L'ULTIMA BICICLETTA

Daniele Biacchessi

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“…..Quell'uomo che rincasa in bicicletta, quei portici, quello snodo di viuzze, quell'urbanità che è dei luoghi e delle persone. Solo chi vive a Bologna può patire fino in fondo l'offesa, la profanazione sporca e vigliacca di un piccolo ordine familiare e di un grande decoro civile. I luoghi contano, i luoghi dicono. Quel luogo è l'antico ghetto ebraico, porta le cicatrici della deportazione, le porta con il pudore e la calma che sono il sale di questa città savia, pacifica, ipocrita - quando è ipocrita - soprattutto per gentilezza, per non offendere gli altri. Qui intorno tutto è casa, cene con gli amici, conversazione. Da sempre, e ogni sera. Bologna, a differenza di altre città italiane, non ha sventrato il suo centro per farne uffici, Bologna a Bologna ci abita, ci vive…….”

Michele Serra

9 marzo 2002. La primavera a Bologna la senti spuntare ancor prima di Pasqua. Le colline che proteggono la città cambiano i colori in fretta. Dal verde dell’erba puoi perfino osservare le sfumature delle foglie degli alberi che stanno intorno. E i profumi sono già forti nell’aria. Gli odori e i sapori non sanno di mare ma di Appennino che è terra dura da coltivare. Sotto i portici, lungo i viali e le direttrici che portano al centro, fin dal mattino, in molti lasciano nei parcheggi le automobili e pedalano in silenzio sopra biciclette lucidate, pitturate di fresco, le più vecchie, con i freni a bacchetta, arrugginite nel corso del tempo. E’ un rito al quale non si può rinunciare. Del resto Bologna non è poi così diversa da quei paesi che osservi dal finestrino di un treno lungo la via Emilia, dove in bicicletta si gira d’estate e d’inverno. Allo stesso modo, con le magliette a mezze maniche e il cappotto. Ci si sposta per comprare il giornale, raggiungere i luoghi di lavoro, i supermercati nei giorni delle grandi spese, a giocare alle carte nei bar al sabato mattina mentre la nebbia sale dai fossi e rende il paesaggio umido e irreale. Un mezzo pulito, silenzioso, ecologico, pratico.

Marco Biagi ricopre il ruolo di consulente del ministero del Welfare. Un esperto di mercato del lavoro, un giuslavorista. Insegna, interviene ai convegni, scrive editoriali sul Sole 24 Ore, programma leggi e politiche governative. Un uomo assai conosciuto nel suo ambiente di professori e studiosi ma lontano dai riflettori della politica nazionale.

Biagi è un gran pedalatore. Uno che macina parecchi chilometri al giorno. Bologna è la sua città e anche per lui la bicicletta è una passione. Qualcosa di più di una semplice necessità. Sopra le due ruote pedala da quando aveva ancora i calzoni corti. E quelle strade di Appennino le conosce a memoria, curva dopo curva. Le salite, la pianura, le risalite e le lunghe discese. Le può affrontare quasi ad occhi chiusi, prendendo fiato, caricando di aria i polmoni, premendo forte sui muscoli delle gambe, sui polpacci, azionando i rapporti del cambio per raggiungere la giusta velocità, quella che permette il massimo risultato con il minimo sforzo. Ma pedalare costa fatica e allenamento. Non basta solo la passione. Dicono che certe domeniche Biagi salisse sui tornanti del Mongardino, toccando la Crocetta e il Fossato. Da solo o con gli amici di sempre. Dicono quelli che lo conoscevano bene.

Un uomo e la sua bicicletta. E’ l’immagine di quella fredda sera di marzo bolognese. Biagi è da solo. Lui pedala dalla stazione a via Valdonica, una stradina stretta che per andarci devi conoscere bene il dedalo di vicoli, e piazzette, e antichi cammini, tra palazzi del Quattrocento e negozi sfavillanti, all’ultima moda. Si trova nel ghetto ebraico, a due giri di cambio dall’Università. Se si conoscono i percorsi giusti, tagliando la città a zig zag, ci si può mettere non oltre dieci minuti. Su quella bicicletta porta una borsa di pelle nera, carica di documenti, ricerche, articoli già pronti, relazioni, soprattutto idee e progetti. E’ ben visibile, come un simbolo. Dentro c’è gran parte della sua vita.

Alla stazione di Bologna, Marco Biagi giunge dopo aver preso il treno da Modena, dove insegna all’università. E’ amato dai suoi allievi, stimato dai suoi colleghi. Per raggiungerli, ogni giorno compie lo stesso percorso, giorno e sera. E sul treno locale leggono e pensano altri studenti e lavoratori. Ma su quella vettura non ci sono solo pendolari, quei volti che accompagnano di solito i suoi brevi spostamenti.

Sul locale da Modena a Bologna, due uomini delle Brigate Rosse sono probabilmente seduti accanto a Biagi. Vicini quanto basta ma non troppo, proprio senza destare alcun sospetto. Lo sfiorano chissà quante volte. Osservano ogni suo spostamento, ogni gesto, ogni sospiro. Quel tratto di ferrovia che corre parallela alla pianura emiliana lo hanno già compiuto altre volte, nei giorni silenziosi dell’inchiesta. Seguire l’obiettivo con la massima discrezione, annotare sopra taccuini orari, coincidenze, verificare le abitudini, prendere i tempi di un’azione armata. Praticamente un lavoro a tempo pieno. Lo pedinano in altre città italiane: a Roma dove Biagi si reca per le consulenze al ministero del Welfare, a Pianoro e Marina di Ravenna dove si riposa d’estate e incontra gli amici, a Modena dentro e fuori l’Università.

Vittima e carnefici, ora si trovano su quel treno. Trenta chilometri da stazione a stazione. Capannoni industriali, ettari di terra delimitati da rigagnoli d’acqua, trattori, cascinali, case basse, aziende che portano nomi conosciuti dalla pubblicità. E sullo sfondo si scorgono le colline dell’Appennino.

Marco Biagi scende dalla carrozza e cammina lungo il binario 1 del piazzale ovest della stazione di Bologna. Ad attendere il locale proveniente da Modena, c’è solo un giovane dall’aspetto normale. S’incontra con una sua coetanea scesa da quel treno. I due ragazzi si abbracciano, poi si baciano e se ne vanno. Ai più sembrano effusioni un po’ forzate.

Biagi si trova ora fuori dalla stazione. Le telecamere della Polizia Ferroviaria sono sempre accese. Quando è sera funzionano con i raggi infrarossi. Così gli uomini non sono più ombre che camminano, i loro contorni restano ben visibili e in primo piano. L’immagine che ritrae Biagi è poi inconfondibile: alto, con i capelli argentati, non ci si può sbagliare con altre figure. Lui attraversa la piazza, attende il verde del semaforo e taglia di traverso la strada. Entra nella Galleria Due Agosto, dedicata alla strage del 1980. Lì ritrova la sua bicicletta parcheggiata. Nera, con un sellino da velocità, il portapacchi, il fanale grigio metallizzato, la dinamo inserita. I brigatisti lo seguono fino alla Galleria, si accertano che salga sulla due ruote. La sagoma di Biagi verrà ripresa più volte dagli impianti televisivi a circuito chiuso di banche, società, istituzioni, posizionati lungo l’ultimo tragitto che lo porta in via Valdonica.

I brigatisti accendono uno dei due telefoni cellulari, quelli acquistati alcuni mesi prima. Nell’apparecchio è già attiva la scheda prepagata Wind che i terroristi comprano in modo regolare da un rivenditore, senza lasciare documenti d’identità. L’impulso viene captato e registrato da una cella telefonica che copre gran parte del centro città, vicino alla casa di Biagi, in via Marsala o via Goito. L’attivazione della scheda viene fatta pochi minuti prima e a pochi metri dal luogo dell’omicidio. Come per trasmettere un messaggio:siamo noi delle Brigate Rosse.

I tre killer sono già sotto l’abitazione di Biagi. Due di loro portano indossano i caschi integrali, nella mano hanno la sigaretta accesa. Attendono il professore sopra un motorino di colore scuro. Tra loro fanno finta di parlare. Il terzo è a piedi, a volto scoperto. Quando vedono arrivare Marco Biagi risalgono di qualche metro la via, come per andargli incontro. Il terzo resta immobile sul limite del porticato davanti all’entrata. Sorveglia la strada. Le armi stanno nei loro giubbotti. Sono tutti uomini. Così almeno appare ai pochi testimoni che assistono da lontano all’agguato.

Sono le 20,05. Numero 14 di via Valdonica a Bologna. Il freddo di marzo comincia a pungere davvero e la scena dell'omicidio é fulminea. Marco Biagi si trova davanti al portone, lega la bicicletta, posa la borsa di pelle nera sul marmo bianco dell’ingresso. Sta per infilare le chiavi nella toppa……

Le 20,06. Solo una voce acuta giunge alle sue spalle. “Professore….ehi professore”. Neanche un secondo, una mezza frase, comprendere il pericolo, urlare, perfino fuggire, via lontano, in qualche anfratto del vecchio ghetto ebraico, magari una mezza frase che possa inserirsi tra le finestre aperte di un appartamento, quelle illuminate dalla luce di una stanza. Non una parola. Biagi si volta di scatto e comprende ciò che accade. Ma gli assassini non danno tempo ai suoi pensieri.

Sei colpi in rapida successione vengono sparati da una pistola 9x17 tipo corto, forse una Makarov, una Franchi Llama, altre marche che producono armi corte. L'uomo aziona la pistola automatica che a differenza di quella a tamburo espelle i bossoli. Il killer utilizza così la tecnica del sacchetto di plastica agganciato all'otturatore per impedire che i bossoli espulsi cadano a terra. I brigatisti non intendono offrire agli inquirenti elementi importanti per l'inchiesta, ma l'escamotage rischia di complicare l'uso dell'arma. Ecco perché il killer se ne libera e preme il grilletto altre volte. Sono sei proiettili che fermano il cammino di Marco Biagi.

Le 20,15. Biagi spira tra le braccia degli operatori del 118. Sotto i portici di via Valdonica ora c’è soltanto silenzio. L’ambulanza è parcheggiata in vicolo Luretta. Il corpo del professore é riverso sul pavimento. Sei testimoni assistono alla scena del delitto. Due killer fuggono in motorino, il terzo a piedi. Tre bossoli saranno ritrovati dagli investigato. Sul portone scuro, una mano forse diversa da quella degli assassini disegna una stella a cinque punte. Resta ancora appoggiata alla parete, ciò che resta della sua ultima bicicletta.

Quando viene ucciso dalle Brigate Rosse- Partito Comunista Combattente, Marco Biagi ha 51 anni. E’ sposato con Marina Orlandi e ha due figli maschi: Lorenzo e Francesco. Dal 2001 é membro del Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro., é impegnato nel suo ruolo di consulente del ministero del Welfare guidato da Roberto Maroni. Professore di diritto del lavoro nel dipartimento di economia aziendale dell'università di Modena e Reggio Emilia, Biagi é anche l’editorialista del Sole-24 Ore sui temi del mercato del lavoro.

L’obiettivo scientifico e culturale di Marco Biagi è modernizzare il diritto del lavoro in chiave europea, armonizzare le leggi in vigore nel nostro paese con quelle degli altri stati membri dell’Unione. Un’impresa non facile. Da pochi mesi,l’Europa è infatti una realtà economica con l’avvento dell’euro ma stenta a divenire un unione politica. Con questo spirito lavora prima con Tiziano Treu al ministero del Lavoro, poi con Gabriele Albertini e Stefano Parisi per il Patto di Milano del '99,infine approda al ministero con Roberto Maroni. Offre un contributo decisivo alla stesura del "Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità". A lui e Tiziano Treu appartiene il progetto dello "Statuto dei lavori", il passaggio dallo Statuto dei lavoratori degli anni '70, alle tutele per i nuovi lavori, quelli cosiddetti "atipici".

Un uomo mite, un moderato. Sul piano politico fa parte della tradizione dei riformisti. Cattolico praticante, si avvicina ai socialisti. E’ nel gruppo bolognese del Movimento per il lavoro di Labor, negli anni ‘70. Alle elezioni amministrative del ’99, Biagi si candida per lo Sdi nello schieramento di centrosinistra contro Giorgio Guazzaloca. Poi diviene simpatizzante della Margherita. Del progetto di unire le forze centriste dell’Ulivo è un attento osservatore:partecipa ad uno dei congressi di fondazione e alle elezioni politiche del 2001 vota per il partito di Rutelli, lo stesso di Prodi. Biagi è anche consulente della Confindustria: contribuisce alla definizione del documento sulla competitività presentato nel 2001 a Parma. Frequenta il gruppo dell'Arel di Beniamino Andreatta e Enrico Letta. E’ amico di Romano Prodi, con cui spesso gira in bicicletta per la sua Bologna.

Marco Biagi viene protetto dall’estate 2000 all’autunno 2001. a seguito della sua partecipazione al “Patto per Milano”. Poi non ottiene una scorta adeguata, nonostante le sue ripetute richieste al ministero dell’Interno, ai Prefetti, alle Questure e alle massime autorità dello Stato. Si sente minacciato. Lo scrive a chiare lettere in alcune missive inviate al Ministro Roberto Maroni, al sottosegretario Maurizio Sacconi, al direttore di Confindustria Stefano Parisi, al Presidente della Camera Pierferdinando Casini, al Prefetto di Bologna Sergio Iovino. Riceve telefonate minatorie, come quella nel giorno in cui il ministero dell’Interno gli toglie la scorta. “Ti hanno tolto gli angeli custodi”-afferma l’anonimo interlocutore. E’ dunque un facile obiettivo da colpire. Come Massimo D’Antona, Roberto Ruffilli, Ezio Tarantelli. Come altri ancora lo sono stati nel passato:il giudice Emilio Alessandrini, il professor Guido Galli, il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Vittorio Bachelet, il giornalista del Corriere della Sera Walter Tobagi, il vicedirettore della Stampa Carlo Casalegno. Biagi é metodico, rientra nella sua abitazione di via Valdonica 14 a Bologna più o meno alla stessa ora. I suoi impegni nei convegni sono prevedibili e annunciati dai giornali. Prima di essere ucciso si confida con gli amici, con parenti e la moglie. Ha paura, si sente nel mirino dei terroristi. “Non vorrei fare la fine di Massimo D’Antona”, afferma più volte in quei giorni.

Marco Biagi è un consulente dello Stato che lo Stato non ha saputo difendere. Ucciso perché lasciato inerme. Solo con le sue idee.