia andreottiana cominciò a regnare la pace sociale con un Pci addomesticato e l’opposizione antagonista ridotta a metà fra galera e impotenza. Qualsiasi dissenso rischiava d‘essere assimilato al fiancheggiamento della lotta armata, qualsiasi disobbedienza era impossibile.

Furono dieci anni in cui il malaffare politico - non solo quello dei ministri degli interni che si chiamavano Antonio Gava - organizzò il partito delle tangenti che col patto del Caf regnò indisturbato sino all’inchiesta di “Mani Pulite”. Furono anni di silenzio e carenza di controinformazione, con l’eccezione dei residui delle radio di movimento. Ci fu scarsità anche di quel teatro civile che solo nel Novanta con Marco Paolini ha trovato un nuovo interprete della denuncia di misfatti del regime democristiano, fossero l’antico Vajont o le Storie di plastica della ‘Mortedison’.

Daniele Biacchessi, col questo reading sulla memoria dello stragismo italiano rilancia il prezioso filone di denuncia: partendo dai ‘ragazzi di Salò’ - che nel ’44 affiancavano i nazisti nel trucidare i civili - giunge alle bombe missine dirette dai Servizi Segreti di Stato. Recuperare la memoria degli eventi risulta fondamentale oggi che assistiamo al meschino disegno del cosiddetto revisionismo storico d’insabbiare, trasformare, modificare la storia. I media, soprattutto televisivi, pullulano di cantori d’un nuovo regime e sono meticolosamente impegnati nella diffusione del falso. E’ perciò un dovere democratico non far cadere nell’oblio il nostro passato e ricordare i responsabili dei misfatti.

“C’erano bambini, ragazzi, treccine e girotondi in quel caldo 12 agosto del ’44 sulle colline dell’Appennino sopra Camaiore, una frazione chiamata S. Anna di Stazzema. Sognavano di giocare quei bambini, mentre il fragore, le bombe, la paura circondavano da mesi le loro case. Sognavano di fare il pane che mancava sulle loro tavole. Soffrire la fame a tre, sei anni, soffrire d’angoscia, vedere la morte attorno. Da quel giorno non poterono più nemmeno sognare quando le urla, le spinte, i mitra spianati degli uomini della 16^ Panzer Grenadier Reichsfuhrer e dei fascisti che li accompagnavano cominciarono a fare fuoco sulle loro madri, sui nonni. Su loro stessi, uccisi come fossero adulti. Cinquecentosessanta vite sterminate.

Quante di queste stragi sono state compiute nei venti mesi dell’occupazione nazifascista d’Italia dal settembre ’43 all’aprile ’45. Centinaia. Quindicimila le vittime per stragi di civili che vennero esaminate dalla magistratura. Ci furono indagini, s’individuarono colpevoli tedeschi, italiani, ucraini, croati, belgi, olandesi, tutti nazifascisti. 695 fascicoli furono stipati in un armadio e dimenticati
per cinquant’anni. L’armadio della vergogna era a Roma al Palazzo Cesi sede della Procura Militare, lì per ordine del procuratore Santacroce, che prendeva ordini dai ministri Martino (esteri) e Taviani (difesa) che prendevano ordini dal capo del governo De Gasperi, che prendeva ordini dagli Stati Uniti d’America, si attuò una catena d’omertà che si fece beffa di migliaia di vittime civili; vittime di vere carneficine, di omicidi premeditati da SS e repubblichini. E si chiusero gli occhi sui più feroci criminali che, come il boia delle Ardeatine Priebke, furono lasciati vivere nascosti e indisturbati per decenni.

Molti non hanno avuto giustizia anche in epoca recente, nell’epoca delle stragi di Stato che hanno attentato alla democrazia. Stragi che hanno avuto per protagonisti amici e camerati di quei torturatori di ieri com’era Julio Valerio Borghese. Il capobanda della X Mas, pur graziato dall’Italia repubblicana, nel 1970 ancora attentava alla Patria cercando di attuare un golpe. Nasceva la strategia della tensione. Una tensione cupa, oscura iniziata il 12 dicembre 1969 quando brillarono le bombe alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano, 17 morti e 88 feriti. Negli anni si saprà che esecutori delle stragi erano uomini di Ordine Nuovo, camerati dell’ex repubblichino Pino Rauti, per anni deputato in Parlamento con il Msi dell’altro saloino Almirante. Franco Freda e Giovanni Ventura acquistarono le valigette dove fu collocato l’esplosivo, Zorzi, Maggi e Rognoni le depositarono nei luoghi della strage con copertura degli uomini del Sid. Ma per tre anni polizia e magistratura parleranno di responsabilità anarchiche: Pinelli, interrogato in questura dal commissario Calabresi nelle ore immediatamente successive all’attentato, volerà giù da una finestra. Valpreda rimarrà a lungo in galera accusato da un falso testimone.

Le bombe riprenderanno a esplodere, artefici e artificieri sempre fascisti e uomini dei servizi. Nell’aprile ‘73 è la volta di Nico Azzi, nel maggio dello stesso anno di tal Bertoli, che si fa passare per anarchico ma è stipendiato dal Sid; uccide 4 persone davanti la questura di Milano lanciando una bomba a mano.

Il 28 maggio ’74 in Piazza della Loggia a Brescia c’è un comizio sindacale antifascista, si parla di bombe e strategia della tensione. Alle 10.12 c’è la deflagrazione d’un ordigno “State fermi, state calmi - si sgolano dal palco -. Restate nella piazza, venite sotto il palco”. Lo choc è enorme si contano 8 vittime e 94 feriti. Gli stragisti vogliono intimidire la popolazione che da tempo ha ripreso a lottare, e chiede giustizia sociale e una svolta di governo.

Ottanta chilometri separano Firenze e Bologna, un’ora di treno. Percorso appenninico con gallerie, nell’immenso buio ci si può vedere un mondo. La galleria più lunga, 18 chilometri, è quella di San Benedetto Val di Sambro ed è anche la più lunga d’Italia. Lì il 4 agosto del ’74 un vagone del treno Italicus salta in aria, ancora sangue e lutti: 12 morti e 100 feriti. Come in altri casi la manovalanza bombarola è fascista, l’assassino è l’ordinovista Mario Tuti. Il 23 dicembre 1984 il rapido 904 diretto a Milano trasporta italiani che vanno a trascorrere le festività accanto ai familiari. Anche un vagone di quel treno salterà mietendo 15 vittime. Seguono silenzi cupi o pieni di rumori che s’annullano a vicenda, silenzi in cui le parole si trasformano
in urla soffocate. Nulla può essere più come prima ...

Il 2 agosto 1980 è una giornata calda, Sergio è un ventiquattrenne che pensa alle vacanze: deve raggiungere Bolzano con l’espresso delle 8.18 ma lo perde. Non si perde d’animo, alle 10.50 ce n’è un altro con la stessa destinazione e lui, con pazienza attende. Sergio gira per la sala d’aspetto, stipata di persone che parlano, fanno ressa. Ci sono valigie, bambini che piangono, uomini che corrono; e c’è chi canta e ride, pensando al mare, alla vacanza, alle ragazze da conoscere, alla gioia di
vivere.

L’uomo che non ha un’anima piazza la valigia con 25 kg di esplosivo gelatinoso che brilla alle 10.25 e crea un terremoto. Un’intera ala della stazione si sbriciola, va in fumo. Polvere e fumo per ore. La sala d’aspetto di 2^ classe è diventata un ammasso di detriti, pezzi di rotaie, traversine, convogli tranciati e carne umana. Carni straziate. Uno scempio. Tutto sbriciolato come i sogni, le speranze, la spensieratezza di ragazzi e uomini e donne. In 85 vengono massacrati, in 200 feriti molti in modo grave e irreversibile.

I loro massacratori hanno nomi e cognomi: Francesca Mambro e Valerio Fioravanti dei Nar, Licio Gelli capo della Loggia P2, Francesco Pazienza suo faccendiere, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, uomini dei Servizi di Sicurezza, sette sentenze della magistratura ne provano inconfutabili responsabilità. Sette sentenze li condannano. Da tempo nessuno di loro sconta nessuna pena, sono tutti fuori dalle patrie galere o non vi sono mai entrati.

Oggi alla stazione di Bologna la vita continua, molti passano e guardano l’enorme sbrego sul muro lasciato a testimoniare l’orrore, molti ricordano, alcuni giovani non sanno. Laura, insegnante, passa insieme ai suoi alunni e racconta l’accaduto. Ricorda coloro che non ci sono più, dice: “Molti erano bambini come voi”. Il gruppo a piccoli passi va via. Resta lo sguardo di Laura che ha gli occhi della memoria“.

 

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Repubblica Milano, dicembre 2007, di Gian Paolo Serino

Ancora poche ore e potrete buttare dalla finestra anche il 2007. Per non confondersi, la storia più recente ci ha insegnato che non si sa mai, forse vale prima la pena di fare un ripassino per non dimenticare “Il Paese della vergogna” (chiarelettere, pp. 125, €9,50). Da Piazza Fontana a Giorgio Ambrosoli, dalla morte “anarchica” di Fausto e Iaio a Piazza della Loggia, Daniele Biacchessi racconta misteri, omicidi e stragi in un’Italia che sembra ormai vivere in una perenne ri(e)mozione forzata. Con la voce e la potenza di uno scrittore che è l’unico erede della narrativa civile di Pier Paolo Pasolini.

Radio Aut , dicembre 2007, di Marco e Francesco Cianci

Chi conosce Daniele Biacchessi, la sua instancabile attività teatrale, il suo impegno e si trova a maneggiare il suo libro “Il Paese della Vergogna” non ha molti dubbi sul suo contenuto. Sul fronte di copertina campeggia a metà la scritta “PER NON DIMENTICARE”, seguita dall'elenco delle stragi che hanno turbato e turbano la storia della nostra Repubblica fin dal suo nascere. Si va dalle infami stragi del'44 sull'Appennino tosco-emiliano, che fecero man bassa di vite di civili, partigiani e non, a Portella della Ginestra, alle stragi nere degli anni di piombo, per arrivare all'uccisione di Peppino Impastato, Libero Grassi e alle stragi mafiose. Sono storie accomunate dal sacrificio della ricerca della verità da parte delle vittime, lasciate sole dalle istituzioni, e dall'incredibile ritardo, quando non assenza, della giustizia; l'autore ce le racconta, sempre fedele ai fatti, nello stesso modo in cui lo fa nei suoi pezzi di teatro narrativo civile, con lo slancio empatico e civile di chi sa che il dolore per questi lutti non può essere superato in solitudine, ma in un percorso collettivo di memoria e di condanna.

Vorremmo qui riportare brevemente un evento del libro illuminante quanto sconvolgente. È il 1944 e l'Italia è divisa in due, la linea gotica divide in chiaroscuro il paese liberato da quello oppresso; tra il '44 e il '45 vengono uccisi migliaia di civili, di cui molti sono bambini sotto i quindici anni: è il commiato in grande stile di vent'anni di dittatura. Passano cinquant'anni e si rinviene un armadio con le ante rivolte al muro, a significare che non doveva essere aperto, in uno scantinato della sede degli Uffici di Vertice della Magistratura Militare a Roma. L'armadio custodiva settecento fascicoli sulle stragi con dichiarazioni dei parenti delle vittime, di testimoni, e con l'indicazione dei responsabili delle stragi; era stato secretato in corrispondenza dell'esclusione, voluta dagli USA, dei partiti di sinistra dal governo. Nel 2003 viene costituita una commissione parlamentare sulle stragi a maggioranza berlusconiana. Si analizza tra le altre cose: un carteggio tra il ministro Martino, PL, e il ministro Taviani, DC, in cui risulta chiaramente la volontà di non far partire i processi a carico dei nazifascisti, per non incrinare l'alleanza militare in chiave anti URSS della Germania; la corrispondenza continuativa tra Andreotti e la Procura Generale Militare e tra il ministero della Difesa e la stessa Procura, con analoghi contenuti. La relazione di maggioranza, stilata dal neofascista Raisi, giudica di natura privata il contenuto della prima e non degna di nota la seconda. Ingiustizia politica è fatta. Intanto, i processi a carico degli ufficiali nazisti si riaprono e si concludono, 62 anni dopo che fu commesso il crimine, con le sentenze ergastolane per i venti ufficiali responsabili degli eccidi di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto, 2500 morti in tutto. Ma ancora tanti sono gli impuniti e gli impunibili, perché morti od all'estero, per le altre stragi.

La memoria di eventi come questo non la troverete nell'agenda politica di nessun partito, e neanche nei mass media essi hanno cittadinanza. Per questo, forse, da un sondaggio rivolto agli studenti liceali di Milano, Brescia e Bologna sulle stragi di piazza Fontana, piazza della Loggia e della stazione, è risultato che almeno il 70% ne attribuisse la paternità alle BR o a gruppi di sinistra; e chissà cosa direbbero i giovani siciliani di Portella della Ginestra?

Leggere la nostra realtà storica attraverso libri come questo, ma non solo, e rivendicarla significa onorare il sacrificio di chi è morto per la libertà, contro le mistificazioni storiche di chi vuole mettere da parte un passato che non si può dimenticare.

Daniele Biacchessi è innanzitutto un giornalista, è stato infatti collaboratore di alcune importanti testate nazionali. Da parecchi anni scrive libri su avvenimenti che hanno sconvolto la nostra storia repubblicana, alcuni di questi sono diventati spettacoli di teatro civile.

 

Come interagiscono la sua attività di giornalista e quella di narratore?

Nei miei libri ho sperimentato il doppio filo narrativo: veridicità dei fatti (lettura dei documenti, oggettività dei fatti, analisi dei verbali e delle sentenze giudiziarie) con il piacere dello scrivere. Racconto storie spesso dimenticate che devono essere narrate. Così dopo numerosi libri pubblicati, scrivere su carta non mi bastava più. Del resto il mercato editoriale si é assai ristretto, i lettori sono pochi, i volumi che entrano in libreria sono moltissimi. Il solco é quello tracciato dalla tradizione dei cantastorie popolari. Giravano l'Italia e raccontavano storie lontane tra loro. Facevano memoria. Questo é diventato il mio compito.

Nel suo nuovo libro, “Il Paese della vergogna”, lei parla di attentati terroristici di stampo fascista e di stragi mafiose. Quale è il filo, se c'è ne uno, che lega questi avvenimenti?

La profonda ingiustizia. Per le stragi nazifasciste del 1943 – 1945 ci sono state sentenze di ergastolo tardive (63 anni dopo é giunta quella per la strage di Sant'Anna di Stazzema). Per gli attentati della cosiddetta “Strategia della tensione” (Piazza Fontana, Questura di Milano, Piazza della Loggia a Brescia, Italicus) gli imputati sono stati tutti assolti. Per gli omicidi e le stragi della mafia si sono trovati gli esecutori ma mai i mandanti politici, gli ispiratori, i beneficiari. Per il terrorismo politico, restano ancora inquietanti interrogativi. La politica non ha saputo dare ai cittadini spiegazioni plausibili, le commissioni di inchiesta non hanno funzionato oppure sono state utilizzate in modo strumentale per colpire oppositori.

Lei ha usato con forza nella presentazione del libro la parola ingiustizia, per quale motivo?

Perché la giustizia é l'unica cosa che si aspettavano davvero i familiari delle vittime. Non solo hanno fatto i conti con risarcimenti tardivi o spesso mancati, ma pure hanno assistito a squallidi balletti nelle aule dei tribunali fatti da “non ricordo”, “non so”, “non c'ero”. E alla fine nessun colpevole.

Ha detto che questo spettacolo è destinato soprattutto alle scuole ed ai più giovani. Perché?

I giovani hanno sete di sapere. Nessuno racconta loro queste storie d'Italia, non vi sono tracce sui libri di testo ministeriali. Neppure le pagine più importanti della lotta di Liberazione e della Resistenza. È evidente che si tratta di un progetto ben preciso: fare in modo che i giovani non conoscano la Storia, per non far comprendere il presente e poter scegliere nel futuro. Io parlo ai loro cuori. Decine di repliche dei miei spettacoli le tengo nelle scuole. Credo molto a questo percorso. I fatti mi danno ragione. Ci sono mattine dove non riesco ad andare via, i ragazzi mi chiedono conto di quello che dico, di ciò che racconto, chiedono percorsi bibliografici, link a siti internet, documenti giudiziari.

Dopo il recente dibattito storiografico sull'opportunità di operare un revisionismo interpretativo dei fatti della lotta di resistenza, l'opinione comune sembra avere accettato, quantomeno implicitamente, l'equiparazione tra fascisti e comunisti, ma anche tra repubblichini e partigiani. Lei che ne pensa? Come giudica che anche parte della sinistra non sembri contrastare questa evoluzione?

Le truppe tedesche del Terzo Reich hanno occupato il nostro paese dopo l'8 settembre 1943. I repubblichini di Salò e le varie formazioni paramilitari fasciste erano servi dei nazisti, dunque complici delle leggi razziali in Italia e dell'Olocausto. Chi portava i soldati della sedicesima divisione Panzergranadier a Sant'Anna di Stazema per uccidere civili in fuga dalla guerra? Chi li ha portati lungo le strade che portano a Montesole – Marzabotto? I fascisti di Mussolini. I partigiani erano dalla parte della democrazia e della Repubblica. I fascisti restavano dalla parte della dittatura. Nessuna equiparazione può esserci sul piano storico.

Lei è dell'Appennino tosco - emiliano tristemente famoso per l'eccidio di massa nazista. A Marzabotto è presente una sezione della nostra associazione Radio Aut, a rappresentare un ponte ideale che unisce antimafia sociale e Resistenza. Nel libro ricostruisce la storia di Peppino Impastato e recentemente è stato anche a Cinisi, dove ogni anno si tiene la manifestazione commemorativa della sua morte, per fare uno spettacolo. Può parlarci dei suoi rapporti con la Sicilia, e può dirci come pensa sia possibile combattere la prepotenza fascista e quella mafiosa?

La storia di Peppino Impastato é emblematica e vale per tutte. Ci sono voluti 22 anni perché la giustizia mettesse la parola fine all'inchiesta sull'uccisione di un giovane militante di Democrazia proletaria che si ribellava alla mafia. 22 anni per sostenere ciò che veniva urlato dalle mille persone che parteciparono al funerale: Peppino ucciso dalla mafia politica, il mandante é Don Tano Badalamenti. Ma così vanno le cose in Italia. I carabinieri scrissero che Peppino era rimasto ucciso mentre preparava un attentato. Una tesi assurda che ha retto per molti anni. La mafia si colpisce sequestrando i beni dei boss, applicando le leggi, costringendo lo stato a mettere la lotta alle cosche al primo posto dell'agenda politica. Epocale é la svolta di Confindustria Sicilia che espelle gli imprenditori che pagano il pizzo, definendoli collusi con la mafia.

Nel suo libro le istituzioni vengono raffigurate come implicate, più o meno direttamente, in quei fatti sanguinosi e criminali. Pensa che oggi le cose siano cambiate?

Una verità storica é emersa dalle carte. In Italia si é combattuta nella seconda metà del Novecento una guerra a bassa intensità, una guerra non ortodossa. Gli apparati dello Stato italiani (nati dalla polizia fascista Ovra), hanno giurato fedeltà agli Stati Uniti e ai suoi piani. In Italia c'era il più grande Partito Comunista dell'Occidente e la più importante organizzazione sindacale europea. Nel '68, le istanze degli studenti si stavano mischiando con quelle dei lavoratori. E' questo era pericoloso per la destra moderata. Così sono scoppiate le bombe che hanno ucciso tante vittime innocenti. Lo scenario geopolitico é cambiato. Oggi difficilmente si può ripetere la stagione della cosiddetta “strategia della tensione”. Ma bisogna stare sempre in allerta. Non bisogna mai dimenticare. Così si tolgono spazi alla violenza.

 

Trentino, 27 novembre 2007,di Maurizio Di Giangiacomo

«Sono come i racconti del nonno, che dopo cena si metteva sul divano con la grappa e la pipa e ci narrava di nazisti e americani, di vita e di morte: fino a quando queste storie verranno raccontate alle generazioni future, ci sarà una memoria». L’ha presentato così, Daniele Biacchessi, il suo libro Il Paese della vergogna, che raccoglie quattro delle numerose pieces portate sul palco dal giornalista e scrittore approdato negli ultimi anni al teatro narrativo civile: dalle stragi nazifasciste di Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto, la cui verità è rimasta chiusa per cinquant’anni nell’“armadio della vergogna”, agli omicidi di Peppino Impastato e di Carlo Ambrosoli; dalle bombe di Piazza Fontana e Piazza della Loggia alle strage di Bologna. Brutte storie italiane legate da una sorta di fil rouge, la differenza tra verità storica e verità processuale; o meglio, la giustizia negata e quindi l’ingiustizia. «La Corte di Cassazione ha messo la parola fine sulla strage di Sant’Anna di Stazzema, accertando la verità e condannando i responsabili - ha spiegato Biacchessi -. Per capire perché sia successo 63 anni dopo, non basta chiedersi dov’è stata in questi anni la politica e quali siano i limiti della magistratura. È la società civile che deve farsi delle domande, perché questo non è un Paese normale».

 

Pulp, novembre 2007,di Teo Lorini

L’immagine più struggente del libro che raccoglie i testi di teatro civile di Daniele Biacchessi è quella scritta dal poeta Raja Marazzini) di due fidanzati ventenni “incollati alla Vespa dai baci” sullo sfondo di Piazza della Signoria. I colori sono sfumati dal tramonto che avanza, è quasi tardi, ora d’andare. Ma come puoi separarti a vent’anni, quando sei abbracciato alla persona che ami? “Come fai ad andar via sul serio, che sembra quasi di andar via per sempre”? Fino a quell’ultimo bacio, a quell’augurio “Dolce notte, amore mio”, a quell’ultimo “A domani”. Un domani che non arriverà mai per Dario Capolicchio e per altre quattro persone, assassinate quella sera dalla bomba di Via dei Georgofili. Dario è solo una fra le moltissime morti raccontate in questo libro, e Dario è anche un’eccezione, perché quasi tutti quegli omicidi non hanno un colpevole e sembrano a volte impallidire, farsi immateriali, come se non fossero mai esistiti. E come potrebbe essere altrimenti in Paese che esce dall’aberrazione della dittatura nascondendo nel famigerato armadio della vergogna al ministero della difesa (difesa da chi? viene da chiedersi) i fascicoli sulle stragi di civili compiute da nazisti e, quel che è peggio, dai fascisti italiani? Una nazione che inizia la sua storia democratica battezzando le prime elezioni col sangue di Portella della Ginestra? Perché il racconto allora? Perché la memoria? Il Paese della vergogna esce in un momento in cui la frattura fra il popolo e la classe politica che dovrebbe rappresentarlo sembra impossibile da ricucire. Le storie raccontate da Biacchessi non sono risposta per la crisi presente, però proprio il ricordo di ciò che si è compiuto e di ciò che si è nascosto contiene molti elementi che la possono spiegare, scritti da una distanza rispettosa, con stile piano e senza concessioni alla retorica o all’indignazione spicciola. A futura memoria: perché la memoria di un popolo è il tesoro più prezioso e il più vile dei furti.

 

La Nacion, 9 ottobre 2007,di Arume dos Piñeiros

O martes, 2 de outubro de 2007, foi arrestado en Siena un dos históricos das Brigate Rosse, en libertade provisional desde hai anos, despois de roubar xunto a outra persoa nunha caixa de aforros da fermosa cidade toscana. Piancone, condeado con varias sentencias por correspondentes crimes, entre outros a implicación no propio secuestro e posterior asesinato de Aldo Moro, estaba en vixianza carcelaria e debía acudir todos os días á cadea en Turín. Chamado o irreductible pola súa negativa a arrepentirse, Cristoforo Biancone volve poñer no primeiro plano na política italiana os anos de chumbo.

Unha ollada rápida aos andeis das novidades en Italia sobre libros de historia ofrece dous temas de rechamante interés. Por un lado, a mafia nas súas variantes locais, a cosa nostra siciliana, a camorra napolitana e a ‘ndranguetta calabresa, todas, pois, saídas da irresoluta questione meridionale; e, por outro lado, a revisión histórica dos anos máis recentes da historia política. Do primeiro, destacan as investigacións feitas por xornalistas que, como Roberto Saviano, deben vivir permanentemente con gardaespaldas porque están ameazados de morte: a sorprendente causa non é a de revelar os nomes dos implicados nestas actividades ilícitas, senón por exhibir con notoriedade e con anuncio publicitario as escuras redes desta práctica habitual. Aos mafiosos parécelles máis importante a discreción, o silencio, que a posible revelación das súas identidades. En calquera caso, este asunto da Mafia ocupa un lugar eminente na preocupación dos italianos que ven, despois dos derradeiros acontecementos (matanza en Duisburgo e escalada de terror en barrios da periferia de Nápoles con cifras insoportables de víctimas: 75 no que vai de ano), como tras tantos anos non é posible nin tan siquera albiscar o principio do fin dos privilexios mafiosos, nídiamente vencellados ao poder político.

O segundo tema require máis precisión. A revisión histórica céntrase de manera fundamental nos anos 80: moitas historias, entre o relato riguroso de acontecementos e reflexións políticas e un giallo (novela negra) narrado con sensacionalismo eficaz. Os libros son numerosos e todos tratan de contar con todo detalle os feitos. Pero segue e seguirá a polémica. Porque aínda hoxe parecen escuras as orixes e as motivacións daquelas xornadas tráxicas de finais dos setenta, co terrorismo como telón de fondo e ao tempo como principal trama da acción. Hai que destacar que abundan os discursos baseados nas lagoas das investigacións, neses puntos sempre confusos, nos que prima a sospeita sobre unha xeneralizada intervención das propias forzas do Estado en todos estes feitos. Un libro neste punto é sobranceiro, o de Daniele Biacchessi, cun título ben significativo: Il paese della vergogna, xa que refire os distintos acontecementos violentos (moitos deles esquecidos) na Italia de postguerra, como fitos dun suposto golpe de estado permanente dos poderes fácticos, sempre atentos a calquera alteración da orde natural das cousas, dominada, como non podía ser doutro xeito, pola Democracia Cristiana.

Dentro deste mesmo apartado de reconstrucción histórica do pasado inmediato, chama a atención a numerosa bibliografía sobre os anos de Craxi, sobre Tangentópoli, sobre os escándalos da logia P2 e o advogado Calvi pendurado dunha ponte sobre o Támesis, coas súas implicacións vaticanas, e a súa consecuencia indesexada en forma do goberno Berlusconi, a quen, por certo, se adican infinidade de retratos, na maioría demoledores. Os libros que tratan de explicar aquela época, sen dúbida básica para comprender o derrumbe do status quo de postguerra, fluctúan entre a crónica desapaixoada daqueles días e modalidades máis satíricas de denuncia descarnada mesmo do presente (un interesante exemplo é o libro de Marco Travaglio, de título completamente demoledor: Ulliwood Party, Figure, Figure e figurine, figuri e figuracce del primo anno di centro-sinistra(-destra). O curioso é que todos eles comparten espacio nos andeis de novidades, lombo con lombo, cunha aceptación moi notable entre os lectores á luz dos datos de ventas en Italia de libros de non ficción.

O fenómeno das Brigate Rosse, renacido nos últimos tempos e causa de incipiente preocupación entre a clase política, nomeadamente entre a esquerda radical que pretende lavar a súa mala conciencia de anos pasados, aparece de novo con todo luxo de detalles entre os lectores. Con edicións cheas de fotos e documentación precisa, os novos libros sobre esta banda terrorista e outros sobre os atentados neofascistas como o da estación de tren de Bologna cumpren a doble misión de recobrar a memoria histórica das víctimas e a de abrir de novo o debate sobre os límites da violencia nun estado chamado democrático. A noticia de hoxe, coa detención de Piancone, como un vulgar “malvivente”, como describen os xornais italians, amosa con total claridade que aquela experiencia traumática aínda doe, aínda está presente sen cicatrizar por completo na vida cotián da sociedade e da política daquel país tan querido.

 

Avvenire, 10 luglio 2007, Un libro ricorda le stragi dimenticate

Siamo a Roma, nel maggio del 1994. Nella sede della Procura generale militare viene ritrovato un armadio con le ante rivolte verso il muro, chiuso a chiave e protetto da un cancello. Dentro sono custoditi i fascicoli che registrano i crimini commessi dai nazisti nel corso della Seconda guerra. mondiale. E c’è un timbro di «Archiviazione provvisoria» la data del 14 luglio 1960. E stato chiamato «l’armadio della vergogna». Questa è solo una delle storie che il giornalista e scrittore Daniele Biacch essi raccoglie nel libro «Il paese della vergogna» (Chiarelettere, pagine 125, euro 9,50). Il volume rievoca sia le stragi dimenticate al tempo della guerra, sia quelle durante la Prima Repubblica: come piazza Fontana, piazza della Loggia, stazione di Bologna. Cronaca e passione civile per non dimenticare.

 

Il Sole24ore, 6 luglio 2007, "Il Paese dei misteri in quattro pièce" di Lionello Mancini

L'armadio chiuso a chiave, le ante rivolte al muro, ritrovato 13 anni fa nei locali della Procura generale militare di Roma, era zeppo di fascicoli sulle efferatezze nazifasciste, spesso con nomi e cognomi degli autori: dalle Fosse Ardeatine a Marzabotto, a Sant'Anna di Stazzema. Venne definito "l'armadio della vergogna" per le sconcezze che custodiva e a indicare che qualcuno, giocando con la burocratica ufficialità di timbri e codicilli, aveva vergognosamente sbarrato la strada alla Giustizia, alla condanna, alla pena dei colpevoli.
Ecco perché l'ultimo libro di Daniele Biacchessi è intitolato Il Paese della vergogna. In quattro sceneggiature di teatro narrativo civile di cui è autore/attore, il giornalista suggerisce l'immagine di un contenitore che cela autori, moventi e mandanti di omicidi mirati e stragi; un Paese-armadio con le ante schiacciate contro un muro; un'Italia che non ha ancora avuto la forza civile di guardarsi dentro mettendo in azione politica e magistratura. Anzi, le cronache di questi giorni (il Sismi che fino al 2006 avrebbe spiato decine di magistrati: perché? per chi?) confermano che la fabbrica di nuove vergogne è in piena attività.
Biacchessi, 50 anni, giornalista radiofonico da 30 (da otto a «Radio 24») è salito più di 500 volte su un palco raccontando agli italiani le storie di "vergogna" - da Marzabotto a Piazza Fontana, da Portella delle Ginestre al terrorismo di ogni colore, dai giovani militanti di destra e di sinistra uccisi negli anni 70 ai delitti di mafia - ora rielaborate nelle 125 pagine del libro.
Perché un giornalista "pistaiolo", che teorizza il «lasciarsi coinvolgere dai fatti» su cui scrive, che non aggiunge una parola a quelle che trova nelle carte processuali (le scrive solo meglio), racconta e recita l'Italia dei misteri, della giustizia denegata, della cattiva coscienza del Potere? «Perché tutto questo mi indigna e mi ha sempre indignato - risponde - e perché vorrei spargere questa indignazione tra chi mi ascolta, specialmente tra i giovani, la cui memoria non arriva a fatti così lontani e non reperibili nemmeno sui libri di scuola. Io posso solo raccontare. Altri avrebbero tutti gli strumenti per agire, investigare, condannare. Ma in questo Paese si preferisce nascondere le proprie vergogne anziché capirle per non ripeterle».
Le quattro pièce d'impegno civile contenute nel libro di Biacchessi vorrebbero essere un contributo a scostare le ante del Paese da quel muro che ne impedisce l'apertura «perché - riflette l'autore - una società che non può fare i conti col passato, non comprende il proprio presente e non può progettare il futuro».

 

La Stampa, 21 giugno 2007, "Italiani indignatevi" di Bruno Ventavoli

Non gli servono effetti speciali. Bastano la sua voce e la volonterosa musica di un paio di amici. Perché è la storia d’Italia, quella più fosca, più scomoda, più vergognosa, ad accapponare la pelle del pubblico. Daniele Biacchessi gira le piazze come un antico cantastorie a svegliare le coscienze dei cittadini. Nel suo repertorio ha Marzabotto, piazza Fontana, il treno Italicus; Peppino Impastato e Giorgio Ambrosoli; le stragi di mafia, l’assassinio di Falcone e Borsellino; le vittime dell’odio rosso-nero negli anni di piombo, quando ci si sparava in strada per niente. Insomma, non il delittaccio che suscita brividi morbosi tra uno spot e l’altro. Bensì le stragi dimenticate per insipienza o, ancora più grave, per interressi e depistaggi. Nel volumetto Il Paese della vergogna (esce da ChiareLettere) sono raccolti i testi più eloquenti di questo giornalista-scrittore che si muove nello stesso solco di Ascanio Celestini o Marco Paolini, o prima ancora Dario Fo o Giorgio Gaber. È un vessillifero del «teatro civile», una forma di «spettacolo» che non vuole arrendersi alla superficialità della civiltà televisiva. E ci riesce. Perché c’è un’Italia che s’accalca nelle piazze ad ascoltarlo, che rimanda la partenza delle ferie per andare il 2 agosto a Bologna, che crede ancora, in silenzio, che percepirsi cittadini di una moderna democrazia non possa ridursi al problema di pagare meno tasse o lanciare pietre nelle vetrine per protestare contro Bush.

«Sento una partecipazione fortissima intorno a me - dice Biacchessi -, le mani che mi stringono, che mi accarezzano in segno di ringraziamento. Se leggo i miei spettacoli nella sala d’attesa della stazione di Bologna, con i familiari delle vittime, o tra i superstiti della strage nazista di Sant’Anna di Stazzema, la commozione è naturale. La cornice aiuta. Ma lo stesso accade nelle piazze di provincia, nei paesini e nelle scuole. Quando racconto agli studenti le stragi impunite del nostro Paese percepisco una commozione fortissima. Mista a uno stupore indignato. Perché di tutto questo nei testi ministeriali non c’è traccia».

Il teatro civile è essenziale. Biacchessi compulsa gli atti processuali, i documenti («consumo le scarpe, perché spesso si giudica la colpevolezza e l’innocenza delle persone sulla base della simpatia, degli umori collettivi, senza conoscere le prove, gli alibi, le testimonianze») e scrive testi brevi, come dispacci d’agenzia. Lascia parlare i fatti, non lo stile. Elenca nomi, destini, gesti banali. Nulla di più. Sul palcoscenico spoglio porta due amici, il sassofonista Michele Fusiello e il pianista jazz Gaetano Liguori. Legge con la sua voce calda, indignata, da Appennino tosco-emiliano. Usa immagini, filmati del tempo. E i suoni veri, d’archivio, terribili nella loro eloquenza. Si sente, per esempio, la voce di Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl, che parla il 28 maggio 1974 in piazza della Loggia a Brescia, la sua voce viene interrotta da una deflagrazione e chiede alla folla «State calmi, state calmi». La bomba fece 8 morti. S’ode la voce del mafioso che minaccia l’avvocato Ambrosoli, il liquidatore della banca di Sindona, il monarchico che credeva nello Stato, la voce anonima, registrata, che avverte «...avvocato, non ci siamo capiti...». L’11 luglio ‘79 un killer della mafia lo ucciderà con tre colpi di Magnum 357, dopo una serata passata con gli amici a vedere il pugilato.

«Il vero teatro civile è doloroso, bisogna coinvolgere, scavare un buco nero nel cuore. Da giornalista ho scritto 16 libri d’inchiesta. Ma sento l’esigenza di far vivere le parole fuori dalla carta. Finchè c’è qualcuno che racconta e qualcuno che ascolta, la memoria resta viva. Voglio che il pubblico si arrabbi, s’indigni, protesti. Che guardi la storia dalla parte delle vittime». Nelle indagini sulla strage alla stazione di Bologna ci sono stati 136 depistaggi piccoli e grandi accertati e i colpevoli sono fuori («non sono un giustizialista, ma penso che chi mette bombe debba stare in galera»). Lo stesso è accaduto per altri crimini, per non parlare della mafia. Priebke è uscito per tornare a lavorare, facendo slalom in scooter come uno scippatore, la memoria di Impastato è stata profanata a Cinisi, come quella di Biagi a Bologna.

Dobbiamo rassegnarci al destino di Paese della vergogna? «Perdonare va bene, dimenticare no. Rinunciare alla giustizia nemmeno. Perché se annacquiamo l’orrore che abbiamo vissuto, se lo dimentichiamo per indolenza e disinteresse, il passato torna tale e quale, con il suo carico di morte. Sembrava che gli anni Sessanta dei servizi segreti deviati, delle schedature di politici, imprenditori, sindacalisti fossero finiti. E invece ritroviamo le intercettazioni illegali, le cupole di potere... La politica è debole, ricattabile. Non riesce ad affrontare i problemi alla radice. Per le stragi o il terrorismo si sono fatte commissioni d’inchiesta che non hanno concluso nulla. Da noi esistono ancora i segreti di Stato che sopravvivono decenni. Io credo che sia compito dei cittadini insistere, chiedere trasparenza. Tenere viva la memoria serve per costruire un futuro migliore. Sembra un’ovvietà. Ma spesso non è così. Per questo vado sui palchi a chiedere urlando giustizia».

 

Liberazione, 19 giugno 2007, "Il paese della vergogna"

In Italia la verità storica non segue mai lo stesso binario della verità giudiziaria. Le prove delle stragi nazifasciste di Sant'Anna di Stazzema e Marzabotto nascoste nel cosiddetto "Armadio della vergogna". I colpevoli di stragi come piazza Fontana, stazione di Bologna, treno Italicus, piazza della Loggia, Rapido 904 - e si potrebbe continuare - sono tutti sostanzialmente liberi. E' l'Italia spiazzante delle verità negate, raccontate attraverso scene esemplari, flash su personaggi diversi tra loro ma uniti da un solo nome: ingiustizia. Sono Fausto e Iaio, i giovani militanti di sinistra uccisi a Milano pochi giorni dopo il sequestro Moro; sono Angelo Casile, Gianni Aricò, Franco Scordo, Luigi Lo Celso, Annalise Borth, i cinque anarchici del Sud che sapevano qualcosa di troppo e per questo morti in uno "strano" incidente stradale; Piero Bruno, ucciso dalla polizia una sera di novembre del 1975, a 18 anni. E poi i delitti di mafia, da Peppino Impastato a Libero Grassi, da Giorgio Ambrosoli a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un collage di fatti e storie, carichi di emozioni, di verità e passione. E' uscito in questi giorni per i tipi di Chiarelettere "Il paese della vergogna" di Daniele Biacchessi, con la prefazione di Franco Giustolisi, e che raccoglie, in una versione riveduta e ampliata, alcuni testi di teatri civile scritti e interpretati in centinaia di repliche dall'autore: "La storia e la memoria", "Fausto e Iaio", "Storie d'Italia" e "Quel giorno a Cinisi. Storia di Peppino Impastato".

 

Diaro21.net, 14 giugno 2007, Italo Arcuri

Arriva in libreria - dal 14 giugno - “Il Paese della vergogna” di Daniele Biacchessi, edito da ChiareLettere, una nuova casa editrice dalle idee già abbastanza “chiare”, che fa della denuncia sociale il suo piatto forte, il motivo editoriale di base.
Il libro di Biacchessi - giornalista e scrittore, autore di importanti libri di inchiesta, oltre che autore, regista e interprete di teatro narrativo civile - parla di stragi nazifasciste, del terrorismo rosso e nero degli anni ’70, di mafia e parte da un dato di fatto oramai certo e indiscutibile: nel nostro Paese la verità storica, quella che è stata scritta e sancita in base a sentenze, non segue mai la verità giudiziaria. Da Sant’Anna di Stazzema (560 morti) a Marzabotto-Montesole (1830 morti) a Portella della Ginestra (11 morti), da piazza Fontana (17 morti) a piazza della Loggia (8 morti), dal treno Italicus (12 morti) alla stazione di Bologna (85 morti). Un lungo elenco di stragi, un catalogo di lutti, in cui, in questa strana Italia, tutto appare “confuso”, non sicuro, non “certo” e non “indiscutibile”, appunto.
Del resto, il perché di questa “vergognosa” situazione, è tutto ben illustrato nella ragionata e articolata prefazione che Franco Giustolisi fa a questo libro, in cui, prendendo spunto da un aneddoto, scrive: “(…) sulla ‘Gazzetta di Reggio’ vidi un titolo, sparato in prima pagina, che mi fece incazzare: “Reggio Emilia deve fare i conti con il suo passato”. Motivo: uno dei libri di Pansa sui suoi ripensamenti storici. Ma quali conti? Per le vendette, per qualche vendetta di chi aveva sparato ai criminali che gli avevano ucciso il padre, il fratello, la moglie? Vent’anni di dittatura e venti mesi, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 fecero sgorgare tanto sangue innocente: civili, non partigiani, bambini, vecchi, donne. Un fiume di sangue, particolarmente in Toscana ed Emilia Romagna, grazie ai lanzichenecchi di Hitler e del Mussolini di Salò. Fare i conti con il nostro passato? Farli noi che siamo stati le vittime? Si vuole un pari e patta? Eh, già, questo si sarebbe voluto, e ritengo che lo si voglia ancora (…)”.
“Il Paese della vergogna” è un libro sulle ‘verità negate’ del nostro Bel Paese, sulla giustizia utilizzata, ad uso e consumo dei partiti politici, da ambienti ad essi vicini e da una classe dirigente abituata a trovare giustizia e verità più per proprio comodo o per ‘partito preso’ che per verità storica, conclamata dai dati di fatto. Ed ecco, che, come in un teatro dell’assurdo in cui il tutto diventa niente e in cui le verità vengono capovolte, cassate e annullate per far posto a strumentalizzazioni, sospetti, calunnie o bluff; come in un giro di partita a poker, giocata con carte truccate e da bari incalliti, avvezzi a farsi beffa persino dell’evidenza, ogni anno, ogni due, ogni tanto, spuntano fuori altre verità, più vere delle altre, più forti e robuste delle altre, pronte ad essere usate come leve per smontare la “verità” storica.
Con questo libro, Biacchessi offre flash, narra circostanze, dà volti a nomi e personaggi di quelle stragi - da Fausto e Iaio a cinque anarchici del sud, da Piero Bruno a Peppino Impastato, Libero Grasso, Giorgio Ambrosoli, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - ne colora i contorni, ne indica un quadro di insieme, infonde e intreccia emozioni, sollecita la coscienza civile di ognuno di noi, quella che parla di altri ma che si riferisce proprio a noi stessi. Ci sveglia da una letargia pericolosa e profonda, ci scuote e ci invita a meditare. Alla fine del libro, il lettore avvertirà il peso di ciò che avrà letto. Un peso che, proprio per questo, merita verità e giustizia.

 

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Il Messaggero, 24 maggio 2007, Roberto Martinelli

Il racconto comincia dall’alba del 2 marzo 2003. Dal portone di una palazzina del quartiere Quadraro a Roma escono un uomo e una donna. Su un motorino raggiungono la stazione Tiburtina e salgono sull’interregionale “2304”, diretti ad Arezzo. Due ore e mezzo più tardi a Terontola il sovrintendente di Polizia Emanuele Petri, con altri due colleghi, sale sul treno per un controllo di routine. Alla richiesta di documenti, l’uomo estrae una pistola e spara al poliziotto che morirà qualche ora dopo in ospedale. Un istante dopo, però, viene a sua volta colpito a morte da un altro agente e la sua compagna di viaggio arrestata. Si chiama Nadia Desdemona Lioce che subito si dichiara prigioniera politica e militante delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente.
Da buon cronista, Daniele Biacchessi apre il suo Una stella a cinque punte (Baldini e Castoldi Dalai Editore) con quella che fu una svolta decisiva nella storia della lotta che le Istituzioni hanno combattuto contro le Brigate Rosse e i loro seguaci. E infatti egli dedica il suo libro ai giuslavoristi Massimo D’Antona e Marco Biagi e al poliziotto Emanuele Petri. Con le parole: “Per non dimenticare”. Tre nomi, tre destini diversi, tre vittime di un terrorismo che lo Stato non riesce ancora a sradicare dalle sue fondamenta. Tuttavia, il sacrificio dell’ultima è servito per identificare, arrestare e processare gli assassini degli altri due.
Anche se le forze dell’ordine stavano seguendo piste che un giorno forse avrebbero portato a scoprire i responsabili delle morti di D’Antona e Biagi, non v’è alcun dubbio che il conflitto a fuoco sul treno “2304” rappresentò una svolta fondamentale su tutte le inchieste sulle nuove Brigate Rosse. Con scrupolo e precisione certosina l’autore ricostruisce nei minimi dettagli come si mosse la macchina della giustizia. I due computer palmari di ultima generazione che Nadia Desdemona Lioce aveva con sé costituirono una fonte inesauribile di informazioni e consentirono di ricostruire la trasformazione dei “Nuclei Comunisti Combattenti” in “Brigate Rosse- Partito Comunista Combattente”. I numeri dei diciotto cellulari dell’organizzazione permisero di rintracciare le schede utilizzate da cabine telefoniche con il vecchio sistema analogico. Il che allora permise di ricostruire la catena della complicità e una mappa aggiornata del nuovo “partito armato”. E che due mesi fa ha forse consentito alla magistratura milanese di portare a termine l’ultima operazione antiterrorismo.
Cinque mesi dopo quel 2 marzo 2003, mille uomini della polizia giudiziaria dettero vita ad un gigantesco blitz in diverse città italiane e gli assassini di D’Antona e Biagi furono quasi tutti assicurati alla giustizia. Cinque o forse dieci, dichiarano gli inquirenti a Daniele Biacchessi, restano ancora liberi.

 

Whipart, giugno 2007, Stefano Giovinazzo intervista a Daniele Biacchessi.

Raccontare per ricordare, far luce sui fatti ed imparare dal passato.
Questo l'intento del libro edito da Bompiani, "La stella a cinque punte" di Daniele Biacchessi, caposervizio di Radio24 ed esperto di terrorismo.
Il libro è la storia di un'inchiesta con una meticolosa cronologia degli eventi accompagnata da testimonianze dirette dei corpi investigativi che hanno seguito le indagini.
Come afferma l'autore "raccontare oggi le BR è un passato che non passa. Manca nel nostro paese un racconto sui fatti" e proprio questo testo colma una lacuna pericolosa.
Attraverso le pagine si ha come un tuffo nel passato, in quei due giorni che sconvolsero l'intero paese e crearono instabilità all'interno del sistema governativo.

Le BR e l'Italia degli anni di Piombo. Cosa pensa di quel periodo, quanto e cosa è rimasto di quell'"aggressione armata"?

Purtroppo la storia della lotta armata non è solo storia del passato. Gli anni di piombo non si sono ancora chiusi perché la politica, le istituzioni, gli stessi protagonisti di quella stagione non hanno rimosso le cause, le origini della violenza. Ecco perché, anni dopo, le Brigate Rosse sono ancora vive e pronte a colpire.

Quella mattina del 20 maggio 1999 cosa ha rappresentato per l'Italia di quel periodo e che segnale ha impresso negli anni a venire?

E' il passato che non passa. Le BR avevano colpito nel 1988 il professor Roberto Ruffilli, senatore della Democrazia Cristiana ed esperto di riforme costituzionali. Nel 1989 i responsabili di quell'omicidio vennero tutti assicurati alla giustizia. Nell'ombra qualcuno ha proseguito il progetto di lotta armata con i NCC, Nuclei Comunisti Combattenti. Due attentati. Il primo nel 1992, contro la sede della Confindustria a Roma. Il secondo nel 1994 contro il Nato Defence College, sempre a Roma. Poi il silenzio, fino all'omicidio di Massimo D'Antona. Le Br non rappresentano un pericolo per la democrazia, ma per singole persone, consulenti del mercato del lavoro, esperti, giuslavoristi, riformisti.

Lo stato e i gruppi sovversivi. In cosa pecca l'autorità governativa nella gestione ottimale di queste frange? Questo è il dazio da pagare in nome della libertà e della democrazia?

Lo Stato e i suoi apparati hanno spesso sottovalutato il fenomeno. La risposta è stata tardiva ma solo basata ad affrontare il problema sul piano repressivo: arresti, carceri speciali, leggi premiali. La lotta armata è un fenomeno collettivo, o meglio, una somma di scelte individuali associate ad un progetto di Organizzazione armata. Ma la sola risposta repressiva non basta. Bisogna compiere un passo in pù, una scelta culturale di fondo: il rifiuto della violenza e l'affermazione del primato della politica e della convivenza civile contro le barbarie.

Uccidere per offrire un gesto di superiorità, per stupire, per imporsi. Come spiega l'adozione dell'omicidio da parte di gruppi armati di matrice terrorista?

Per un brigatista l'omicidio è una scelta obbligata. Non c'è divisione tra chi scrive documenti e chi spara. Un militante teorizza e porta le armi. Una donna, appartenente all'organizzazione, un giorno ha scritto questa frase che spiega bene i meccanismi della lotta armata:
"Per me era come svolgere una routine di lavoro... E' questa l'aberrazione, perché tu hai un'ideologia per cui tu sei da una parte dove ci sono gli amici, dall'altra invece stanno i nemici. E i nemici sono una categoria, delle funzioni, dei simboli da colpire, non degli uomini. E quindi trattare queste persone con la simbologia del nemico fa in modo che tu non hai un rapporto di assoluta astrazione con la morte. Per cui se io fossi andata a fare l'impiegata al catasto, invece di uccidere, per me sarebbe stata la stessa cosa. Uscivo da casa la mattina, andavo a controllare le persone, a preparare le operazioni. Quando non andavo direttamente a compiere omicidi evidentemente. Poi me ne tornavo tranquillamente a casa, facevo la mia vita che era quella di una normale donna di casa."


Lo Stato e tutto il Paese ricorda ogni anno le vittime cadute per mano "nemica". Un giusto tributo patriottico legato a rabbia e orgoglio nazionale; tuttavia non si evince impotenza davanti a fenomeni che sfuggono ad un potere debole e ad un sistema giudiziario troppo lassista?

Bisogna ricordare, mai dimenticare. Il 9 maggio è il giorno del ricordo delle vittime del terrorismo, di destra e di sinistra. Penso sia una cosa giusta. Non è un tributo patriottico, ma una cosa sentita. Ma non basta ricordare questi pezzi di storia contemporanea soltanto nel giorno di un anniversario. Per mantenere viva al memoria bisogna coinvolgere tutta la società, in primis il mondo della scuola. Certo, i familiari delle vittime chiedono giustizia e verità e lo Stato troppo spesso non li ha ascoltati. Bisogna però dividere le situazioni. Per la cosiddetta "strategia della tensione", gran parte delle stragi sono rimaste impunite: Piazza Fontana a Milano, Piazza della Loggia a Brescia, Questura di Milano, treno Italicus. Poche stragi hanno colpevoli; stazione di Bologna, Rapido 904, Peteano di Sagrado. Nessuna sentenza ha mai accertato i mandanti delle stragi. Per la lotta armata di sinistra, i colpevoli sono stati in gran parte arrestati, le pene sono state severe. Sembra una giustizia a due velocità.

L'omicidio di Aldo Moro e le immagini della Tv che hanno dato risalto, come è giusto che sia, all'evento straordinario. C'è il rischio però di offrire troppo spazio/importanza ai colpevoli (parallelismo con i teppisti negli stadi)?

La storia bisogna raccontarla per intero. Ciò vale per vittime e carnefici. Bisogna cioè offrire a tutti la possibilità di spiegare, di raccontare, perché nulla vada mai dimenticato. In televisione vengono intervistati spesso i colpevoli, quasi mai le vittime. E questo offre la sensazione che ci sia una discriminazione. Perché, ad esempio, Claudio Martelli su Canale 5 ha scelto via Fani a Roma, luogo dove è stato rapito Moro e dove i brigatisti hanno ucciso i suoi uomini di scorta, come location per intervistare uno dei capi storici delle BR, Alberto Franceschini? Perché, dopo sentenze definitive, il tg2 ha realizzato in prima serata un servizio di 10 minuti di presentazione di libro sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, senza invitare i familiari delle vittime? Sono cose che devono far pensare.

I servizi segreti e gli organi della polizia nazionale. Azioni di massima riservatezza vanificate poi dall'omicidio che "non t'aspetti!". Qualche ingranaggio non funziona nella pianificazione del lavoro di "intelligence" o sono episodi imprevedibili, ingovernabili ed infine difficilmente gestibili?

Sono episodi prevedibili, governabili ma difficilmente gestibili. Perché un bravo investigatore legge i documenti, conosce i profili dei brigatisti, può anche individuare anche alcuni loro obiettivi, ma non potrà mai conoscere luogo, giorno e ora nei quali i terroristi compiranno la loro azione. E questo fa la differenza. Poi sappiamo che nel passato uomini dei servizi segreti e degli apparti dello Stato sono stati condannati per gravi depistaggi nelle inchieste sulle stragi. Per questo forse c'è bisogno di una riforma strutturale dell'intelligence che solo la politica, nella sua autonomia parlamentare, può realizzare.

Le BR e la loro evoluzione. Cosa vogliono veramente? Una dittatura del proletariato, porsi come un Anti-Stato o sfidarlo ad oltranza? E secondo lei quale futuro si prevede per il nostro Paese sia nel breve che nel lungo periodo?

Le BR non rappresentano l'avanguardia di un proletariato, neppure una sorta di anti Stato. Sono assai più deboli rispetto al passato, non hanno e neppure cercano contati con il cosiddetto movimento, ma possono ancora colpire persone sole ed indifese, consulenti dello Stato che lo Stato non riesce a difendere.

I giovani che passano davanti alla targa di via Salaria, tra l'altro sede della facoltà di Scienze della Comunicazione, cosa dovrebbero pensare?

Massimo D'Antona è morto per le sue idee di libertà e giustizia sociale

Ed infine Massimo D'Antona è morto invano?

No, Massimo D'Antona non è morto invano. Le sue idee sono ancora vive.

 

Milanonera, giugno 2007, Paolo Roversi intervista a Daniele Biacchessi

E’ da poco in libreria l’ultimo saggio di Daniele Biacchessi un’inchiesta sui delitti Biagi, D’Antona e sulle nuove BR. MilanoNera ha intervistato l’autore

Perché un libro su Biagi e D’Antona: c’era bisogno di fare chiarezza? Ci sono ancora lati oscuri su questi due delitti?


Quando si scrive di omicidi politici c’é sempre biosgno di fare chiarezza. Dopo gli assassini di Massimo D’Antona e Marco Biagi, i cronisti di nera avevano scritto un numero piùttosto elevato di imprecisioni, dettate dalla fretta e dalla mancanza di una specializazione. Dal 1988 (omicidio di Roberto Ruffilli a Forlì) al 1999 (assassinio di Massimo D’Antona a Roma), passano undici anni. Gli apparati dello Stato smantellano i reparti antiterrorismo perché le emergenze sono altre: corruzione e lotta alla mafia dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio dove perdono la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Il terrorismo politico non rappresenta in quegli anni una fonte di preoccupazione per gli uomini dell’intelligence.
Così nell’ombra si organizzano le nuove leve brigatiste, i Nuclei Comunisti Combattenti di Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi che diventeranno Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente con l’omicidio D’Antona.
Ci sono almeno due lati oscuri: la mancata protezione al professor Marco Biagi e la fuga di notizie istituzionale che svela all’esterno la tecnica investigativa degli inquirenti romani sulle schede telefoniche prepagate utilizzate dai brigatisti per rivendicare l’omicidio D’Antona e per comunicare tra loro.

Il tuo lavoro è molto ben documentato: quanto impegno ha richiesto e come ti sei mosso per interrogare le fonti?

Le fonti utilizzate sono Carlo De Stefano, direttore della Polizia di Prevenzione, Franco Gabrielli, attuale direttore del Sisde, già capo del Servizio Centrale Antiterrorismo, Eugenio Spina, dirigente della Polizia di Prevenzione, Vittorio Rizzi, capo della Squadra Mobile di Milano, già alla guida del Gruppo Investigativo Biagi, e di una squadra di agenti specializzati in inchieste sul campo che portano nomi in codice di capi indiani. Le loro testimonianze sono tutte inedite, così come quelle di Olga D’Antona e Marina Biagi. Inoltre mi sono avvalso dei documenti giudiziari, verbali di interrogatorio, sentenze processuali.

Quali sono state le difficoltà principali che hai incontrato per la stesura di questo libro?


Mettere in fila tutti i fatti e far comprendere al grande pubblico la scia informatica, la tecnica utilizzata dai poliziotti per decifrare i volti dei brigatisti.
Le Br-Pcc avevano due clandestini e latitanti, Nadia Desdemona Lioce e Mario Galesi. Gli altri militanti erano persone normali, né clandestini, neppure latitanti. Conducevano una vita alla luce del sole. Quindi persone che uccidevano e poi tornavano alla vita di tutti i giorni. Ma rivendicavano tutto attraverso lunghi elaborati. Quello che ha giustificato politicamente l’omicidio Biagi venne inviato via mail da un computer portatile collegato a un telefono cellulare, al quale era stata montata una Scheda prepagata acquistata con nome di fantasia. Spiegare tutto questo a chi non é esperto informatico é cosa ardua.

Qual è il “messaggio”, quello che vorresti che il lettore ricordasse dopo aver chiuso il tuo saggio?

Mai dimenticare. Perché il passato che non passa può diventare presente e la storia si può ripetere, come dimostra l’ultima ondata di arresti del 12 febbraio di militanti della cosiddetta seconda posizione brigatista.

Le Br costituiscono ancora un pericolo reale per l’Italia?


Il terrorismo politico non rappresenta oggi un emergenza, neppure una minaccia reale per la nostra democrazia.
Rappresenta invece un pericolo per singole persone non difese e non protette dallo Stato
.

 

Apcom, 6 giugno 2007, intervista a Daniele Biacchessi

"Che la storia delle Br non si sia mai interrotta e ancor oggi non sia finita mi è sempre sembrato chiaro. Quest'ultima inchiesta relativa agli arresti del 12 febbraio scorso non c'entra nulla con le precedenti, ma dimostra che il filo rosso non si è mai interrotto". E' quanto ha detto Daniele Biacchessi ad Apcom a margine della presentazione del suo libro "Una stella a cinque punte, le inchieste D'Antona e Biagi e le nuove Br", avvenuta alla libreria Rizzoli di Milano. Il giornalista scrittore, al quarto libro sulle Brigate Rosse sottolinea la continuità della storia terroristica "nei giorni in cui si scopre che nell'arsenale delle ultime Br-Seconda posizione ci fossero armi della colonna Valter Alasia". "Cosa che per altro avevo già scritto da molti anni", continua il giornalista.

"La lotta armata non è ancora finita e c'è ancora qualcuno che pensa di far politica con le armi e gli obiettivi sono sempre gli stessi del passato: i riformisti, gli uomini del dialogo, coloro che stanno a metà tra Governo e parti sociali", continua Biacchessi, sottolineando come lo fossero D'Antona, Biagi, Ruffilli, Tarantelli e nel più lontano passato il giudice Alessandrini e Vittorio Bachelet. "Mi impressiona soprattutto che ci sia già stato un passaggio generazionale tra vecchi e nuovi brigatisti - prosegue - e questo è avvenuto quando noi credevamo che fosse tutto finito. Invece non era finito nulla e oggi quel passaggio è già avvenuto".

Il giornalista affronta poi il tema dell'attualità della presenza dei terroristi in Italia. "Non penso ci sia un'emergenza e che la democrazia sia a rischio, ma i terroristi possono ancora colpire singole persone non sufficientemente protette dallo Stato, in assenza di una più generale vigilanza democratica", spiega Biacchessi, che conclude "non so quanti ce ne siano in libertà ma so che la storia può ripetersi".

Il giudice di Milano Guido Salvini, già protagonista di diversi processi contro il terrorismo, sulla possibilità della presenza terroristica in Italia è più cauto. "Credo che nonostante tutto questi ultimi 20 anni abbiano fatto maturare gli anticorpi nella stragrande maggioranza die giovani. Le 400 vittime del terrorismo e delle stragi sono un ostacolo insuperabile al ritorno del terrore", spiega il giudice pur evidenziando che "rimane uno spazio di nicchia per i terroristi ma dal quale non riusciranno ad uscire".

Alla presentazione del volume pubblicato da Baldini Castoldi Dalai c'era anche il capo della Digos di Milano, Bruno Megale, che ha evidenziato come la Polizia sia "molto preparata e che non esiste più il gap di sottovalutazione di 20 anni fa". "Oggi sappiamo cogliere i segnali di eventuali fenomeni eversivi e siamo in grado di comprendere i messaggi che gli eventuali terroristi mandano nel tessuto sociale", ha concluso il capo della Digos.

Infine, Biacchessi relativamente alla strage di Bologna spiega ad Apcom il suo disaccordo con le ultime polemiche sulla filone della non colpevolezza di Mambro, Fioravanti e Ciavardini e condannati per la strage. "E' già stato scritto tutto nelle sentenze dei Tribunali, le piste alternative sono tutte delle panzane, delle bufale", afferma Biacchessi. "La strage di Bologna insieme a quelle di Peteano è l'unica ad avere una sentenza definitiva e questo può dar fastidio a qualcuno", conclude Biacchessi, sottolineando che in Italia "c'è stata una giustizia a doppio binario: la lotta armata di sinistra è stata di fatto smantellata dalle istituzioni, cosa che non è accaduta con le stragi di destra".

 

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TABLOID RECENSIONE

Il Sole 24ore, 29 maggio 2005, Riccardo Chiaberge

Non riusciamo a metterci d'accordo su quando cominci la vita di un essere umano, ma dell'essere umano chiamato Walter Tobagi sappiamo con precisione quando, come e perchè la sua vita è finita, il 28 maggio 1980. Aveva trentatrè anni, l'età di Gesù, una moglie e due figli piccoli, e ad ammazzarlo come un cane fu una squadraccia di sciagurati rampolli della buona borghesia milanese, inzuppati di odio ideologico. Adesso il bel libro di Daniele Biacchesi, Walter Tobagi. Morte di un giornalista (Baldini e Castoldi) ci ricorda che il principale esecutore, pentitosi a tempo di record, non ha fatto neppure tre anni di galera, e oggi milita in un associazione che difende il diritto alla vita fin dal concepimento. Un altro suo compare vive "in un luogo non precisato di Cuba". Immaginiamo non si tratti di Guantanamo e neppure in una di quelle carceri-modello dove Castro ospita i dissidenti. E la polizia cubana, così zelante nell'ammanettare i giornalisti occidentali, sembra non fare caso a questo omicida in trasferta. In compenso il più proletario della banda l'unico che tentò di dissuadere in extremis i compagni, è stato anche l'unico a scontare fino in fondo la sua pena, 21 anni di prigione. Qualche tempo dopo l'uccisione di Tobagi mi capitò di trascorrere una serata in casa della famiglia di uno dei killer. C'erano giornalisti e intellettuali in vista della Milano di allora, e si parlò di varie persone del nostro entourage.  Ogni volta che si menzionava un nome sgradito ai padroni di casa, la reazione era sempre la stessa: "Ma quello è un fascista!". Allora, di colpo mi fu chiaro in che clima fossero cresciuti quelli che Biacchessi chiama "i ragazzi della porta accanto". Non c'è bisogno di andare a caccia di mandanti occulti, bastano i responsabili morali, genitori che abdicarono al proprio ruolo, una scuola in balia del cretinismo rivoluzionario. Oggi, a 25 anni da quel cupo 28 maggio, consola scoprire che alcuni di quegli ex-ragazzi siano approdati "a una visione cristiana della vita", la stessa che anima il riformista Tobagi, giornalista senza scarpe chiodate e nemico di ogni fanatismo. Non è mai troppo tardi, non si può negare a nessuno il diritto di sbagliare e poi ravvedersi: a condizione che prima saldi il proprio debito con la giustizia. Il che. in questo caso; non è avvenuto, grazie ad una legislazione premiale che, assicura il giudice Spataro, ha contribuito a debellare il terrorismo. Sarà. Ma viene da chiedersi che razza di Paese sia il nostro, dove si provvedono confortevoli amache agli assassini di un padre di famiglia, mentre vengono trattate come criminali le donne che si fanno impiantare più di tre embrioni, e come nazisti i medici che le assistono.

Ansa, 21 maggio 2005

''Provo una sensazione di angoscia. Questa paura mi accompagna da piu' di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi tocco' di scrivere di brigatisti''. A scrivere queste parole e' Walter Tobagi: a lui, nel 25mo anniversario della morte, Daniele Biachessi dedica il libro 'Walter Tobagi: Morte di un giornalista (Baldini Castoldi Dalai; pp.181; 13 euro). Inviato di punta del 'Corriere della Sera', presidente dell'Associazione Lombarda dei giornalisti, Walter Tobagi e' ucciso dalle Br il 28 maggio 1980. Quando alle 11.10 di quel giorno esce dal portone della sua abitazione in via Solari, a seguire i suoi spostamenti sono sei ragazzi e, poco dopo, all'altezza di via Salaino, e' raggiunto mortalmente da sei colpi di pistola. Gli artefici del delitto sono i militanti della 'Brigata 28 marzo' che tramarono alle spalle di Tobagi, riformista moderato, esperto di terrorismo e di sindacato. ''Nel mirino - scrisse ancora Tobagi - ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere, forse e' una suggestione, il giornalista che come carattere e come immagine Š pi— vicino al povero Alessandrini. Se toccasse a me, la cosa che mi spiacerebbe di più é di non avere trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa''. Per la prima volta, venticinque anni dopo, Daniele Biacchessi - giornalista, scrittore, e' caposervizio di 'Radio24', l'emittente del 'Sole 24 Ore' - ricostruisce ora quell'omicidio, basandosi su atti processuali, sentenze del Tribunale di Milano e della Corte di Cassazione, una vasta bibliografia e testimonianze inedite. Nel libro Biacchessi racconta il dramma umano di un caso emblematico degli anni di piombo, restituendo anche il dramma storico e generazionale di quella stagione. Una storia - sostiene la casa editrice - fatta di giovani accecati dall'ideologia, di padri che non hanno saputo fare i padri, di uno Stato che ha celato troppe cose, e di una classe politica che ancora strumentalizza morti e tragedie.

 

ROBERTO FRANCESCHI. PROCESSO DI POLIZIA

LA STAMPA TUTTOLIBRI

REPUBBLICA

LIBERAZIONE

RINASCITA

 

Il Manifesto, agosto 2005, "La verità colpita a morte dietro alla schiena" di Mauro Trotta

Nel 1973 Roberto Franceschi aveva vent'anni. Studiava Economia politica all'Università Bocconi di Milano. La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un'assemblea del movimento studentesco alla Boccconi. Roberto Franceschi aveva firmato la richiesta per tenere quell'assemblea, che poi, in realtà, costituiva il proseguimento di una già iniziata qualche giorno prima. In quel periodo e in quella stessa università si erano tenuti vari incontri dello stesso tipo, tutti normalmente autorizzati e non c'era mai stato alcun incidente. In quell'occasione, però, l'allora rettore, Giordano Dell'Amore, ordinò che potessero accedere esclusivamente gli iscritti alla Bocconi e dispose un controllo dei tesserini all'ingresso dell'università. Non solo, chiese anche l'intervento della polizia. Così un reparto della celere si schierò fuori della Bocconi. Vietare la partecipazione ad operai e studenti di altre università significava, in pratica, impedire lo svolgimento dell'assemblea che, infatti, quella sera non si tenne. Intorno alle 22,30 gli studenti si allontanarono dall'università e, poco dopo, all'improvviso, un gruppetto di giovani attaccò la polizia, lanciando sassi e qualche bottiglia molotov.

L'azione fu rapidissima, ma mentre i manifestanti stavano scappando, confusi tra gli altri studenti, dalla schiera di poliziotti, comandati dal vicequestore Tommaso Paolella, vennero sparati dei colpi di pistola, almeno quindici. A terra rimasero, colpiti rispettivamente alla schiena e alla nuca, l'operaio Roberto Piacentini e Roberto Franceschi. Il primo si salverà, Roberto Franceschi morirà in ospedale qualche giorno dopo, il 30 gennaio.

Questo è soltanto l'inizio della vicenda narrata in Roberto Franceschi. Processo di polizia (Baldini Castoldi Dalai, pp. 273, € 14, 40). Il libro, curato da Daniele Biacchesi, infatti, oltre che degli avvenimenti di quella sera, si occupa, seguendoli con attenzione e competenza, dei vari processi susseguitisi dalla morte del giovane. Una ricostruzione puntuale, chiara e comprensibile degli innumerevoli processi penali che si concluderanno il 22 aprile 1985 con l'assoluzione di tutti i poliziotti imputati di omicidio preterintenzionale e lesioni e la condanna del vicebrigadiere Agatino Puglisi e del capitano Claudio Savarese per falso ideologico.

Si sa che la pistola che ha ucciso Roberto Franceschi è quella di un agente di polizia, Gianni Gallo, non si sa però chi l'abbia usata. Ci sono testimoni che, dalle finestre e dai balconi delle loro case, hanno visto e riconosciuto vari poliziotti che sparavano, prendendo la mira, contro i manifestanti, ma le loro testimonianze si scontrano contro il muro di gomma messo su dai vari esponenti della polizia. Così, tra imbarazzanti «non ricordo», «non so», tra bossoli ritrovati e poi spariti, va in scena ancora una volta quel medesimo copione che tante volte pezzi dello stato hanno utilizzato - dalla strage di piazza Fontana in poi - per evitare che emerga la verità.

Oltre alle deposizioni cambiate, ritrattate, spesso incredibili, colpiscono, per contrasto, da una parte le dichiarazioni del governo, nella persona dell'allora ministro dell'Interno Mariano Rumor, il quale non esitò ad affermare che «il comportamento degli agenti e dei responsabili delle "forze dell'ordine" è stato all'altezza del loro compito»; dall'altra la lettera che la madre di Roberto, Lydia Franceschi, indirizzò al ministero della Pubblica Istruzione per dimettersi dal suo lavoro di preside, dove, tra l'altro, scriveva: «Oggi dopo la sentenza della Corte d'assise d'appello che ha concluso un lungo e perverso iter giudiziario con l'assoluzione anche dell'ultimo imputato per non aver commesso il fatto, temo di dover aggiungere che la verità appartiene sì a tutti, ma non al nostro Stato democratico; a questo Stato in cui si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà e con menzogna per sconfiggere la giustizia. In questo Stato, signor Ministro, non sono più capace di tornare a scuola dai miei ragazzi e continuare a educarli alla dignità di cittadini».

Con la fine dei processi penali prendono il via le cause civili che si concluderanno, il 20 luglio del 1999 con il riconoscimento del risarcimento alla famiglia Franceschi, già disposto in alcune sentenze precedenti. Anche in questo caso il comportamento delle istituzioni è stato, a dir poco sconcertante e ha reso evidente la distanza che troppo spesso le separa dai cittadini: il 30 dicembre 1997 si è arrivato a chiedere, da parte dell'Avvocatura Distrettuale dello stato la restituzione della somma erogata. Tale somma, invece, è servita a costituire la Fondazione Roberto Franceschi che - come si afferma sul suo sito www.fondfranceschi.it - «esplica la propria attività nel campo delle ricerche sociali. Promuove pubblicazioni, incontri e dibattiti, istituisce premi di laurea» ed è alla base della pubblicazione di questo libro. Un libro che non si limita a rievocare un passato lontano, ma mostra in maniera abbagliante come sia difficile coniugare verità e giustizia. Un problema gravissimo che troppe volte, e con troppe morti, si è ripresentato nella storia recente del nostro paese. Come testimonia anche l'ultimo capitolo del volume, curato da Luca Boneschi e dedicato a un'altra incredibile vicenda di sangue: l'assassinio a Roma il 12 maggio 1977 di Giorgiana Masi, 19 anni. E come dimostra, ancora oggi, l'uccisione a Genova il 20 luglio 2001 di Carlo Giuliani, 23 anni.

Liberazione, "Da Roberto Franceschi a Carlo Giuliani" di Guido Caldiron

«La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un'assemblea del movimento studentesco presso l'Università Bocconi di Milano. Assemblee di questo tipo erano state fino ad allora autorizzate normalmente e non avevano mai dato adito a nessun incidente e, nel caso specifico, si trattava dell'aggiornamento di una assemblea già iniziata alcuni giorni prima; ma l'allora Rettore dell'Università quella sera ordinò che potessero accedere solo studenti della Bocconi con il libretto universitario di riconoscimento, escludendo lavoratori o studenti di altre scuole o università. Ciò significava vietare l'assemblea e il Rettore informò la polizia, che intervenne, con un reparto della celere, intenzionata a far rispettare il divieto con la forza. Ne nacque un breve scontro con gli studenti e i lavoratori e, mentre questi si allontanavano, poliziotti e funzionari spararono vari colpi d'arma da fuoco ad altezza d'uomo. Lo studente Roberto Franceschi fu raggiunto al capo, l'operaio Roberto Piacentini alla schiena. Entrambi caddero colpiti alle spalle».

Così il sito internet della Fondazione che porta il nome di Roberto Franceschi (www.fondfranceschi.it) racconta cosa accadde quella tragica sera di tanti anni fa a Milano. Piacentini si salvò, ma per Franceschi, che era uno dei leader del movimento alla Bocconi, non ci fu nulla da fare: i colpi che lo avevano raggiunto avevano leso gravemente organi vitali e il giovane morì in ospedale in seguito alle ferite solo pochi giorni dopo, il 30 di gennaio.

A oltre trent'anni da quella vicenda, unica come ogni tragedia che colpisce un essere umano ma allo stesso tempo terribilmente simile alle tante che hanno segnato la storia italiana di quel periodo, Daniele Biachessi torna sull'omicidio dello studente della Bocconi con un libro Roberto Franceschi. Processo di polizia, Baldini Castoldi Dalai editore (pp. 274, euro 14,40) basato sui documenti giudiziari, sulle memorie delle parti civili e sulle testimonianze dei familiari della vittima. Un libro che intende ricostruire le tappe dell'inchiesta che seguì i fatti della Bocconi, trasmettere ai più giovani un pezzo della memoria dei movimenti degli anni Settanta, ma anche, come scrisse Corrado Stajano già nel 1979 spiegando come «la storia del ragazzo Franceschi non conta solo per ieri, vale per oggi e per domani», ricordare come in Italia si possa ancora morire, basta pensare al luglio del 2001 a Genova e a Carlo Giuliani, per mano delle forze dell'ordine proprio come accadde a quello studente di sinistra dell'Università di Milano tanto tempo fa.

«La storia di Roberto Franceschi è davvero attuale, drammaticamente attuale», ci spiega infatti Daniele Biachessi, impegnato oggi a Milano nella presentazione del libro presso il Circolo della stampa insieme a Ferruccio de Bortoli, Pietro Folena, Laura Curino, GianMaria Flick e alla mamma di Roberto, Lydia Franceschi. «Parlo di attualità - aggiunge Biachessi - perché la dinamica della vicenda di cui Franceschi è stato vittima, si è prodotta e riprodotta nel corso della storia di questo paese fino ai giorni di Genova e fino a Carlo Giuliani». «La sera della morte di Franceschi la polizia sparerà numerosi colpi di pistola, se ne conteranno almeno quindici. E per quei fatti si arriverà perfino a processare l'allora vicequestore di Milano - sottolinea ancora il giornalista milanese - Ma ciò che viene accertato per quell'omicidio, così come è accaduto per tutte le vicende nelle quali lo Stato è coinvolto per l'operato delle forze dell'ordine, è la manomissione dei corpi di reato e il depistaggio. Come in tante altre vicende infatti, penso ad esempio alle stragi, emerge cioè con chiarezza come questo Stato non sia riuscito ad auto-riformarsi e non sia riuscito soprattutto a dire la verità ai suoi cittadini. Per questo il libro non si rivolge soprattutto a quanti allora c'erano e possono contare su dei ricordi personali, quanto piuttosto ai più giovani, come uno strumento in più per capire i meccanismi del potere».

Il filo che lega la vicenda di Carlo Giuliani a quella di Roberto Franceschi, e ai tanti morti nelle piazze per mano della polizia, risiede cioè soprattutto nel tentativo costante delle istituzioni di negare la verità?

Nei processi di primo grado, che vedevano imputati due agenti di nome Gallo e Puglisi e poi nel processo che vedeva imputato il vicequestore Tommaso Paolella, se non si fosse trattato della morte di un ragazzo, si sarebbe potuto pensare di assistere a una rappresentazione della Commedia dell'arte, tanti sono stati i "non so", "non ricordo", "io non c'ero", "non era affar mio" che si sono potuti ascoltare nelle aule dei tribunali. E rileggendo l'intervento del Ministro degli Interni dell'epoca, Mariano Rumor, mi è venuto in mente, quasi si trattasse di una fotocopia, quello pronunciato dal responsabile degli Interni Claudio Scajola subito dopo i fatti di Genova e la morte di Carlo Giuliani. E, allo stesso modo, potrei citare quanto disse Francesco Cossiga, Ministro degli Interni nel 1977, dopo la morte di Giorgiana Masi. Tutti e tre hanno cercato di difendere l'indifendibile o, al massimo, hanno provato a scaricare le responsabilità su singoli agenti - come è accaduto nel caso di Franceschi - quando l'intera catena di comando era in realtà coinvolta in modo pesante».

Il libro si apre con alcune pagine redatte dalla Fondazione Roberto Franceschi che mettono l'accento sui molti elementi che hanno contribuito a rendere oscure tante parti della storia italiana. Ci sono le responsabilità degli apparati dello Stato, ma anche la debolezza della magistratura e dei media. Anche questi temi attuali.

Questo libro racconta un pezzo di storia dimenticata del nostro paese, ma un pezzo di storia che condiziona ancora il presente, specie nel rapporto molto fragile tra Stato, istituzioni e cittadini. Penso che il punto più alto di quanto io ho raccolto e racconto nel libro, sia racchiuso nelle dichiarazioni e nelle testimonianze di Lydia Franceschi, una madre colpita nell'affetto più caro che cerca una verità, ma non una verità qualsiasi, che si accontenta se viene individuato un colpevole magari di comodo, ma che vuole arrivare alla verità vera. Nel suo non arrendersi, nel suo continuare a bussare alle porte di uno Stato sordo, c'è, una lezione morale, anche questa valida per tutti e per tutti i tempi. Basti pensare che al termine del processo che assolve per insufficienza di prove l'allora vicequestore di Milano, la madre di Roberto Franceschi, che era preside di una scuola milanese, si dimette da suo incarico perché con quell'atto il rapporto tra Stato, istituzioni e cittadini è venuto a mancare».

Ansa, 23 novembre 2004

Un libro per ricordare una storia che sembra lontanissima nel tempo, quella della morte di Roberto Franceschi. Nelle manifestazioni i ragazzi cantavano che ''era un compagno ed un combattente'' e che ''nel cuore e nel canto di chi lottera' il compagno Franceschi vivra'''. Sono passati 31 anni da quella sera del 23 gennaio quando a Milano, davanti all'Universita' Bocconi, venne ucciso lo studente Roberto Franceschi, 20 anni, e ferito l'operaio Roberto Piacentini. Trentun anni ma sembrano molti di piu' perche' nel frattempo il mondo e' cambiato. Eppure il ricordo di Franceschi e' ancora vivo ed ora la vicenda processuale, conclusasi dopo anni senza alcun colpevole, e' diventata un libro. ''Roberto Franceschi. Processo di polizia'' di Daniele Biacchessi, che ha alle spalle numerosi libri sul terrorismo, presentato questa sera al Circolo della stampa di Milano con l'intervento dell'ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli e di Pietro Folena, e' la storia dell'istruttoria e dei processi ai poliziotti accusati di avere sparato quella sera, senza pero' che si concludessero con l'individuazione dei responsabili dell'omicidio. Di quella tragica sera davanti alla Bocconi resta come ricordo un maglio che un gruppo di architetti milanesi fece arrivare da una fabbrica tedesca, sul quale e' stato inciso 'Roberto Franceschi, vittima della nuova Resistenza'. Una scelta estetica quella di trasformare un maglio in una stele per ricordare un ragazzo ucciso, che oggi sembra quasi incomprensibile e che segna proprio la lontananza rispetto a quegli anni. Il ricordo pero' non e' scemato e a Milano e' ancora attiva la Fondazione Franceschi, voluta dagli anziani genitori dello studente, che ogni anno assegna un premio. Alla presentazione del libro c'erano anche molti ex studenti che quella sera erano all'assemblea della Bocconi trasformatasi in tragedia. Tra questi, Sergio Cusani: ''Roberto - ricorda l'ex finanziere - faceva parte del mio collettivo. Ricordo bene quella sera. Lui indossava un maglione bianco di quelli a collo alto di lana grossa con le trecce. Ero vicino a lui, mi ricordo ancora gli spari, si sentivano le pallottole sibilare. Dicevano che erano stati sparati un paio di colpi, non e' vero, ne hanno sparati una quantita' enorme ed e' un miracolo se non c'e' stata una carneficina''. Sono passati tanti anni da quel 23 gennaio. I compagni di Franceschi hanno percorso strade diverse: ''Si' - dice Cusani - ognuno ha fatto la sua strada. Poi pero' alla fine siamo sempre ancora qui''.

 

VIE DI FUGA

AVVENIRE

Avvenire, "La brigata dei latitanti" di Roberto Beretta

Sono 163 i Cesare Battisti del mondo. Qualcuno sta in Francia, altri in America Latina. Certi hanno fatto fortuna, sono luminari della medicina oppure scrittori affermati, altri barcamenano il magro lunario come possono. Alcuni vivono con la targhetta d'ottone in evidenza sulla porta; altri continuano a nascondersi dietro un nome falso e un fermacarte di silenzio sul passato. Latitanti italiani all'appello: dalla «B» di Battisti, il leader dei Proletari armati per il comunismo (oggi giallista di successo) sulla cui estradizione si è recentemente discusso, alla «V» di Enrico Villimburgo, brigatista «irriducibile», condannato all'ergastolo nel processo Moro Ter. Sono appunto 163 i terroristi di sinistra tuttora ricercati nel mondo, sulla base di condanne definitive o almeno d'imputazioni espresse da un tribunale. Ne compila una lista il giornalista Daniele Biacchessi, che già si è occupato dei delitti D'Antona e Biagi e adesso firma Vie di fuga (Mursia, pp. 190, euro 12,50); volume che ha - tra gli altri - il pregio di esporre il problema senza preconcetti. C'è chi è fuggito in panfilo, chi con gli sci e chi con la barba finta in treno. Chi ha goduti di evidenti appoggi dei servizi segreti e chi ha ricominciato facendo l'imbianchino. Chi lotta per ottenere un'amnistia e tornare in Italia; chi invece s'accontenta di non imboccare almeno il vicolo buio d'un carcere. Furono 400 i terroristi che, tra il 1978 e il 1982, traversarono il confine verso la Mecca dei clandestini: la Francia, dove il presidente François Mitterrand aveva garantito - e mantenne la promessa, in barba ai vari trattati internazionali - che avrebbe firmato l'estradizione «solo a quanti si renderanno protagonisti di vicende legate al terrorismo, dimostrando così di non essere cambiati. In quel caso, ma solo in quel caso, li allontaneremo dalla Francia». Altri sono sparsi tra Nicaragua (il governo dei guerriglieri sandinisti spalancò le porte ai «colleghi» italiani), Argentina, Cuba, Libia, Angola, Algeria, isole di Oceania e Centramerica.
Storie a cavallo tra Puerto Escondido (il romanzo di Pino Cacucci, da cui il film di Gabriele Salvatores, ispirato appunto alle vicende di Battisti) e i libri di Daniel Pennac. Non è un caso - nota Biacchessi - che parecchi latitanti italiani abbiano preso dimora a Belleville, il sobborgo multietnico prediletto dallo scrittore transalpino: un quartiere puzzle di culture e profumi dove l'estraneità non è un difetto.
Ma c'è chi ha avuto decisamente successo, emergendo in specializzazioni raffinate: come l'ex di Potere Operaio Luigi Rosati - primo marito della postina delle Br Adriana Faranda, molti attentati all'attivo -, oggi etno-musicologo esperto d'Africa; o Gianfranco Pancino, condannato a 25 anni, ora ricercatore dell'Istituto Pasteur nei settori cruciali dell'Aids e del cancro: quando nel 1987 si prospettò la possibilità di un'estradizione per lui, persino dei premi Nobel si mobilitarono indignati. Professioni d'élite anche per Andrea Morelli (già fondatore dei Comitati Comunisti Rivoluzionari), dirigente informatico di una grande azienda, Roberta Cappelli ex brigatista e adesso architetto, Giambattista Marongiu (Potere Operaio) intellettuale e giornalista del quotidiano Libération. Achille Lollo - anche lui Potop, 18 anni per omicidio preterintenzionale - fa l'editore in Brasile. Il romano Guglielmo Guglielmi, già leader delle Unità Comuniste Combattenti, è medico di base a Managua. La stessa città dove Alessio Casimirri, che partecipò all’agguato di via Fani contro Moro e la sua scorta, tiene tre cerbiatti nel giardino della sua villa. Altri terroristi si sono dovuti accontentare di molto meno: lezioni di italiano «in nero», manovalanza da cantiere, correzione di bozze, piccola o grande malavita (Oscar Tagliaferri di Prima Linea organizzò un traffico di eroina dal Perù). Qualcuno è scomparso, come il brigatista genovese Gregorio Scarfò, segnalato di volta in volta tra Brasile e Canada, oppure Lorenzo Carpi, condannato all’ergastolo per l’omicidio del sindacalista Guido Rossa. Potrebbe essere morto il killer delle Br Livio Baistrocchi. Alcuni sono invece tossicodipendenti, alcolisti, afflitti da problemi psichici. «Solo pochi si possono considerare soddisfatti», testimonia Biacchessi pur senza pietismi. Sintomatica l’osservazione di un connazionale fuoriuscito: «Molti di noi hanno pensato di potersi salvare solo grazie alle proprie risorse personali, vale a dire titolo di studio, specializzazione, amici influenti. La nostra sconfitta si può leggere anche in questo: il trionfo dell’individualismo e la scomparsa di un punto di riferimento collettivo». Un barlume di comunità rimane nell’associazione «XXI secolo» – capeggiata da Oreste Scalzone (storico collega di Toni Negri in Autonomia operaia) – che reclama un’amnistia politica per gli ex terroristi. Perché quasi tutti i latitanti ammettono la sconfitta, sì; ma molti meno consentono al pentimento, a rinnegare il passato. Lo rivela la tendenza dei latitanti a giustificare sempre in maniera «alta» il loro operato: non siamo stati criminali – è il ritornello – ma esponenti di un’opposizione politica; abbiamo condotto una guerra civile e non della volgare delinquenza. Già: ma i morti reclamano giustizia; e anche moltissimi fra i vivi non sono disposti a interpretare le gesta del terrore come imprese di un’avanguardia sfortunata. «La nostra pena già l’abbiamo scontata: l’esilio», argomentano allora gli ex. «Ma almeno voi siete vivi», ribattono con ragioni non minori i parenti delle vittime degli anni di piombo. Si marcia dunque sul crinale: di qua il desiderio di chiudere una stagione che traviò migliaia di giovani promettenti, di là l’esigenza di non fondare il futuro della Repubblica sull’ennesimo embrassons-nous all’italiana. Da una parte la considerazione per tante persone che indubbiamente hanno tentato di rifarsi una vita; dall’altra la necessità di non deludere milioni di cittadini per i quali la distinzione tra bene e male è sempre stata un esercizio rigoroso e senza scorciatoie armate. Vent’anni fa hanno scavalcato il confine; adesso, per tornare indietro, ai latitanti serve almeno un passo in più.

 

CILE 11 SETTEMBRE 1973

http://www.retedigreen.com/cile.htm

DANIELE BIACCHESSI A CONTRORADIO FIRENZE

LA RIVISTERIA

 

L'ULTIMA BICICLETTA

http://www.retedigreen.com/ultimabicicletta.htm

IL SOLE 24 ORE.COM

IL GIORNALE

FESTA UNITA' MODENA 2003

FESTA UNITA' BOLOGNA 2003

 

Il Sole 24 Ore di Andrea Casalegno

"L'ultima bicicletta é un libro documentario di stretta attualità. Costruito attraverso un abile montaggio di materiali inediti non si limita a ricostruire l'uccisione di Marco Biagi ma traccia la mappa più aggiornata del lavoro di indagine volto ad individuare i suoi assassini. La ricerca di Biacchessi mostra in modo inoppugnabile la continuità tra vecchie e nuove Br"

Il Riformista

"Le idee di Marco Biagi rivivono in un documentato libro del giornalista Daniele Biacchessi"

La Repubblica

"Trascorso un anno dal tragico agguato molti fatti rimangono ancora di difficile comprensione, come la mancata conferma della scorta e l'improbabile suicidio del tecnico informatico Michele Landi. Il libro di Biacchessi copre quel vuoto".

La Padania

"Quali segreti dietro la fine dell'informatico trovato impiccato? Michele Landi aveva capito, qualcuno lo ha suicidato. L'ultima bicicletta svela tutti i particolari inenditi della vicenda e li mette in relazione all'agguato al professor Biagi".

TG2 Neon Libri

"Un libro che aiuta a capire e comprendere perché il passato può ancora ritornare e perché il terrorismo possa colpire gli obiettivi di sempre"

TG3

"Un libro scritto in punta di penna per capire e per non dimenticare"

 

Liberazione, Annibale Paloscia

«Un uomo e la sua bicicletta. E' l'immagine di quella fredda sera bolognese di marzo. Biagi è da solo…». Era davvero solo Marco Biagi, era minacciato, ma gli avevano tolto la scorta. Daniele Biacchessi, giornalista di "Radio 24" racconta in un libro, "L'ultima bicicletta", l'uccisione di quel professore di diritto del lavoro che lo Stato non seppe difendere. Marco Biagi, sceso alla stazione di Bologna, andò al parcheggio a prendere la bicicletta, la sua passione: era il 19 marzo 2002. Le Brigate rosse non hanno mai coperto sotto l'anonimato i loro delitti, li hanno sempre rivendicati con una produzione maniacale di comunicati, spesso li hanno perfino preannunciati. Come il delitto Biagi. Nessun uomo normale, se non ha un motivo preciso, legge volentieri i loro documenti funerei, fumosi, poveri di idee, ripetitivi in modo ossessivo. Biacchessi li studia, cerca di decifrarli, li interpreta, per darci un ritratto il più possibile attendibile delle motivazioni omicide delle Br, andando oltre la ricorrente, superficiale spiegazione che per scegliere la prossima vittima basta leggere i giornali e navigare in Internet. Il libro è molto documentato e questo ci dà modo di "leggere" il progetto eversivo delle Br nella sua continuità, scandita dai delitti Ruffilli, D'Antona, Biagi. La condanna a morte del senatore Ruffilli in qualche modo preannuncia quella di D'Antona e di Biagi. Il senatore democristiano non era un personaggio di bandiera, un dirigente di grande popolarità, ma le Br, in qualche modo, attraverso canali misteriosi, lo identificano come «uomo chiave», capace di «ricucire concretamente, attraverso forzature e mediazioni tutto l'arco delle forze politiche intorno al progetto (della Dc, ndr), compreso le opposizioni istituzionali». La citazione di queste frasi dai documenti Br è una felice intuizione investigativa di Biacchessi. Se non altro perché ci sollecita a porre un interrogativo. Se è vero che Ruffilli aveva quel ruolo, è altrettanto vero che ne era a conoscenza solo un gruppo limitato di politici e funzionari di partito. E' difficile immaginare che un gruppetto di terroristi, deciso ad assumere l'eredità delle Br, e per questo costretto a vivere nella clandestinità e a limitare le sue relazioni, abbia i mezzi per indagare in profondità sulla Dc, scoprire che c'è un "uomo chiave", che quell'uomo è proprio Ruffilli e che ammazzarlo è facile. Vero o no che Ruffilli avesse quel ruolo, per far sì che le Br potessero scoprirlo o semplicemente crederlo, c'era bisogno di un suggeritore: è un'ipotesi che ne presuppone un'altra ancora più inquietante: il progetto terroristico cammina sulle gambe delle Br, ma la testa che lo governa è quella del "suggeritore". Sono le stesse Br, nel comunicato sull'omicidio D'Antona, a richiamare la continuità con "l'azione contro Ruffilli". Il fine è lo stesso: impedire il progetto di riforma dello Stato. Anche D'Antona è identificato come un uomo chiave, "il responsabile dell'esecutivo nel patto di Natale". E' del tutto immaginario che D'Antona potesse condizionare la dialettica tra governo, partiti e forze sociali: anche qui dobbiamo ipotizzare che un "suggeritore" abbia assecondato il progetto terroristico enfatizzando il ruolo di D'Antona. Non c'è nessun mistero sul progetto delle Br, ma è buio fitto sugli intrighi del suggeritore. Nell'omicidio Biagi la situazione si ripete: il professore di Bologna era un autorevole giuslavorista, ma le decisioni sulla riforma della legislazione del lavoro erano al di là della sua portata. C'era uno scontro tra governo e forze sociali, rispetto al quale il suo ruolo era marginale. Il ministro dell'Interno dirà brutalmente, dopo il delitto, che era un «coglione». Le Br nella rivendicazione dicono che «l'azione riformatrice di Marco Biagi, esperto giuslavorista e delle relazioni industriali, rappresentante delle istanze e persino dei sogni della Confindustria, si è espressa nell'esecutivo Berlusconi…». Chi ha fatto credere ai terroristi che Biagi avesse un ruolo così decisivo? L'intrigo si svela attraverso elementi concreti. Le Br erano informate che gli era stata tolta la scorta, lui sapeva che l'assassino era fuori la porta di casa. Il libro di Bianchessi ci offre molte pagine di toccante umanità su Marco Biagi, ma il suo pregio è anche quello di fornirci una rigorosa documentazione da cui nascono interrogativi ai quali, finora, sono state date risposte approssimative.

 

La Gazzetta di Modena , 31 agosto 2003

Come la strage di Bologna, anche il delitto Biagi si poteva evitare. Lo ha detto Paolo Bolognesi, presidente dell’Unione nazionale familiari vittime delle stragi e del terrorismo, durante la presentazione del libro di Daniele Biacchessi ‘L’ultima bicicletta. Il delitto Biagi’ che alla festa de l’Unità ha affrontato l’argomento insieme allo stesso autore, al consigliere regionale della Quercia Massimo Mezzetti e all’attore Stefano Paiusco che ha letto alcuni toccati brani del libro. «Questo libro è importante - sottolinea Bolognesi - perché aiuta a far sì che il delitto Biagi non resti una cosa a sé. La negata scorta, le continue segnalazioni ai servizi segreti che i possibili obiettivi dei terroristi potevano essere consulenti del lavoro, dimostrano ancora una volta che in Italia la storia si ripete, anche questa una storia di segreti più che di misteri». E’ lo stesso Biacchessi a cercare di mettere ordine e in fila i nomi che hanno quasi fatto da comune denominatore a precedenti azioni terroristiche, a partire da Ezio Tarantelli fino al delitto D’Antona. «Tutte le figure colpite in questi ultimi anni - ricorda Biacchessi - non sono mai persone di primo piano, non vanno in tv, ma sono esperti fondamentali per il Governo e le Br uccidono proprio uomini che sono di cerniera tra Governo e parti sociali, colpendo il dialogo». La bicicletta, tanto amata da Marco Biagi, apre il libro con tutti i significati che rappresenta per un emiliano: la porta sempre, con le maniche corte o con il maglione, per andare in edicola o al lavoro e Biagi è un gran pedalatore, conosce a memoria tutte le scorciatoie di Bologna, le salite, le discese che potrebbe fare anche a occhi chiusi, come a occhi chiusi poteva fare il tragitto dalla facoltà di Economia di Modena alla stazione e da quella di Bologna a casa con la sua bicicletta nera, il portapacchi, la dinamo già inserita e di corsa tra i dedali del ghetto ebraico insieme alla sua borsa nera con dentro gran parte della sua vita per l’ultimo tragitto verso via Valdonica. «Il brigatista di oggi - continua Biacchessi - è il vicino della porta accanto, lavora, non fa politica, non va ai cortei. Uccidere Biagi nei giorni di accesa discussione dell’articolo 18 è stata una grande provocazione». Ricorda quei giorni di marzo anche il consigliere regionale Ds Mezzetti, la sera del delitto impegnato in una conferenza sulla pace. «Siamo rimasti esterrefatti - racconta. Quello che tutti abbiamo provato è stata una forte sensazione di fastidio, basti solo pensare che forse nei giorni precedenti qualcuno era a Modena per seguire Biagi. E ancora: questi individui erano anche modenesi o venivano tutti da fuori?». Ma il libro di Biacchessi pone altri inquietanti interrogativi negli ultimi tre capitoli: ‘la scorta negata’, ‘la storia si ripete’ e ‘la traccia informatica’. Proprio l’ultimo capitolo riapre il caso di Michele Landi, il perito informatico trovato morto, mentre forse era arrivato alla verità sul percorso della mail di rivendicazione: suicida o suicidato? “La storia si ripete”.(Fra. Zarz.)

OMBRE NERE

 

Repubblica, 28 giugno 2002, "Trent'anni di trame della destra", di Alessandro Bertante

La storia italiana degli ultimi trent' anni è stata nostro malgrado condizionata da trame eversive più o meno occulte, volte a mettere in discussione la legalità democratica e la sovranità nazionale. Dalla strage di piazza Fontana, passando per le bombe in piazza della Loggia, sul treno Italicus e alla stazione di Bologna, gruppi terroristici di estrema destra hanno seguito un disegno golpista contando sulla complicità dei servizi segreti italiani e di alcuni ambienti Nato. Questa sera alle 18 alla libreria Feltrinelli di piazza Piemonte, il giornalista Daniele Biacchessi presenterà il suo saggio Ombre nere (Mursia) che ricostruisce il percorso politico e militare dell' eversione di destra dalla fine degli anni Sessanta alla tentata strage nella sede del manifesto di due anni fa. Il libro prende spunto dalla sentenza del giudice Guido Salvini che dopo trent' anni, e un lungo lavoro di riesame di documenti e testimoni, ha finalmente messo la parola fine al processo per la strage di piazza Fontana, condannando Delfo Zorzi e i militanti di Ordine Nuovo come autori materiali dell' attentato. Biacchessi, con stile chiaro e scorrevole, descrive il diversificato mondo della destra eversiva, il suo radicamento sociale e i suoi legami con i partiti politici e i servizi segreti. Insieme all' autore parteciperanno all' incontro il deputato ds Walter Bielli e Manlio Milani, Presidente dell' Associazione famigliari vittime di piazza della Loggia. "Ombre nere" di Davide Biacchessi, ore 18 libreria Feltrinelli, piazza Piemonte 2, tel. 02-433541 -

Ansa, 24 maggio 2002

Sono lunghe e lastricate di sangue la strada e la storia dell' eversione nera in Italia e, almeno per quanto ha ritenuto la magistratura, segnata da episodi cruenti che hanno portato il Paese sul limite del baratro istituzionale, prima ancora che politico. Perche' taluni di quegli episodi (ma anche degli «altri», firmati dall' opposto ed estremo schieramento ideologico) hanno costretto a pensare che le regole della democrazia dovessero essere difese da misure che forse tradivano la motivazione stessa per le quali erano state adottate. Daniele Biacchessi, nel ricostruire la storia del terrorismo di destra in Italia, ricostruendo quattro vicende, la racchiude in due precisi momenti storici. Il primo e', ovviamente, la strage di piazza Fontana, il secondo, l' ultimo, e' la bomba che poteva fare una strage nella redazione romana del Manifesto e per la quale e' stato gia' condannato il neofascista Andrea Insabato.  In 'mezzo' la strage di piazza della Loggia, a Brescia  e la folle corsa nel terrore dei Nar. Chi ha tentato di ricostruire il cammino dell'  eversione in Italia e' stato sempre attraversato dalla certezza che la rozzezza delle tematiche alla base del fenomeno nascondesse regie di menti piu' raffinate, aduse piu' d' altre alla sottile arte dell' inganno. Peraltro se per arrivare ad un ennesimo - per l' accusa definitivo - pronunciamento di una Corte d' assise sulla strage di piazza Fontana s' e' dovuto attendere il giugno del 2001, se si da' per scontato che tutti i magistrati e gli inquirenti hanno fatto per intero il loro lavoro, c'e' quantomeno da sospettare che chi ha orchestrato la stagione degli attentati neri l' abbia fatto forte di coperture e connivenze ai livelli piu' alti. Certo, chi appena un anno fa e' stato condannato per la bomba alla Banca dell' agricoltura parla oggi di una sentenza politica. Ma appare un copione scontato, ancorche' comprensibile. Biacchessi, nel suo «Ombre nere», non solo racconta, ma ricostruisce, fornendo elementi di riflessione (grazie a documenti processuali presssoche' sconosciuti) , anche quando tratteggia la storia personale dei mille personaggi che nel terrorismo di destra hanno agito, oppure soltanto vi hanno svolto compiti da comprimari.

L'Indice, Francesco Cassata

Il racconto di Biacchessi, giornalista investigativo di Radio 24, utilizzando soprattutto fonti processuali, affronta le ultime inchieste sul terrorismo di destra in Italia: il processo di piazza Fontana, le istruttorie sulla strage di piazza della Loggia a Brescia, lo stragismo dei Nar, fino alla bomba al "manifesto" di Andrea Insabato. La narrazione ha il fascino e l'agilità del buon reportage, che alterna alla descrizione degli eventi la ricostruzione delle piste investigative e dei depistaggi, nonché il ritratto biografico degli attori più importanti. Senza la pretesa di fornire nuove interpretazioni storiografiche, l'autore sottolinea come le recenti dichiarazioni di Carlo Digilio, di Vincenzo Vinciguerra e di Antonio Labruna abbiano reso meno oscure le trame nere del terrorismo eversivo, evidenziando in particolare due elementi: il ruolo fondamentale della struttura di Ordine nuovo, con cellule a Milano, Venezia e Padova, da un lato, e, dall'altro, il rapporto decisivo con le basi americane situate nel Nord-Est d'Italia. Ne emerge un quadro di ampio respiro, che inserisce le strategie eversive degli anni sessanta e settanta all'interno di una cornice più estesa: il conflitto internazionale Usa-Urss, la "guerra non ortodossa" al comunismo e le connesse "operazioni sporche", presentate come operazioni difensive. Utile l'appendice conclusiva, con l'elenco dei siti Internet dedicati alla documentazione del terrorismo nero in Italia.

Liberazione, Saverio Ferrari

Ombre nere. Il terrorismo di destra da Piazza Fontana alla bomba al Manifesto (edizioni Mursia, 195 pagine, 14,30 euro) di Daniele Biacchessi, non è un saggio storico. Diviso in quattro capitoli, con intervista finale al giudice milanese Guido Salvini, si presenta al lettore come una ricostruzione a livello di cronaca delle ultime inchieste sulle stragi di Piazza Fontana e di Piazza della Loggia, oltre che della storia di alcune formazioni eversive della destra radicale in Italia. Strutturato in forma di racconto, si pone volutamente un intento divulgativo, fornendo circostanze, nomi, date e fatti per ciascuna vicenda. Si passa in successione dall'ultimo processo per le bombe del 12 dicembre 1969 a Milano, all'inchiesta ancora in corso per la strage di Brescia del 28 maggio 1974, per giungere alle "gesta" terroristiche dei Nuclei Armati Rivoluzionari, a cavallo fra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, e all'attentato al Manifesto del 22 dicembre 2000. Il filo che viene tirato corre in questo modo tra passato e presente, cogliendo figure e passaggi di una continuità spesso colpevolmente ignorata. Un lavoro di cronaca capace comunque di fornire un valido supporto anche per la ricerca storica. La strategia della tensione viene infatti qui ricondotta, sulla base dei fatti oggettivi, alla sua essenza reale. Non semplice concatenazione di attentati e stragi, con una storia a sé per ciascun episodio come se il terrorismo avesse avuto più padri e diversi ispiratori (e per questa via fosse in definitiva quasi intellegibile), ma organico progetto politico di attacco e scardinamento delle istituzioni democratiche da parte della destra. Da Terza Posizione a Forza Nuova Anche l'attentato al Manifesto non viene in definitiva interpretato come il gesto isolato di uno squilibrato. Daniele Biacchessi nel ripercorrere la biografia di Andrea Insabato, condannato a 12 anni per tentata strage nel febbraio scorso (con il rito abbreviato che ha potuto garantirgli la diminuzione di un terzo della pena), riannoda i capitoli più recenti della destra radicale italiana, da Terza Posizione a Forza Nuova, sottolineando la naturale evoluzione, la manifesta continuità fra queste due organizzazioni, contraddistinte dagli stessi riferimenti "teorici", i medesimi simboli, il comune modello organizzativo e i dirigenti di sempre. L' origine lontana di Forza Nuova è messa a fuoco in questo contesto, nell'evoluzione dei concetti evoliani dell' "azione eroica" e del "soldato politico", nell'idea di "rivoluzione di popolo" da proporsi attraverso l'attività delle "avanguardie" e la guida di una élite di uomini selezionati, fino all'articolazione in "Cuib", cellule di tre, quattro militanti, mutuata dall'esperienza della "Guardia di Ferro" di Corneliu Codreanu, setta ultracattolica e antisemita cresciuta negli anni ‘30 in Romania, da sempre presente nella mitologia della destra radicale europea. Il lato oscuro I dirigenti di Terza Posizione furono nei primi anni '80 perseguiti giudiziariamente per associazione sovversiva e banda armata, alcuni di loro anche condannati con sentenza definitiva, come Roberto Fiore, poi fondatore di Forza Nuova. I magistrati ricostruirono parallelamente al livello politico anche la struttura militare clandestina dell'organizzazione, destinata, fra l'altro, a reperire "mediante furti e rapine" armi e mezzi di autofinanziamento. Il rapporto tra Tp e i Nar fu tanto stretto quanto conflittuale. Da un lato l'accusa di Terza Posizione rivolta a Valerio Fioravanti per aver sottratto loro molti giovani militanti, dall'altro il giudizio sferzante dei Nar di "megalomania" ma anche di codardia dei "capetti" alla Roberto Fiore. La resa dei conti avverrà con l'assassinio da parte di un nucleo dei Nar, guidato da Valerio Fioravanti, di Francesco Mangiameli dirigente nazionale di Terza Posizione. Una storia che in realtà porta lontano, fin dentro al lato ancora oscuro della più efferata strage compiuta nel nostro paese dal neofascismo, quella del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna: 85 morti e più di 200 feriti. Scrivono i giudici nella sentenza della Corte di Cassazione del 23 novembre 1995: "…una sola ipotesi: Mangiameli è stato ucciso solo quando chi aveva eseguito quella strage ha avuto la materiale certezza che Mangiameli potesse rivelare ciò di cui era venuto a conoscenza". Una storia, in conclusione, quella destra radicale italiana, intessuta dal ricorso all'assassinio politico e alla strage di innocenti cittadini come metodo di lotta politica. Andrea Insabato, lungi dall'essere un "pazzo" isolato, ne è figlio legittimo. In una fase certamente di sviluppo in Europa e nel nostro paese di complesse società multietniche, indagare sul passato della destra più estrema non è un esercizio inutile. Le "ombre nere" che hanno gravato sulla storia degli ultimi 30 anni d'Italia, solo ora, processo dopo processo, forse si stanno in parte diradando. Ma da questo stesso passato giungono a noi i concetti razzisti di un tempo, lo stesso odio, la stessa esaltazione della violenza.

 

PUNTO CONDOR. USTICA, IL PROCESSO

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GENTE

 

IL DELITTO D'ANTONA

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REPUBBLICA

Ansa, 11 maggio 2000

A due anni dall'omicidio di Massimo D'Antona e a pochi giorni dall'operazione dei carabinieri che ha portato in prigione otto presunti 'nuovi brigatisti', arriva in libreria questa ricostruzione delle tappe dell'inchiesta sul delitto del 20 maggio 1999. Il giornalista Daniele Biacchessi mette a confronto i documenti recenti con quelli che rivendicarono l'omicidio Ruffilli, nel 1988, e scava ancora piu' indietro, fino all'alba degli anni di piombo, sulle motivazione ed il modus operandi delle Br di Curcio e Franceschini. Ripropone il dibattito politico, che l'omicidio D'Antona bruscamente chiuse, sull'indulto ed analizza il mazzetto di sigle, dai Nuclei comunisti combattenti ai Nuclei territoriali antimperialisti, considerati vicini alle Br-Pcc. Infine intervista il giudice Giancarlo Caselli sulla tecnica investigativa utilizzata nelle indagini sul sequestro Sossi, sul clima degli anni '70, sull'ipotesi che vi sia un filo conduttore che lega le Br di Curcio e Moretti a quelle che uccidono D'Antona. ''Se le nuove leve sono davvero quello che appaiono, allora c'e' una continuita' ideologica, certamente il riproporsi della tragica illusione che la violenza armata possa essere un modo della lotta politica, mentre ormai tutti dovrebbero aver capito che e' soltanto sangue e ferocia, rischio di involuzione e imbarbarimento politico -risponde Caselli-. Per quanto riguarda le modalita' operative, le nuove Br si presentano subito con un omicidio, senza atti precedenti che rappresentino una escalation di violenza. Non sembra esservi stata una 'campagna', posto che dopo D'Antona, per fortuna, le armi dei brigatisti tacciono a lungo e non si verificano fatti analoghi. Un conto, poi, -conclude il magistrato- era il clima per certi versi favorevole degli anni '70, ben diversa e' la situazione in cui si muovono oggi''.

Ansa, 17 maggio 2000

''Il nucleo che uccide Massimo D'Antona e' stato organizzato da qualche irriducibile dell'ultima stagione delle Br, soprattutto toscane.'' Giovanni Pellegrino, che ha guidato la Commissione d'inchiesta sulle stragi che si e' a lungo interessata dell'omicidio dello studioso torna sulla sua idea di un 'retroterra' toscano' nel sanguinoso episodio. Nel volume ''Il Delitto D'Antona. Indagine sulle nuove Brigate Rosse'', di DanieleBiacchessi (Edizioni Mursia), che sara' presentato oggi a San Macuto, il senatore traccia un quadro di questo 'retroterra' ricomposto su elementi diversi: ''Gente - spiega nel volume - nota per aver ucciso Roberto Ruffilli e Lando Conti. Riprende l'attivita' eversiva, la' dove era stata interrotta dalle operazioni di polizia e dagli arresti. Qualcuno che in semiliberta' ha preso contatti con personaggi non scalfiti dalle indagini o piu' probabilmente quelli individuati ma non catturati e che oggi sono latitanti''. Il contesto storico in cui Pellegrino collocai 'fili' toscani delle Br risalgono fino al caso Moro. A riscontro cita una riflessione che nasceda una audizione, quella del sostituto Procuratore Antimafia Chelazzi, nel 1978 tra i magistrati impegnati a Firenze sulle indagini riguardanti le Br. ''Chelazzi - spiega nel libro Pellegrino - ci ha fatto capire quale era la casa in cui si riuniva il comitato esecutivo delleBr, e chi ne era il proprietario. Lo aveva scoperto da anni, senza rendersi conto del rilievo che la sua scoperta poteva avere nel caso Moro. Da un'indagine giudiziaria fiorentina, mai utilizzata all'interno dei vari processi Moro celebrati a Roma, abbiamo finalmente accertato che, durante i 55 giorni, il comitato toscano delle Br, composto tutto da irregolari, aveva a disposizione un unico covo, che si trovava in una zona di Firenze, corrispondente alla descrizione di Moretti nel libro intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda. Si tratta della casa di un architetto, Gianpaolo Barbi, membro del comitato toscano delle Br. Un appartamento che era proprio sul percorso dell'autobus su cui Lauro Azzolini aveva smarrito il borsello che porta a via Monte Nevoso, a Milano ( il covo Br in cui vengono trovate nell'ottobre '78 le carte di Moro,Ndr). A quel punto abbiamo capito perche' Azzolini negasse le riunioni di Firenze durante il sequestro: per coprire la partecipazione d'irregolari del comitato toscano nella gestione del rapimento Moro. Ma l'altra cosa che Chelazzi ci ha fatto notare e' che del comitatofaceva parte anche Giovanni Senzani, sin dal 1977. Ecco cosi' emergere tutto uno spezzone delle Br, coinvolto nel caso Moro, ma rimasto completamente ignorato dalle indagini giudiziarie romane.''Nel volume, che analizza la vicenda D'Antona, le inchieste, la nascita delle Br-Pcc, sigla che ha rivendicato l'omicidio, e il dipanarsi nel tempo delle molte sigle che si sono ispirate a quella ''eredita''', si citano diverse analisi sul perche' e come sia ripreso in Italia il terrorismo che uccide. Tra le altre il giudizio di Roberto Sandalo, il primo pentito di Prima linea: ''Il cosiddetto cervello e' nuovo. Chi ha guidato l'azione e' un vecchio. Chi ha sparato e' alle prime armi. Non conosce le tecniche''.

 

10,25 CRONACA DI UNA STRAGE

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Repubblica, 5 agosto 2000

La tragedia e il dolore della strage della stazione del 2 agosto 1980 rivivono ancora per oggi attraverso la mostra fotografica allestita al Centro Commerciale Vialarga (via Larga, Quartiere San Vitale), promossa dal Centro e dal quartiere San Vitale, per le celebrazioni del ventesimo anniversario del sanguinario attentato. Una cinquantina di scatti ripropongono le visioni e le azioni che seguirono l'esplosione registrate dai fotografi ad arrivare sul luogo, tra i quali Marco Vaccari, il curatore dell'esposizione. Il cumulo impressionante delle macerie che ricoprirono gli 85 morti e i 200 feriti, i soccorritori medici, militari, vigili del fuoco ma anche semplici cittadini e gli autisti dell'Atc che misero a disposizione i loro autobus, trasformati in autoambulanze o carri funebri. Accanto alle immagini ci sono testi tratti da due libri, pubblicati recentemente: "Bologna 1980. Vent'anni per la verità" di Fedora Raugei, sull'iter processuale del caso, e "10.25, cronaca di una strage" di Daniele Biacchessi, che raccoglie dolori e peripezie dei familiari delle vittime, un calvario alla ricerca di conforto e di giustizia. E parole dei familiari, talvolta vergate con mano incerta su biglietti: «Miei figli carissimi, Domenico, Angelino, Luca e Antonella, il ricordo di voi sarà sempre vivo nei nostri cuori mamma e babbo». La mostra è dedicata ai fotografi Ezio Orsi e Gianni Ottolini (che in passato si sono prodigati per la diffusione delle immagini della strage), ai soccorritori, ai medici e infermieri degli ospedali bolognesi che operarono senza riposo e che rientrarono volontariamente dalle ferie. La mostra si può visitare oggi dalle 9 alle 21.

 

Ansa, 15 giugno 2000

''Mentre la Mambro viene chiamata dalla Rai a fare da testimonial per la festa dell' 8 marzo noi aspettiamo ancora l' abolizione del segreto di Stato''. Lo ha detto oggi Paolo Bolognesi, presidente dell' Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna del 2 agosto 1980, in occasione della presentazione a Milano del libro ''10.25, cronaca di una strage'' scritto dal giornalista Daniele Biacchessi ''per sostenere la causa contro il segreto di Stato e per ricordare le vittime invisibili delle stragi''. ''Molti libri vengono raccontati dalla parte dei carnefici, per capire e spiegare cos' h successo, ma a me - ha spiegato l'autore - non interessa sapere se e' stato Fioravanti a mettere la bomba alla stazione di Bologna, voglio capire come e' avvenuto il passaggio delle vittime alla consapevolezza o alla rassegnazione''. All' incontro erano presenti anche Luigi Passera, presidente dell' associazione delle vittime di Piazza Fontana e Federico Silicato, avvocato di parte civile nel processo per la strage alla Banca Nazionale dell' Agricoltura, che ha tracciato un quadro dei collegamenti tra le grandi stragi che hanno insanguinato l' Italia tra il '69 e l' 80. ''L' estrema destra eversiva veneta - ha affermato - ha lavorato per 15 anni al servizio di una strategia eterodiretta, sicuramente non nata all' interno dello stesso gruppo, ma coordinata da istituzioni dello Stato''.

Ansa, 5 ottobre 2000

''La classe politica italiana non ha un reale interesse all'accertamento della verita' sulle stragi'' in quanto ciascuna forza politica punta ''ad una verita' che giovi al proprio interesse''. Lo ha detto il presidente della commissione stragi Giovanni Pellegrino nel corso della presentazione del libro del giornalista DanieleBiacchessi sulla strage alla stazione di Bologna. Pellegrino, nel ripercorrere le difficolta' incontrate dalla commissione da lui presieduta in questi anni, si e' detto amareggiato e ha parlato di ''un popolo italiano che non ha coscienza nazionale e che discute del proprio futuro come se non avesse un passato alle spalle''. Sulle stragi - ha aggiunto - ''ci si augura che, attraverso l'attivita' di indagine, venga fuori un risultato finale che giovi al proprio interesse politico''. Fatti di vent'anni fa come la strage di Bologna - ha sottolineato Pellegrino - ''sono vissuti come se fossero parte dell'attualita' politica'', e altrettanto e' vero per il caso Ustica sul quale ''siamo riusciti a far diventare la bomba di destra e il missile di sinistra''. Nel definire tutto cio' sintomo ''di un elevato grado di stupidita''', Pellegrino ritiene che vi debba essere ''uno scatto di umilta' intellettuale che porti alla rinuncia di a priori''. E proprio parlando del rapporto tra verita' e giustizia, Pellegrino si e' chiesto se ''dopo tanti anni sia davvero possibile fare giustizia'' e se ''sia vera giustizia quella che viene dopo cosi' tanto tempo''. A concordare con Pellegrino sullo scarto che vi e' tra verita' giudiziaria e verita' storica e' stato poi il presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, Franco Frattini: ''Alle vittime la giustizia viene data sia dai giudici che da un importante contributo di ricostruzione della verita' storica''.

 

L'AMBIENTE NEGATO

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L'indice, n.10 1999, Mario Tozzi

Diecimila chilometri attraverso l'Italia del dissesto e dello scempio ambientale e paesistico non sono solo un viaggio, sono soprattutto un angolo visuale, anzi, l'insieme di diversi punti di vista, accomunati da un unico comune denominatore, la volontà precisa di testimoniare sistematicamente allo scopo di non dimenticare. Frana del Vajont, alluvione del Piemonte, colate di fango di Sarno e terremoto dell'Umbria e delle Marche sono le tappe più radicate nel dissesto idrogeologico del Belpaese. Ovviamente da qui partono i mali recenti che hanno condotto all'incapacità di prevenire prima e allo spreco negli interventi successivi poi. Porto Marghera, la discarica di Pitelli, le ecomafie sono invece altrettanti paradigmi di come in questo paese l'impostazione dei problemi ambientali sia sempre stata demandata ai codici di uno sviluppo ormai insostenibile. Neppure le tradizionali forze sane del paese - i lavoratori e le loro organizzazioni - sono state capaci di uscire dalla logica ricattatoria di chi offriva un posto di lavoro in cambio di uno scempio ambientale o di un cancro. E dispiace vedere come ancora oggi sia ritenuta una bestemmia quella di chi vuole chiusi, e per sempre, i maledetti petrolchimici o le tante Acne: purtroppo non c'è riconversione per quelle polpette avvelenate gettate un po' qui e un po' lì come capita in un territorio che non ha, per vocazione e formazione, alcuna capacità di sostenere un pesante e suicida sviluppo industriale. Attraverso la testimonianza e la denuncia di libri come questo (e di altri, quali il vero gioiello Diritto all'ambiente del pretore Maurizio Santoloci, Edizioni Ambiente - Wwf, 1997, che ci insegna come fare, in pratica, per mettersi di traverso rispetto agli ecocriminali) possiamo cercare di fare in modo che ci venga restituito quell'ambiente che non vogliamo più negato.

 

La nuova Sardegna , 22 marzo 1999, di Emanuele Giordana

 

«La monnezza è oro». E' una frase famosa, pronunciata da un personaggio passato alle cronache, giudiziarie e non, per averla apoditticamente lasciata cadere sul tavolo del sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia di Napoli. Il magistrato era Lucio di Pietro e il personaggio Nunzio Perrella: con quella locuzione Perrella spiegava come la mafia si sia impossessata di un nuovo tesoro, di un business miliardario che riposa sulla cattiva coscienza del Belpaese: l'affare dello smaltimento dei rifiuti tossico-nocivi. La monnezza, appunto. Novanta pagine per percorrere diecimila chilometri e andare a sollevare la polvere che si è depositata sulla memoria ambientale del nostro paese. E' un po' questo il senso de «L'ambiente negato» il libro di Daniele Biacchessi. Un libro che l'autore ha scritto dopo aver ripercorso all'indietro le inchieste che ha condotto in questi anni per conto delle emittenti «Radio Popolare», «Radio Regione» e, adesso, per il circuito radiofonico nazionale di «Italia Radio». Sull'Icmesa aveva già lavorato in un libro denuncia che nel `95 faceva le pulci ai numeri dell'industria di Seveso, responsabile di uno dei maggiori drammi ecologico-sanitari del nostro paese. Ma dopo quella denuncia, Biacchessi è andato avanti. E' tornato a Pitelli, dove forse si trovano ancora i fusti dell'Icmesa. Ed è tornato sui luoghi del delitto a Porto Marghera, nel Vajont, a Sarno e a La Spezia, in Lombardia e in Campania, nel Veneto o in Puglia. «Il mio non è esattamente un libro inchiesta dice Biacchessi ma un viaggio nella memoria: per non dimenticare. Non solo: vuol essere di sprone a un giornalismo che ormai si fa sempre di più al tavolino, al "desk", riscrivendo notizie anziché andandole a cercare. Se invece i giornalisti si muovono, le notizie le trovano. Perché sono lì, ad aspettare che qulcuno le tiri fuori dall'oblìo». Le notizie sono sempre notizie di reato. Ci sono le indampienze, le furberie, i raggiri quotidiani di normative e leggi e, soprattutto, l'immenso business delle ecomafie. «Un affare _ dice Biacchessi _ che fa impallidire la droga o la prostituzione. Anche perché è un lavoretto "pulito", in cui tutti hanno interesse a stare zitti». Il libro di Biacchessi ripercorre le storie, le inchieste, il lavoro spesso oscuro di molti magistrati: i Franz, i Di Pietro che scavano (tra le carte e tra la terra) sulle rovine di un dissesto che non è solo idro geologico ma, soprattutto, umano. Perché c'è l'uomo al centro dell'ambiente: a usufruirne, prima di tutto, ma anche a rapinarlo. E perché si possa continuare ad usufruire è necessario fare luce e non dimenticare chi lo ha rapinato. La prefazione di Edo Ronchi fissa il punto: «Un racconto di fatti _ dice il ministro _ che fissano nella memoria notizie che, dopo le apparizioni nella cronaca, si rischia di dimenticare. Storie di ambiente e persone, di luoghi e di eventi che richiamano il filo verde della necessità di un salto di qualità nella consapevolezza ambientale in questo nostro paese».

 

IL GRANDE ATLANTE DEL SUCCESSO (SPETTACOLO)

Repubblica, 4 ottobre 1998

A teatro con Licio Gelli. Si fa per dire, date le note vicende di cronaca. Ma nello spettacolo che domani Gianni Ippoliti presenterà al Teatro Colosseo, serata unica, ingresso gratuito fino a esaurimento dei posti, Gelli sarà presente con un filmato girato prima della latitanza e del quale l' attore non vuole rivelare in anticipo il contenuto. "Perché è la chiave dello spettacolo", spiega Ippoliti, aggiungendo però qualche dettaglio: "Il testo, che ho scritto insieme al giornalista di Italia Radio Daniele Biacchessi, è una sorta di parallelo fra gli scritti di Gelli e vari momenti della sua vita, soprattutto quelli legati alla P2". Il libro che ha dato più spunti al testo teatrale è forse quello nel quale Gelli spiega come arrivare al successo, e lo fa in termini minuziosi. Trecento pagine all' interno delle quali trova posto persino un "vademecum" delle giornate, che asssegna il tempo giusto a ogni minima attività, compresi gli imprevisti (trenta minuti al più). "Il grande atlante del successo - la vita e le opere di Licio Gelli dalla A alla P" è interpretato, oltre che dallo stesso Ippoliti e da Biacchessi, dalle attrici Lucia Della Valle e Fulvia Lorenzetti.

 

IL CASO SOFRI

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Repubblica, 18 marzo 1998, di Fabrizio Ravelli

Oggi i giudici della Corte d' Appello decidono se il processo Calabresi è da rifare. Adriano Sofri, Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani, che hanno fatto istanza di revisione, sapranno se i nuovi elementi di prova sono stati ritenuti sufficienti. La vigilia della decisione è stata attraversata da voci e indiscrezioni che propendono per il rifiuto. Tanto da far sì che i giudici, con una mossa insolita, smentissero in un comunicato di aver già concordato il verdetto: "Il collegio della quinta sezione penale della Corte d' Apello di Milano precisa che nessun provvedimento è stato a tutt' oggi adottato da questa Corte". Segue firma dei tre magistrati: Giorgio Riccardi, Niccolò Franciosi e Giovanni Budano. In caso di rigetto, i tre imputati potranno ricorrere in Cassazione. "Sono sereno - ha detto l' avvocato Alessandro Gamberini, autore del ricorso - Mi attendo che i giudici si mostrino indipendenti. Relativamente a tutte le voci di questi giorni, che considero prive di fondamento, io sono sereno e ottimista. Anche se il mio è un ottimismo dovuto, di maniera. Un ottimismo fondato sulle molte ragioni che dimostrano come la sentenza di condanna faccia acqua da tutte le parti, e sia una pagina da cancellare con un nuovo processo". Ma cosa faranno Sofri, Bompressi e Pietrostefani in caso di rifiuto, a parte il ricorso in Cassazione? Gamberini dice: "Sono sereni, attendono la decisione con trepidazione ma anche con serenità. Cosa accadrà dal punto di vista delle loro reazioni, io non lo so. Sono stato in contatto costante con loro, e posso dire che attendono un giudizio di ammissibilità, come è giusto che sia". Gamberini ha partecipato ieri alla presentazione del libro Il caso Sofri di Daniele Biacchessi, insiema con Marco Boato, Franco Corleone, Marco Taradash, Lisa Foa, Andrea Purgatori. "Il processo Sofri - ha detto Boato - doveva essere chiuso nel ' 92, e solo un artifizio legale di un giudice a latere, che ha scritto una motivazione suicida, ha permesso alla Cassazione di riaprire il processo dopo l' assoluzione di tutti gli imputati". Per Corleone, sottosegretario alla Giustizia, "rifare il processo sembra necessario": "Non voglio dire nulla che faccia sospettare che i giudici non decidano in piena autonomia. Domani può essere una giornata importante perché la vicenda si è arricchita di episodi che non possono rimanere insoluti". Ieri Le Monde ha pubblicato in prima pagina un lungo articolo di Umberto Eco, intitolato "Bisogna rivedere il processo Sofri in nome del buonsenso", già comparso in Italia su Micromega. "Ammettendo che Sofri sia colpevole - scrive Eco - le ragioni che hanno indotto a dichiararlo colpevole sono cattive. E questo dovrebbe preoccupare tutti, compresi i sostenitori della colpevolezza di Sofri". Le 200 pagine dell' istanza presentata dall' avvocato Gamberini contengono numerosi elementi nuovi, rispetto ai processi precedenti. Il racconto di Luciano Gnappi, uno dei testimoni oculari dell' omicidio, la testimonianza di un vigile urbano che vide Bompressi a Massa, due ore dopo l' assassinio, una perizia balistica sui proiettili. Ci sono poi rivalutazioni di testimonianze non prese in considerazione. La Corte d' Appello non deve entrare nel dettaglio, ma solo valutare se i nuovi elementi possano ragionevolmente far prevedere che si arrivi a un giudizio di contraddittorietà o insufficienza delle prove di colpevolezza.

 

Ansa, 17 marzo 1998

''Il caso Sofri'' e' un libro che oltre a raccontare la vicenda processuale fa emergere, ''attraverso la cronaca di un' inchiesta'' - l' omicidio del commissario Luigi Calabresi - ''tutto quello che non e' stato fatto per la verita''' e tutte le ''piste non seguite''. Ad un giorno dalla decisione di riaprire o meno il processo - e' atteso per domani il pronunciamento della quinta Corte d' Appello di Milano sulla richiesta di Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bombressi - la presentazione del libro ''Il caso Sofri'', di Daniele Biacchessi (Editori Riuniti), si e' trasformata in un dibattito tra protagonisti tutti concordi nel ritenere necessaria la revisione del processo. Per Marco Boato, relatore della Commissione giustizia della Bicamerale, all' epoca segretario di Lotta Continua di Trento, il ''processo a Sofri doveva essere chiuso nel '92'' e ''solo un artifizio legale di un giudice a latere che ha scritto una 'motivazione suicida' ha permesso alla Corte di Cassazione di riaprire il processo''. Ora ''spero - ha detto Boato - che la Corte d' Appello decida non tanto sulla fondatezza di elementi di prova ma sull' ammissibilita'''. Alessandro Gamberini, il legale di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, che ha redatto la memoria per la richiesta di revisione del processo, si e' detto ''ottimista'' e attende ''serenamente la decisione'' perche' convinto che ''il processo fa acqua da tutte le parti''. Per Marco Taradash, parlamentare di Forza Italia, la revisione del processo si deve fare perche' ''e' inaccettabile'' che ''il presentarsi di un pentito faccia iniziare una storia giudiziaria diversa''. Inoltre ''non puo' succedere'' che possa essere ''annullata la sentenza di una Giuria popolare da un giudice togato''. Per il sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone il libro racconta ''di una questione irrisolta: il caso Sofri, su cui c'e' stato, da parte dei carabinieri, un accanimento per arrivare alla soluzione'' ed ''e' stimolante'' perche' dimostra che ''in tutto il lavoro fatto manca la scoperta del colpevole''. Un appello ''a non dimenticare i molti casi irrisolti'' e' poi venuto da Lisa Foa dell' Associazione ''Liberi liberi'' vicina ai tre detenuti.

 

Ansa, 17 marzo 1998

'Rifare il processo sembra necessario'' perche' ''con il nuovo rito si puo' arrivare a determinare quello che e' successo''. Questo e' quanto ha affermato oggi il sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone alla vigilia della decisione della quinta Corte d'Appello di Milano a proposito dell'ammissibilita' della richiesta di revisione del processo per l'uccisione del commissario Luigi Calabresi presentata da Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi.''Non voglio dire nulla - ha aggiunto Corleone intervenendo alla presentazione del libro ''Il caso Sofri'' del giornalista DanieleBiacchessi – che faccia sospettare che domani i magistrati non decidano in piena autonomia. Ho fiducia che la loro piena autonomia verra' esercitata'' ma non v'e' dubbio che si tratta di ''un caso esemplare''.''Domani - ha detto inoltre - puo' essere una giornata importante perche' c'e' bisogno di dipanare una vicenda che'' nelle diverse fasi ''si e' arricchita di episodi che non possono rimanere insoluti''.

 

FAUSTO E IAIO

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PREALPINA

LIBERAZIONE

Liberazione, Michele Gambino

Faceva freddo a Milano il 18 marzo 1978, e il centro era intasato di auto della polizia e dei carabinieri: lampeggianti accesi, posti di blocco, mitra spianati. Due giorni prima a Roma era stato rapito Aldo Moro, e la macchina dello Stato sembrava impegnato in una buffa parodia di efficienza e "pronta risposta alla sfida brigatista", come promesso dal ministro dell'Interno Francesco Cossiga. Ma non c'erano sirene e poliziotti al Casoretto, quartiere di periferia. Solo persiane sbarrate a tener fuori lo smog e televisori accesi, in attesa del tg delle 20.
A quell'ora Fausto Tinelli e Iaio Iannucci camminano lungo via Mancinelli, stretti nei paltò. Chiacchierano, e il freddo forma nuvolette di vapore davanti alle loro bocche. Hanno trascorso un pomeriggio tranquillo: Lorenzo in piazza Duomo insieme alla sua ragazza, Fausto al Parco Lambro con gli amici. Mezz'ora prima si sono incontrati alla "Crota Piemunteisa", un bar-trattoria di fronte al centro sociale Leoncavallo, e ora si dirigono verso casa di Fausto, in via Montenevoso 9, per l'appuntamento del sabato col risotto di mamma Danila. L'edicolante all'angolo tra via Casoretto e via Mancinelli li vede fermarsi davanti alle edizioni straordinarie dei giornali, a commentare i titoli sul sequestro Moro. Sono ragazzi come oggi ce ne sono sempre meno, Fausto e Iaio: attenti al mondo intorno a loro, impegnati nel quartiere. Negli ultimi mesi hanno lavorato ad un dossier sullo spaccio di droga al Casoretto.
All'altezza dell'Anderson School di via Mancinelli ci sono tre persone infagottate in trench bianchi. Una signora, Marisa Biffi, vede Fausto e Iaio fermi alla loro altezza. Ecco il suo racconto, tratto dal libro Fausto e Iaio, di Daniele Biacchessi, uno dei tanti giornalisti che hanno tentato di ricostruire il delitto: "Tre ragazzi sono in piedi sul marciapiede, a 5-6 metri da me. Contemporaneamente un altro giovane è leggermente piegato e si comprime lo stomaco con entrambe le mani. Odo tre colpi attutiti che lì per lì sembrano petardi. I tre giovani sul marciapiede scappano velocemente mentre quello che è piegato su se stesso cade a terra. Mi avvicino al giovane caduto... Subito oltre il suo corpo, a un paio di metri, il corpo di questo ragazzo che prima non avevo visto né in piedi né a terra. Nessuno dei due ragazzi pronuncia un parola... Altrettanto fanno gli assassini che fuggono nel silenzio, avviandosi verso via Leoncavallo. Noto che il giovane con l'impermeabile ha un sacchetto che sembra di cellophane bianco in mano".
Dalla testimonianza si deduce che gli assassini sono professionisti: agiscono rapidamente, non dicono un parola, raccolgono i bossoli nel sacchetto di plastica che la signora Biffi ha visto nelle mani di uno dei killer. A sparare otto o nove volte è stata una Beretta 80 calibro 7,65, arma leggera e agile, ideale per colpire da vicino. Prima è caduto Fausto, colpito all'addome, al torace, al braccio destro e ai lombi. Poi è toccato a Lorenzo: torace, ascella destra, inguine, fianco destro.
Dopo l'omicidio, il gruppetto di tre sparisce nel nulla. L'indomani un funzionario della Questura parla con i cronisti: "E' chiaro, si tratta di una faida tra gruppi della nuova sinistra, o inerente al traffico di stupefacenti". La scientifica fa circolare la voce che l'assassino abbia sparato con una pistola calibro 32. "E' un'ipotesi tirata per i capelli, come del resto quasi tutte quelle formulate - scrive L'Unità -. C'è almeno un elemento certo nelle indagini sulla barbara uccisione di Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli. I killer per uccidere hanno usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica".
L'articolo è firmato da Mauro Brutto. Non ancora trentenne, Brutto è il prototipo di una specie oggi in estinzione, il cronista di nera. La Milano di quegli anni, splendidamente raccontata da Scerbanenco, gli offre mille spunti di lavoro. Ma Brutto è anche un uomo di sinistra, e nella morte di Fausto e Iaio vede chiaramente la mano della destra milanese. Ne parla mesi dopo il delitto con Danila, la mamma di Fausto: "Mauro venne a casa mia - ha raccontato la donna - si stava occupando del connubio tra trafficanti di eroina, fascisti milanesi e romani, apparati dello Stato; mi disse che la verità su Fausto e Iaio non era chiara".
Per mesi Mauro Brutto raccoglie elementi sul delitto di Via Mancinelli. In novembre qualcuno gli spara tre colpi di pistola senza colpirlo. Pochi giorni dopo il giornalista mostra una parte del suo lavoro ad un colonnello dei carabinieri. Il 25 novembre, dopo cena, Brutto ha appuntamento con una sua fonte. Lo vedono entrare in un bar di via Murat, comprare due pacchi di Gauloise, uscire, attraversare la strada. A metà della carreggiata si ferma per far passare una 127 rossa. In senso inverso arriva una Simca 1100 bianca, lo investe e scappa.
"La Simca sembrava puntare sul pedone", dirà nel corso della rapida inchiesta l'uomo a bordo dell'altra auto, la 127. Sparisce il borsello di Brutto, pieno di carte, forse trascinato dalle auto in corsa. Lo ritrovano qualche ora dopo in una via vicina, vuoto.
Ci sono elementi sufficienti per fare ipotesi, ma non per evitare che la morte di quel bravo cronista sia archiviata come incidente, mentre prosegue l'inchiesta su Fausto e Iaio. Dopo il delitto sono arrivate alcune rivendicazioni di ambienti di estrema destra. La più credibile appartiene all'Esercito nazionale rivoluzionario - brigata combattente Franco Anselmi. Anselmi era un neofascista romano, morto dodici giorni prima dell'omicidio di Fausto e Iaio, mentre tentava di rapinare un'armeria della capitale. Tra i camerati del gruppo di Anselmi c'è Massimo Carminati, il guascone senza paura che svolge i lavori sporchi per conto della banda della Magliana, la più potente organizzazione criminale romana, e ha rapporti con i servizi deviati. Tra le molte cose, Carminati è stato accusato di aver ucciso Carmine Pecorelli ed ha lavorato con due ufficiali del Sismi a un tentativo di depistaggio dell'inchiesta sulla strage di Bologna...
Dopo anni d'indagine, Carminati sarà prosciolto per l'omicidio di Fausto e Iaio insieme ai camerati Claudio Bracci e Mario Corsi. Nei loro confronti ci sono alcuni indizi e le dichiarazioni dei pentiti, ma niente che si tramuti in prove certe. Del gruppo, oggi il più famoso è Corsi. Lo chiamano Marione, ed è il conduttore di una popolare trasmissione calcistica sulla Roma, in onda su "Radio Incontro". Cliccando sul suo sito internet ci si trova davanti ad un volto aperto e sorridente che incornicia due occhi gelidi. Ma è davvero un esercizio inutile, a distanza di tanti anni, cercare di rintracciare su quel viso i segni dell'uomo che Mario Corsi è stato, e di quello che ha fatto o non ha fatto.
Resta invece una domanda: perché Fausto e Iaio? Due ragazzi come tanti, di sinistra ma senza strette appartenenze. Più politicamente in vista di loro, a Milano, vi sono migliaia di persone. Si è parlato molto del dossier sulla droga cui i due ragazzi avevano collaborato, ma quel lavoro, una rigorosa analisi dello spaccio milanese, non contiene rivelazioni di alcun tipo.
E allora bisogna fermarsi su una coincidenza, come ha fatto recentemente Aldo Giannuli, consulente della commissione Stragi: i due ragazzi vengono ammazzati cinquantasei ore dopo il sequestro Moro, e Fausto Tinelli abita in via Montenevoso 9, dirimpetto al covo dei misteri brigatisti, quello in cui sarà custodito il memoriale di Moro. Dalla stanza di Fausto alla finestra del covo brigatista ci sono meno di dieci metri, e in quell'ambiente il ragazzo del Casoretto passa buona parte delle sue giornate, a leggere e ascoltare musica. Se esiste un misterioso legame tra il sequestro Moro e il duplice delitto di Milano, bisogna dare atto ai registi della trama di aver fornito anche la controprova: nel 1981 in provincia di Roma venne ucciso il capitano di polizia Francesco Straullu, e il delitto fu rivendicato dal nucleo fascista che si rifaceva a Franco Anselmi. Il fatto è che anche il nome di Straullu riporta al caso Moro: il capitano aveva indagato sul famoso borsello trovato nel 1979 in un taxi romano, e carico di "simboli" riferiti a Moro e al giornalista Pecorelli. Coincidenza per coincidenza, Carminati è stato indagato e prosciolto anche per l'omicidio Pecorelli. L'autore di quel delitto, chiunque fosse, indossava un trench bianco. Come i carnefici di Fausto e Iaio.


Repubblica, "Una maledetta sera di ventisette anni fa", Leonardo Coen


Milano, ventisette anni fa. Otto colpi di pistola. In via Mancinelli, una strada vicina alle case dove abitavano, nella zona del Casoretto. Vengono ammazzati così, la sera del 18 marzo del 1978, più o meno verso le venti, due ragazzi di diciotto anni - Fausto Tinelli e Lorenzo Iannuzzi detto Iaio - che frequentavano il centro sociale Leoncavallo. I bossoli, mai rinvenuti, furono certamente raccolti in un sacchetto applicato dagli attentatori alle armi per impedirne il recupero. Un espediente tipico del "modus operandi" tra i killer neofascisti del Nar. La perizia balistico accertò che a sparare furono armi piuttosto vecchie e che tali armi corrispondevano al tipo di dotazione logistica di cui l'area eversiva di estrema destra del Fuan-Nar disponeva sino all'inizio del 1979. Ciononostante, le indagini presero inizialmente una piega ben diversa, compromettendone l'esito. Qualche prova sparì, persino. Già. Perchè per anni chi doveva indagare l'ha fatto brancolando nel buio, senza ottenere granchè, alla fine i giudici che dovevano giudicare si sono arresi. L'inchiesta si è arenata su una montagna di indizi, di confidenze, di "piste" che portavano a muri di omertà, infine il 14 dicembre del 2001 il gip milanese Clementina Forleo accolse la richiesta del pm Stefano Dambruoso e archiviò l'inchiesta, "pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva".
La verità è sepolta, insieme agli incartamenti giudiziari. All'inizio il sostituto procuratore Armando Spataro, il primo ad occuparsene, qualificò l'indagine ("droga") e dispose l'esame tossicologico sui corpi dei due ragazzi. Un regolamento di conti nel sottobosco del narcotraffico, fu dunque l'ipotesi iniziale, quasi un atto d'accusa nei confronti dei due ragazzi: il possibile movente (un'azione ritorsiva contro i giovani del Leoncavallo da parte di soggetti legati al traffico di droga o comunque in avvenimenti strettamente interni alla vita del quartiere ove i due giovani abitavano) si rivelò una pista fasulla. Passano gli anni. Il giudice Guido Salvini riapre il caso Fausto e Iaio, accerta elementi "di carattere comunque prettamente indiziario" (così leggo sul documento 271/80F che il giudice Guido Salvini trasmette alla Procura della Repubblica di Milano il 14 luglio 1997) "che individuerebbero gli autori del duplice omicidio in elementi dell'estrema destra romana in trasferta a Milano, mossi dall'intento di vendicare alcuni loro camerati caduti, colpendo due giovani non personalmente conosciuti ma comunque sicuramente appartenenti all'area di estrema sinistra". I sospetti di Salvini sono indirizzati verso l'estrema destra perchè, dopo l'agguato a Fausto e Iaio, viene ritrovato a Roma un volantino di rivendicazione (in zona Prati) che riporta un elenco di camerati assassinati ed è firmato "Esercito Nazionale Rivoluzionario - Brigata Combattente Franco Anselmi" (Anselmi era un elemento di spicco del Fuan-Nar di Roma ucciso nel marzo del 1978 durante la rapina all'armeria Centofanti di Roma, commessa assieme ai fratelli Fioravanti). Ma Salvini non riesce ad andar oltre questi "elementi significativi", né le rivelazioni di ex camerati aiutano a dipanare il mistero, e le stesse perizie sui proiettili lasciano il tempo che trovano. Questi indizi non reggerebbero in un'aula di tribunale, è ormai la convinzione dei magistrati. Dunque, archiviazione.
Un mese fa fece scalpore la riapertura - in chiave politica - del rogo di Primavalle. La destra scatenò roventi polemiche per l'archiviazione del caso, "delitti senza un colpevole", il solito teatrino per dare addosso alle sinistre.
Pochi giorni fa (ero andato ad intervistare la madre di Fausto, poi il giornale non ne fece nulla) ricevetti una e-mail dall'associazione familiari ed amici di Fausto e Iaio: "La Verità giudiziaria non c'è stata, è arrivata l'archiviazione in cui si dichiarava: esistono forti indizi su tre estremisti dell'estrema destra, ma non abbastanza elementi per un processo. Per la giustizia italiana la nostra storia finisce qua. Sono passati 27 anni e noi familiari, amici e compagni di Fausto e Iaio rivendichiamo che la verità storica su questo assassinio la conosciamo come conosciamo quella di altri casi analoghi che fanno parte della storia politica italiana, rimasti senza colpevoli. A noi non rimane che mantenere viva la memoria, non fine a se stessa, ma legata alle problematiche sociali nel contesto attuale: la casa, il lavoro, il disagio giovanile, il razzismo, il fascismo...Vogliamo che si mantenga viva la memoria affinché soprattutto i giovani diventino consapevoli e critici rispetto alla realtà attuale. "Se si vuole far luce" ci va bene ma non vogliamo essere strumento di chi usa fatti tragici del passato per i propri interessi di potere in modo demagogico. Noi chiediamo solo verità e giustizia".

 

LA FABBRICA DEI PROFUMI

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UNITA '

Ansa, 1 febbraio 1995

''L'unica possibilita' di avere finalmente risposte chiare sulla vicenda della diossina di Seveso, uno dei misteri della prima Repubblica, e' che indaghi Di Pietro nel suo nuovo ruolo di coordinatore delle indagini della Commissione Stragi''. La richiesta e' stata fatta dal consigliere regionale Verde Carlo Monguzzi, ex assessore all' ambiente nella Giunta Ghilardotti, intervenendo oggi alla presentazione del libro-inchiesta di Daniele Biacchessi ''La fabbrica dei profumi. La verita' su Seveso, l'Icmesa, la diossina'', edito da Baldini e Castoldi. Nel libro, che si basa su documenti ufficiali dell'archivio dell'Ufficio Speciale su Seveso, vengono ricostruiti la storia e i retroscena del piu' grande disastro ambientale italiano, portando alla luce le complicita' e le omerta' che hanno costellato la vicenda nella quale non sono estranei, secondo l' autore, i servizi segreti. Innanzitutto si precisa quanta diossina era uscita: dai 15 ai 18 chilogrammi e non 300 grammi come e' stato sempre detto. A questa conclusione era giunta pure la Commissione d'indagine su Seveso, istituita nel 1994 dalla Regione Lombardia su richiesta dello stesso Monguzzi che ha anche aperto dopo 17 anni l'archivio di Seveso. Un documento ritrovato da Biacchessi e consegnato alla Commissione, conferma poi che all'Icmesa veniva prodotto triclorofenolo ''sporco'' e quindi non adatto alla produzione di cosmetici. Secondo Biacchessi, questo triclorofenolo ''sporco'' sarebbe stato utilizzato per la produzione di armi chimiche per la guerra batteriologica. L' inchiesta di Biacchessi accerta poi la presenza di ufficiali americani nella zona di Seveso nei giorni successivi all' incidente e il ruolo depistante dei servizi segreti, non solo italiani, e da' anche una risposta alla domanda su che fine hanno fatto i fusti contenenti la diossina (domanda alla quale la Commissione regionale non e' invece riuscita a rispondere). Dal libro emerge un'altra verita' sul viaggio dei fusti da Seveso verso la Francia e la Germania. Documenti inediti indicano l'esistenza di due carichi, uno contenente diossina pura che venne prelevato da un agente segreto francese e portato nell'allora Germania dell'Est, nella cava di Shoenberg, l'altro, contenente terra, che venne scortato dal Commissario Luigi Noe' sino a Ventimiglia 'Da una indagine parallela sulla destinazione dei fusti fatta da Legambiente - ha sottolineato Monguzzi - e' emerso, sulla base di testimonianze di alti ufficiali dei carabinieri, che una parte di essi sarebbe tornata in Italia, vicino a La Spezia''. ''In tutta la vicenda - ha detto ancora Andrea Poggio, della Legambiente - vi sono complotti orchestrati per nascondere qualcosa, per questo serve una nuova indagine. Ben venga Di Pietro''.