VIE DI FUGA

Daniele Biacchessi

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<< Noi siamo stati come Teseo, siamo entrati in un labirinto di specchi per portare l’attacco al cuore del Minotauro. Ma Teseo era entrato nel Minotauro e il Minotauro in Teseo, dove per la verità era sempre stato. Ora però, all’evidenza, era la stessa feroce forma. In un punto della mia vita, erano sette anni che esploravo il labirinto della lotta armata, incontrai le braccia violente del Minotauro. Negli occhi ho l’immagine di una strada statale alle porte di Milano e di una pattuglia della polizia. L’immagine di una sparatoria e di un poliziotto ucciso. Ho vissuto quegli istanti in un tempo dilatato. In quella sera, la violenza fu un rapporto a due. Io e la polizia. Dentro e attorno a noi, che giocavamo con la vita, giravano due mondi speculari, popolati da umanoidi feroci e identici. Un gioco di morte. Anche il carcere era lo specchio di una prigione del popolo. Mi fotografarono con un cartello numerato sul petto.>>

Un militante delle Brigate Rosse

 

I dati sono freddi calcoli e comparazioni, ma a volte descrivono più di ogni altra cosa i termini di una guerra combattuta con ogni mezzo e non ancora conclusa. Dal 1969 al 1989 sono 4087 le persone condannate in via definitiva per banda armata, associazione sovversiva, insurrezione contro i poteri dello Stato, omicidi, ferimenti, furti, rapine, reati più o meno gravi, comunque collegati all’attività dei gruppi armati di sinistra. In prevalenza sono uomini, 3142, il 76,9%. Ne fanno parte 945 donne, il 23,1%. La maggioranza, il 60,3%, risulta di età compresa tra i 21 e i 30 anni, di cultura e istruzione medio-alta: solo il 2,5% frequenta le scuole elementari e il 20,4% le medie inferiori. Operai, studenti, impiegati, insegnanti, liberi professionisti, lavoratori nei servizi pubblici, docenti, ricercatori, artigiani, commercianti, agricoltori, militari, politici, sindacalisti, precari, disoccupati. In pratica l’esatta fotografia della società italiana. Anche la ripartizione in regioni offre la percezione di un fenomeno a dir poco trasversale: sono residenti in Lombardia, Lazio, Campania, Veneto, Piemonte, Sardegna, Marche. A queste 4097 persone condannate dai tribunali, se ne devono aggiungere almeno 20000, inquisite poi prosciolte, sfiorate di un soffio dalle indagini, coinvolte dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e uscite poi assolte dai processi dei tribunali, con formula piena e insufficienza di prove.

E’ assai bassa la percentuale di militanti della lotta armata proveniente dalla sinistra tradizionale: solo il 2,8 % dal PCI, Partito Comunista Italiano, il 6,5% dai sindacati CIGL e CISL. Il 38% giunge dalle esperienze politiche nei gruppi storici della sinistra extraparlamentare: LC, Lotta Continua, POT OP, Potere Operaio, AO, Avanguardia Operaia. La parte maggioritaria, il 42,7%, é invece attiva nei circoli giovanili, nei collettivi di quartiere e nelle aree autonome emersi intorno alla metà degli anni Settanta.

Per almeno 1500 di loro, le BR, Brigate Rosse, rappresentano la principale organizzazione di riferimento. Seguono PL, Prima Linea, UCC, Unione Comuniste Combattenti, NAP, Nuclei Armati Proletari, GAP, Gruppi di Azione Partigiana, FCC, Formazioni Comuniste Combattenti, COLP, Comitati Organizzati per la Liberazione Proletaria, PAC, Proletari Armati per il Comunismo, COCORI, Comitati Comunisti Rivoluzionari, AR, Azione Rivoluzionaria, FCA, Formazioni Comuniste Armate.

Sul piano statistico, sono 24 le sigle maggiori della lotta armata di sinistra, 78 quelle considerate minori, 21 sono invece collettivi e riviste di movimento, gruppi semilegali in seguito indagati per associazione sovversiva e banda armata.

Sono 131 le persone assassinate dal terrorismo di sinistra. Oltre 2000, i feriti. 71 i militanti uccisi in conflitti a fuoco con le forze dell’ordine, durante la preparazione di un attentato e di una rapina di autofinanziamento, soli e malati gravi dentro una cella, percossi dalle guardie, accusati di delazione, uccisi dai loro stessi compagni, morti all’estero.

Agli inizi degli anni Settanta, l’azione dello Stato contro i primi gruppi clandestini è assai limitata. L’addestramento dei corpi di polizia è finalizzato all’ordine pubblico, all’intervento repressivo dei cortei della sinistra extraparlamentare. Non viene sviluppata una intelligence specifica sul fenomeno, le inchieste risultano prive di ogni incisività e si basano su vecchie informative imprecise. Non viene privilegiato dunque il controllo sulle attività di movimenti armati già esistenti come BR, Brigate Rosse, GAP, Gruppi di Azione Partigiana, NAP, Nuclei Armati Proletari. Del resto, nessuna di queste organizzazioni giunge ancora all’omicidio politico ma concentra il tiro contro obiettivi simbolici: attentati contro tralicci dell’alta tensione, in uno di questi perde la vita l’editore Giangiacomo Feltrinelli dei GAP (15 marzo 1972, Segrate), vetture di dirigenti aziendali, sedi locali ed esponenti del MSI, Movimento Sociale Italiano, sequestri di Idalgo Macchiarini della SIT SIEMENS (3 marzo 1972, Milano), del segretario provinciale della sezione metalmeccanici della CISNAL, Bruno Labate (15 gennaio 1973, Torino), del dirigente dell’Alfa Romeo, Michele Mincuzzi (28 giugno 1973, Arese), del capo del personale FIAT, Ettore Amerio (10-18 dicembre 1973, Torino).

Con la legge n.152 detta <<Reale>>, lo Stato si indirizza contro forme pubbliche di protesta e i provvedimenti sottolineano un’inversione di tendenza rispetto all’ampliamento dei diritti civili sancito in Italia tra il 1968 e il 1972: allungamento dei termini di carcerazione preventiva, estensione del raggio di applicazione del processo per direttissima, riduzione della discrezionalità del magistrato sulla concessione della libertà provvisoria, ampliamento dei poteri di perquisizione delle forze di polizia. Così la reazione delle istituzioni contro le Brigate Rosse è a bassa intensità e l’organizzazione può crescere, anche se di misura, perché non attira l’attenzione della magistratura. L’azione delle BR non si distingue poi dai gruppi della sinistra radicale che operano ai margini del vasto movimento di massa di quegli anni. Anche i NAP, Nuclei Armati Proletari, si muovono nella stessa direzione. Radicati soprattutto nel Mezzogiorno, i loro militanti giungono alla lotta armata dopo le esperienze maturate in LC, Lotta Continua, e in seguito sviluppate attraverso un’opera di proselitismo tra il sottoproletariato urbano di Roma e Napoli e i detenuti comuni rinchiusi nelle carceri di Regina Coeli e Poggioreale.

La prima svolta nella lotta al terrorismo avviene in seguito al rapimento del giudice Mario Sossi (18 aprile-23 maggio 1974, Genova), e al duplice omicidio dei missini Graziano Giralucci e Giuseppe Mazzola (17 giugno 1974, Padova). Rivendicato dal nucleo veneto delle BR all’interno della pratica dell’antifascismo militante, é giudicato un grave errore politico dal vertice dell’organizzazione.

A quel punto, i brigatisti non sono più dei fantasmi che colpiscono e svaniscono nel nulla. Gli investigatori cercano persone con nomi e cognomi, volti impressi su foto segnaletiche e creano strutture speciali di contrasto e prevenzione. L’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo del Questore Emilio Santillo, alle dirette dipendenze del capo della Polizia, prende il posto del compromesso Ufficio Affari Riservati del Prefetto Federico Umberto D’Amato. Il vecchio sistema orizzontale degli apparati dello Stato è ormai superato: ora la parte più delicata delle indagini è affidata ad una struttura che opera a livello nazionale. A Torino, intanto, il Nucleo speciale di polizia giudiziaria dei Carabinieri, viene affidato alla guida esperta del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il Nucleo non ha giurisdizione solo in Piemonte ma estende le sue operazioni anche in Liguria. In poco tempo, i vertici dei GAP, dei NAP risultano azzerati e viene scompaginato l’intero organigramma della direzione delle BR con gli arresti dei capi storici Renato Curcio e Alberto Franceschini, attraverso l’infiltrazione di Silvano Girotto, detto <<frate mitra>> (8 settembre 1974, Pinerolo), di Roberto Ognibene (15 ottobre 1974, Robbiano di Mediglia), e con la drammatica uccisione di Margherita <<Mara>> Cagol (5 giugno 1975, Spiotta d’Arzello). Nel 1975, le BR sono decimate e restano in libertà pochi militanti regolari, guidati dal capo militare Mario Moretti. Ormai sono tutti formalmente latitanti perché contro di loro la magistratura spicca mandati di cattura per attentati, sequestri e per il duplice omicidio dei due missini di Padova.

Lo Stato rallenta la lotta al terrorismo perché convinto della sconfitta delle organizzazioni clandestine e smantella le strutture di intelligence. Ma le Brigate Rosse non sono ancora giunte al capolinea e rispondono a questa decisione con il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia, liberato poi il 14 giugno 1975 ad Acqui Terme. L’11 luglio 1975, il Nucleo speciale di polizia giudiziaria del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa viene sciolto con provvedimento urgente del comandante generale dell’Arma Enrico Mino. I carabinieri che formano il corpo speciale vengono poi trasferiti a Milano, Roma e Napoli e le conoscenze acquisite risultano sostanzialmente disperse. Tutto avviene mentre le Brigate Rosse compiono la spinta in avanti con l’omicidio del procuratore generale della Repubblica Francesco Coco (8 giugno 1976, Genova), e il sequestro dell’armatore Pietro Costa (12 gennaio-3 aprile 1977, Genova).

E il partito armato allarga la sua area di consenso. Si avvia un processo di frammentazione dei maggiori gruppi storici della sinistra extraparlamentare. Si sciolgono in pochi anni LC, Lotta Continua, AO, Avanguardia Operaia, Quarta Internazionale, POT OP, Potere Operaio. Entra in crisi il concetto di <<militanza>>, il dibattito sull’uso della violenza diventa aspro e alimenta le divisioni. Si affacciano sulla scena soggetti politici, autonomi e indipendenti. Alcuni comitati enfatizzano l’autonomia della classe operaia e proclamano la loro indipendenza dalla Nuova sinistra, accusata di eccessiva moderazione. Sono gruppi dotati di strutture semi-militari. I loro militanti provengono dall’esperienza maturata nelle organizzazioni legali LC e POT OP che si amalgamano con giovani attivisti dei circoli giovanili, già protagonisti di campagne contro lo spaccio di droghe pesanti, nelle occupazioni di case, nelle autoriduzioni dei biglietti di mezzi pubblici, cinema e teatri delle grandi metropoli. Due riviste, <<Senza Tregua>> e <<Rosso>> restano il punto di riferimento politico di questa area magmatica.

Entrambe rielaborano ideologie degli anni Sessanta e le rendono compatibili con una nuova potenziale base di mobilitazione di massa. Nella lotta interna alla leadership, le componenti che scelgono la lotta armata dispongono dunque di maggiori capacità operative. Precari, studenti, disoccupati, agiscono intanto nei quartieri, si associano in comitati e collettivi autonomi e conducono un doppio livello di intervento, legale e illegale. Sono gli anni del cosiddetto <<terrorismo diffuso>>, dove viene compiuta una capillare e strategica operazione di reclutamento: alla lotta armata si affacciano una moltitudine di giovani poco più di ventenni di Milano, Torino, Venezia, Genova, Firenze, Roma e Napoli.

I servizi di sicurezza vengono riformati soltanto nel 1977, dopo le comprovate deviazioni del SID nelle inchieste sulle stragi di Piazza Fontana (12 dicembre 1969, Milano), Questura di Milano (17 maggio 1973) e Piazza della Loggia (28 maggio 1974, Brescia). Nascono SISMI e SISDE sulle ceneri dei vecchi servizi di sicurezza ma le cose non cambiano: i funzionari sono gli stessi, così come identiche restano le modalità delle operazioni di copertura. Pochi rapporti riservati giungono dall’intelligence agli inquirenti sui militanti dei gruppi clandestini. L’intervento della magistratura viene invece rallentato dalle carenze storiche del sistema giudiziario italiano, dalla assenza di organi ufficiali di coordinamento e dalla paura di ritorsioni: risulta emblematico il processo al nucleo storico delle BR a Torino, dove vengono intimiditi i giurati popolari e ucciso il Presidente dell’Ordine degli Avvocati Fulvio Croce (28 aprile 1977, Torino).

Nel maggio 1977, a Firenze viene formalizzata la nascita di PL, Prima Linea, che sostiene una autonomia rispetto alle Brigate Rosse e una saldatura con collettivi e comitati. Nel gruppo fanno parte tra gli altri Marco Donat Cattin, Roberto Sandalo, Michele Viscardi, Chicco Calmozzi, Maurice Bignami, Sergio Segio e l’ideologo del gruppo Roberto Rosso. Prima Linea sostiene la leadership armata della vasta area del dissenso da organizzare nel movimento.

Tra il 1977 e il 1978, aumenta il numero di attentati, omicidi, azioni armate contro cose e persone. E’ un vero stillicidio. 18 dirigenti di grandi fabbriche del Nord saranno feriti. Nel solo periodo giugno-luglio 1977 vengono colpiti alle gambe i direttori del <<Secolo XIX>> Luigi Bruno, del <<Giornale>> Indro Montanelli, del Tg1 Emilio Rossi e del <<Gazzettino>> Antonio Granzotto. L’escalation contro la stampa si concluderà successivamente con gli omicidi del vicedirettore della <<Stampa>> Carlo Casalegno (16 novembre 1977, Torino), e dell’editorialista del <<Corriere della Sera>> Walter Tobagi (28 maggio 1980), rivendicato dalla <<Brigata 28 marzo>> di Marco Barbone.

La seconda svolta viene intrapresa dallo Stato poco dopo il rapimento del Presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, l’uccisione dei cinque uomini della scorta (16 marzo 1978, via Fani, Roma), e il suo triste epilogo con il ritrovamento del corpo senza vita dello statista (9 maggio 1978, via Caetani, Roma). Mentre i militanti di Prima Linea, entrano tutti in clandestinità, proseguono le operazioni di copertura guidate ancora dal generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, su mandato diretto dell’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni.

Il 1 ottobre 1978, i corpi speciali effettuano un’irruzione nel covo brigatista di via Montenevoso a Milano, arrestano membri importanti della Direzione Strategica come Lauro Azzolini, Nadia Mantovani, Franco Bonisoli, e ritrovano le lettere scritte da Aldo Moro durante i 55 giorni del rapimento. Sul piano operativo viene inoltre istituito l’UCIGOS, Ufficio Centrale per le Investigazioni e le Operazioni Speciali, che sostituisce l’Ispettorato generale per l’azione contro il terrorismo del Questore Emilio Santillo.

Non bastano queste mosse operative per fermare la lunga catena di omicidi e attentati. Tra il 1978 e il 1980, la percentuale più alta di vittime cadrà sotto i proiettili dei terroristi. I bersagli delle azioni vengono scelti seguendo la logica della guerra allo Stato. Brigate Rosse e Prima Linea attaccano esponenti della magistratura e delle forze dell’ordine, ma anche agenti di custodia, giornalisti, sindacalisti. Tra gli obiettivi strategici colpiti dai due gruppi in quegli anni, segnaliamo quelli contro il magistrato della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Riccardo Palma (14 febbraio 1978, Roma), il maresciallo di Polizia Rosario Berardi (10 marzo 1978, Torino), il funzionario dell’Antiterrorismo Antonio Esposito (21 giugno 1978, Genova), il direttore generale agli Affari Penali del ministero di Grazia e Giustizia Girolamo Tartaglione (10 ottobre 1978, Roma), il criminologo Alfredo Paolella (11 ottobre 1978, Napoli). E ancora altri omicidi: il sindacalista della CGIL e militante del PCI Guido Rossa (24 gennaio 1979, Genova), il giudice Emilio Alessandrini (29 gennaio 1979, Milano), il consigliere provinciale della DC Italo Schettini (29 marzo 1979, Roma), gli agenti Antonio Mea e Pietro Ollanu uccisi durante l’assalto alla sede della DC di via Nicosia (3 maggio 1979, Roma), il generale dei Carabinieri Antonio Varisco (15 luglio 1979, Roma), il direttore di produzione dell’ICMESA di Seveso Paolo Paoletti (5 febbraio 1980, Monza), il vicepresidente del CSM, Consiglio Superiore della Magistratura, Vittorio Bachelet (12 febbraio 1980, Roma), il direttore generale degli Istituti di Prevenzione e Pena Girolamo Minervini (18 marzo 1980, Roma), il docente di Criminologia all’Università Statale Guido Galli (19 marzo 1980, Milano).

Solo in quel momento e sotto la pressione di una opinione pubblica impaurita che chiede la mano forte dello Stato, nel codice di procedura penale vengono introdotte misure repressive, di contrasto e prevenzione. Aumentano i poteri degli organi di polizia e dell’autorità giudiziaria, nessun limite per intercettazioni telefoniche e perquisizioni, gli inquirenti possono assumere informazioni sommarie sugli indiziati attraverso interrogatori svolti senza la presenza di un difensore. Il fermo preventivo diventa applicabile contro chi, pur non avendo commesso nulla, è giudicato un sospetto sovversivo. Nel 1980, entrano nel codice nuovi reati: <<associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico>> e <<attentato per finalità terroristiche o di eversione>>. La legge prevede inoltre aumenti di pena che raggiungono la metà di quella comminata, la non applicabilità delle attenuanti generiche e il prolungamento di un terzo dei termini massimi della carcerazione preventiva.

Lo Stato si organizza contro questo esercito armato composto da migliaia di persone. La caccia a latitanti e clandestini avviene senza esclusioni di colpi. Vengono adottate leggi speciali in un clima politico di emergenza e di solidarietà nazionale: sono gli anni del governo di unità nazionale guidato dal Presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sostenuto da PCI, Partito Comunista Italiano, PSI, Partito Socialista Italiano, e dai partiti dell’arco costituzionale, tranne il MSI, Movimento Sociale Italiano. Nel quadro della linea dura della fermezza, si strutturano reparti operativi speciali NOCS, Nuclei Operativi Centrali di Sicurezza, che agiscono in accordo con i servizi di sicurezza militari e civili, SISMI e SISDE, e con le loro missioni di intelligence ancora non del tutto chiarite. Quelle effettuate durante il rapimento Moro risulteranno particolarmente inquietanti: la comprovata presenza del generale dei SISMI Camillo Guglielmi, la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, posti di blocco tardivi, mancato ritrovamento del covo di via Gradoli 96 sempre nella Capitale, falso documento brigatista con cui si annuncia la morte dello statista democristiano e il ritrovamento del suo corpo sui fondali del lago della Duchessa. Operazioni che comprovano la sicura e accertata malafede. Si giunge perfino ad azioni militari mirate, come quella condotta il 28 marzo 1980 in via Fracchia a Genova, quando i Nuclei Speciali dei Carabinieri entrano di notte in un appartamento e colpiscono a morte i brigatisti Annamaria Ludman, Piero Panciarelli, Lorenzo Betassa e Riccardo Dura. Le fotografie recentemente pubblicate dal giornalista Andrea Ferro sul <<Corriere Mercantile>> di Genova confermano che in via Fracchia, quel giorno di fine marzo, ci fu una vera e propria esecuzione.

Sulle tecniche investigative utilizzate in quegli anni, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ripete più volte un aneddoto efficace: per catturare i pesci bisogna togliere l’acqua nel loro acquario, quella in cui nuotano abitualmente. Movimenti, gruppi, organizzazioni, collettivi, centri sociali, vengono infiltrati da agenti dell’Arma dei Carabinieri. Un’operazione capillare e sistematica che durerà nel tempo. Ricordava allora Dalla Chiesa:

<<Se è vero che l’infiltrazione esisteva fin dai tempi dei babilonesi e anche vero che, in tutte le guerre, gli eserciti hanno attinto a piene mani dal nemico vinto. E c’è da aggiungere una cosa: la collaborazione vale in quanto coloro che la utilizzano siano ben preparati, in grado cioè di coglierne l’intera tematica senza lasciare spazi alla reticenza, alle omissioni, ai falsi.>>

Sull’opera di infiltrazione nei movimenti è più preciso oggi il generale dei Carabinieri, Nicolò Bozzo, già collaboratore di Carlo Alberto Dalla Chiesa:

<<Ufficiali e sottufficiali si erano iscritti in tutte le università considerate a rischio: Roma, Torino, Milano, Genova, Trento, Padova, Napoli, Pisa, perfino ad Arcavacata dove insegnava l’autonomo Franco Piperno. I carabinieri si comportavano come normali studenti, seguivano le lezioni, davano gli esami tanto che molti di loro si sono laureati, vivevano in appartamenti con altri ragazzi. Le spese venivano sostenute dall’Arma, così come le tasse universitarie. Un lavoro di infiltrazione più congeniale ai servizi segreti, ma che il generale Dalla Chiesa conduceva in proprio, certo com’era che soltanto attraverso un’opera di infiltrazione si sarebbe riusciti a scoprire qualche mistero delle Brigate Rosse.>>

E il generale dei Carabinieri Vincenzo Morelli ammette:

<<Era necessario che fossero incrementati i fondi confidenziali sino allora scarsi, per ampliare e potenziare anche la rete degli informatori, principalmente all’interno degli stessi movimenti eversivi… Trovare ancora soluzioni appropriate per garantire le necessarie coperture al di fuori delle infrastrutture dell’Arma e altri enti dello Stato, ad alcuni sicuri e capaci elementi delle sezioni speciali, al fine di consentire loro anche il naturale inserimento tra gli operai di alcuni stabilimenti o tra gruppi di studenti, specie universitari, o di poter svolgere altra autonoma attività lavorativa nel mondo operaio o in altri settori.>>

La crisi delle organizzazioni clandestine viene accelerata da numerosi fattori. Le Brigate Rosse si separano in vari rivoli. A Milano, si rende autonoma la colonna BR-WA, Brigate Rosse–Walter Alasia, dedicata al giovane ucciso nel 1976 a Sesto San Giovanni in uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine. A Napoli, diventa indipendente il Fronte Carceri. Alcuni militanti della colonna veneta si organizzano intanto nella colonna <<2 agosto>>. Nel 1981, le Brigate Rosse cessano di esistere in modo formale. Accanto alle BR-Walter Alasia e alle BR.Partito Guerriglia si formano le BR-PCC, Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente.

Nonostante il riflusso che coinvolge i movimenti di piazza, la scelta armata resta isolata sul piano politico. Sindacati, partiti, sinistra antagonista fanno quadrato contro la deriva terroristica con scioperi, manifestazioni, assemblee. Il PCI a Torino diffonde perfino un questionario nelle fabbriche sul terrorismo e invita operai ed impiegati a fornire alle forze dell’ordine i nomi dei sospetti brigatisti. A questo, si devono aggiungere alcune <<misure premiali>> introdotte nel 1980 per chi intende collaborare con le autorità inquirenti: non punibilità, riduzione fino a metà della pena, non applicazione delle aggravanti. La legge del 1982 perfeziona i contenuti di quella precedente e stabilisce che anche gli sconti di pena devono essere considerati in relazione al grado di collaborazione e all’entità del contributo fornito. Ricorda il brigatista Antonio Savasta, uno dei primi pentiti insieme a Patrizio Peci che hanno usufruito dei benefici di questa legge:

<<All’inizio ho fatto così. Certi nomi non li ho detti, altre cose non le ho raccontate per proteggere le persone che mi erano più care. Però quelli non c’erano più ed era troppo pesante la sconfitta. Poi c’è questa bisogno di dire che si faccia finita subito, che finisca rapidamente. In quel momento ero arrivato alla lucidità della comprensione di quello che era stato, cioè che non avevamo niente da prospettare, niente da proporre. Quindi perché continuare?>>

Molti militanti di PL, Prima Linea, scelgono invece di non collaborare con lo Stato ma iniziano nelle carceri speciali un processo di revisione critica del loro passato e dichiarano fallita l’esperienza di lotta armata. La legge del 1987 sulla dissociazione istituisce aree omogenee per i detenuti di reati di terrorismo, estensione di alcuni sconti di pena a quanti abbandonano le organizzazioni clandestine. Dal 1983, restano operative due formazioni armate: BR-PCC, Brigate Rosse-Partito Comunista Combattente, e UdCC, Unione dei Comunisti Combattenti. Si rendono protagoniste di numerosi attentati. Viene ferito Gino Giugni, membro della direzione del PSI (3 maggio 1983, Roma). Poi iniziano gli omicidi: il diplomatico statunitense Lemon Hunt (15 febbraio 1984, Roma), il docente di Economia politica e Presidente dell’Istituto di Studi Economici e del Lavoro, Ezio Tarantelli (27 marzo 1985, Roma), l’ex sindaco di Firenze, Lando Conti (10 febbraio 1986, Firenze), e la rapina di autofinanziamento di via Prati di Papa a Roma, in cui vengono colpiti a morte gli agenti di polizia, Giuseppe Scravaglieri e Ronaldo Lanari (14 febbraio 1987). Le UdCC feriscono prima Antonio Da Empoli, capo del Dipartimento economico della Presidenza del Consiglio (21 febbraio 1986, Roma), poi fermano il cammino del generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri (20 marzo 1987).

Sono gli ultimi spari del partito armato degli anni Ottanta. E’ un processo irreversibile perché in quel preciso momento si rompe il vincolo di solidarietà tra militanti. Il sodalizio si sfalda ed ognuno si trova da solo davanti ad un bivio come spiega oggi un aderente alle vecchie Brigate Rosse:

<<Metterti in mano allo Stato significa starci in termini del poveraccio solo che si fa una vita da cani perché è isolato dagli altri detenuti. Oppure significa che tu decidi di mandare la gente in galera, di collaborare, di pentirti, e allora poi magari trovi una collocazione dove puoi vivere e sei protetto. Per quante rotture ci fossero, da una parte c’è la solidarietà e l’amicizia che ti lega, e la necessità di fare sempre fronte comune per vivere in carcere, dall’altra questa impossibilità di una fuoriuscita politica dall’organizzazione.>>

Nel gennaio 1987, una serie di lettere aperte firmate da diversi militanti, sanciscono la chiusura unitaria dell’esperienza storica delle BR e l’inizio di una battaglia finalizzata alla soluzione politica del conflitto degli anni Settanta, alla liberazione delle persone incarcerate e al rientro dei fuoriusciti fuggiti all’estero. Dalle carceri speciali dichiarano che la lotta armata è ormai finita.

Per contrastare la decisione dei militanti del nucleo storico di chiudere la lotta armata, il gruppo tosco-laziale delle BR-PCC uccide il professore Roberto Ruffilli, senatore della DC, Democrazia Cristiana, e consulente per i problemi dello Stato dell’allora Presidente del Consiglio Ciriaco De Mita (16 aprile 1988, Forlì). In seguito all’attentato, le cellule ancora in libertà saranno smantellate da Polizia e Carabinieri tra il 1988 e il 1990. La sottovalutazione del pericolo terroristico da parte dello Stato, delle istituzioni parlamentari, di magistratura e forze dell’ordine tra il 1990 e il 1999, contribuiranno a far nascere una nuova generazione di giovani brigatisti che torneranno a colpire, esattamente come nel passato, le riforme e i riformisti: i consulenti del ministero del Lavoro Massimo D’ Antona (20 maggio 1999, Roma), Marco Biagi (19 marzo 2002, Bologna).

Quattromilaottantasette storie di vita. Non basterebbero dieci libri per raccontarle ma il percorso di ognuna è spesso simile alle altre. I primi conflitti in famiglia, la ribellione contro lo Stato, gli anni della coscienza politica e della rivolta armata. Ricorda oggi un militante di MCR, Movimento Comunista Rivoluzionario di Roma:

<<Le prime manifestazioni in cui ci sono scontri di piazza, non me le ricordo come un fatto di giungere allo scontro con la polizia per imporre un determinato passaggio in quel punto, non me le ricordo come un’imposizione da parte del corteo e del movimento. Me le ricordo come una reazione a qualcuno che vuole impedirci di fare, e non se ne afferra il motivo, e mi sembra naturale rispondere. Gli scontri a distanza hanno comunque sempre un differenziale terribile. A chi ha le armi, i lacrimogeni, i manganelli, uno risponde sempre con i sassi, e questo differenziale diventa anche dal mio punto di vista un motivo di giustificazione, un fatto che legittima l’uso di una violenza e antagonista.>>

Sul clima di tensione e violenza che regna in quegli anni, la testimonianza di un membro di Prima Linea di Milano diventa essenziale:

<<Il discorso della contrapposizione fisica con la controparte politica, quindi con i fascisti, era comunque un momento quasi giornaliero, nel senso che, quando di notte si attaccavano i manifesti sui muri, quando si andava a distribuire volantini in certe zone della città, era comunque inevitabile attrezzarsi in termini militari…erano avvenimenti che ti portavano ad attrezzarti. Non voglio sembrare retorico, però quelli erano gli anni dei manifestanti morti in piazza, erano gli anni degli agguati fascisti con i compagni morti.>>

E ancora le letture e l’ideologia diventate dogma, la cultura del partito e delle sue avanguardie, il mito della forza rivoluzionaria, l’autodifesa con la strategia delle armi. Si confessa così un militante delle UCC, Unità Comuniste Combattenti:

<<Le armi hanno un fascino in sé, che poi è un fascino che ti fa sentire in qualche modo anche più virile, tanto è vero che, come a tutti, anche a me capitava di farle vedere alle donne per tentare, appunto, di conquistarle.>>

Si va avanti con le discussioni nei collettivi di quartiere sull’uso della violenza diffusa e della lotta armata. Fino alle azioni esemplari: un’irruzione in una sede di un’istituzione, di un partito, di un’associazione imprenditoriale, di un sindacato. Per il brigatista Antonio Savasta la scelta deriva da una contrapposizione alla politica dei partiti e al sistema parlamentare democratico:

<<Era una rottura con un modo obsoleto di fare politica, vecchio e non rispondente ai nostri bisogni. La politica non parlava il nostro linguaggio, non parlava di cose reali, parlava del Palazzo, parlava di esigenze che nulla avevano a che fare con le mie. Quindi era un segno tangibile di rottura affermare le proprie cose attraverso la lotta armata. In realtà non c’era più un dibattito sui valori da affermare, c’era un dibattito sulla lotta armata, era dunque un problema di affinamento di uno strumento, non la proposizione di una politica alternativa.>>

Per Paolo Lapponi delle UCC, la violenza armata è un contrappeso rispetto a quella del potere:

<<Noi pensavamo che bisognasse indirizzare questa violenza armata perché funzionasse come una specie di contrappeso. Se questi fanno fuori la gente dentro il carcere devono sapere che poi, fuori, pagano un prezzo, nel senso che c’era una mobilitazione generale, c’era uno scontro. Quello ci sembrava avesse un senso più che andare a sfasciare i negozi di Roma.>>

Così si prosegue fino al salto di qualità, ai ferimenti e all’omicidio politico. Lo si fa spesso per vendicare qualcuno come sostiene un membro di Prima Linea di Torino. Lui si riferisce all’uccisione dei <<piellini>> Barbara Azzaroni e Matteo Caggegi da parte delle forze di polizia (28 febbraio 1978, Torino):

<<Quando sei avvolto nella spirale, cioè proprio nella spirale in cui subisci, è difficile riuscire a giudicare da fuori fatti ed eventi, perché in effetti per esempio episodi come la morte di Matteo e Barbara hanno un’incidenza emotiva notevole. In effetti si innesca una spirale di vendetta e rappresaglia. Perché quando sei in gioco, giochi fino in fondo, fino anche alla morte.>>

Il salto di qualità lo si compie anche per motivi interni all’organizzazione come conferma un militante di Prima Linea di Milano:

<< Quando questo tipo di personaggi che tengono in vita il gruppo, nonostante le apparenze, cominciano a sganciarsi, lo intuisci anche se lo rimuovi ideologicamente, intuisci che la gente fa marcia indietro e praticamente comincia a frantumarsi tutto l’apparato per cui ti ritrovi con un numero vasto di clandestini e latitanti e non sai dove tenerli, devi cominciare a moltiplicare le azioni di finanziamento e inizi a moltiplicare gli incidenti, i morti, i feriti, gli arrestati.>>

Quattromilaottantasette persone si creano un nemico comune, condiviso, non più composto da uomini e donne in carne e ossa ma ben presto trasformato in un simbolo da colpire, espressione di un sistema che intendono distruggere. Magistrati, giudici, poliziotti, Carabinieri, giornalisti, agenti di custodia, dirigenti industriali, consulenti dello Stato. Il marchio degli obiettivi designati cancella ogni umanità, perché nel momento dell’azione il terrorista si sente investito di una missione di giustizia storica come ricorda un appartenente alle Brigate Rosse degli anni Settanta:

 <<Ad una esigenza di tipo politico tu fai corrispondere una persona. Cioè oggi ho il problema di attaccare chi fa un certo tipo di discorso ma non è che te la vai a prendere con i muri..allora vediamo chi è che fa questo discorso e quindi vai, cominci praticamente a cercarlo, è come se alzassi le antenne ricettive per capire da dove arriva questo messaggio…allora leggi i giornali..partecipi in maniera clandestina alle riunioni di queste persone, cerchi di vedere e di capire, poi l’hai individuata, è quello il responsabile, è lui in questo momento, c’è già una logica di processo, in cui tu già da prima hai deciso che quello è il colpevole….quindi arrivi e quello che ti differenzia è la pena…cioè che pena do a questa persona colpevole di queste cose? Poi vai e ti assumi questo senso di giustizia…di giustizia molto carica, cioè è quella giustizia che non solo a te colpisce perché hai fatto quel giorno quella determinata cosa, ma per tutti i discorsi che ci sono dietro…quindi in realtà non è più neanche quella persona….le viene svuotata e gli vengono immesse altre colpe e delle responsabilità. Perciò ci arrivi da un percorso di individuazione fisica delle responsabilità di quella persona, diventa un’altra persona…diventa un’altra cosa un ingranaggio di quella macchina mostruosa che ci sta distruggendo. In realtà giunto a quel punto non puoi essere coinvolto totalmente, non ti fai prendere dall’emozione, sei uno che fa della giustizia, che afferma dei valori e quindi non ha posto per l’odio.>>

Nelle scelte dei militanti della lotta armata, la morte in battaglia, la <<bella morte>>, è una delle opzioni da mettere perfino nel conto. Racconta oggi una militante delle BR, Brigate Rosse:

<<Noi vivevamo il problema della morte all’interno di una grande ideologia, per cui, io mi sono trovata direttamente ad ammazzare le persone…In realtà, il problema della morte, vissuto come momento di angoscia, mi ha toccato soltanto nel momento della morte dei miei compagni…Il problema della morte che si accompagna all’ideologia è esattamente questo…ho ammazzato, me lo ricordo come se fosse in questo momento…Quell’omicidio è stato vissuto ancora dentro la logica della funzione, perché era un agente di custodia, perché era un torturatore come si diceva allora, quindi avevo tutte le giustificazioni dell’ideologia..Per me era come svolgere una routine di lavoro…E’ questa l’aberrazione, perché tu hai un’ideologia per cui tu sei da una parte dove ci sono gli amici, dall’altra invece stanno i nemici. E i nemici sono una categoria, delle funzioni, dei simboli da colpire, non degli uomini. E quindi trattare queste persone con la simbologia del nemico fa in modo che tu non hai un rapporto di assoluta astrazione con la morte. Per cui se io fossi andata a fare l’impiegata al catasto, invece di uccidere, per me sarebbe stata la stessa cosa. Uscivo da casa la mattina, andavo a controllare le persone, a preparare le operazioni. Quando non andavo direttamente a compiere omicidi evidentemente. Poi me ne tornavo tranquillamente a casa, facevo la mia vita che era quella di una normale donna di casa.>>

Ma la sconfitta per i terroristi già si avverte. Così annunciata, reale e vicina. Spiega Roberto Silvi, ex militante dei PAC, Proletari Armati per il Comunismo:

<<La sconfitta non è stata solo di tipo militare ma è dovuta alla mancanza di prospettive storiche. Il movimento non ha più trovato in sé stesso la capacità di andare avanti. Si è trovato come spaventato della forza stessa che aveva messo in piedi e contemporaneamente senza più prospettive credibili. Le lotte per i bisogni individuali si sono accentuate ed esasperate fino a porre la loro soddisfazione al primo posto rispetto alle lotte per obiettivi comuni. Ciò ha creato le basi per lo sviluppo dei fenomeni del pentitismo e della dissociazione, visti come soluzione ai propri problemi personali.>>

Per altri giungerà invece la clandestinità e la fuga. Percorsi obbligati al quale nessuno si è mai sottratto. Un appartenente a Prima Linea di Napoli sottolinea un concetto:

<<Ti terrorizzi però non puoi più tornare indietro perché c’è il mandato di cattura.>>

Si fugge per necessità, perché il tempo delle parole è ormai scaduto e ognuno si assume le responsabilità nella sua solitudine. Racconta Alfredo Buonavita del nucleo storico delle BR:

<<Mi ricordo la prima sera in cui sono venuti a prendermi qui e sono riuscito a scappare. La prima cosa che ho pensato quella notte non erano tanto i miei problemi quanto il fatto che, da allora in poi, non avevo più da mediare nulla.>>

E un militante di Prima Linea di Torino aggiunge:

 <<Sono fuggito, scappato, andato via lontano perché avevo pensato che non potevo stare a casa tranquillamente ad aspettare che mi venissero a prendere.>>

Ci fu un tempo in cui arrivarono i giorni bui, quelli del labirinto, e poi quei giorni si dileguarono e il buio scomparve per sempre. Ci fu un tempo in cui giovani ribelli con le armi attaccarono lo Stato e colpirono a morte i loro nemici. Poi tornarono nel nulla, proprio da dove erano venuti. Sovversivi e poliziotti, i nemici dell’ordine costituito e i difensori delle regole, quelli che attentano le nostre proprietà, le nostre vite e quelli che ci difendono. Posta così la lotta armata di sinistra sarebbe chiusa ormai da parecchio. Sarebbe riduttivo spiegare così oltre un terzo di secolo di storia contemporanea.