WALTER TOBAGI: MORTE DI UN GIORNALISTA

Daniele Biacchessi

PRESENTAZIONE FARENHEIT RADIO 3

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<<Non sono le parole tonanti ma i comportamenti di ogni giorno che modificano le situazioni, danno senso all'impegno sociale: il gradualismo, il riformismo, l'umile passo dopo passo sono l'unica strada percorribile per chi vuole elevare per davvero la condizione dei lavoratori. Ecco la lezione che le dure repliche della storia ripetono ancora una volta.>>

 

Walter Tobagi

 

 27 maggio 1980.

E’ sera. Una pioggia di primavera batte forte su Milano. I cartelloni pubblicitari, le insegne dei negozi, i fari delle auto e le luci dei semafori si riflettono sull’asfalto. La strada lucida sembra ormai un grande specchio che deforma e rende irreale i contorni delle cose e delle persone.

Quel martedì, qualcuno passeggia per le vie del centro e sfida il maltempo. In molti si rinchiudono nelle case, il televisore acceso, la tavola apparecchiata, le discussioni tra padri e figli, incolmabili silenzi.

 

Altri sono attesi a Palazzo Serbelloni. Edificio.progettato dall’architetto Simone Cantoni nella seconda metà dell’Ottocento ed elegante cornice della borghesia illuminata milanese.

 

Tra gli arazzi, quadri d’epoca e saloni dagli alti soffitti, il Circolo della Stampa propone da sempre conferenze, presentazioni di libri, convegni. Per i giornalisti milanesi è luogo dove stabilire un confronto su temi di attualità. Però quell’anno il dialogo tra diverse posizioni risulta quasi impossibile. Nel 1980, omicidi, stragi, ferimenti occupano le prime pagine dei quotidiani e scandiscono la vita dei loro inviati. I terroristi colpiscono politici, magistrati, poliziotti, carabinieri, agenti di custodia, giornalisti, commercianti, cittadini comuni. Dal 1969 fino a quel giorno, solo a Milano, si contano almeno 200 attentati rivendicati da gruppi della lotta armata di sinistra.

 

<<Fare cronaca tra segreto istruttorio e segreto professionale>>.

E’ il titolo del dibattito organizzato quella sera dall’Associazione Lombarda Giornalisti. Come coniugare diritti e doveri degli operatori della comunicazione negli anni di piombo? Come conciliare il mestiere di cronista investigativo con la riservatezza imposta da inchieste delicate ?

 

Non vi sono risposte adeguate, soprattutto dopo il caso del collega de Il Messaggero Fabio Isman, arrestato con il funzionario del Ministero dell’Interno e dei servizi di sicurezza del Viminale Silvano Russomanno per aver pubblicato i verbali secretati di Patrizio Peci, membro della direzione strategica delle Brigate Rosse, primo collaboratore di giustizia della lotta armata di sinistra.

 

La sala degli Arazzi, oggi sala Montanelli, è stipata, almeno duecento persone presenti. L’ambiente è assai ristretto, ma si avverte qualcosa di inusuale per una mera riunione di specialisti. Tra il pubblico, in fondo a sinistra, alcuni giovani restano composti, seguono gli interventi con grande interesse, annotano le frasi dei relatori sopra pagine di taccuini. Non sono trasandati, indossano vestiti ordinati, giacca e cravatta, poco più di vent’anni. Sono praticanti? Redattori al primo contratto? Precari in cerca di occupazione? Sono forse militanti del partito armato, inviati al Circolo della Stampa per raccogliere preziose informazioni operative da utilizzare contro obiettivi?

 

C’è chi li osserva da lontano e si compiace perfino della loro partecipazione. E’ Walter Tobagi, 33 anni, editorialista del Corriere della Sera, Presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti, docente di Storia Contemporanea all’Università Statale di Milano, sposato con Stella Olivieri, due figli, Luca, sette anni, e Benedetta, tre anni.

 

<<Stasera è una serata molto importante nella vita del giornalismo milanese e dell’Associazione perché sono venuti molti colleghi giovani che normalmente non si vedono a queste riunioni. Quindi credo che sia estremamente importante se tra i colleghi che hanno seguito il dibattito ve ne sono alcuni disposti ad occuparsi di questo tema, saremo felici di accoglierli al lavoro della nostra Associazione>>

 

Secondo la testimonianza dell’ex conduttore del telegiornale RAI della Lombardia Marco Volpati, il 27 maggio 1980 Walter Tobagi nota la presenza di molti giovani nella platea del convegno al Circolo della Stampa. Nessuno del gruppo di amici e colleghi presenti al dibattito riesce a ricordare esattamente i loro volti, nonostante le numerose fotografie scattate quella sera, però resta un forte dubbio: sono forse quelli che il giorno dopo uccideranno a colpi di pistola Walter Tobagi?

 

Proprio in quel momento, un altro ragazzo compie con la sua vettura una ricognizione intorno al palazzo di corso Venezia. Poi si ferma davanti all’ingresso. Senza mai spegnere il motore, osserva le auto parcheggiate. Al termine riparte veloce.

E’ Marco Barbone, 22 anni, milanese, nome di battaglia Enrico. Studente di lettere all’Università Statale di Milano. Qualche lavoro saltuario: fotografo free lance e collaboratore di piccole agenzie pubblicitarie.

E’ figlio di Donato Barbone, dirigente editoriale della Sansoni, società affiliata alla Rizzoli, in pratica il centro politico, economico e culturale del Corriere della Sera, il giornale in cui scrive Walter Tobagi. Da almeno quattro anni è affiliato alle organizzazioni minori del terrorismo di sinistra. Insieme ad altri suoi coetanei pensa un’azione eclatante, per entrare dalla porta principale nelle Brigate Rosse. Ricorda Marco Barbone:

 

<<Per caso leggemmo sui giornali che, in occasione del caso Isman-Russomanno, si sarebbe tenuto un dibattito presso il Circolo della Stampa di Milano moderato da Walter Tobagi. Deducemmo che il mattino successivo si sarebbe dovuto trovare necessariamente a Milano. Nessuno di noi si recò al dibattito perché era troppo pericoloso, considerato il numero di poliziotti che lo presidiava. Io solo feci un giro in zona per rintracciare eventualmente quella di Tobagi.. Senza averla vista, me ne andai subito.>>

 

Quello di Tobagi è l’intervento più atteso. Lui conosce le storie personali dei militanti della lotta armata, i loro percorsi individuali e collettivi, studia a fondo il fenomeno, legge i documenti di rivendicazione di ogni attentato, effettua la comparazione con altri volantini di propaganda brigatista. Alla fine, trasferisce le sue conclusioni sulla carta e redigearticoli colti, precisi, scritti in punta di penna. E’ un esperto, tra i migliori e i più intelligenti di quegli anni. Per questo motivo, Tobagi entra fin dall’inizio nel mirino dei terroristi.

 

Il 13 settembre 1978, a Milano, gli inquirenti sequestrano una sua nota biografica nell’appartamento di via Negroli, a disposizione del latitante Corrado Alunni, nome di battaglia Federico, ex appartenente alle Brigate Rosse, confluito nell’area della rivista Rosso, infine approdato alle Formazioni Comuniste Combattenti. Nello stesso covo vengono rinvenute informazioni personali (spostamenti, abitazioni, targhe delle vetture), su Massimo Fini e Franco Abruzzo.

Il 30 gennaio 1979, gli investigatori ritrovano all’angolo tra viale Lombardia e Piazza Durante, sempre a Milano, una valigetta dimenticata da militanti degli RCA, Reparti Comunisti d’Attacco. Contiene documenti di dibattito interno all’organizzazione, schede dettagliate su 36 persone. Ci sono i nomi di tre giornalisti: Walter Tobagi, Franco Abruzzo e Leo Valiani. Nel febbraio 1979, dopo aver appreso la notizia, Tobagi scrive le sue impressioni sulle pagine di un diario. Riflessioni di chi conosce i pericoli del mestiere di cronista <<sul campo>>:

 

<<Che cos’è la paura? Camminare per strada e sobbalzare ad ogni macchina che ti passa vicino, guidare l’automobile e spaventarsi ad ogni moto che ti si affianca. L’altra mattina 30 gennaio, è stata ritrovata una scheda con il mio nome nella borsa tipo 24 ore lasciata da un terrorista in viale Lombardia. Provo una sensazione di angoscia. Questa paura mi accompagna da più di un anno, da quando uccisero Carlo Casalegno e mi toccò di scrivere di brigatisti. L’assassinio di Emilio Alessandrini vuole dire che non valgono più le regole di un anno fa. Nel mirino ora entrano proprio i riformisti, quelli che cercano di comprendere. Mi pare di essere, forse è una suggestione, il giornalista che come carattere e come immagine è più vicino al povero Alessandrini. Se toccasse a me, la cosa che mi spiacerebbe di più è di non avere trovato il tempo per scrivere una riflessione che spiegasse agli altri, penso a Luca e a Benedetta, il senso di questa mia vita così affannosa.>>

 

Walter Tobagi riceve continue minacce, confida alle persone più care le sue preoccupazioni. I carabinieri gli impongono perfino il cambio di numero telefonico, mettono sotto controllo l’utenza e ascoltano ogni conversazione privata sua e della famiglia e attinente al suo lavoro di cronista. Ma Tobagi intende andare fino in fondo nel suo ruolo di <<inviato sul fronte delle Brigate Rosse>>, evidenziando i valori che stanno alla base del suo impegno civile e politico: dialogo tra le parti, profondo rispetto per le idee altrui, non violenza, solidarietà, verità e giustizia, libertà d’informazione e riformismo.

E’ una scelta coraggiosa di quei tempi, come conferma il padre di Walter Tobagi, Ulderico:

 

<<Lui non aveva voluto la scorta, perché era convinto che se avessero voluto ucciderlo, avrebbero trovato il modo. Lo ricordo abbastanza sereno. Ci vedevamo tutte le settimane e mi ricordo che gli chiesi di lasciar stare per un po’ gli argomenti più delicati. Mi rispose che infatti si stava occupando della campagna elettorale dei sindaci. Walter non mi diceva niente, per lasciarmi tranquillo. Sapeva che sua madre ed io eravamo molto apprensivi, che ci preoccupavamo per ogni minima cosa. Non mi ha mai detto di essere stato minacciato.>>

 

Walter Tobagi vive dunque come una persona normale, senza poliziotti e carabinieri armati intorno alla sua famiglia, come rileva la moglie Stella Olivieri:

 

<<Non voleva scorte per non mettere a rischio altre vite, come era accaduto ad Aldo Moro. “Perché devono morire anche loro?”, diceva. Ma che l’aria intorno fosse pesante lo sapevamo da un pezzo. Al giornale gli avevano detto di allontanarsi da Milano. Lui stesso mi parlò di aver ricevuto ripetute minacce, telefoniche o scritte, non so….. In casa mi parlò di una sede di corrispondenza a Pechino. >>

 

Delle minacce, Walter Tobagi parla anche con Marco Volpati. Sostiene di aver fatto di tutto per convincerlo ad allontanarsi dalle indagini sul terrorismo brigatista. Magari accettando un incarico di corrispondente all’estero. Anche l’inviato del Corriere della Sera Antonio Ferrari ricorda di aver discusso con Walter Tobagi intere serate sulla pericolosità di quelle inchieste. Ma lui reagisce in modo professionale:

 

<<Purtroppo anche noi siamo in prima linea come tutti del resto, come i poliziotti, come i magistrati. Un giornalista che firma articoli più o meno tutti i giorni, è chiaro che può essere un obiettivo dei terroristi >>5

 

Nelle ultime settimane, Walter Tobagi non si occupa però di fatti di terrorismo, perché impegnato in servizi ed inchieste sull’imminente campagna elettorale amministrativa. Solo la sera prima si trova a Venezia, ma non può rinunciare al dibattito programmato al Circolo della Stampa. Al tavolo della presidenza sono invitati, tra gli altri, l’avvocato Giandomenico Pisapia, il Procuratore della Repubblica di Milano Mauro Gresti, il giudice Adolfo Beria d’Argentine, il giornalista Massimo Fini.

 

Walter Tobagi è al contempo organizzatore e moderatore della discussione. Propone nuovi ed efficaci strumenti per la tutela della libertà di stampa e il diritto del cittadino all’informazione:

 

<<Non capiremo la situazione che si è determinata se non ci dicessimo con franchezza che nella vicenda Isman-Russomanno, così come in altri casi, si è avuta la percezione netta della politica proseguita con altri mezzi, c’é l’amministrazione della giustizia o meglio delle indiscrezioni che trapelano dal segreto d’ufficio come uno degli strumenti della lotta politica che avviene in questo paese. E’ una cosa non nuovissima, anzi vecchia. La novità sta nell’intensità con cui il ricorso a questo metodo improprio di lotta politica avviene e nella gravità che essa assume. ..

Chi ha fatto giornalismo negli ultimi dieci anni è cresciuto alla scuola della contro informazione. La grande lezione imparata alla fine degli anni Sessanta è che le notizie delle fonti ufficiali non sempre erano sufficienti, adeguate, non sempre neanche veritiere. Da lì è nata la contro informazione. Io credo a questo principio: noi dobbiamo restare saldamente ancorati, stando attenti a non confondere contro informazione con la super informazione, che è un’altra cosa, perché quando l’apparente contro informazione altro non è che un servizio prestato a una super informazione di cui sfuggono completamente fini e modalità, allora il giornalista deve porsi l’interrogativo se fa un servizio giornalistico o se fa un altro servizio, che nel caso specifico è assai meno nobile…….

Siccome siamo abbastanza adulti in questo mestiere, sappiamo che le notizie non sono dei funghi che spuntano dopo la pioggia e sappiamo che gli scoop non si fanno rovistando i cestini di carta straccia. Questo lo sappiamo tutti, anche chi gli è capitato di fare controvoglia qualche scoop; anche i magistrati lo sanno, lo sanno benissimo gli avvocati. Il problema è di essere coscienti della strumentalizzazione che si subisce e che si attua, perché non c’è dubbio che nel rapporto tra il giornalista e la sua fonte esiste costantemente un rapporto di strumentalizzazione….

Le notizie di padre ignoto non servono perché, al lettore al quale si offre un’informazione, si deve anche fornire gli elementi che consentano l’identificazione della fonte che ha diffuso in quel momento quella notizia. Se non si compie questo atto i giornali rischiano di diventare strumenti per guerre combattute per conto terzi……

Non è assolutamente sano che in un paese democratico che non vuole subire delle involuzioni pericolose, la politica si faccia nei Palazzi di Giustizia, perché se un processo di questo genere si consolida e va avanti allora vuol dire che nel meccanismo istituzionale esistono disfunzioni gravi e serie…..

E' vero che c'é un imbarbarimento della società italiana che interessa tutti, ma sappiamo purtroppo come nasce. Non possiamo meravigliarci quando scopriamo gli effetti prodotti da questa situazione. Tutte le volte ripetiamo le stesse cose, e ci chiediamo: chissà a chi toccherà la prossima volta? >>

Nel 1980, il sindacato dei giornalisti é diviso sullo sciopero a sostegno di Fabio Isman e sui principi deontologici della professione. Walter Tobagi, segretario dell’ Associazione Lombarda dei Giornalisti, ha da poco abbandonato la corrente di Rinnovamento, vicina al PCI e alla sinistra storica ed extraparlamentare, fondando con Franco Abruzzo e Massimo Fini Stampa Democratica, orientata verso posizioni riformiste e moderate. Con le sue idee cattoliche e socialiste, Tobagi difende la libertà d’informazione, si pone al di fuori di logiche di partito e si batte per un sindacato indipendente.

La discussione si surriscalda. Alcuni colleghi del sindacato contestano in modo duro le posizioni di Walter Tobagi. Una decina di loro abbandonano perfino la sala durante una pausa del convegno. Sono in gran parte militanti del PCI e della CGIL che dissentono dalla linea del segretario del sindacato lombardo dei giornalista. Il collega Giorgio Santerini sostiene di averlo sentito affermare:

<<…allora negateci l’informazione alla fonte..>>

 

Ma la frase non viene inserita e verbalizzata nel resoconto stenografico della serata.

 

Il dibattito finisce intorno alla mezzanotte. Walter Tobagi è stanco e nervoso. Almeno sei chilometri separano corso Venezia da via Solari, la sua abitazione. Bisogna dunque attraversare Milano. La sua auto è parcheggiata nel garage vicino casa, in via Valparaiso. Così chiede un passaggio all’amico Massimo Fini. Subito si recano in pizzeria con amici e colleghi, rispettando una tradizione ormai consolidata negli anni. Poi i due giornalisti raggiungono la zona intorno il parco Solari.

 

Sono le due e mezza di notte di mercoledì 28 maggio 1980. Quello di Massimo Fini è un ricordo indelebile:

 

<<Quella sera eravamo andati al Circolo della Stampa, ma non insieme. Ci siamo trovati lì. Era in programma un dibattito sull’informazione, la libertà di stampa e i rapporti con la magistratura. Tra gli ospiti c’era anche Giandomenico Pisapia, un importante professore di Procedura Penale, mio maestro all’università. Alla fine, poiché abitavamo vicini e lui era senza macchina - a Walter non piaceva guidare - lo avevo accompagnato a casa con la mia. Saranno state le due e mezza di notte, ma per noi, non era mai troppo tardi e ci fermammo a chiacchierare in macchina per un’altra ora. Veniva giù una pioggerellina leggera che, insieme ai nostri fiati, appannava i vetri della macchina. Parlammo del più e del meno. Di punto in bianco mi disse: “Sai da un mese ho abbandonato le inchieste sul terrorismo e sulle Brigate Rosse. Non voglio morire per questi qui”. E intendeva il direttore e il vicedirettore del Corriere, Franco di Bella e Gaspare Barbiellini Amidei. Pensai che eravamo dei veri incoscienti a star lì, fermi, in macchina, davanti a casa sua e d’istinto mi venne da guardar fuori, ma stetti lì, per non spaventarlo e non spaventarmi a mia volta. Potevamo essere dei bersagli. I nostri nomi, insieme a quello diFranco Abruzzo, erano stati trovati in un covo delle Formazioni Comuniste Combattenti. Lui poi - ma questo io non lo sapevo, Walter era estremamente riservato, pudico quasi delle sue cose - aveva ricevuto anche altre minacce. Ci lasciammo con la promessa di rivederci presto.>>

 

Mercoledì 28 maggio 1980.

E’ una fredda mattina di maggio.

Il Gazzettino Padano della Rai anticipa una leggera perturbazione su Milano. Una tipica pioggerellina milanese, accompagnata da una consistente diminuzione della temperatura.

L’edizione nazionale del giornale radio scandisce i titoli delle notizie della giornata:

 

I NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari, uccidono a Roma l’agente di polizia Franco Evangelista davanti al liceo classico <<Giulio Cesare>>.

 

Il pentito di Prima Linea Roberto Sandalo coinvolge con le sue confessioni l’esponente della sinistra della Democrazia Cristiana, Carlo Donat Cattin, padre di Marco, terrorista latitante, il Presidente del Consiglio Francesco Cossiga e il ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

 

Scioperi spontanei alla Fiat Mirafiori di Torino e in tutte le aziende dell’indotto dopo l’annuncio della cassa integrazione per 78 mila lavoratori.

 

Ore 8, via Solari.

Davanti all’abitazione di Walter Tobagi è appostato Manfredi De Stefano, nome di battaglia Ippo. Non è armato. Nell’operazione, a lui vengono assegnati compiti precisi: osservare ogni movimento nella zona, verificare se il cronista del Corriere della Sera anticipa i suoi spostamenti mattutini, attendere gli altri cinque componenti del commando. Le auto per le vie di fuga sono già parcheggiate nei punti concordati dal piano operativo.

 

Ore 9,45, Porta Genova.

La Brigata 28 marzo si ricompone nel piazzale davanti alla stazione ferroviaria. Marco Barbone (Enrico), è il capo militare. Nel giaccone porta una calibro 9 corto con silenziatore montato e una 38 special Smith & Wesson. Mario Marano (Fabio), è armato con una 7,65. Francesco Giordano (Paolo o Cina), carica la sua 357 Magnum. Daniele Laus (Gianni) infila nelle tasche una 38 special. Paolo Morandini (Alberto) è in bicicletta, disarmato. Il gruppo si avvia verso la casa del giornalista.

 

Ore 10, via Solari.

Il traffico è caotico a quell’ora. I mezzi pubblici di superficie sostano e poi ripartono secondo un programma stabilito. Chi acquista i quotidiani all’edicola, chi si trova nei negozi del quartiere. Nei giardini del parco Solari i cani annusano il prato bagnato e gli alberi in fiore.

La pioggia batte fitta sugli ombrelli aperti.

Tutto sembra normale, ma qui la normalità è solo apparente.

De Stefano si incontra con gli altri del gruppo, abbandona la zona e si reca probabilmente ad Arona. Barbone e Marano raggiungono l’edicola vicino all’abitazione di Tobagi. Morandini è in bicicletta nei pressi della fermata del tram, proprio di fronte al portone. Giordano, con funzioni da palo, si trova pochi metri indietro rispetto alla posizione di Barbone e Marano, sulla via Solari.

 

Ore 11,10.

Walter Tobagi deve raggiungere il garage Il parco di via Valparaiso 7/A e ritirare la sua vettura. Può girare a sinistra, imboccare via Montevideo, costeggiare il parco Solari, svoltare ancora a sinistra, in trecento metri salire sulla sua Ritmo grigia e in mezz’ora raggiungere la sede del Corriere della Sera, in via Solferino.

Ma attenzione…

Quel giorno, Walter Tobagi compie un altro percorso a piedi, l’ultimo della sua breve vita.

 

Gli assassini, come dei veri contabili della morte, lo stanno già osservando. Rammenta Marco Barbone:

 

<<Ci accorgemmo che Tobagi usciva dal portone, prima ancora che Paolo Morandini (Alberto) con la bicicletta passasse davanti a noi avvisandoci. Alberto proseguì diritto e scomparve alla nostra vista. >>

 

Altri occhi, altra visuale, quella di Paolo Morandini:

 

<<Dovevo stazionare con una bicicletta nei pressi di una fermata del tram di fronte all’abitazione di Tobagi. Vedendolo uscire, avrei dovuto inforcare la bici e passare davanti agli altri compagni che erano divisi e non potevano scorgerlo. Il mio passaggio in bici doveva costituire un segnale per gli altri che non potevano restare fermi a lungo perché avrebbero dato nell’occhio>>

 

Marco Barbone e Mario Marano sono sempre accanto all’edicola. Attimi, frazioni di tempo incalcolabili vengono così descritti in modo minuzioso da Barbone:

 

<<Tobagi accennò ad attraversare la strada come per andare all’edicola e noi, che eravamo lì appostati, ci allontanammo per non farci vedere. Ma lui non attraversò la strada e questo ci procurò qualche difficoltà, perché io e Mario Marano (Fabio), ci trovammo parecchio indietro rispetto al punto in cui dovevamo essere e fummo, in pratica, costretti ad inseguire Tobagi. Infatti Fabio disse: “Andiamo..”Accennò una corsetta quando eravamo già in via Salaino dopo aver attraversato la via Solari ed esserci posti dietro al giornalista.>>

 

Walter Tobagi non attraversa via Solari ma devia a destra in via Andrea Salaino. Si porta sul lato sinistro e percorre un breve tratto di strada. Prosegue Barbone:

 

<<Superato l’iniziale momento di sbandamento e vuoto totale che mi aveva preso quando Fabio mi aveva detto “Andiamo”, mi misi a correre anch’io, a fianco di Fabio. Giunti a quattro cinque metri da Tobagi, Fabio disse: “Piano”. Così arrestai la corsa rimanendo indietro.>>

 

Fermiamo per un attimo la scena.

Via Andrea Salaino.

Alcuni negozi, una fabbrica, un ristorante, una scuola, palazzi signorili e vecchie case popolari.

Barbone con una calibro 9 corto e Marano con una 7,65 silenziata si trovano dietro a Tobagi, quattro o cinque metri di distanza.

Sono in movimento ma i loro passi sembrano felpati.

Il giornalista invece non si accorge di nulla, non si volta indietro, non nota niente di sospetto intorno, una circostanza che possa attirare attenzione. Lui cammina verso il garage di via Valparaiso. Ora è all’altezza della trattoria siciliana Dei gemelli, in quei pochi centimetri di marciapiede che separano le siepi da una macchina in sosta.

 

Marco Barbone conclude così la sua testimonianza:

 

<<Fabio continuò a correre e subito cominciò a sparare, mirando possibilmente al cuore, come poi mi disse. Tobagi fece due passi e poi cadde, mentre Fabio, che aveva esploso tre colpi, tentò di sparare ancora ma la sua 7,65 si inceppò. Allora sparai due colpi con la mia nove corto: uno da distante (due, tre metri), l’altro mentre correndo gli passavo vicino mentre era già a terra e quando avevo ormai avuto la netta sensazione che fosse morto>>

 

Daniele Laus è l’autista del commando. Supera Barbone, Marano e Tobagi con una Peugeot 204 grigio metallizzata targata MI 712617, rubata sei giorni prima in zona San Siro, dopo aver minacciato con una pistola il proprietario della vettura.

Il suo compito è prelevare i killer e portarli al sicuro. La sua visuale è certamente parziale, filtrata comunque dallo specchietto retrovisore laterale e da quello centrale posto all’interno dell’abitacolo:

 

<<Io e Giordano eseguimmo i compiti rispettivamente assegnatici. Barbone e Marano avevano il compito di seguire Tobagi, raggiungerlo e sparargli. Mentre in automobile superavo il giornalista che risaliva via Salaino lungo il marciapiede sinistro, vidi Barbone e Marano raggiungere Tobagi: immediatamente dopo udii colpi di pistola ed intravidi il corpo di Tobagi steso per terra….. Non so nulla sulla successione dei colpi, guidavo l’auto e ho solo sentito. Posso dire che avevamo deciso che a sparare fossero Marano e Barbone. >>

 

Mario Marano si trova nella posizione più vicina a quella occupata da Marco Barbone. Nel corso del tempo, offrirà due differenti versioni a magistrati e giudici. Nel 1983, al processo di primo grado, sostiene:

 

<<La mattina del 28 maggio ci presentammo tutti insieme. Il piano viene modificato per una serie di questioni logistiche. A sparare come d’accordo, doveva essere il solo Barbone. Dopo i primi quaranta minuti di attesa sotto casa di Tobagi, Giordano (Cina) mi raggiunse sul marciapiede opposto dove io e Barbone attendevamo il giornalista e mi disse che non reggeva più alla tensione e che ce ne dovevamo andar via, di parlare con lo stesso Barbone, che lui avrebbe parlato con Laus. Proprio nel momento in cui iniziavo a dare queste mie spiegazioni, dal portone di casa (cosa che io non vedo perché ero spostato in via Solari), esce Tobagi, si incammina verso via Solari, diretto nell’attraversamento di via Salaino per poi raggiungere il garage.>>

 

Francesco Giordano (Cina), è agitato, suda freddo, si volta intorno in continuazione. Poi raggiunge Daniele Laus e dice:

 

<<Andiamo via…non facciamo cose dalle quali non si può tornare indietro,>> .

 

Ma l’ingranaggio mortale dei terroristi non si inceppa, come ricorda Mario Marano sempre nel 1983:

 

<<Noi eravamo vicini all’edicola, per un motivo più che altro strategico, nel senso che eravamo coperti, defilati (c’era un via vai all’edicola), mentre invece ho saputo poi che l’edicola era un punto fermo su cui doveva passare Tobagi, e non era previsto nel piano il contatto con Tobagi all’edicola. Perdiamo tempo, è vero, quando Tobagi entra in via Salaino, perché è Barbone che comanda il gruppo, è Barbone che dice:”Andiamo”. Affrettiamo il passo con una leggera corsetta…Siamo a quattro o cinque metri di distanza….Io e Babone siamo affiancati. Lui esplode il primo colpo e il giornalista Walter Tobagi, per una manciata di secondi, continua a camminare con le sue gambe. E in quel frangente che barbone mi dice: “Spara, spara”. Io ho già la pistola in mano, perché è in un sacchetto. Esplodo tre colpi, in rapida successione. Inizialmente non mi accorgo che la pistola si è inceppata. Probabilmente c’è un altro colpo di Barbone, o forse non c’é. Tobagi continua a camminare. Io scendo dal marciapiede e mi dirigo verso la macchina che ci aspetta pochi metri. Sono in strada. Tobagi ha un momento di sbandamento, si appoggia ad una macchina, ma crolla sulle sue gambe. E in quel momento Barbone dice: “Non è morto”. Si china ed esplode un altro colpo.>>

 

Nel successivo processo d’appello del 1985, Mario Marano si allinea poi alla versione di Marco Barbone e smentisce quanto da lui affermato soltanto due anni prima:

 

<<Smentisco quanto detto in primo grado e cioè che fu Barbone a dirmi “spara, spara”, quasi per incitarmi. Quella dichiarazione era frutto delle storture del mio comportamento al processo>>

 

Le 11,15.

Walter Tobagi si accascia sul marciapiede di via Andrea Salaino all’altezza del numero 12, la pioggia battente, le due gambe su una pozzanghera d’acqua, l’ombrello scivola sul fianco, la penna stilografica Parker cade dal taschino, una macchia rossa di sangue si allarga sulla giacca marrone.

Forse è già incosciente mentre si piega in avanti, quando i killer della Brigata 28 marzo fermano la sua vita con l’ultimo colpo mortale.

Quello partito dalla calibro 7,65 di Mario Marano. Così stabilisce la perizia del Tribunale di Milano.

L’auto con a bordo Daniele Laus, Marco Barbone, Mario Marano e Francesco Giordano si scontra con una Fiat 127 arancione, poi prosegue la sua corsa lungo una via di fuga stabilita da tempo: via Montevideo, via Dezza, via Cimarosa e via Monferrato angolo via De Castro.

A due chilometri dal luogo dell’agguato, i terroristi abbandonano la vettura e si dileguano nella città.

 

11,30, Via Salaino

Accorrono i primi testimoni, le ambulanze, le macchine della polizia.

Si accalcano decine di persone.

C’é la moglie Stella con in braccio la piccola Benedetta.

Arriva don Ettore Beretta, parroco della vicina basilica Santa Maria del Rosario.

Qualcuno copre il corpo ormai senza vita di Walter Tobagi con una tovaglia del ristorante color rosa.

 

Il padre di Walter, Ulderico, si inginocchia:

 

<<Figlio mio che ti hanno fatto…perché ?>>

 

Poi asciugandosi le lacrime afferma:

 

<<Dobbiamo farci forza: ci sono i bambini, e bisogna pensare a loro e al futuro>>

 

11,46.

L’agenzia Ansa diffonde attraverso le telescriventi la prima notizia sull’omicidio del giornalista del Corriere della Sera, Walter Tobagi:

 

<<Il Presidente dell’Associazione Lombarda dei Giornalisti Walter Tobagi è stato ucciso da colpi di arma da fuoco>>

 

L’identikit fornito dagli investigatori descrive le sembianze di uno dei killer: un ragazzo di 22 anni circa, barba scura sottile sotto il mento, fronte spaziosa, baffi, naso dai tratti marcati, corporatura snella, alto un metro e settanta.