UN ATTIMO...VENT'ANNI
Daniele Biacchessi

Daniele Biacchessi legge Un attimo..vent'anni (audio)
Sergio Secci è in stazione. 24 anni appena e già una voglia di vivere che non sa contenere. Sergio si è laureato al Dams, l'università dello spettacolo, della musica, della cultura. Ha un lavoro. La sua strada già è chiara così come la sua attività. La sera del primo agosto, Sergio telefona da Forte dei Marmi ai suoi genitori, Torquato e Lidia: "Stasera sono a una festa. Domani vado su in Alto Adige, a Bolzano, prendo l'espresso delle 8,18 a Bologna". Ha la voce tranquilla, distesa, calma. La sua destinazione di lavoro è Bolzano. Prima deve fermarsi a Verona da Ferruccio Merisi, suo grande amico. Sergio non riesce a prendere quel treno. Uno stupido ritardo di pochi minuti. Si reca all’ufficio informazioni e scopre che un altro convoglio sta per raggiungere la stazione di Bologna. E’ annunciato alle 10,50. Attende la sua coincidenza sbuffando un poco ma per lui, pazienza e fiducia sono armi vincenti. Sergio Secci, il volto sempre sorridente, spesso in giacca e cravatta, i tratti somatici molto simili a suo padre Torquato.
Anche Roberto Procelli è a Bologna ma Sergio proprio non lo conosce. Altra vita, altre situazioni e città. Roberto è di San Leo di Anghiari,quattro chilometri da Arezzo, un paese dove tutti lo conoscono fin da bambino. L’estate di Roberto è un po’ speciale. Ha un berretto in testa e il caldo non dà tregua. E’ partito soldato pochi mesi prima. 121 Battaglione di artiglieria a Bologna. Quando vede passare un suo superiore, si irrigidisce, sta sull’attenti, proprio come un soldato semplice. Da quel paese, lo ha giurato, non se ne vuole proprio andare. Lo aspettano Ilda e Rinaldo, e quella ragazza che gli fa il filo, e gli amici che girano con lui da quando avevano i calzoni corti, e la vita di un paese di provincia, fatto di cose semplici. Poi è arrivata la cartolina dal distretto militare. Poche righe, due indicazioni, un orario e una città. Ora si trova lì, sotto la pensilina, ad aspettare il suo treno di ritorno. Capelli corti, magro, con il borsone verde a tracolla e quel vestito che sta sempre più stretto. Si mette sotto il vecchio orologio della stazione. Lancette che segnano il tempo, e treni in arrivo, e nuove partenze. Locali, espressi, rapidi.
Lo può vedere quel fiume di gente, e di treni in transito che si intersecano lungo binari affollati, e di grida di venditori di panini e bibite, e di bimbi che corrono felici. Non c’è tempo per pensare. Neanche un solo attimo. L’altoparlante annuncia ritardi. Del resto è il 2 agosto e un Paese vuole andare al mare. Le carrozze sono stipate fino all’inverosimile. Per prenderli al volo quegli espressi, c’è chi entra dalle porte e non lascia mica uscire gli altri passeggeri che sono appena giunti nella loro stazione. Enormi valige passano dentro a pochi centimetri di finestrini aperti. Una ressa. In biglietteria c’è una coda che non si vedeva da tempo, tutti spingono, i posti sono pochi, chi ha prenotato, chi non ha ancora il ticket, chi non lo avrà per quel giorno. Roberto non sa che accanto a lui e a Sergio ci sono ragazzi che provengono da altri paesi. Lingue, culture, realtà differenti.
Francesco Gomez Martinez, 23 anni, spagnolo di Madrid. Né poeta, né studente, ancora giovane per lavorare, già vecchio per i banchi di scuola, sogni e speranze. Quel viaggio in Italia se lo voleva regalare da anni. Per lui era come una promozione. Come quando da bambino ti comprano ciò che hai sempre voluto avere, una bicicletta, un motorino, uno stereo per ascoltare i dischi, un biglietto per un luogo lontano. L’Italia, paese di arte e di poeti, di lettere e storia, monumenti e donne bellissime. Ora Francesco è nella sala d’aspetto di seconda classe. Lì a Bologna, ha trovato nuovi amici, pure loro spagnoli. Pablo,Paco,José, Clemente con lui fanno già un quintetto. Le puoi sentire ancora oggi quelle discussioni tra ragazzi spensierati, in una terra straniera, non nemica. Hanno un biglietto ficcato in tasca, quotidiani spagnoli e italiani e un’estate ancora tutta da consumare. Clemente Pitzalis maneggia la sua piccola macchina fotografica. I suoi genitori sono sardi ma vivono in Spagna,Villasefa Tarragona. Conosce due lingue, è naturale.
Nella sala d’aspetto l’impianto di aerazione non funziona e il caldo è opprimente. Si suda stando fermi e immobili. Gocce che si impregnano nella camicia nuova, stirata di fresco, e non fanno parlare. Manca il fiato a Bologna, il 2 agosto dell’80. Così le porte si aprono e si chiudono in continuazione ma di fresco quel giorno c’è solo l’ombra della stazione, là fuori nel piazzale delle Medaglie d’oro, dove sono posteggiati i taxi.
Fausto “Togliatti” Venturi, 38 anni e Romeo Rota attendono l’arrivo dei clienti. Si appoggiano a quella macchina, una 132 diesel. Sono davvero amici. In collina ci vanno a bere nei giorni di riposo, un frizzantino brioso, una briscola, le risate con gli altri colleghi. Di domenica si va allo stadio, a vedere il Bologna. Di giorno si sta bloccati in stazione, la lunga attesa, poi via lanciati nel traffico della città. Con loro c’è Francesco “Verbale” Betti,44 anni, di San Lazzaro di Savena, un mito per i tassisti, il compagno che tutti vorrebbero avere accanto nei momenti difficili, sguardo da furbetto, si veste bene, spesso porta una cravatta colorata che sa di festa. Vorrebbe bere anche lui, quel buon caffè che fanno le sue amiche al ristorante Cigar. Betti è vicino alla sua 124, in terza fila, proprio accanto alle catenelle che delimitano lo spazio delle auto pubbliche, a trenta metri dalla sala d’aspetto di seconda classe. Francesco, un figlio perso anni prima, un figlio nato da poco. Del suo bimbo, parla a tutti, tiene la fotografia nel portafoglio.
Quando c’è quella confusione in stazione, Euridia Bergianti, 49 anni, una bella donna, sempre allegra, i capelli chiari e quegli orecchini grandi, non perde la calma. Lei, in quel luogo, un po’ c’è nata. Sta rintanata dietro al bancone del self service e serve da bere a chi ordina: "Mi fa un cappuccino? -chiede un signore - Caldo, mi raccomando... ma non bollente".Euridia prende la tazza grande. Fa scendere il caffè, lentamente. Poi lo zucchero in bustina, il cucchiaio, il vassoio, e il cappuccino caldo é servito. Il signore lo beve, è contento, paga alla cassa e se ne va’. Euridia, la mamma di due figli. Danilo di 24 anni, fa l’artigiano su a Milano. Poi c’è Sandro che vive in casa e da due mesi lavoracome agente di commercio nel settore dell’utensileria meccanica. Euridia, che aveva amato Romano fino a cinque anni prima, quando se ne era andato via per un altro lungo viaggio.
Katia Bertasi, 34 anni, lavora con Euridia. Non sta al banco del ristorante Cigar. E’ impiegata alla contabilità. Ora è al telefono con un fornitore. "L'ultima fattura del latte non andava bene... Mi raccomando, lo dica al suo principale". Katia che sta con Luigi Biagetti, un amore nato tra le scrivanie dell’ufficio, una figlia, Federica e Alessandro, nato da poco.
Mentre Katia é attaccata alla cornetta, Nilla Natali, 25 anni, entra negli uffici dell'amministrazione. E' giorno di stipendi alla Cigar. "Katia....non ti preoccupare....sono venuta a darti una mano per fare le buste paga.....tanto oggi vado in ferie". Nilla, figlia unica, due genitori che la adorano, il volto che sembra dipinto, capelli scuri non troppo lunghi.
Franca Dall'Olio é lì accanto a Katia e Nilla. Risponde al telefono. "Uffa c'è un altro fornitore....ma non ci lasciano in pace neanche il 2 agosto". Franca prende la cornetta del telefono. "E' arrivata la merce? .....venga su lei.... mi ha fatto venire in mente che devo fare un'altra cosa.....poi vengo". Franca,la 'bimba' dell'ufficio amministrativo della Cigar, vent'anni, figlia unica. Graziosa, educata, gentile, riservata. Vive con i genitori e il nonno, in un appartamento a Bologna. Il padre Raffaele è un dipendente dell’Amiu, la mamma è casalinga. Molto religiosa, Franca insegna dottrinanella chiesa di Sant’Antonio di Savena, fuori San Vitale. Ama dipingere. Il giorno prima si è fatto un autoritratto, guardandosi allo specchio. Lo ha lasciato a casa, sopra il suo comodino. Franca, il sorriso di chi è ancora giovane, la collanina, gli orecchini, lo sguardo ingenuo.
Rita Verde ha 22 anni. Lavora al ristorante Cigar da quando aveva finito le scuole, il diploma quattro anni prima. Non le piace essere mantenuta dalla famiglia. Una vita che condivide con madre, padre, fratello e sorella nella sua Bologna. Il padre, Domenico, è impiegato alla Sip. Rita ha un amore profondo. Con il suo Massimo è sempre insieme. Stanno per sposarsi. Per Rita è l’ultimo giorno di lavoro, mancano poche ore e alle 12,30 stacca, una salto a casa per prendere le valigie, poi va in vacanza, Lido degli Estensi. Deve raggiungere Gianni e Morena, e i suoi genitori. Rita, dalla chioma lunga scura, i bei tratti gentili.
I bambini non conoscono le regole degli adulti. Figuriamoci in una stazione d’agosto, in mezzo a quel chiasso è come sentirli.Scappano, si nascondono poi si riprendono e si rincorrono. Una danza che può andare avanti fino all’infinito. "Dai.....non mi prendi....non sai correre". I genitori non riescono proprio a tranquillizzarli.Ci sono i fratelli danesi Eckhardt, 14 anni e Kai Mader ,8 anni, un bambinone dalla faccia tonda. Margherete Mader, 39 anni, è la loro madre. I bambini corrono....corrono....senza sosta. Tutto si svolge nella sala d’aspetto di seconda classe, accanto a quella fotografia del Teatro Comunale appesa al muro, ingiallita dal tempo.
E in quella sala, che si è trasformata in un grande e disorganizzato bivacco generale, Francesco Diomede Fresa, un ragazzo biondo di quattordici anni, legge un fumetto. Con la madre Errica Frigerio, 57 anni, e il padre Vito, 62 anni, aspetta di partire. Le valigie sono pesanti, stracolme di vestiti, costumi da bagno, magliette, scarpette da pallone. Vito è direttore dell'Istituto di Patologia generale della Facoltà di Medicina di Bari. Un uomo colto, un ricercatore apprezzato e sperimentatore nella lotta contro i tumori. Sono partiti tutti insieme, in comitiva, per le ferie. Direzione: Fellicarolo. Poche case ai piedi del monte Cimone, nell’Appennino modenese. Non vogliono rischiare incidenti in auto. Quel tratto autostradale tra Bari e Bologna proprio non li convince e un po’ li spaventa. “….Il viaggio è lungo….Meglio andare in treno”. Sono a Bologna dalle 10. Gli uomini hanno un contrassegno in mano per ritirare le auto parcheggiate sul treno, le donne e i bambini rimangono nella sala d’aspetto. Attendono il segnale di partenza, verso la montagna. Sorridono, parlano in dialetto.
E’ l’identico sorriso, stampato sul volto di Silvana Serravalli, 34 anni, di Bari. Lei entra nel bar della stazione con le sue due figlie, Alessandra e Simona, e le due nipoti, Sonia e Patrizia. “Compraci le caramelle….vogliamo le caramelle”, gridano le bimbe più piccole in coro. Anche loro sono irrequiete, ma lei, Silvana, sa comeassecondarle. Tira fuori dal portafoglio una banconota da cinquemila lire e acquista dolci per tutti.Sonia Burri ha 7 anni, la frangetta, i capelli corti scuri, lo sguardo attento. E’ la sorellina di Patrizia Messineo,18 anni. Le nipoti di Silvana e Gioacchino Barbera. Tutti di Bari.
Dolci, caramelle, cioccolatini, gelati. Maria Fresu si rivolge alla sua bambina Angela, 3 anni, capelli corti neri. "Non essereimpaziente... non posso comprarti il gelato di mattina... Tra dieci minuti arriva il nostro treno, andiamo al lago". Angela è disattenta. Le due amiche della madre, Verdiana Bidona con i suoi fluenti capelli che gli aprono il viso e Silvana Ancellotti, si prendono cura della bimba e giocano. Maria Fresu è spensierata. Quel viaggio con le amiche lo aveva progettato con la massima cura e attenzione. "Due settimane sulle rive del Garda ci faranno bene" - amava dire alle colleghe. Maria viene da Montespertoli, vicino a Firenze. Operaia. Otto ore in una fabbrica di confezioni.Tutti i giorni si sveglia presto, prepara la colazione per Angela, si veste, prende il locale per Empoli , entra in azienda e non smette mai di lavorare. Testa bassa e grande vigore ma con dignità. Quel lavoro che altri cercano da anni, nel Sud del Paese.
Angelina e Domenica Marino stanno scendendo dal treno che viene dalla Sicilia. Sono di Altofonte, tra le colline che dominano Palermo. Un paese antico, dove il lavoro è solo un miraggio per fortunati. Terra aspra, poco coltivata, case bianche e grigie, adagiate lungo le rocciose pendici di un monte arido. Altofonte, diecimila abitanti, tanti anziani, vecchie signore con scialli neri anche d’estate, dentro ai bar gli uomini giocano a carte, giovani con la valigia sempre pronti a partire per nuove avventure, lassù, verso il Nord. Angelina e Domenica hanno un appuntamento nella sala d'aspetto di seconda classe. Lo hanno fissato per tempo. Li aspettano Luca Marino, il fratello che ha fatto una scelta di vita e di speranza e la nuova fidanzata, Antonella Ceci. Luca è emigrato a Ravenna da cinque anni. Lavora come manovale in un cantiere. Le aveva chiamate da una cabina, con i gettoni che scendevano velocemente: "…..Ci vediamo il 2 agosto, alla stazione, viene anche Antonella........ve la farò conoscere....é una ragazza tanto carina". Antonella Ceci, 19 anni di Ravenna. Con Luca ha un progetto. Quel ragazzo lo vuole proprio sposare, in chiesa, e vuole indossare l’abito più bello che c’é. Angelina, Domenica, Luca e Antonella. I baci, i sorrisi,le lacrime, quell’odore di treni che vengono da lontano, di pane ancora buono , di piccoli fatti quotidiani che compongono il racconto di una vita.
Nazzareno Basso, 33 anni, lavora a Milazzo, profondo Sud, ma lui non è siciliano come Angelina, Domenica, Luca e Antonella. Vive nel Nord-Est, zona non ancora ricca. Mesi prima si era spostato per cercare fortuna. Officine Galilei di Milazzo. Strane coincidenze. Si ritrova lì, per un banale ritardo di un treno. Sa che nella sua piccola casa a Caltana di Santa Maria di Sala, alle porte di Venezia, lo attendono la moglie Ines e i quattro figli, Francesco, Silvia, Cristina, Emanuela, che aveva chiamato quasi un'ora prima. "Non mi aspettate....mangiate pure......sono in ritardo ma tra poco arrivo". Con Ines si conoscono da quel giorno a Chioggia, quando era ancora un carabiniere ausiliario. Alle “Galilei” é caporeparto. Anche la moglie ha trovato lavoro in Sicilia. E’ insegnante.
Carlo Mauri, la moglie Anna Maria Bosio e il figlio Luca di 6 anni, di Como,sono reduci da una brutta avventura. Lui quella macchina l’aveva comprata da poco, nuova fiammante, pronta per andare in ferie. Si mettono in viaggio e l’auto inizia a dare problemi al motore. Un’avaria. “Ci vorrà del tempo”, gli avevano detto i meccanici. Sì, ma quanto? “Forse tutta l’estate”. Non intendono rinunciare ad una vacanza, così vanno in stazione. Aspettano il primo treno, verso il mare. Carlo Mauri, i suoi baffoni neri, il sorriso. Luca un bel bambino dai capelli castani, Anna, così sempre gentile, buona, solare.
A Bath e a Bristol in Inghilterra, il sole non c’è mai, sempre pioggia. Il mare che hanno davanti è il Canale della Manica, nero, sporco, con i traghetti dalla Francia che passano via in fretta. Catherine Helen Mitchell e John AndrewKolpinsky, 22anni, inglesi. Loro l’Italia non la conoscono, neanche in cartolina. Gli amici li hanno ben consigliati: una bella vacanza vi metterà a posto. Prima di quel viaggio, avevano passato anni di studio ma alla fine ce l’ hanno fatta. Si sono laureati con il massimo dei voti all’Università di Birmingham. C’è una fotografia che li ritrae insieme, felici, vestiti con la toga come nei college, lui più alto di lei con la barba e la riga in mezzo ai capelli, lei con un espressione di gioia incontenibile. Se ne stanno in stazione, mano nella mano,attendendo un futuro ancora incerto, con tanta voglia di una vita insieme.
Viviana Bugamelli e Paolo Zecchi, una storia d’amore inossidabile. Lei è incinta di qualche mese. Paolo, 23 anni, ha già un lavoro. Con Viviana c'é un rapporto speciale, di passione e di rispetto. Di mattina presto hanno telefonato alla zia: “Passeremo di lì tra poco…..sai dobbiamo ritirare quelle cose”. Prima sono andati in stazione. Devono organizzare il loroviaggio in Sardegna: “….Sì, all'inizio di settembre…..meglio prenotare per tempo il traghetto”. Ne sono convinti. Quella vita sarebbe stata sicuramente felice.
Roberto Gaiola, 25 anni, è invece a Bologna per disintossicarsi. Quel periodo nero della sua esistenza sembra superato. Un incubo da dimenticare, una trappola nella quale mai più sarebbe ricaduto. Lo ha giurato ai genitori, agli amici, soprattutto a se stesso. A Roberto non piace lo studio. A undici anni preferisce il lavoro in una piccola fabbrica di Vicenza ai banchi di scuola. Nemmeno il diploma della media superiore. Una cultura se la fa attraverso libri di carattere sociologico, ricerche sui giovani, sulle periferie urbane. E’ un’autodidatta. Ascolta la musica dei Rolling Stones e dei Doors, come tanti ragazzi della sua generazione. “You can always get what you want”. Per quel viaggio, ha lasciato nella sua cameretta i libri, i dischi, le cassette e i poster dei suoi miti.
Vincenzina Sala, il marito Umberto Zanetti, il nipote Marco Bolognesi, 6 anni, la nonna Bruna Tedeschi in stazione attendono la figlia Daniela e il genero Paolo che tornano dalla Svizzera. Si trovano accanto alla grata dell’imbocco delsottopassaggio della stazione. Il treno è atteso al terzo binario ma è in ritardo, e di molto. Dice forte Vincenzina agli altri che la stanno a sentire: “Guardate che combinazione. Sul primo binario c’è proprio il treno che va a Basilea, da dove dovrebbero arrivare tra poco Daniela e Paolo. Che strano….”. Allora è meglio star fermi, presto l’altoparlante annuncerà prima o poi tutte le informazioni necessarie, Daniela e Paolo scenderanno dal treno. Poi via, tutti insieme, come sempre.
Mauro Alganon, i suoi ventidue anni se li sente tutti sulla pelle. E’ con un amico. Con lui parte presto da Asti, dalle colline già piene di grappoli di uva ma ancora troppo acerbe. L’odore del mosto arriverà tra un mese e mezzo.Lascia la sua casa per Bologna. Dopo Padova sarebbero andati a Venezia, tra le gondole e Piazza San Marco. La passione per la fotografia è già una realtà, forse un lavoro ma lui, Mauro, ancora non lo sa. Nello zaino si è messo gli obiettivi, i filtri e quella macchina comprata al mercato per pochi soldi risparmiati con fatica. Per non lasciarla incustodita fanno i turni nella sala d'aspetto di seconda classe. Uno esce e prende un po’ di aria: l'altro resta dentro a leggere il giornale.
Paolo Bianchi, quarant'anni, muratore, un passato da bracciante nei campi della campagna ferrarese. Paolo si reca tutti gli anni ad Arco di Trento, sul lago di Garda. Anche il 2 agosto intende passare almeno una settimana di tranquillità, con una sua amica. A Castello di Vigarano Mainarda, diconoche con quella donna si sarebbe forse sposato. E’ partito di buon mattino dalla stazione di Ferrara. Anche lui, aspetta il treno delle 10,50 per Bolzano. Come Sergio Secci.
Iwao Sekiguchi, vent’anni, giapponese di Tokyo. E’ in Italia per una borsa di studio. Vuole diventare un diplomatico. Ha appena partecipato ad un corso all’Università di Tokyo. Sta nella sala d’aspetto di seconda classe. Di quel paese gli piace tutto, e annota ogni cosa che vede e sente su un diario: “…Stasera vedrò finalmente le gondole di San Marco….” Ai genitori aveva inviato la sera prima un telegramma: “..Tutto ok…”.
Accanto al ragazzo dagli occhi a mandorla, c’è Manuela Gallon, undici anni. E’ li che attende il treno per Bolzano. I genitori Natalia e Giorgio la devono accompagnare nella colonia estiva di Dobbiaco. I tre sono vicino all’imbocco del sottopassaggio. Il padre va a comprare un pacchetto di sigarette. Loro rimangono ferme, e ridono, e chiacchierano, e se la contano su. Giorgio, un saldatore delle Ferrovie. Natalia, operaia alla Ducati elettrotecnica, capelli chiari, occhiali squadrati.Manuela, faccione tondo, il bel vestito bianco. Si vogliono tutti un gran bene.
Angelo Priore, ventisei anni, a Bologna è di passaggio. Lui è di Malles,in provincia di Bolzano. Nella sala di seconda classe è da ore con i suoceri. Angelo è parente di Rosario, giudice a Roma, quello che anni dopo indagherà sui segreti della strage di Ustica.
Marina Trolese, sedici anni, è di Sant’Angelo di Piove di Sacco, provincia di Padova. Con la sorella Chiara, quindici anni, vuole andare in Inghilterra, un viaggio di studio, la loro prima volta fuori casa. La madre Anna Maria e il fratellino Andrea sono così orgogliosi e commossi che quasi piangono. Si erano svegliati tutti presto, quella mattina. Un salto a Bologna, poi Marina e Chiara sarebbero partiti per quella meta lontana. Londra.
Rosina Barbaro e Luigi Montani sono in stazione da due ore. Si dirigono verso il bar, sottobraccio l’una dell’altro, tranquilli, sorridenti, senza un problema, uno screzio, un litigio. Cercano solo un caffè che a quell’ora è come oro caldo. Hanno una meta, neanche tanto lontana:una piccola pensione nella Riviera Adriatica. Quarantamila lire, tutto compreso.
Antonio Di Paola, 32 anni, e Salvatore Seminara, 34 anni. Sono corsi in stazione. Hanno fatto di tutto per raggiungere quel treno che porta a Bologna Giuseppe, il fratello di Salvatore che fa il militare. Ma il treno è in ritardo. Un caffè, una sigaretta, la lunga attesa nella sala d’aspetto di seconda classe. Salvatore è emigrato, viene da Catania. A Bologna, lavora da nove anni:operaio di quinto livello alla Strabuzzi, impianti di segnalazione ferroviaria. Lui e Antonino dividono in due una misera stanza ma hanno in mente ben altri progetti.
Carla Gozzi, 38 anni, capelli ricci, e Umberto Lugli, 39 anni. I loro sguardi da innamorati si scrutano, si scoprono mano nella mano ad attendere il treno che li porta al mare. Lei è di Concordia sulla Secchia, un paese contadino dove si parla uno strano dialetto, tra il modenese e il mantovano, terra dove i confini sono labili e solo l’argine del fiume delimita le province che sono come frontiere. Umberto è di Carpi. Carla ha lasciato a casa la sua collezione di conchiglie. Ama sentire quei suoni che sanno di vento e spiagge di sabbia.
Elisabetta De Marchi, 60 anni, è in stazione con il figlio Roberto, 21 anni. Devono raggiungere un paese lontano, in provincia di Bari. Elisabetta si è appena ripresa da un delicato intervento. Accetta comunque quell’invito della sua cognata, in Italia per qualche mese prima del ritorno in Australia, dove vive e lavora. Hanno il biglietto di prima classe ma lei preferisce attendere il treno nella sala di seconda classe.
Lì accanto si trovanoEleonora Vaccaro e il giovane Vittorio, appena un ragazzo è già sposato con Adele, Linda ha pochi mesi.
Poco più in là, verso il ristorante c’è Flavia Casadei, 18 anni, di Rimini, quarto liceo scientifico, borsa di studio ogni anno, fin dalle elementari. Sta raggiungendo Brescia. La attende lo zio. Ma il suo treno per Verona è in ritardo. Flavia ama scrivere poesie e disegna. A Brescia deve incontrare un amico pittore che si interessa dei suoi dipinti. Flavia si siede nella sala di prima classe.
Giuseppe Patruno, 18 anni. Anche lui è emigrato a Bologna con suo fratello.La sua parlata barese si è già mischiata con quellapiù grassa, emiliana. Da due anni ripara televisori. E’ pure bravo, e si impegna. E’ come vederlo smanettare quei monitor a colori e in bianco e nero.
Romeo Ruozi, 54 anni, vaga da ore per la stazione. Cerca Valeria, sua figlia. Le aveva detto al telefono: “Vengo a prenderti come al solito…..ti aspetto al binario del treno che viene da Verona ”.
Mirella Fornasari, 36 anni, le ferie le prende d’agosto. Quest’anno, però, ritarda la partenza. Con il marito Giorgio Lambertini se ne andrà via solo il 12. Lavora nella sede della Cigar di via Marconi, ma quel giorno la vogliono in stazione, c’è bisogno del suo contributo.Il giorno prima, Mirella era andata a trovare la suocera, Anna Fienili. Due regalini. Poi è rimasta in casa, con un pennello ha riverniciato l’appartamento.
Mario Sica, 43 anni, è un avvocato. Ama il suo lavoro. E’ responsabile del servizio personale dell’Atc. Passeggia sul marciapiede lungo il binario 1. Attende la madre, Anna Jannuzzi. Lui è un esperto di diritto del lavoro. E’ di Roma. Dopo la laurea in legge, va a Torino alla Fiat. Da quattro anni sta all’Atc. Sposato con tre figli. Si trova, pure lui, quasi all’imbocco del sottopassaggio.
Angelica Tarsi, 72 anni, Loredana Molina, 44 anni e il figlio Paolo, 13 anni, stanno poco lontani da Mario Sica, vicino alla sala d’aspetto di seconda classe. Angelica deve accompagnare Paolo a Ostra, un piccolo paese sulle colline in provincia di Ancona. Il loro treno parte alle 10,55, primo binario. Loredana si è caricata di pacchi e valigie mentre suo marito, Dario, cerca un posteggio per l’auto. Una coda alla biglietteria, poi la corsa verso il treno, fendendo la calca degli altri viaggiatori.
Antonio Montanari, 86 anni, pensionato. E’ di Argenta, provincia di Ferrara ma Bologna, ormai, è diventata la sua città. Con l’Unità ficcata in tasca, si ferma all’autostazione, annota su un foglio di carta gli orari dei pullman. E’ davanti al portico della stazione e attende il bus che non arriva.
Mirco Castellaro e Vincenzo Petteni aspettano il treno per Palermo. In fondo è solo una vacanza, una breve pausa in un lungo viaggio da Nord a Sud.
Lidia Olla in Cardillo, 67 anni, pensionata. La sua Sardegna, i suoi paesaggi, le spiagge, se le sente addosso ma a Bologna ci sta bene, da anni. Spesso ritorna sull’isola, nella sua Ninnai. Stamattina è anche lei sotto la pensilina.
Storie che si incrociano lungo i binari di una stazione d’agosto. Storie semplici, di vita quotidiana, forse banali ma vere. Come quelle vissute il 2 agosto da Vito Ales, Argeo Bonora, Maria Idria Avati, Irene Breton in Boudouban, Davide Caprioli, Velia Carli in Lauro, Mauro Di Vittorio, Brigitte Drouhard, Berta Ebner Schneider, Lina Ferretti in Mannocci. E ancora Pietro Galassi, Vincenzo Lanconelli, Francesco Antonio Lascala, Pier Francesco Laurenti, Salvatore Lauro, Maria Angela Marangon. Le storie di Rossella Marceddu, Amorveno Marzagalli,Vincenzo Pettini, Pio Carmine Remollino, Gaetano Roda, Onofrio Salvatore Zappalà. Nomi, volti, sorrisi, abbracci, parole, sogni di gente che vuole soltanto vivere e andare al mare.
Nella sala entra un uomo con una borsa-valigia in mano, di quelle con la cerniera e piedini metallici. Si guarda intorno, tutti parlano, fumano, leggono. Non badano a quello che accade. Non prestano granché attenzione. Del resto, é il 2 agosto e alle 10,15 non c’è tempo per accorgersi di quel particolare. Nessuno lo vede, nessuno lo scorge tra tanti volti. Un sospetto, una circostanza, una testimonianza. Niente. L’uomo piazza la valigia sul tavolino portabagagli, a cinquanta centimetri dal suolo, accanto al muro portante della sala, il timer è già azionato, puntato su dei numeri, 10,25. Si dilegua. Come fanno gli assassini. E il giorno diventa notte. Nella guerra in tempo di pace.
Dieci minuti. Poi la strage. Venti, venticinque chilogrammi di esplosivo gelatinato Compound B, di tipo militare. Nitroglicerina, nitroglicol, nitrato ammonico, solfato di bario, tritolo, stronzio, nitrato sodico e T 4, tutti compressi in una valigia, di aspetto normale, con un innesco costituito da un temporizzatore artigianale di natura chimica. Una miscela devastante. 10,25. Un vento forte spazza via ogni cosa, un tornado violento, più forte di un terremoto, qualcosa che ha il sapore della morte e di cose bruciate, di vecchi boati, e urla, e grida, polvere, fumo, odore di braccia.
Una sala d’aspetto di seconda classe si è sbriciolata come fanno quei castelli di sabbia quando c’è l’alta marea, è entrata in quella di prima classe e ha travolto ogni cosa.
Centinaia di metri cubi di terra, travi lunghe duecento metri, pensiline in acciaio, traversine, sassi, binari troncati di netto, frammenti di rotaie, enormi blocchi di cemento armato ridotti a minuscoli pezzetti, con dentro uomini, donne, bambini, ragazzi, anziani, due carrozze del treno straordinario 13534 Ancona-Basilea, il ristorante Cigar, bicchieri, tazze, macchine per il caffè, tostapane, stracci, gli uffici amministrativi con tavoli, computer, telefoni, fatture, ordini, archivi di clienti, calcolatrici. E ancora sedili di automobili parcheggiate, ruote, taxi, biciclette, moto, giornali italiani e stranieri, libri, bambole, bibite, panini, sacchetti con dentro frutta, pacchetti di sigarette. Magliette, calze, scarpe da montagna, sandali, rasoi, spazzolini, pettini, cofanetti per il trucco, pullover dentro a zaini, valige di plastica e di cartone. E ancora speranze, discorsi, progetti, sogni, delusioni, rabbia, rancori, paure, serenità di una vacanza promessa solo per un’estate. Un onda lunga di tutto questo si é riversata in meno di un secondo nella piazza della stazione, verso il binario 1, infilata laggiù nel sottopassaggio. Un mondocompatto, fatto di cose e persone che poco prima erano vive, è venuto giù, sfaldato e si è dissolto. E in quel macello l’orologio si è fermato. 10,25. 85 morti, 200 feriti. Altro che innocenza perduta.
Ci sono silenzi così pieni di rumori che spesso si annullano a vicenda. Due minuti di silenzio valgono un’eternità. Frasi, azioni, gesti, sguardi, la vita di ottantacinque persone si è congelata, ibernata, come quelle statue di gesso che non hanno colore, stanno lì immobili, ti guardano, non hanno più un’anima ma parlano. Cosa contengono due minuti di tempo dopo una strage? Ci sono silenzi in cui le parole non dette suonano ancora più forte. Quelle che Sergio stava per sussurrare al bigliettaio, e quelle di altre decine come lui che attendevano un parente lontano, e l’abbraccio dei fratelli di Altofonte, e la corsa di Sonia, Luca, Kay, Eckhardt, e il sorriso schietto di Manuela, Angela, e l’ultimo bacio di Viviana e Paolo, e il sorriso di Fausto, Romeo, Francesco, e il cappuccino di Euridia, i sogni veneziani di Iwao, il viaggio da sud a nord di Nazareno, l’abbraccio di Luigi e Rosina.
Frasi che risuonano nella testa, chiare e rotonde, pizzicano in gola, sul fondo della lingua, premono forte sulla laringe e schioccano, sonore e senza voce, contro il palato. Silenzi in cui le parole si trasformano in urla ingoiate di traverso. Come vite sospese che non sono più corpo e spazio. Il silenzio della solitudine che sigilla insieme labbra, lingua e gola, e va giù fin dritto allo stomaco. D’inverno, ci sono mattine fredde e livide in cui un urlo è più acuto e veloce di un giorno di nebbia fitta. D’estate ci sono certe giornate di primo agosto, limpide, calde, che lo sguardo sembra fare il giro del mondo e non c’è ragione perché un urlo non possa fare lo stesso. E sul mare, quando il sole si riflette sull’acqua, sulla spiaggia giungono le voci di barche lontane alcune miglia, un urlo corre sul riverbero e salta come i sassi lanciati sulle onde.
Quell’urlo lontano, straziante, indifeso, giunge dalla stazione di Bologna, come un fischio acuto. E compie il giro del mondo. In molti lo percepiscono, forte e chiaro, potente come una bomba.
La prima ambulanza inizia a suonare la sirena alle 10,27. Poi ne giungono altre, e altre ancora. 10,28. 10,29. 10,30. Uomini in divisa rossa, vigili del fuoco e volontari, soldati, carabinieri, poliziotti, gente comune. Sotto una parte rimasta intatta della stazione, si piazzano i primi mezzi di soccorso, le scale, le pale. Si scava con le mani, tra blocchi di cemento durissimo e traversine disintegrate. L’autobus 4030 della linea 37 è l’infermeria. Poi carica solo i morti per risparmiare le ambulanze. Davanti alla porta c’è Don Mario, un domenicano che recita il rosario e benedice i morti, con un segno della croce che sa di addio. Le due dita corrono in verticale in orizzontale. E i suoi occhi rimangono per attimi come impietriti. Fissano altri occhi. Non più vivi.
Roberto Castaldo, ferroviere, la sua testimonianza è già un atto di accusa. Oggi mi racconta: “Ho un ricordo fotografico di quel giorno. Ero conduttore del treno. Non macchinista come pensa qualcuno, ma bigliettaio. Dovevo essere di turno a Cremona ma all’ultimo momento, quella mattina, mi spostarono da Milano a Bologna. Arrivai in orario. Era previsto il cambio di un’ora. Dovetti aspettare il treno Andria-Express. Era in ritardo. Così, con altri colleghi, ci recammo al deposito del personale viaggiante. Un caffè, quattro chiacchiere con altri ferrovieri. L’altoparlante annunciò l’arrivo del treno sul binario 1. Quattro passi a piedi. Passammo davanti alla sala d’aspetto di seconda classe. C’era gente seduta sui marciapiedi, ovunque, il chiosco dei gelati affollato, come quello dei panini, ristoranti stracolmi di persone. Le 10,10. Andammo in testa al treno. Il capo ci diede i compiti. Il primo conduttore andò in coda, uno rimase lì in testa e io mi recai al centro. Le 10,15. Diedi informazioni sugli orari ad alcuni signori che erano appoggiati ai finestrini. Le 10,24. A quel punto ero con la faccia rivolta verso la coda del treno, la sala d’aspetto la avevo sulla mia destra. Il capotreno fischiò d’improvviso, mi girai, vidi il segnale verde, alzai il braccio destro. Non feci in tempo a prendere il via libera dal conduttore di coda che scoppiò la bomba. Una fiammata enorme, un forte boato. Qualcuno uscii dalla sala d’aspetto con gli indumenti bruciati. Intanto si sprigionò una coltre di fuliggine nera, era come se si camminasse dentro un tunnel, misi la mano in bocca per proteggermi, la polvere era dappertutto. In quell’esatto istante la sala d’aspetto crollò, anche la tettoia di lamiera e tutto quel fumo andò verso l’alto. Il vuoto d’aria mi schiacciò contro la vettura, poi a terra. Sulla gamba mi cadde un pezzo di ferro. Non sentii alcun dolore, in quel momento. Ci fu un silenzio irreale, di due minuti, tremendo, la polvere scese e mi coprii il volto, le mani, tutto. Da quel torpore irreale, mi svegliò un urlo violento. Era qualcuno che si trovava sugli altri binari, vide la scena e urlò, così forte, così chiaro. Mi girai e vidi una persona che veniva verso di me. Mentre correva, gli cadde un masso sulla schiena. Rimase a terra a pochi centimetri. Aveva gli occhi sbarrati ma forse voleva comunicare qualcosa, un segnale di aiuto. Da solo, cercai di togliere il masso dal suo corpo ma era troppo pesante. Uscii dalla stazione e chiamai delle persone. Tornammo sul binario 1. Riuscimmo a spostare il blocco. Lui non gemeva. Se lo portarono via con l’autoambulanza. Solo allora mi accorsi che avevo un ginocchio gonfiato, triplicato e andai in ospedale”.
Marina Gamberini, il 2 agosto dell’80 ha appena compiuto vent’anni. Viene estratta dalle macerie e trasportata all'ospedale. Oggi mi dice: "Lavoravo alla Cigar. Non ho un ricordo preciso dell’esplosione. Quei particolari li ho rimossi nella mia mente e li sto ricostruendo attraverso un lungo e difficile lavoro di analisi. I miei ricordi iniziano da quando mi sono svegliata. Ero sotto le macerie. C’era un gran buio, e urlavo, o almeno a me pareva di urlare forte. Sentivo le sirene delle ambulanze che giravano intorno, le mani che scavavano tra le pietre. Ho sentito che tutto si capovolgeva, non potevo muovermi. Era come se fossi in un incubo. Ero rimasta incastrata tra una grossa trave e la mia scrivania. Uno dei volontari mi è passato sopra e mi ha fatto male. Ho urlato più forte, lui ha ordinato agli altri di stare in silenzio. Hanno iniziato a scavare. Alla fine ho sentito una mano che mi prendeva e mi tirava fuori da quella posizione. Poi mi sono addormentata. Ho perso le mie colleghe. Stavamo compiendo il nostro dovere, non avevamo chiesto a nessuno di metterci una bomba sotto la scrivania".
Lamberto Sapori del Resto del Carlino- La Nazione è il primo giornalista a giungere in stazione. Ne seguiranno altri, con gli occhi lucidi, di pianto e rabbia, annoteranno sui block notes scene che non dimenticheranno facilmente: “Guardo verso la stazione, che dista un centinaio di metri, e proprio dal centro vedo spuntare una colonna di fumo che si allarga nella parte più alta fino a diventare una sorta di fungo…Ha tre colori dominanti:giallo,arancione e nero….Attraverso via dé Caracci ed entro dalla parte nord di Bologna Centrale…Arrivo nel budello, buio come la notte. Mi corrono incontro, urlando, due o tre ragazze, sembrano impazzite…C’è in tutti, a cominciare da me, la paura folle di una nuova esplosione….A terra, sul marciapiedi del primo binario, vedo due giovani che si rotolano, urlando: alcune macchie di sangue si allargano sui loro vestiti….dal cumulo di macerie, poco avanti, si alzano ancora nuvole di fumo..Due giovani in jeans sono immobili, le braccia spalancate, bloccati dalla morte….Lo scoppio è avvenuto da dieci minuti…”.
Ugo Natale, padre di Roberto, 13 anni: "Eravamo nella sala d'aspetto di prima classe, proprio dove sono cadute più macerie, mi stavo allontanando quando ho sentito un boato. Sono stato il primo a correre dentro quel polverone in cui non si vedeva niente e ho scavato come un pazzo fino a quando ho trovato Roberto. Era incastrato di fianco, sulla sedia della sala d'aspetto. Mi ci è voluta un'ora per liberarlo".
Maria Romeo, 15 anni. Per tutti è una delle miracolate della stazione. “Ero nel gabbiotto in alluminio e vetro accanto alla porta dell’atrio partenze che immette sul primo binario. Mia mamma , Margherita, mi aveva detto di stare lì,che sarebbe andata in cantina a prendere le sigarette. E si è allontanata attraverso l’atrio per raggiungere un vicino magazzino in cui tiene le scorte”.
Margherita Raccaniello, madre di Maria: “Ho fatto in tempo a raggiungere il centro dell’atrio che la bomba mi ha fatto schizzare via. Mi sono incrinata il bacino. Il mio sguardo è andato verso il piccolo gabbiotto dove c’era Maria. Intorno il caos, la polvere, gente che urlava disperata, lamenti di feriti, calcinacci, schegge di vetro, bagagli rovesciati ovunque. Come impazzita ho cominciato a cercare Maria”. E Maria è illesa. Il box distrutto.
Luigi Balestri, 41 anni, impiegato all'ufficio sanitario delle Ferrovie dello Stato. "Mi sono salvato per miracolo, la morte mi ha sfiorato. Ero in servizio, sono andato con un collega dall'altra parte del binario a prendere un caffè. E' stato un attimo. Dopo l'esplosione ho sentito l'odore della polvere da sparo. E' stato un attentato, sono sicuro. Ho fatto il carrista, non sono uno sprovveduto. La caldaia non c'entra, è intatta".
Hans Jurt, 60 anni, sindaco di Aesch, un cantone di Basilea. "Sul treno colpito dalle schegge c'erano anche mia moglie e mia figlia, tornavamo dalle ferie. Siamo salvi per miracolo. Ho visto una donna cadere a terra, uccisa da un cornicione che si è staccato dalla pensilina come se fosse cartapesta".
Silvia Montuschi: "Con mio marito siamo entrati in un chiosco per prendere una bibita, quando abbiamo sentito un boato. Per alcuni minuti non abbiamo visto più nulla. Polvere e odore di bruciato, quello caratteristico dei petardi. Sono trascorsi attimi interminabili, quando siamo usciti, i miei occhi hanno visto scene che non credevo vere. Gente che gridava, invocava aiuto. Altri che imbrattati di sangue, non avevano la forza di rialzarsi".
Francesco Pellizzola di Modena. "Dovevo tornare a casa dopo il lavoro, perciò ero alla stazione. All'improvviso mi sono sentito travolto da una trave, sono caduto, ma ho fatto a tempo a rialzarmi ed a fuggire. E' stata una bomba, ho infatti sentito un forte odore di zolfo, come se avessero acceso improvvisamente migliaia di fiammiferi. Mentre correvo, la gente gridava: un attentato, un attentato".
Domenico Tina di Anzola, alle porte di Bologna. "Ero proprio sul primo binario quando sono stato scaraventato a terra. Si è alzato un gran polverone e, prima di perdere i sensi, ho sentito un bimbo implorare: Mamma, dove sei?".
Franco Grassi, portabagagli della stazione: “Avevo appena scaricato le valige di una cliente da un treno proveniente da Bari. Lei aveva seguito la sua valigia con il carrettino fino alla sala di prima classe. La signora è rimasta lì in attesa. E’ scoppiato tutto. Chissà se si è salvata..”
Stefano Roma, portabagagli: “Stavo camminando sul marciapiede con una valigia in spalla. Sono stato investito da una pioggia di schegge e vetri all’altezza del capo ma una sola mi ha colpito di striscio sul collo”. Quella valigia gli ha coperto il volto e lo ha salvato.
Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, raggiunge Bologna che sono le 17,30. Interrompe le vacanze in Val Gardena. Si vuole rendere conto di cosa sia realmente accaduto in stazione. Pertini è un uomo che si emoziona, la guerra l’ ha vissuta davvero, da partigiano, e per liberare il Paese da chi seminava mortee distruzione ha saputo aspettare, anni. Pertini, gli occhi buoni, il sapore di tabacco fresco da pipa, entra all’Ospedale Maggiore. In sala di rianimazione si ferma cinque minuti, e l’ intorno feriti, urla strazianti, i volti affranti dei familiari che chiedono un aiuto morale, magari una carezza, una stretta di mano, gesti di comprensione, non di pietà. Lui si ferma a parlare con i cronisti: “Signori, non ci sono parole. E’ terribile, siamo di fronte all’impresa più criminale che sia mai avvenuta in Italia…Ho visto il corpo di due bambini,un bambino e una bambina stanno morendo……come si fa a parlare….”.
Il calvario dei familiari è solo all’inizio: il sospetto, le prime telefonate, smentite e conferme, il viaggio disperato verso Bologna, una macchina, un treno, taxi presi al volo, la corsa affannata, il giro degli ospedali e dei pronto soccorso, la ricerca dei nomi sui tabulati, la speranza, la certezza. Per qualcuno sarà il dolore, il pianto che non si ferma, i ricordi, i rimpianti, il riconoscimento all’obitorio. Il silenzio. Poi la rabbia.
Alla stazione si scava sotto le macerie. Il cratere profondo trenta centimetri è già illuminato dai fari. Non è stato lo scoppio di una caldaia ma un vile attentato alla democrazia. I volontari, uomini dell’esercito, vigili del fuoco, fanno un gran lavoro per salvare ancora qualcuno da quell’ammasso di materia informe, incolore.
Torquato Secci e Lidia Piccolini non dormono. Le luci della loro stanza da letto sono accese, proprio come quelle di altre abitazioni in Italia e di altre parti del mondo dove vivono Giorgio Gallon, Paolo Bolognesi, Anna Maria Montani, i genitori di Iwao Sekiguchi, John Andrew Kolpinski, Catherine Mitchell. E altri ancora. Familiari di vittime e di persone ferite. Ognuno chiuso, nella commozione e nel dolore della solitudine.
Paolo Bolognesi: “Io tornavo dalla Svizzera perché mia moglie Daniela si era operata. La stavo accompagnando a casa. Eravamo su un vagone letto, il treno era molto in ritardo. Quando arrivò a Reggio Emilia, fu fermato per molto tempo in stazione. Poi ripartì, raggiunse Modena. Le notizie che arrivavano dalla stazione di Bologna parlavano di un incidente. C’era gente sul treno che ascoltava una radio a transistor. All’inizio pensai che si potesse trattare di un incidente fra treni, le notizie erano così frammentarie e filtrate dal passa- parola delle persone che non eravamo in possesso di fonti primarie. A Modena si cominciò a parlare di una caldaia scoppiata alla stazione di Bologna. Quando siamo giunti a Bologna, abbiamo pensato che potesse essere successo qualcosa ai nostri familiari. Siamo giunti in stazione alle 13,30, con almeno tre ore di ritardo. Non c’era nessuno ad aspettarci. Con loro dovevamo andare in montagna. I facchini erano però preavvertiti, perché mia moglie non poteva muoversi da sola e aveva bisogno di essere portata con la carrozzina. Ci hanno accompagnato nel sottopassaggio, poi nell’area del parcheggio riservata ai taxi. Da lì vidi la scena della stazione colpita, con un’intera ala distrutta. Un taxista ci ha fatti salire. In pochi minuti eravamo a casa. A quel punto ho telefonato ai parenti. Dov’ era Marco? Dov’era Vincenzina? Nessuno rispondeva. Le chiamate agli ospedali, a tutti, un lungo elenco di feriti. Squillò il telefono, era la nonna di Daniela. Mi disse:”Umberto è all’ospedale, tuo figlio non sappiamo dov’è, tua madre non la abbiamo trovata”. Ascoltai la radio. Diceva che al Maggiore c’era un bambino, di nome Marco, che non riusciva a comunicare. La mia abitazione si trasformava intanto in una centrale operativa. Daniela rispondeva al telefono, dava informazioni. Con gli zii di mia moglie ho iniziato il giro degli ospedali, fino a ritrovare Marco, mio figlio. Lo ho riconosciuto da una voglia che ha nella pancia.All’inizio dicevano che era spacciato. Ma la struttura sanitaria era organizzata davvero . Lui, Marco, si sentiva come abbandonato. Sei anni, si lasciava andare, si stava spegnendo. Invece accadde una cosa particolare. Marco sentì la mia voce, più tardi quella della mamma. Io gli dissi:’ Ti ricordi, Marco, di quel fungo grande che avevamo trovato insieme in montagna, le farfalle, ti ricordi, quando andavamo a caccia con la retina?”. Oggi devo ringraziare il professore Nanni Costa, che mi ha dato una mano. Allora mi disse: ‘Non disturbate mica, state qui, potete innescare una spinta propulsiva per farlo riprendere. La vostra presenza è più importante delle medicine ’. Chissà quanti giorni sono stato al Maggiore. Non lo so nemmeno. Poi mi recai al Rizzoli, lontano dal Maggiore, dove erano ricoverati mio suocero e mia madre. Erano messi male. Mia madre era stata investita dalla fiammata e dai vetri. La madre di mia moglie, però, non sitrovava. In tarda sera, i miei zii iniziarono a visitare gli obitori e le camere mortuarie. Alla una di notte mi arrivò una telefonata: ‘Una salma assomiglia alla Enza ’. Io e la sorella di Daniela andammo all’obitorio. C’erano stesi per terra cinquanta, forse sessanta cadaveri. Dai vestiti la riconoscemmo. Era uno strazio, una pena indescrivibile”.
Il 3 agosto Torquato Secci va in stazione e prende il treno per Firenze. A Santa Maria Novella scende e telefona alla moglie. "Sergio é stato portato all'Ospedale Maggiore. Lo puoi trovare lì". La voce di Lidia sembra lontana, interrotta dal singhiozzo e dal pianto ma sul binario c'è già il locale per Bologna. Lei non lo può accompagnare: è stata dimessa dall’ospedale pochi giorni prima dopo un intervento chirurgico importante.
80 chilometri in treno sono circa un'ora di cammino ma durano un’eternità. Ci puoi vedere un mondo dentro quelle lunghe gallerie, spesse di un buio intenso. Alla fine di un tunnel ce n’è un’altro ancora. A tratti intermittenti, la luce fa affiorare paesaggi montani che sanno di terra incolta, pascoli liberi, chiesette abbarbicate su cucuzzoli impervi, minuscoli borghi, e ancora gallerie, vallate e colline, fiumi e piccoli laghetti, ponti e dighe, salti d’acqua, gente in bicicletta, contadini che arano la terra, cascinali con mucche, pecore, maiali. Capannoni e ancora gallerie. Quella da Vernio a San Benedetto Val di Sambro è lunga diciotto chilometri. Le puoi sentire ancora le grida dei passeggeri dell’Italicus, il 4 agosto 1974.
Poi le colline si fanno più basse, la città non è lontana. Fino alle prime case di Bologna, alle sue periferie, ai binari che si intersecano come fossero un groviglio di ferro ardente. Arriva il cavalcavia, un cartello blu con una scritta bianca e si entra in stazione.
Torquato Secci: "Sono sceso alla stazione di Bologna e la prima cosa che mi ha commosso in quella città é stato il fatto che mi si affiancò un autista e mi disse: 'Lei è un familiare? Venga con me, ci penso io'. Lo guardai come per dire: 'Ma questo che c'entra, che vuole?'; e invece no, gli dissi: 'Io ho mio figlio che é grave all'Ospedale Maggiore'. E lui mi portò. Durante il viaggio mi disse: 'Guardi, in tutti questi giorni che si trattiene qui stia tranquillo, prenda il taxi perché il Comune di Bologna ha pensato a tutto quanto '. Difatti fu così".
Bologna ha davvero pensato a tutto. L'Amministrazione organizza un ufficio di assistenza che immediatamente si collega con gli ospedali cittadini e la Prefettura per poter essere d'aiuto nelle ricerche angoscianti di quelle persone che sanno di avere un conoscente di passaggio a Bologna. Si attivano due linee telefoniche e l'assistenza per i familiari delle vittime e dei feriti. Assessori si recano in stazione, provvedono al coordinamento delle iniziative di soccorso. Si danno un gran da fare. Camicie a maniche corte, la giacca e la cravatta lasciata in ufficio, sudore, afa. La Giunta si riunisce in seduta straordinaria insieme ai capi dei gruppi consiliari. Ci sono già misure urgenti. Vengono subito messi a disposizione i vigili urbani e gli automezzi dell’ Amiu, si accelerano le operazioni di sgombero delle macerie. I familiari sono già sistemati negli alberghi della città. Tutto funziona. Nonostante quel dolore di una città colpita.
3 agosto. A Palazzo Accursio, il presidente del Consiglio Francesco Cossiga tiene una conferenza stampa. Ammette che in stazione é stata provocata “una deflagrazione dolosa”, un grave attentato del quale non si conoscono i motivi. In realtà, tutti ormai a Bologna sanno che una bomba, in una stazione d’agosto, non scoppia per caso. Una bomba manda sempre un segnale a qualcuno e quel messaggio viene compreso dai cittadini, dai sindacati che proclamano uno sciopero di quattro ore, per il giorno seguente. La città, colpita al cuore, reagisce. I messaggi stragisti sono sconfitti. I bolognesi non se ne stanno rinchiusi, soli, nelle loro case. Riempiono la grande piazza, per sentirsi vicini.
La magistratura muove le prime indagini. Il Procuratore della Repubblica,Ugo Sisti: “…Dobbiamo dare corso alla verifica dell’ipotesi del delitto previsto dagli articoli 285 e 422 del Codice Pensale, strage diretta ad attentare la sicurezza interna dello Stato commessa mediante collocazione di ordigno nella necessaria comparazione di tutte le risultanze finora emerse già affidate dal primo momento ai periti “.
Articolo 285. “ Chiunque, allo scopo di attentare la sicurezza dello Stato, commette un fatto diretto a portare la devastazione, il saccheggio o la strage in territorio dello Stato, o in una parte di esso, è punito con la pena dell’ergastolo “.
Articolo 422. “Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 285, al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità è punito, se dal fatto deriva la morte di una o più persone, con la pensa dell’ergastolo. In ogni caso si applica la reclusione non inferiore a 15 anni”.
4 e5 agosto, il Resto del Carlino, quotidiano cittadino, e il Comune di Bologna lanciano appelli per una sottoscrizione pubblica per i bisogni contingenti, quelli di prima necessità, destinati ai familiari delle vittime e ai feriti.
E' mercoledì 6 agosto. I funerali delle vittime della strage sono fissati per le 17. Di mattina, Bologna è caotica, in centro non si circola, tutti vengono bloccati. Il frastuono è assordante. Trecentocinquanta vigili urbani smistano le vetture che giungono nel capoluogo emiliano da ogni parte d'Italia. Tre parcheggi sono solo per i pullman: la Fiera, lo Stadio, il Palasport. Dai primi treni straordinari scendono uomini e donne con facce tirate dalla stanchezza. Milano, Brescia, Torino, Napoli, Roma, Reggio Calabria. Pure loro, di notte non hanno dormito. Hanno attraversato il paese, come quei binari della stazione che ora vedono divelti da una bomba nemica. Quando passano da quello che resta della sala d'aspetto di seconda classe lanciano fiori, depongono bandiere, biglietti anonimi. Lutto nazionale. Gli edifici pubblici espongono il tricolore a mezz’asta.
Ricorda Torquato Secci: “In anticipo rispetto ai funerali ufficiali, i due tassisti bolognesi Francesco Betti e Fausto Venturi, morti nella strage, sono stati sepolti in forma privata. Le due famiglie hanno deciso di rifiutare la cerimonia. Ad accompagnarli c’erano tutti i colleghi ed il lungo nastro giallo e bianco delle auto pubbliche ha portato una nota di colore al dolore di chi seguiva la loro ultima corsa. Per volontà dei familiari, la maggior parte delle vittime del massacro erano già state traslate nelle loro città di origine dove erano avvenuti i funerali…..Erano le prime avvisaglie di una riservata e silenziosa contestazione che non aveva nulla di emozionale ma che si radicava in una seria e meditata mancanza di fiducia nei vari organi dello Stato…..Era un comportamento generalizzato che se trovava giustificazione per nove salme straniere,per le rimanenti cinquantanove famiglie italiane aveva un profondo significato. Dava la misura del grande distacco tra il paese ufficiale e quello reale”.
Alle 14, Piazza Maggiore, la grande Piazza, é piena, stracolma. Cinquemila militanti del servizio d'ordine del sindacato. Centomila, duecentomila, trecentomila, seicentomila persone. Forse un milione. Non lo si saprà mai. Alle 16,30 non c'è più posto. Dalla piazza vanno fino a via Irnerio, in piazza Otto Agosto, in via Rizzoli, Piazza Minghetti, Piazza Calderini. Arrivano i sindaci e i gonfaloni. Saranno almeno millecinquecento. "Ecco le macchine delle autorità" - gridano dal palco. Ma la piazza saluta i politici con fischi, grida. Un signore urla: "Siete dei buffoni... andatevene..." Eancora fischi. Cossiga tiene la testa china. La folla esulta solo quando vede il segretario del Pci Enrico Berlinguer e il presidente Sandro Pertini. Là davanti ci sono otto bare. Pertini cammina lì vicino, le accarezza tutte, ad una ad una ma il familiare di una vittima lo interrompe: "Sandro vieni con noi, non stare con gli impostori.....". Anna Maria Montani il 2 agosto ha perso la madre Rosina. Di quel giorno racconta: "In chiesa non ho voluto stringere la mano a Pertini. Mica per lui che è una bravissima persona, ma semplicemente per quello che rappresenta. Ai politici, agli uomini dello stato che non cambiano mai, io la mano la stringerò solo quando avranno fatto di tutto per trovare gli assassini di mia madre".
Sei bare di adulti. Poi c’è quella più piccola di Angela Fresu, la bimba di tre anni uccisa nella sala d'aspetto. Fuori da San Petronio scoppia la contestazione.
Dentro la messa del cardinale Poma finisce. Prende la parola il sindaco Renato Zangheri. I suoi sono dieci minuti raccontati, ma con un testo scritto, stampato a futura memoria.
"Signor Presidente della Repubblica, torniamo su questa piazza di fronte ad altri morti avevamo detto che la strage dell’Italicus non avrebbe mai dovuto ripetersi. Se si è ripetuta, nonostante la lottae la volontà democratica del nostro popolo, e in misura più grande e se è possibile più atroce, questo è motivo per noi di amarezza e dolore più cocente. Piangiamo le vittime di un delitto la cui infamia non sarà mai cancellata dalla coscienza del nostro popolo e dalla storia. Inviamo ai feriti il nostro augurio, ma sappiamo il tormento e l’angoscioso futuro di numerosi fra loro. Alle famiglie esprimiamo la nostra solidarietà, sebben un dolore come questo di chi ha visto la morte dei propri congiunti più cari e di chi attende ancora l’esito di ricerche strazianti, come non ha ragione nell’ordine delle cose umane così non trova consolazione. Duro è parlare oggi e riunirci in questa terribile circostanza e si può essere colti da una rabbia desolata, perché non si vede per quale via possa farsi giustizia, una giustizia piena e finalmente rapida; e dunque può sopravvenire la sensazione dell’impotenza, la perdita della speranza. Ma non è questo l’obiettivo degli istigatori e degli esecutori del crimine? Eccoci di nuovo ad interrogarci sulla barbarie, se abbia una logica, un filo conduttore, uno scopo percepibile. Che cosa si è voluto? Seminare il panico, indebolire le difese della Repubblica, fino a soffocarla? Spostare l’asse politico su posizioni di cieca conservazione? Oppure suscitare una reazione violenta, per poi, dopo averla provocata, preparare le condizioni per la repressione? In queste ore di lutto non possiamo evitare le domande, lo sforzo di capire, se non vogliamo che l’angoscia si muti in disperazione. E’ necessario capire la logica del delitto per combatterlo. Non si dica che la reazione popolare, essendo stata forte e ordinata, ha subito dissolto il disegno della provocazione e che questo doveva essere previsto dagli assassini. Costoro non conoscono e non prevedono la forza e la maturità del popolo. Lo hanno dimostrato a Milano, a Brescia e, per due volte, a Bologna. Non si dica che gli attentati sono allora opera solitaria di un gruppo di folli. Lo stesso copione che ha portato alla strage del 2 agosto è stato provato sull’Italicus. La stessa città, lo stesso snodo ferroviario, gli stessi giorni di vacanze, quando i treni e le stazioni sono affollati dalla gente che parte, forse lo stesso proposito di recitare il crimine anche sul corpo di viaggiatori stranieri e quindi dimostrare ad altri popoli e governi la debolezza della nostra democrazia, e forse, mi inoltro nella logica aberrante di questi nostri nemici, di giustificare futuri colpi liberticidi. Il terrorismo nero, bloccato dalle grandi manifestazioni popolari del ’74, è sembrato rintanarsi e cedere il passo. E’ un caso che nel momento in cui si indeboliscono altre trame eversive, quella nera torni alla ribalta prima con avvisaglie purtroppo trascurate poi con tutta la sua carica omicida? Sono domande inquietanti, inevitabili. Gli autori della strage non hanno colpito questa o quella parte, ma l’umanità intera e il diritto elementare e sacro della vita. Ma perché con questa insistenza Bologna? Questo luogo di esperienze e di battaglie democratiche di progresso è un ostacolo tale sulla loro via, da doverlo ad ogni costo travolgere? Non sarà travolto. Gli impegni delle persone umane possono vacillare di fronte al convergere di eventi non sempre prevedibili. Ma noi bolognesi un impegno di fronte al paese, alle memorie della resistenza, di fronte agli avvenire, ai giovani, a coloro che in tutta Italia attendono ancora una volta la nostra risposta e che da tanti paesi stranieri ci hanno inviato parole di pietà, di amicizia e di incitamento, un impegno severo e fermo vogliamo prenderlo. Sulla linea che divide la democrazia dall’eversione non arretreremo, al contrario combatteremo con maggior vigore e coscienza più chiara della posta in gioco. E’ una posta altissima. Sono attaccate le conquiste costituzionali, il diritto dei lavoratori a costruire una società più giusta, le attese delle giovani generazioni, l’esigenza umana e politica del cambiamento. Ci batteremo duramente perché questa prospettiva non sia negata. Abbiamo forze e convinzioni che non si esauriscono nel giro dei giorni e degli anni. Ma altre domande incalzano. Quali complicità hanno accompagnato questa azione nefanda? Quando lo scopriremo? I ritardi non saranno esiziali? No, signor Presidente, il dolore non può farci tacere. Questi corpi straziati chiedono giustizia, senza la quale sarebbe difficile salvare la Repubblica. Chiedono pronta identificazione e condanna i colpevoli di questo e di tutti i delitti che hanno macchiato l’ Italia in questi anni; chiedonosconfitta della sovversione, ristabilimento delle condizioni di una vita e di una lotta democratica ordinata. Troppe incertezze e colpevoli deviazioni hanno subito le indagini da piazza Fontana ad oggi. Troppe interferenze e coperture sono state consentite. Ora la sincerità del dolore e della condanna si misurano sui fatti ed esclusivamente su di essi, sulla volontà e sulla capacità politica e giudiziaria di fare luce sulle trame eversive e sui delitti che si susseguono in un crescendo inaudito. Non spetta a noi indicare le linee della politica nazionale, ma è certo che è necessaria una prospettiva politica di fermezza e di chiarezza, che raccolga il consenso del popolo. E’ certo che coloro i quali hanno ricevuto le responsabilità di governo e parlamentari del popolo, tutti coloro che esercitano funzione pubbliche, dal popolo verranno giudicati per quello che faranno, con una vigilanza e sensibilità moltiplicate dall’angoscia di questi giorni e dalla gravità estrema del crimine che é stato commesso. Ognuno dovrà compiere il proprio dovere come l’ hanno compiuto gli uomini e le donne alla stazione di Bologna nelle ore della strage, per soccorrere e salvare: semplici cittadini, personale sanitario, magistrati, forze dell’ordine e la moltitudine che è su questa piazza a raccogliere la sfida del terrorismo. Grazie di essere venuti. Insieme non potremo essere sconfitti. Il saluto alle vittime è in questo momento, signor Presidente della Repubblica, una promessa e politica di fedeltà alle ragioni del progresso umano ed è fiducia in una giustizia che non può fallire perché poggia sull’animo di grandi masse di donne e uomini. Così noi affermiamo oggi la nostra difficile speranza e chiediamo a tutti di combattere perché la vita prevalga sulla morte, il progresso sulla reazione, la libertà sulla tirannia”.
La piazza si svuota, i funerali finiscono, le auto blu tornano a Roma, i familiari delle vittime nelle loro case rimangono da soli.
Il 7 agosto muore Sergio Secci, se ne va anche la piccola Manuela Gallon lasciando la sua mamma Natalia che cesserà di vivere nel giorno del suo funerale, il 10 agosto. Loro avevano almeno un corpo. Per gli altri della stazione, non è stato così facile riconoscerli.
Maria Fresu, madre di Angela, si é volatilizzata, scomparsa. Di lei e della sua carne si sono trovati pochi resti. Nessuna testimonianza. Nessuna traccia. Dissolta. Maria non era né viva, né morta, né ferita. Gli esperti balistici non ammettevano che si fosse disintegrata. Per lei, vittima di un gioco più grande, sono dovuti passare parecchi mesi. Ci furono ricerche, controlli e analisi. I resti di ciò che era rimasto di Maria volarono in Inghilterra. Il 29 dicembre 1980 arrivò la triste conferma. La perizia necroscopica diede un nome a quei brandelli ritrovati sotto il treno che andava a Basilea. L'urna contenente Maria venne consegnata ai genitori. Soli, senza lacrime né proclami, se la portarono via, nel loro dolore.
2 agosto. Una data di vita e di morte. E’ proprio strano. La madre di Maria Fresu e nonna di Angela è morta quel giorno, lo stesso in cui è nata la madre di Viviana Bugamelli. Chissà per quanti altri ancora.